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(it) Convegno Malatesta: L'attualità di Errico Malatesta

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Date Mon, 15 Dec 2003 09:46:50 +0100 (CET)


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Negli oltre settant’anni che ci separano dalla morte di E.M., molte sono
state le occasioni di riflessione su questo o quell’aspetto del suo
pensiero, soprattutto in corrispondenza di momenti storici
particolarmente significativi dal punto di vista della trasformazione
sociale. A ben vedere anche oggi che torniamo, dopo anni, a riparlare di
Malatesta, lo scenario sociale in cui siamo immersi appare
particolarmente segnato da una conflittualità crescente, sinonimo di una
qualche trasformazione, prossima ventura, non necessariamente
definita.

E anche oggi le proposte di E.M. possono dare un contributo alla
definizione di un’azione che sappia rapportarsi ai mutamenti in atto,
sempre che si sappia coglierne l’attualità.

A tale proposito è evidente come non si possa generalizzare: la vita di
E.M. è talmente piena di fatti e di pensieri, spesso in evoluzione, che è
difficile definire un quadro statico del suo sistema di pensiero e di
azione.

Luigi Fabbri – che di E.M. fu per lunghi anni stretto compagno – a tal
proposito afferma, nella sua introduzione al libro Malatesta, l’uomo ed
il pensiero : “Bisogna tener presente, fra altre cose, che Malatesta,
pur essendo restato sempre il medesimo anarchico socialista e
rivoluzionario di quando aveva 18 anni, s’è formato da sé il suo
pensiero personale, la sua personalità distinta e caratteristica. E
questo non poteva fare, non poteva cioè giungere alla sua formazione più
matura che passando attraverso una inevitabile evoluzione di idee. Egli
cominciò infatti con l’accettare le idee del socialismo tali e quali si
erano elaborate in seno alla I° Internazionale fino al momento in egli vi
entrò, aderendo alla concezione libertaria di Bakunin. Ma da quel primo
momento il suo spirito critico, lo studio e l’esperienza cominciarono
subito a modificare in lui quella primitiva concezione, fino a condurlo
ad una concezione anarchica sua propria, in parte
d’accordo ed in armonia con l’evoluzione di tutto il movimento
anarchico, ma in parte restata sempre più personalmente sua.

Fino dal 1876 egli già dichiarava al Congresso Internazionale di Berna di
non essere ‘bakuniniano’; e con Cafiero, Covelli, Costa, ecc. era passato
dal collettivismo anarchico al comunismo anarchico. Restava ancora però,
in quel tempo, assai impregnato di marxismo – come lo stesso Bakunin e
tutti gli anarchici – e nel medesimo tempo credente nello spontaneismo
anarchico delle masse popolari che poi divenne
caratteristico in Kropotkin; mentalità che in Malatesta si andò
modificando man mano, specialmente dal 1884 in poi.

A me sembra di cogliere approssimativamente bene il periodo di
transizione dall’anarchismo della I° Internazionale a quello che fu più
suo più o meno fino alla fine della sua vita, nei 7/8 anni che vanno da
L’Associazione di Londra (1890) a L’Agitazione di Ancona (1897): Questo
periodo può considerarsi come quello della formazione definitiva, nel
senso sempre relativo della parola, del pensiero malatestiano – benché
già ne La Questione Sociale di Firenze (1884) certi punti fondamentali
della sua evoluzione siano già abbastanza marcati.

Ho già detto altra volta ch’egli non riconosceva più completamente come
sue alcune idee da lui esposte nel 1884 nell’opuscolo Programma e
Organizzazione dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. A
qualche punto del medesimo Fra Contadini (1884), quando se ne fece una
edizione a Spezia nel 1913, egli appose qualche nota di riserva contro
alcune idee marxiste che ne ispiravano qualche argomentazione. In una
serie di articoli su “L’evoluzione dell’Anarchismo” ne L’Agitazione di
Ancona (1897) esponeva chiaramente le sue idee antimarxiste e la
posizione dell’anarchismo di fronte al marxismo. Nel medesimo periodico
pubblicò sei articoli su “L’individualismo nell’Anarchismo”,
“L’armonismo” e “L’Organizzazione” in cui, senza polemizzare
direttamente con Kropotkin, dava dell’anarchismo una interpretazione che
è nettamente contrastante con quella kropotkiniana de “La Conquista del
Pane” e di altri scritti di quel tempo.

Io chiesi a Malatesta negli ultimi anni se egli avesse modificato più
sostanzialmente le sue idee dopo il periodo de La Agitazione: Egli mi
rispondeva in una lettera dell’11 luglio 1931:’…Quanto alla differenza
che vi può essere tra le mie idee attuali e quelle del 1897 si tratta,
come tu dici, di sfumature. Allora, al tempo dell’Agitazione, avevo più
fiducia nel sindacalismo ( o per meglio dire nei sindacati) di quella che
ho ora; ed il comunismo mi sembrava una soluzione più semplice e più
facile di quello che mi sembra ora…Differenze più grandi troveresti tra
le mie idee attuali (e del 1897) e quelle del 1872-73-74: Allora eravamo
kropotkiniani prima di Kropotkin…’.

Un pensiero in evoluzione quindi, essenzialmente pratico, mai
freddamente ideologico la cui attualità si misura necessariamente con il
grado di interesse che è in grado di suscitare all’interno del più
generale dibattito di liberazione sociale.

Per tale motivo ritengo utile concentrare l’attenzione di questo mio
intervento solo su alcuni punti a mio avviso particolarmente
significativi.

Riguardo al movimento dei lavoratori, del sindacalismo, della
collocazione degli anarchici nel conflitto sociale che attualità
possono avere i suoi orientamenti?

E’ noto come per E.M. il movimento dei lavoratori fosse di tale
importanza ai fini della rivoluzione libertaria da ritenere totalmente
improponibile un atteggiamento che lo ignorasse o che addirittura lo
combattesse. Innumerevoli sono gli scritti in cui insiste su questo
punto, come d’altronde sono innumerevoli le dimostrazioni offerte, in
Europa come in America, nell’organizzare, sostenere, propagandare
l’azione operaia. Un’azione operaia che viene compresa in tutte le sue
potenzialità, ma anche con tutti i suoi limiti senza paraocchi
operaistici. Potenzialità offerte da un grande movimento di masse in
ascesa, spinte alla difesa dei propri interessi dall’intensificarsi dello
sfruttamento capitalistico, e perciò maggiormente sensibili alla proposta
rivoluzionaria, raggruppate in grandi concentramenti urbani, intrise di
senso comunitario, escluse dai processi dell’integrazione statuale,
dotate di una forza quale nessun altro raggruppamento sociale poteva
contare. Ma proprio la conoscenza della composizione e della struttura
della classe lavoratrice che Malatesta, operaio egli stesso, aveva, non
poteva far passare in secondo piano i limiti stessi
dell’azione proletaria, ai quali il puro e semplice volontarismo non
poteva offrire rimedi.

Un’azione molte volte sensibile al suo semplice restringimento in una
dimensione puramente economica, interessata a volte alla propria
integrazione in un sistema in espansione, coinvolta in conflitti
intercategoriali a sostegno di questo o quello schieramento padronale, in
questo o quel conflitto nazionale. Ecco quindi il suo richiamo
deciso all’azione sindacale (e non sindacalista) rivolto ai compagni,
troppe volte distratti dalla quotidianeità dei bisogni proletari dal mito
dello scontro frontale a tutti i costi; ecco l’attenzione rivolta a
questo o quel settore operaio, la cui azione pare determinante ai fini
della lotta (esemplare il richiamo agli operai metallurgici, nel pieno
dell’occupazione delle fabbriche). Ma ecco anche l’accentuazione
dell’importanza dell’azione anarchica, dell’organizzazione specifica
anarchica, del ‘partito’ come si diceva allora, ai fini della
propaganda, del proselitismo, della progressiva crescita d’influenza
della proposta e della pratica libertaria nel seno delle organizzazioni
di classe, della preparazione in vista della rivoluzione sociale .

Una chiara concezione di dualismo organizzativo, quindi, che lungi dal
rappresentare una qualsivoglia cinghia di trasmissione reciproca, va
semplicemente a riaffermare l’importanza del movimento dei lavoratori
come mezzo, e sicuramente il più notevole, per assicurare il cambio
sociale e, con esso, la libertà d’azione per gli anarchici.

Tale concezione di dualismo organizzativo non poteva di certo
significare la divisione tra lotta economica e lotta politica, in
considerazione soprattutto dei labili confini esistenti tra le due, e
prefigurando (o idealizzando) un rimedio alle lotte tra correnti di
pensiero differenti ed antagoniste all’interno delle organizzazioni
proletarie – che vedeva da una parte un’intesa generale e la
solidarietà nelle lotte puramente economiche e, dall’altra un’autonomia
completa degli individui e dei vari raggruppamenti nelle lotte
politiche – Malatesta prefigurava l’importanza di un’unica
organizzazione di classe in grado di raccogliere l’insieme del
proletariato, indipendentemente dal credo politico e religioso dei suoi
componenti. Un’unica organizzazione che nella sua dinamica riuscisse ad
affratellare tutti i lavoratori, emarginando progressivamente le
influenze parlamentari, e che, tramite l’adozione della tattica
anarchica, basata sull’azione diretta e sul rifiuto della delega e del
compromesso, si avvicinasse sempre più alle finalità degli anarchici. Ma
anche se così non fosse, e Malatesta era cosciente di questa
probabilissima eventualità, l’organizzazione unitaria di classe avrebbe
comunque costituito un importantissimo terreno di propaganda e di
azione per i gruppi anarchici.

Agitare i temi dell’unione tra tutti i lavoratori, della lotta al
corporativismo, della tolleranza ideologica reciproca, dell’autonomia dei
vari raggruppamenti, del decentramento, della libertà d’iniziativa,
dell’inutilità e della dannosità di capi e di funzionari permanenti, nel
quadro comune della solidarietà contro i padroni ed il governo, era, per
Malatesta, l’azione fondamentale che gli anarchici avrebbero dovuto
sviluppare nel seno dell’organizzazione unitaria. Impostazione cui E.M.
non venne mai meno, nemmeno al sorgere dell’USI e
dell’adesione ad essa di numerosissimi anarchici.

Partendo dal concetto – chiaramente esposto nel dibattito con Monatte ad
Amsterdam –che il sindacato per sua natura è riformista e che gli
anarchici al suo interno sarebbero rimasti comunque minoranza,
diventava controproducente, per E.M., stabilire una concorrenza sul
terreno organizzativo sindacale che avrebbe comunque stemperato
l’intransigenza libertaria, a danno dell’azione rivoluzionaria di tipo
insurrezionale che si andava profilando. Certo, se le condizioni lo
imponevano, se l’organizzazione unitaria avesse preso una via che
comprometteva l’avvenire e se diventava difficile porvi rimedio, se gli
spazi d’azione al suo interno si annullavano, la scissione si sarebbe
imposta ed una nuova organizzazione avrebbe preso vita. Ma anche
nell’eventuale prolificare di organizzazioni concorrenti, non si
sarebbe mai dovuto perdere di vista l’obiettivo ultimo: “ poiché se
l’organizzazione dei lavoratori è una necessità primordiale per le lotte
di oggi e per le realizzazioni di domani, non ha grande
importanza l’esistenza e la durata di questa o di quella determinata
organizzazione. L’essenziale è che si sviluppi nei singoli lo spirito
d’organizzazione, il senso della solidarietà, la convinzione della
necessità di cooperazione fraterna per combattere l’oppressione e
realizzare una società in cui tutti possano godere di una vita
veramente umana” (Pensiero e Volontà n°4, 1925).

E in questa direzione gli anarchici avrebbero dovuto portare la loro
attività in tutte le organizzazioni, rifiutando, in chiara polemica con
le tendenze anarcosindacaliste di scuola sia spagnola (CNT) che
argentina (FORA), la costituzione di una specifica organizzazione
sindacale anarchica, considerata una pura e semplice contraddizione in
termini.

Probabilmente il suo mettere l’accento sull’organizzazione degli
anarchici, sul ‘partito’, sottovalutando gli effetti che la scuola
quotidiana del sindacato libertario aveva sui suoi aderenti, lascia
intendere un ruolo dello specifico di ben più alto livello di quello che
poi l’Unione Anarchica riuscì a realizzare, presa tra i due fuochi del
fascismo incalzante e del mito bolscevico, e impantanata nel mito del
Fronte unito proletario.

Di certo è che il suo pensiero faceva riferimento ad una situazione
sociale in continua ebollizione che solo la controrivoluzione
preventiva rappresentata dal fascismo riuscì a stroncare. In questo
frangente si può dire che la spregiudicatezza con la quale E.M.
guardava, nei primi anni venti, alle polemiche CGL-USI e al dibattito
‘fusionista’ (che metteva in chiara difficoltà la componente anarchica
dell’USI nei confronti dei riformisti della CGL) fosse dovuta alla scarsa
importanza che dava a qualunque organizzazione sindacale
valutata comunque come puramente formale, a fronte di un intento
insurrezionale che avrebbe dovuto vedere i militanti della sinistra di
classe, i repubblicani di sinistra, impegnarsi, insieme agli anarchici,
per l’abbattimento del governo e del capitalismo.

Chiedersi oggi che attualità abbiano queste tesi, può avere un senso se
ci rifacciamo al movimento odierno dei lavoratori e alla dinamica
sociale di questi anni.

Dopo le distruzioni operate dal fascismo e dal nazismo, dallo
stalinismo, dopo la subordinazione sindacale alle istituzioni fino alla
sua totale integrazione, possiamo dire che del sindacato, come del
movimento operaio, così come ne parlava E.M., non ne esista
praticamente più traccia.

Esiste piuttosto un movimento dei lavoratori, duramente attaccato dai
processi di ristrutturazione capitalistica e dal ridisegnarsi dei
meccanismi del dominio, che si esprime a livelli diversi in momenti
diversi, a volte utilizzando l’istituzione-sindacato, a volte
muovendosi con comportamenti autonomi, dandosi cioè forme organizzative
consone all’obiettivo posto (più o meno recuperabile, più o meno
antagonista), a volte ancora rifondando nuove forme sindacali più o meno
autodirette.

Al suo fianco sono sorti altri movimenti, più o meno trasversali, come
quelli di lotta contro la devastazione del territorio e dell’ambiente,
quello femminista, contro la guerra, quello animalista, contro la
globalizzazione, oppure quelli giovanili che dal 1968 in poi hanno
rappresentato per vari anni una spina nel fianco della
ristrutturazione, sviluppando pratiche rivoluzionarie di tipo nuovo
rispetto al ‘vecchio’ movimento operaio.

La frantumazione poi del tradizionale mondo del lavoro, l’emergere di
nuove forme di sfruttamento parcellizzate, l’erosione di diritti e di
libertà, l’esplodere del terziario, hanno contribuito alla perdita di
peso specifico del movimento dei lavoratori, nel più generale movimento
di emancipazione e di liberazione umana.

Ma finché il problema della riuscita di una rivoluzione si misurerà con
il grado di soddisfacimento immediato delle esigenze delle popolazioni –
condizione fondamentale per la conquista del consenso – allora la
questione della produzione e della distribuzione di viveri e merci,
quindi della ricchezza sociale, quindi del lavoro umano, manterrà un suo
posto fondamentale all’interno delle lotte di liberazione.

Ed in questo senso l’indicazione di Malatesta per un maggior impegno
degli anarchici sul terreno del lavoro – sia in termini di lotta che di
studio - conserva tutta la sua validità . Come pure il concetto della
necessità dell’unità di tutti i lavoratori, inteso naturalmente come
tensione militante e come obiettivo di fondo, sia pure tattico, della
nostra azione.

Pur con le dovute differenze tra aderenti al sindacalismo confederale,
all’USI, al sindacalismo di base, tra anarcosindacalisti ed
anarcoconsiliaristi, la preoccupazione di E.M. in merito all’importanza
dell’organizzazione anarchica, del ‘partito’, dovrebbe riguardare tutti i
compagni e le compagne, nella definizione di una tattica anarchica in
grado di misurarsi con i problemi (e sono molti e gravi) sul tappeto.

Solo ridando forza e chiarezza all’organizzazione è possibile che la
diaspora sindacale degli anarchici ritrovi una sua logica ed una sua
ragion d’essere.

Un’organizzazione che non si limiti però a puro contenitore delle
istanze dei militanti sindacali ma che sappia essere momento di
costruzione di una strategia che sappia convogliare gli sforzi di
quanti si battono per una società di liberi ed eguali.

A questo proposito si apre una nuova riflessione sul tema del
gradualismo come metodo di azione sviluppato da E.M. per verificarne
l’effettiva praticabilità.

Un metodo d’azione (basato, non dimentichiamolo, sulla concezione della
conquista di riforme con moti popolari, scioperi, tentativi
insurrezionali, ecc.) che affondava le sue radici, la sua ragion
d’essere, in una situazione proletaria, ancora abbondantemente estranea –
nonostante gli sforzi dei socialisti – ai meccanismi ed alle logiche
statali ed istituzionali. Il proletariato costituiva ancora una
comunità con i suoi valori, le sue tensioni, la sua cultura, terreno
fertile per concezioni antagoniste come quelle del comunismo anarchico
rivoluzionario, avversario deciso di quel potere che lo opprime e lo
sfrutta. Ed è in questa comunità che l’anarchismo poteva rafforzarsi e
rinvigorirsi, abbandonando la strategia dello scontro frontale, sempre e
comunque, che dalla banda del Matese alla Settimana Rossa aveva
mostrato le sue potenzialità insieme ai suoi limiti.

Non c’è dubbio che la situazione odierna sia tutt’altra. Ed è mutata
direi in alcune condizioni essenziali: lo sforzo del potere di
integrare il proletariato nelle dinamiche statuali, lo smantellamento
della comunità e dei suoi valori, l’importanza del garantismo, le
tensioni neo-corporative, lo sviluppo dei ceti medi, l’amplificazione
stessa del carattere dello Stato a ricoprire funzioni di erogatore di
servizi.

Questi mutamenti non sono stati indolori per la strategia gradualista
nelle motivazioni di fondo. Se infatti è vero che nel primo gradualismo
l’ipotesi malatestiana si basava sul fatto che la lotta graduale su
obiettivi parziali era utile perché, dimostrando la sua impossibilità di
soluzione generale al problema sociale, costringeva il movimento al
salto insurrezionale, nell’ultima parte della sua vita (vedi ad esempio
l’articolo ‘Anarchismo e riforme’ del 1924) il gradualismo assume
valenza più complessa, quasi una prefigurazione di una controsocietà che
si sviluppava in un contenitore che diveniva, mano a mano, più stretto,
fino ad arrivare all’esplosione non più rimandabile: la
rivoluzione sociale. Orbene il problema sta proprio qui.

Il primo modo di concepire il gradualismo mi pare superato nei fatti, sia
per le capacità dialettiche della controparte di aggredire il
movimento sul terreno che gli è proprio, con la disgregazione, la
separazione, il corporativismo, riducendo ogni lotta ad un fatto a sé
stante, e quindi razionalizzabile e recuperabile e sia per la
distruzione operata nell’immaginario collettivo dagli andamenti
rivoluzionari del secolo scorso.

Il secondo modo di concepire il gradualismo si scontra oggettivamente con
un comportamento proletario che, anche nelle sue punte più
autonome, rifugge di farsi carico di una rifondazione della comunità
antagonista, preferendo nella sua quotidianeità il garantismo (o quel che
ne rimane) per battere poi la strada degli organismi spontanei di lotta
nelle rivendicazioni apparentemente incompatibili o nelle fasi di più
acuta ristrutturazione.

Questo comporta necessariamente un intreccio profondo tra istanze ed
istituzioni ed è proprio su questo terreno che appare più facile la
saldatura tra gradualismo e riformismo, nell’abbandono definitivo di ogni
ipotesi di concreta pratica rivoluzionaria. E se da una parte abbiamo
verificato come la gran parte delle lotte si è orientata ad ottenere
garanzie e diritti dallo Stato, grazie
all’istituzionalizzazione del ruolo mediatore del sindacato e la
definitiva conversione dei partiti, nati dal movimento operaio, in
appendici del sistema di sfruttamento, riducendo i compagni che ad esso
continuano a fare riferimento a sostanziale coscienza critica dei
processi in corso, da un’altra parte abbiamo registrato la volontà di
forzatura operata sul corpo sociale per innescare forme di resistenza
radicale da parte di gruppi ed individui che, ricorrendo a pratiche
avanguardiste più o meno armate, hanno agito nel tentativo di rompere la
gabbia che si è andata costruendo.

Intransigenza e pragmatismo sono due facce della stessa medaglia:
stravolgendo ed estremizzando il concetto di volontarismo lo si è
sganciato dal suo terreno di riferimento che ne limitava correttamente il
significato e, assumendo se stessi, individui o gruppi, come punto di
riferimento obbligato si è scivolati nel soggettivismo esclusivista che è
arrivato a bollare la ricerca del consenso – fondamentale per un
movimento come il nostro che vuole perseguire la costruzione di una
società solidaristica, orizzontale, comunitaria – come dato meramente
quantitativo, assumendo inoltre atteggiamenti da coscienza morale del
movimento.

L’anarchismo, se rimane adagiato nell’intransigenza nei confronti delle
dinamiche reali della vita socio-politica, si taglia fuori dal tempo e
dallo spazio, per ripiegarsi di fatto nelle due varianti possibili,
quella 'educazionista’ e quella ‘violentista’. D’altro canto se affonda
nel pragmatismo delle lotte parziali e delle dinamiche sindacali,
rischia di perdere ogni connotazione rivoluzionaria. E l’anarchismo non
può che essere rivoluzionario, troppo difforme, irrecuperabile il suo
contenuto da quello di tutti gli assetti di potere gerarchici e
oppressivi. E non può che lavorare per l’insurrezione intesa come fase
finale di un processo di crescita della forza popolare in grado di porre
all’ordine del giorno l’abbattimento definitivo di istituzioni già
ampiamente corrose e delegittimate dalle pratiche diffuse di
liberazione umana, di comunitarismo, di solidarismo. Insurrezione che
sarà più o meno violenta a seconda del livello di resistenza che le forze
della reazione, del privilegio, dello sfruttamento opporranno alla
costruzione di una società di liberi ed eguali.

Il gradualismo anarchico è il metodo che da maggiori garanzie per un
processo di crescita della consapevolezza popolare, ma che sia
veramente anarchico, basato sulla crescita del consenso, sulla
costruzione della cultura della controsocietà, indisponibile a
patteggiamenti istituzionali e recuperatori, nella certezza che non si
può lottare e resistere in questo Stato come gli anarchici del 1920.

Il politico ed il sociale non possono essere più considerate categorie a
sé stanti. Inoltre non ci si può ridurre al millenarismo cassandresco e
rifuggire dai problemi concreti che la società, nel suo sviluppo, pone .
Occorre affrontarli essendo capaci di mantenerci antagonisti,
prefigurando meccanismi tendenzialmente autogestionari sia nei campi
produttivi che nei servizi e sul territorio.

Non bisogna mai assecondare le tendenze autodistruttive del modo di
produzione imperante ripiegando nell’attivismo nichilista, ma bisogna
cogliere le opportunità offerte dai processi di disgregazione in atto per
sviluppare un’azione in grado di dare risposta alle esigenze di libertà.
Non è un caso che, su scala internazionale, si stiano
moltiplicando azioni e movimenti di disobbedienza civile. In una
situazione in rapidissimo mutamento e dai contenuti frammentati,
pratiche collettive di vario tipo stanno sostituendo o affiancando le
forme di lotta ‘tradizionali’, mettendo in discussione la sacralità del
principio di autorità. Dagli hacker agli ecologisti, dal movimento
d’occupazione delle case ai cosiddetti no-global, e così via, siamo di
fronte ad un’espressione in crescita di forme di lotta politica in
divenire. Concetti come azione diretta ed autogestione, sia pure in forme
soft, si stanno diffondendo negli ambienti più disparati, pur all’interno
di una lettura che rimane democratica e non ancora
anarchica offrendo comunque prospettive di intervento.

Ed è proprio su questo terreno, quello dell’impegno concreto, del
contatto con la realtà sociale nel suo complesso (e non tanto con
questo o quel microsettore) che il movimento può ritrovare una sua
identità, una sua concretezza con un impegno programmatico d’azione che
superi antiche dicotomie (la rigida separazione tra ‘specifico’ e
‘sindacale’ ad esempio) non più rispondenti alle mutate condizioni
sociali, con un’attenzione ai problemi odierni, alla lotta quotidiana
contro lo sfruttamento e l’oppressione, alle battaglie che possono
coinvolgere l’interesse dei cittadini, con una riconsiderazione della
lotta territoriale, del comunalismo, senza settarismi di sorta.

In questo contesto le riflessioni di Malatesta restano in gran parte
attuali soprattutto quando sostiene che propaganda ed educazione sono si
importanti ma di per se stessi incapaci di produrre eventi
rivoluzionari e che solo il ricorso all’azione diretta stimolatrice di
movimenti radicali contribuisce a dare sostanza alla propaganda
producendo nuovi stimoli e bisogni. Così pure il gradualismo e il
pluralismo della sperimentazione sociale, nella concezione
malatestiana, rimangono pienamente attuali quando si rapportino alle
condizioni e alle esigenze delle masse popolari.

La validità della tesi anarchica sulla natura dello Stato, generatore di
disordine, violenza e sopraffazione , è confermata dall’esperienza, per
chi la vuol vedere.

E l’enunciato malatestiano sull’inefficacia rivoluzionaria delle
riforme progressive, in mancanza di una chiara consapevolezza sulla
sostanza del privilegio, ci spinge ancora oggi alla necessità di
sviluppare un’azione rivoluzionaria senza compromessi se vogliamo
veramente contribuire ad aprire le porte ad una società più giusta e più
libera.

Massimo Varengo


[Il testo è stato presentato come relazione al Convegno a 150 anni dalla
nascita di Errico Malatesta che si è svolto a Napoli il 5, 6 e 7 dicembre
2003. http://www.ecn.org/contropotere/convegno/ ]




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