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(it) Umanità Nova n.41: Repressione: diretta, indiretta o preventiva?

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Mon, 15 Dec 2003 14:25:48 +0100 (CET)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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http://ainfos.ca/index24.html
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Il terrorismo della democrazia

La repressione è "l'impedimento, per mezzo della forza, di ciò che tende
a sconvolgere specialmente un assetto politico o sociale": questa è la
definizione del vocabolario. Questa è la pratica di ogni governo - quindi
di ogni apparato statale - nei confronti di quanti si oppongono
concretamente, per necessità o per idealità, al suo operare. Ecco
quindi l'uso della polizia, dei carabinieri, delle altre forze militari e
paramilitari, per mettere a tacere chi si impegna a trovare una
soluzione alla questione sociale, che è sempre soluzione di eguaglianza e
di libertà.

Sarebbe illusorio pensare che la repressione si sconfigge delimitando i
confini della lotta allo scontro con le forze repressive dello Stato. La
repressione si sconfigge prosciugando l'acqua stagnante della
politica istituzionale, erodendo le basi della gerarchia sociale, dando
fiato alla critica e al discredito nei confronti dei ceti dirigenti,
facendo crescere la volontà autogestionaria di soluzione diretta dei
propri problemi, sviluppando solidarietà nei confronti di chi lotta e
resiste. La repressione in sostanza si sconfigge sconfiggendo lo Stato.
La repressione può essere diretta, come a Genova nel 2001, oppure
indiretta, come per la strage di Piazza Fontana nel 1969, ove la
strategia d'attacco si articolò su una bomba addossata ad un gruppo
anarchico per costringere sulla difensiva il movimento in crescita. La
scelta dei tempi e dei modi è evidentemente relazionata alla forza ed
alla consistenza del movimento. La mattanza di Genova ha avuto come
effetto il ripiegarsi del movimento su un versante paraistituzionale, la
strage del 12 dicembre ha costretto operai e studenti ad un salto di
qualità, alla radicalizzazione dello scontro nello smascheramento delle
responsabilità. (E altre stragi di stato seguiranno: Brescia,
l'Italicus, la stazione di Bologna,…fino a che il movimento non
rifluirà e la repressione diretta si potrà dispiegare sui pochi che
resisteranno).

La repressione è spesso anche preventiva per impedire, o almeno
ostacolare, lo sviluppo di movimenti di contestazione. In tal caso si
crea un pericolo, lo si enfatizza, lo si ingigantisce, per creare
consenso e mobilitazione intorno a parole altisonanti (difesa
dell'ordine repubblicano… dei valori democratici… dello stato nato dalla
resistenza…) e annichilire gli embrioni di opposizione. Spesso (e
volentieri) si creano addirittura o si infiltrano questi embrioni per
spingerli ad azioni eclatanti in modo da sviluppare campagne d'ordine. La
letteratura e l'esperienza sono ormai sufficientemente vaste a
riguardo.

La fase attuale si caratterizza per un crescente attivismo militare
funzionale alle politiche di contenimento e di superamento della crisi -
vedi l'ultimo ed imponente stanziamento di fondi dell'amministrazione
Bush al complesso militare industriale. La "guerra permanente" è
diventata la parola d'ordine per ridefinire il proprio potere e
rilanciare le proprie rapine. La banda delle Tre B. l'ha ribattezzata, in
stile giacobino, guerra per la democrazia smascherando
definitivamente la realtà e la vacuità di tale parola. Ma così facendo
dimostrano, nel contempo, tutta la loro debolezza alla quale devono
sopperire scatenando una gigantesca campagna mediatica (moderna forma
della repressione preventiva) per estorcere consenso. La guerra per la
democrazia, è, per sua natura, una guerra civile che ha come obiettivo
non solo i paesi che aggredisce, ma la stessa società che la partorisce e
la subisce. Per imporre la democrazia fuori, bisogna imporla dentro. E
poiché la democrazia si configura oggi come forma di governo
autoritario dei ceti dominanti e dei ceti medi ad essi legati, ove il
consenso viene estorto e manipolato grazie ai sistemi di controllo
mediatico e alla ragnatela delle mafie e delle clientele, l'imposizione
avviene usando contemporaneamente le armi della repressione sia diretta
sia preventiva. Diretta contro le minoranze militanti, preventiva
contro le lotte dei lavoratori che non devono superare i limiti imposti
dal budget statale.

Recenti sono le dichiarazioni del ministro di polizia, Pisanu, contro il
pericolo anarchico. Veline di polizia riprese dalla stampa parlano di
alcune centinaia di indagati dell'area anarchica (definita, non a caso,
sempre meno insurrezionalista) di cui vengono esaltati i rapporti
internazionali e insinuata la propensione terroristica.
Contemporaneamente militanti comunisti vengono messi sotto accusa per la
solidarietà espressa alla resistenza irachena e ampio risalto hanno le
dichiarazioni sulle possibili convergenze tra integralismo islamista e
brigatismo nostrano.

E non sono solo dichiarazioni. Perquisizioni si susseguono, montature
vengono imbastite, compagni vengono incarcerati. E una valanga di
articoli, per lo più infamanti, accompagnano queste azioni.

Dal canto loro gli 8500 autoferrotramvieri di Milano vengono
criminalizzati, messi sotto inchiesta, minacciati per aver richiesto il
rinnovo del contratto nelle forme classiche della lotta di classe: lo
sciopero senza se e senza ma.

Pisanu assicura: la lotta al terrorismo si farà nel rispetto dei
diritti costituzionalmente garantiti.

Chi ci garantirà da Pisanu?


Piè veloce


Da "Umanità Nova" n. 41 del 14 dicembre 2003
http://www.ecn.org/uenne/




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