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(it) Umanità Nova n.14: Afganistan - La guerra contro le donne non finisce mai

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Date Thu, 17 Apr 2003 10:27:08 +0200 (CEST)


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Da "Umanità Nova" n. 14 del 13 aprile 2003

Afganistan
La guerra contro le donne non finisce mai


Prima della guerra in Afganistan delle donne di questa regione
si parlava poco. Gli appelli delle poche coraggiose che
tentavano di far conoscere oltre frontiera le condizioni
disumane in cui le donne vivevano, rimanevano inascoltati. I
governi occidentali collaboravano con questi criminali. Poi c'è
stata la guerra...

Adesso va tutto bene: le scuole sono state riaperte, le donne
possono lavorare, essere curate, andare in giro da sole, il
burqua viene indossato solo dalle donne che lo riconoscono come
parte della propria cultura. Addirittura oggi, ci dice la
pubblicità, le donne afgane vestono Benetton.

Ed invece non è cosiì... Ci piacerebbe che lo fosse ma i nostri
desideri e la realtà sono cose ben diverse.

I fondamentalisti talebani sono stati sostituiti da altri che
condividono la stessa ideologia, le loro differenze sono solo
sfumature della stessa visione del mondo.

I crimini contro le donne non sono terminati, ma dilagano in
varie forme in tutto il paese. Certo se l'osservatore
occidentale si ferma solo a Kabul ha l'impressione di un
relativo cambiamento, ma basta uscire da questa città per
rendersi conto delle condizioni in cui ancora oggi le donne
vivono.

Sulla stampa pochissime notizie vengono fornite sulla condizione
delle donne afgane, ma in realtà queste notizie esistono, anche
se non trovano spazio.

La condizione femminile è stata descritta anche in un rapporto
di Human Rights Watch (Osservatorio dei Diritti Umani),
consultabile sul loro sito ed in parte tradotto in italiano.

HRW racconta questo.

Le scuole femminili, riaperte con grande pubblicità
internazionale, sono state in gran parte sistematicamente
attaccate, date alle fiamme e le insegnanti aggredite a volte
anche con l'acido.

È stato abolito formalmente il Ministero per la Repressione del
Vizio e la Promozione della virtù, ma è rinato sotto un nuovo
nome: Insegnamento Islamico.

Per le strade girano uomini e donne anche adolescenti che hanno
il compito di vigilare sul comportamento delle donne,
controllandone gli atteggiamenti, il trucco, l'abbigliamento.
Nelle scuole il burqua o lo chador è ancora obbligatorio.

Le donne posso essere fermate e maltrattate per strada da
qualsiasi uomo, non solo dalla polizia.

Le aggressioni e gli stupri sono largamente documentati,
soprattutto fuori le grandi città.

La sharia continua ad essere applicata e le carceri sono piene
di donne arrestate per essere fuggite da un marito violento o da
un matrimonio imposto.

È di nuovo proibito uscire di casa dopo una certa ora non
accompagnate da un parente maschio, è proibito andare in
bicicletta o guidare, prendere un taxi da sola, parlare o essere
in compagnia di un uomo non parente.

La cosa più grave è che chi viene sorpresa in uno di questi
atteggiamenti viene condotta dalla polizia e al fermo quasi
sempre segue una forzata visita ginecologica "di castità" per
verificare la verginità della donna o, nel caso fosse sposata,
che non abbia avuto rapporti sessuali recenti.

Ogni giorno decine di donne subiscono questo umiliantissimo
trattamento. In un paese dove la mortalità per mancanza di cure
mediche è altissima questo oltre ad essere una pratica inumana
appare anche come una precisa scelta su come venga tutelata la
salute delle donne. Questi comportamenti non sono considerati
abusi, ma doverosi controlli della moralità femminile.

Questa situazione infame non può essere attribuita ad una idea
"deviata" di alcuni potenti o alla cultura del popolo. È la
visione del mondo che permea i fondamentalisti, oggi al potere
come ieri: religiosa, immorale, fascista e piena di odio per le
donne.

Il problema non può essere risolto con la creazione di un
Ministero per le Questioni femminili o con alcune cariche
simboliche assegnate a donne scelte dal potere.

Qualcuno sostiene che questi problemi sono dovuti alla
particolare cultura di quel popolo, che con questa occorre fare
i conti e mediare, sperando in un processo di cambiamento lento
ma inesorabile.

Ma come si può pensare di mediare con il totale disprezzo delle
donne ed il loro non riconoscimento di essere umani?

L'unico conforto è dato dalla consapevolezza che anche in
Afganistan esistono donne coscienti dei propri diritti e decise
a lottare per essi.

Le testimonianze raccolte da Human Rights Watch per noi
agghiaccianti ci parlano di donne coraggiose che hanno deciso di
correre il rischio di raccontare ciò che succede affinché
nessuno possa far finta di non sapere. Ed a loro va tutto il
nostro amore...

Rosaria Polita


http://www.ecn.org/uenne/




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