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(it) Umanità Nova n.14: Alle radici del massacro - Non è per il petrolio

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Date Wed, 16 Apr 2003 12:15:55 +0200 (CEST)


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Da "Umanità Nova" n. 14 del 13 aprile 2003

Alle radici del massacro
Non è per il petrolio

Gli sviluppi più recenti della crisi irachena confermano che gli
obiettivi perseguiti dall'amministrazione USA nella sua
decisione di rovesciare il regime del vassallo infido Saddam
Hussein e di insediarsi nel martoriato paese mediorientale vanno
ben al di là delle risorse energetiche dell'antica Mesopotamia.
In queste settimane la parte maggioritaria del movimento per la
pace si è lasciata disinformare dalla propaganda americana e ha
accentuato la sua critica nei confronti della guerra incipiente
sostenendo che questa sarebbe stata una mera "guerra per il
petrolio". Questo non è vero, se il senso di quest'affermazione
è quello di sostenere che gli Stati Uniti intendono occupare
l'Iraq allo scopo di ampliare il proprio parco petrolifero e
sostenere il consumo interno di oro nero.

Se questo fosse lo scopo della Junta (come la chiama Gore Vidal)
insediata alla guida della superpotenza di Oltre Atlantico la
guerra irachena sarebbe in assoluto uno spreco, dal momento che
le risorse petrolifere (tuttora poco sfruttate) di un paese
alleato e vicino come il Canada basterebbero e avanzerebbero a
garantire la prevista progressione nel consumo USA da qui al 2050.

In realtà affermazioni di questo genere, oltre ad essere
facilmente smontabili dalla propaganda di guerra, sono
direttamente influenzate dagli stessi sostenitori delle
avventure belliche americane che da un decennio diffondono il
terrore tra le popolazioni occidentali agitando il fantasma del
petrolio in via di scomparsa e della diretta minaccia allo stile
di vita euroamericano, fondato sulla mobilità individuale
tramite automobile e su uno spaventoso consumo energetico.


MA AGLI USA SERVE DAVVERO IL PETROLIO IRACHENO?

Il petrolio è ben lontano dall'esaurirsi e le nuove tecnologie
estrattive consentono una sempre maggiore possibilità di
trovarlo in profondità. La peste del secolo XX con le sue ben
note conseguenze è lontana dall'esaurirsi ed è prevedibile che,
senza il sovvertimento del modello di sviluppo attuale,
continueremo per molti decenni a subire le conseguenze sanitarie
dell'idea contemporanea di benessere.

All'interno di questo quadro gli Stati Uniti potrebbero
garantire alla propria popolazione di continuare nel folle
aumento del consumo di risorse energetiche senza doversi
imbarcare in guerre di conquista assolutamente inutili da questo
punto di vista e, inoltre, assurdamente costose per le tasche
esauste del contribuente americano.

Intendiamoci, gli interessi petroliferi presenti all'interno
dell'amministrazione Bush sono tali da permettere di pensare che
il governo americano non possa che tenerne conto e orientare la
sua azione in modo da concedere alle imprese di riferimento dei
suoi uomini più rappresentativi il massimo profitto in tutte le
aree petrolifere del mondo. Già sappiamo che la Exxon Mobil e la
British Petroleum hanno avuto l'esclusiva (anche se una qualche
forma di maquillage come la rifondazione dell'Iraq National Oil
Company sarà necessario) per tutto quanto riguarda il settore
dell'upstream petrolifero, ossia ricerca, produzione e strategia
dei prezzi, mentre la prevista inclusione delle imprese russe e
francesi è a rischio a seguito dello scontro in atto in sede
ONU. La Halliburton Company (tra i cui proprietari spicca il
vice presidente Cheney) invece avrà l'esclusiva sul downstream
petrolifero, ossia la raffinazione, il trasporto e la
commercializzazione dell'oro nero. Anche qui un maquillage
dell'operazione sarà necessario ed è già deciso che la
commercializzazione sul territorio iracheno sarà gestita dai
vari alleati americani in loco: i Kurdi (sempre che l'incipiente
conflitto con Ankara non li trasformi per l'ennesima volta da
alleati in nemici soggetti a pulizia etnica), gli stessi turchi
(che vantano un vecchio trattato con gli inglesi stipulato nel
1925 con il quale il paese di Ataturk acquisiva il diritto al
10% delle royalties sul petrolio iracheno per ripagarlo della
perdita della zona di Mosul), e l'avida e rissosa opposizione
irachena. Quest'operazione, però, non sarà indolore e costerà
molti miliardi alle stesse corporation che dovranno farsi carico
di trovare subito dopo la guerra almeno 30 miliardi di dollari
per rimettere in efficienza la rete distributiva attualmente in
pessime condizioni, e in prospettiva spenderne almeno dieci
volte tanto per costruire in Iraq un polo petrolifero
competitivo con quello saudita.

Come si può vedere, sicuramente un affare per le corporation
americane, ma un affare dispendioso, ben lontano dal bengodi
rappresentato in buona fede da buona parte del movimento per la
pace in Italia come in Europa. Le motivazioni per le quali le
imprese USA sono disposte a lanciarsi in quest'investimento non
sono semplicemente economiche, dal momento che i loro attuali
affari sono molto meno dispendiosi e problematici di quello
iracheno, e le prospettive di sviluppo petrolifero in Africa
(Guinea Equatoriale, Nigeria, Angola) dove è presente un
petrolio di ottima qualità, non solforoso e di facile
estrazione, per di più in paesi quasi tutti fuori dall'OPEC e
fortemente dipendenti dagli aiuti USA per la normale
amministrazione, sono tali da impedire di pensare che il
petrolio iracheno sia vitale per il capitale americano.

Il ragionamento da fare in realtà è assolutamente inverso a
quello semplicistico che vede gli americani pronti a fare la
guerra perché interessati al petrolio iracheno; sono disposti ad
interessarsi del petrolio iracheno perché sono decisi a fare la
guerra al paese mediorientale e ad insediarsi al suo interno.
Mai come oggi il petrolio ha perso la sua caratteristica di
semplice risorsa energetica per la quale condurre guerre, colpi
di stato e malversazioni, per assurgere alla qualifica di arma
politica all'interno dello scontro per il dominio sulle reti
finanziarie globali e più in generale sull'economia-mondo.

Quali sono, quindi, in sintesi gli obiettivi perseguiti dagli
USA e dai loro capitali nazionali in questa guerra?


LA RISISTEMAZIONE DEL MEDIO ORIENTE

Dal punto di vista geopolitico (per quello geoeconomico rimando
all'ultimo articolo da me pubblicato su UN) questi possono
essere sintetizzati nella cancellazione del soggetto europeo
dalla scena internazionale, nell'ulteriore accerchiamento di
Russia e Cina (oggi alleati ma un domani possibili competitori
in alcune aree del mondo) da parte di una corona di paesi
vassalli che va dall'Estonia alla Bulgaria in Europa, dalla
Turchia all'Asia Centrale ex sovietica in Medio Oriente e Dal
Pakistan alla Corea del Sud in Estremo oriente, e nella
risistemazione dello scenario mediorientale basato sulla
supremazia di Israele (al quale sarà permesso di chiudere una
volta per tutte la partita palestinese eliminando Arafat,
annettendo gran parte dei Territori occupati e mettendo in atto
una spaventosa pulizia etnica al confronto della quale quella
balcanica risulterà uno scherzo) e della Turchia, mettendo in un
angolo l'ex alleato saudita e normalizzando i paesi come la
Siria sulla falsa riga dell'Egitto e della Giordania. Da questo
punto di vista l'Iraq assume un'importanza estrema per la sua
collocazione geografica. La sua presa permetterà agli USA di
sostituire il vassallo perso nel 1979 con la rivoluzione
iraniana e di destabilizzare il regime infido dei Saud.

La prossima probabile mossa per perfezionare questo progetto
sarà quella di chiudere i conti con il regime iraniano,
oltretutto colpevole di intrattenere buoni rapporti commerciali
con i paesi europei e con la Russia, oltre che collaborare con
la Cina nel campo militare. In questo senso bisogna segnalare
come l'offensiva strategica americana vada di pari passo con il
progetto di egemonia israeliana sul Medio Oriente. Da quasi due
decenni, infatti, i settori conservatori dell'élite politica
israeliana e di quella americana coltivano il progetto di
risistemare l'area a partire dalla centralità del paese ebraico
e dall'infeudamento ad esso dei paesi arabi.

In questa prospettiva i paesi arabi non possono permettersi di
esprimere un'autonomia politica, commerciale o militare. Il
trionfo di Israele a distanza di più di cinquanta anni dalla sua
fondazione non deriva, naturalmente, dall'esistenza di un
improbabile complotto "giudaico" ma dalla sua natura di paese
europeo, fondato da coloni che si posero come avamposto
dell'Occidente in un territorio strategico per le potenze che
allora come oggi si spartivano il mondo. Oggi esistono istituti
strategici comuni a Israele e USA che studiano la risistemazione
del Medio Oriente e che hanno accelerato la loro azione a
partire dal crollo del sistema sovietico, che ha tolto ai paesi
nazionalisti del mondo arabo il loro "sindacato" di riferimento.
La triste condizione dei palestinesi è figlia diretta del
mutamento di rapporti di forza sottesi alla risistemazione in
atto. Non diversamente la sorte di paesi come la Siria e l'Iran
sospesi tra la distruzione e il vassallaggio nasce dallo stesso
processo in corso.


L'EUROPA TRA FRAMANIA ED EUROAMERICA

Per quanto riguarda il primo obiettivo americano, quello
riguardante l'annullamento dell'Europa come soggetto politico e
prossimo possibile competitore globale, gli eventi recenti
costringono a sospendere il giudizio sulla riuscita o meno
dell'operazione americana.

Da un lato gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono riusciti a
spezzare il continente e l'Unione Europea tra quelle che Limes
(la rivista italiana di geopolitica) chiama "Fra mania" ed
"Euroamerica", isolando tedeschi e francesi i quali hanno
ricevuto la solidarietà esclusivamente del Belgio,
dell'insignificante Lussemburgo e la simpatia di Grecia e
Finlandia. Il resto del continente, pur tra mille distinguo, si
è schierato con gli USA e la Gran Bretagna rifiutando al nucleo
duro europeo il ruolo di guida politica e militare del
continente. Una sconfitta secca per Parigi e Berlino.

Questa sconfitta, però, inizia ad essere compensata sul piano
internazionale dall'acuto isolamento anglo-americano nei
confronti di Russia, Cina e dei paesi del sud del mondo che, in
sede ONU, stanno assumendo un'importanza assolutamente
inimmaginabile solo alcuni mesi fa. La creazione nei fatti di un
asse tra Francia, Germania e Russia (al quale aggiungere la Cina
il cui silenzio dice più di mille parole) capace di fungere da
polo di attrazione per i paesi direttamente minacciati
dall'aggressività angloamericana è un fatto nuovo del quale si
deve tenere conto.

USA e Gran Bretagna, sicuri vincitori nelle sabbie mesopotamiche
e distruttori dell'Unione Europea, rischiano di subire un
rovescio diplomatico di primo ordine all'interno dell'ONU e
delle sedi internazionali. Inoltre gli avvenimenti di queste
settimane non potranno che portarsi dietro pesanti conseguenze
all'interno della NATO che potrebbe anche sciogliersi o
diventare un guscio vuoto con l'approssimarsi di una nuova
guerra fredda che, stavolta, vedrebbe una parte consistente
delle "democrazie occidentali" schierate in opposizione all'asse
Londra-Washington. Insomma, forse non è ancora la fine
dell'Impero americano ma il mondo sembra avere imboccato la
strada che porta verso un ordine multilaterale. Se questa
ipotesi venisse confermata dai fatti ci troveremmo di fronte a
un rapido cambiamento nei paesi europei per quel che concerne la
composizione delle classi dominanti, la composizione della spesa
pubblica e l'importanza del settore militare nella composizione
sociale. Oggi nessun paese europeo esprime una classe dominante
e una struttura sociale adatta a un confronto di lungo periodo
con una potenza di peso equivalente o superiore.

Se "Fra mania" vorrà percorrere questa strada i mutamenti
sociali che produrrà al proprio interno non saranno cambiamenti
da poco e investiranno ogni ambito della vita sociale,
producendo una società militarizzata, a forte spesa militare e
proiettata al confronto esterno. Le conseguenze sulle libertà e
sulla dialettica di classe sono, credo, immediatamente
immaginabili.

La situazione più drammatica, però, spetterà a paesi come il
nostro o la Spagna che hanno il torto geopolitico di trovarsi
sulla linea del fronte tra "Fra mania" ed "Euroamerica", come
nella seconda metà del XX secolo si trovarono al confine tra
l'occidente americano e il mondo sovietico. Il blocco del
sistema politico, il contenimento sociale a suon di bombe e
stragi e la lotta all'interna delle classi dominanti condotta
con omicidi eccellenti e minacce di colpo di stato ne sono state
le conseguenze. Possiamo tranquillamente immaginare che una
prossima guerra fredda intereuropea produca le stesse
conseguenze della prima. E a questo dovremo prepararci,
iniziando a lavorare per impedire che il movimento per la pace
si trasformi in massa di manovra per le classi dominanti "fra
maniche" in cerca di legittimazione nel loro scontro con
l'impero americano.

Stefano Capello


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