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(it) Umanità Nova n.16: La "riforma" dei servizi segreti

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Date Wed, 30 Apr 2003 10:28:18 +0200 (CEST)


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Da "Umanità Nova" n. 16 del 4 maggio 2003

Licenza di uccidere
La "riforma" dei servizi segreti


"La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L'ignoranza è forza."
G. Orwell, 1984

Le ultime notizie apparse sui quotidiani nazionali relative alla
nuova proposta di legge, attualmente in discussione al Senato,
per conferire al presidente del Consiglio il potere di
autorizzare i servizi segreti a compiere operazioni illegali, in
vista di più alti e nobili fini cosiddetti istituzionali,
diventano occasione per la serie di riflessioni che propongo qui
di seguito. Indipendentemente dall'esito che avrà questa ultima,
pericolosissima, trovata in fatto di controllo interno -
rigidissimo a quanto pare di capire, con possibilità di utilizzo
indiscriminato di tutte le sofisticate tecnologie che oggi
abbondano nel mercato dell'elettronica a scopo di spionaggio - è
opportuno allargare il nostro sguardo al rapporto che da molti
decenni ormai esiste tra la cosiddetta attività di intelligence,
sia essa rivolta al territorio nazionale o a quelli d'oltre
confine, e il sistema generale della produzione che da molto
tempo abbiamo convenuto di chiamare capitalismo. Certo, oggi
sarebbe meglio dire economia-mondo, ma non è il caso di
avventurarsi in farraginose questioni di carattere
terminologico, dal momento che, nei tempi presenti, le nostre
preoccupazioni vanno indirizzate altrove.

Il ruolo dei servizi segreti nei paesi a sviluppo capitalista
come il nostro è evidentemente quello di conservare inalterata
la struttura di potere della quale sono una creazione. Con le
trasformazioni dell'età industriale, agli inizi del
diciannovesimo secolo, cambiano completamente i riferimenti e le
strategie del sistema di potere in Occidente e non è strano che
si cerchi di potenziare l'attività di uno strumento di
coercizione destinato ad assumere un'importanza sempre maggiore.


Quasi da subito i servizi di informazione diventano la metafora
oscura di un potere che non ha niente a che vedere con quello,
per così dire ufficiale, del governo o dello Stato in quanto
istituzione, pur trovando costantemente la copertura di molti
dei vertici dell'apparato statale stesso. La costituzione del
meccanismo di potere nelle società industriali crea un apparato
burocratico formale e visibile da una parte e una struttura di
controllo altamente sofisticata e nascosta dall'altra,
giustificando sulla carta l'esistenza di questa struttura come
necessità inderogabile per la difesa dai nemici esterni.

La realtà è ben diversa: l'economia del capitale, proprio per le
spaventose lacerazioni interne che appartengono alla sua stessa
evoluzione, è particolarmente attenta alle dinamiche di sviluppo
dei conflitti sociali. In una parola, la massa va tenuta
d'occhio, soprattutto quando si è consapevoli che i ritmi
dell'avanzare della macchina industriale impongono dei livelli
complessi di dominio. La guerra è dentro al sistema, alle
singole economie, ai singoli territori: i frequenti scambi tra
servizi segreti e la sostanziale identità di vedute anche tra
Paesi che fino ad un momento prima opponevano sui campi di
battaglia quella stessa manodopera che sfruttavano nelle
fabbriche, sono singolarmente dimostrativi dell'esistenza di un
progetto internazionale che mira alla conservazione di ben
precisi rapporti di forze.

La guerra, quindi, non appartiene soltanto formalmente all'idea
del conflitto tra eserciti schierati; piuttosto diventa
l'elemento chiave per interpretare il sistema di potere
nell'Europa contemporanea (e naturalmente nel blocco
statunitense, non a caso territorio a fortissimo sviluppo
industriale). Il sistema di potere che, inutile nasconderselo,
individuava il nemico interno per eccellenza nell'eversione
comunista e oggi, caduto il muro di Berlino, identifica il
prototipo di tutte le eversioni nel terrorista islamico, ha la
inderogabile necessità di servirsi di ogni mezzo possibile per
"irreggimentare" la popolazione che vive all'interno di un
territorio. Nel linguaggio dello Stato moderno, infatti, che si
sostituisce alle vecchie monarchie assolute, compare per la
prima volta la figura giuridica del cittadino, e non più del
suddito, al quale vengono garantiti dalle nascenti costituzioni
diritti che raramente trovano riscontro sul piano sostanziale.
L'idea di democrazia nasce proprio in questo contesto storico,
economico e culturale per mettere in condizione di pensare ad un
mondo libero abitato da persone libere.

È senz'altro la coscienza di questa menzogna di fondo, su cui si
articola la società industriale, che giustifica l'approntamento
di una rete di sorveglianza occulta ed articolata. I
collegamenti tra questa rete ed i potentati industriali sono la
dimostrazione evidente di quanto stiamo dicendo. Facciamo un
esempio: l'ufficio del Sifar (Servizio informazioni forze
armate) denominato Rei (Ricerche economiche e industriali), che
ufficialmente, dal 1949, avrebbe dovuto tutelare la sicurezza
dei brevetti industriali italiani e sorvegliare i commerci di
armi tra le industrie del nostro paese e quelle straniere,
raccoglieva tranquillamente finanziamenti "anticomunisti" da
questa o quella lobby economica (frequenti furono i rapporti con
la Fiat) per poi distribuirli a partiti politici, gruppi e
gruppetti il cui scopo era quello di fermare ad ogni costo
l'avanzata di qualsiasi movimento che si opponesse alla logica
pervasiva del sistema.

I servizi segreti, in questo senso, sono la punta di diamante
del modello disciplinare di controllo che si afferma, ovunque,
nelle società industriali e che socializza l'individuo alla
violenza sin dai primi anni di vita, ritrasmettendo
continuamente suggestioni di aggressività e competizione. La
mano armata dello Stato giustifica la violenza, o il controllo
intrusivo, perché utilizzata contro il deviante, contro chi non
si assoggetta comunque.

La pretesa democrazia a cui sottoporre un'intera cultura cela un
progetto radicalmente diverso: la riproduzione coatta del
sistema economico capitalista e dei rapporti di forza che esso
genera nell'intera struttura. Non esiste un luogo, od un
momento, nel quale la paziente opera di allarmanti e sfuggevoli
personaggi non abbia influenzato il procedere degli avvenimenti
più importanti degli ultimi cinquantadue anni. I cardini intorno
a cui ruota il pensiero occidentale non hanno mai abbandonato le
caratteristiche essenziali di riproduttori del dominio che fa
tacere le minoranze.

Nella prospettiva che abbiamo delineato fino a qui, i servizi
segreti sono a tutti gli effetti una promanazione diretta del
potere economico e politico, inserita strutturalmente
nell'apparato statale da cui dipendono. Ma se questo apparato,
come abbiamo cercato di dimostrare, nulla ha a che vedere con la
forma di "sovranità limitata", chiamiamola così, definita nel
secondo dopoguerra, a vario titolo, democrazia, non esiste
nemmeno la possibilità di parlare di deviazioni o di attività
illegali per ciò che concerne i servizi.

In Italia, i servizi segreti non hanno deviato di un millimetro
rispetto alle funzioni per le quali erano stati costituiti.
Continuare a celare questa parte così scomoda della storia del
paese, non può che apparire un'operazione destinata a coprire la
verità. Abbandonate, non senza sollievo da parte delle stesse
forze della sinistra istituzionale, le contrapposizioni radicali
al sistema dominante e disarticolate le istanze rivoluzionarie
di coloro che avevano ben compreso quale sarebbe stato il
pericolo da affrontare, ci si rifugia in un riformismo dannoso e
privo di soluzioni politiche immediate dietro al quale si
nasconde la paura di affrontare i problemi nel loro effettivo
spessore.

Concrezione autorizzata di potere, i servizi segreti si
sottraggono ancora una volta, in realtà, a qualsiasi sguardo
indiscreto, perché tracciarne definitivamente la composizione
condurrebbe paradossalmente a inevitabili domande sul
significato dell'idea stessa di Stato così come ci è stata
spiegata da sempre; sulle ragioni del suo stesso esistere.

Mario Coglitore


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