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(it) A-Rivista Anarchica n.288: Bakunin e gli altri

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Date Sat, 12 Apr 2003 12:33:09 +0200 (CEST)


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Bakunin e gli altri

Il linguaggio epistolare, per definizione, è un linguaggio che
avvicina all’intimità di chi scrive perché colui che scrive
vuole innanzi tutto avvicinarsi all’intimità di chi legge. Una
lettera offre sempre una lettura della realtà descritta che
sfugge all’impersonalità, dal momento che è la persona ad essere
vettore e filtro dell’azione che si vuole comunicare, mettere in
comune, con il destinatario della missiva, l’altra persona.

Il libro di Arthur Lehning, Bakunin e gli altri. Ritratti
contemporanei di un rivoluzionario (Zero in condotta, Milano
2002, pp. 376, Eur. 16,50) recentemente tradotto magno cum amore
da Vincenzo Papa per la casa editrice Zero in condotta è
un’opera che - sotto questo profilo - è affascinante e strega,
in quanto offre al lettore l’opportunità di entrare in contatto
con l’immaginario storico-figurativo del XIX secolo attraverso i
ritratti che Mikail Bakunin dà dei suoi contemporanei e che
questi ultimi offrono della sua persona. Infatti, a volte pare
non di sfogliare un libro, quanto piuttosto un album fotografico
in cui si è sorpresi nel constatare i cambiamenti che il tempo e
le situazioni hanno segnato sui volti familiari dei personaggi
storici che sono tratteggiati nei 211 documenti qui raccolti (in
gran parte lettere, memorie, articoli di Aleksandr Herzen,
Vissarion Belinskij, Ivan Turgenev, Richard Wagner, Von Masoch,
Friedrich Engels, Karl Marx, Arnold Ruge, George Sand,
Pierre-Joseph Proudhon, Elisée Reclus, Jules Michelet, Errico
Malatesta).

In tal modo non è soltanto il ritratto del noto rivoluzionario
russo ad essere via via ricostruito attraverso le impressioni,
le emozioni ed i sentimenti riportati nelle missive e negli
articoli scritti dai suoi contemporanei, ma ugualmente sono i
ritratti degli stessi coevi che appaiono delinearsi
specularmente dalle loro osservazioni e dai loro commenti su
Bakunin. Quasi che l’impatto con la sua figura imponente ed
imperiosa (sia per la stazza fisica, sia per la "linfa vitale"
che da essa sprigionava e che uno scrittore russo ha chiamato
una perpetua primavera - p. 341) fosse così travolgente da
segnare e condizionare il comportamento di chi gli stava attorno
anche solo per breve tempo.

Più volte si è affermato quanto l’opinione dei contemporanei e
un’aurea leggendaria costruita attorno alla figura di Bakunin
abbiano lasciato un segno indelebile nella storia; tanto è vero
che nella "rappresentazione iconografica della rivoluzione -
come osserva Comidad nella nota introduttiva all’edizione
italiana - Bakunin ha assunto il ruolo di una figura antagonista
ma complementare rispetto a Marx". Sennonché, è proprio quella
sua "parte" di rivoluzionario scapestrato e arruffone che lo ha
salvato dal divenire un’immagine sacra e santificata dal
movimento rivoluzionario. Non perché - e forse più di altri,
sicuramente più di Marx - non avesse la stoffa dell’eroe, ma
perché dell’eroe non ha avuto necessità di apparire, in quanto
che il suo ascendente «emanava, vorrei dire, da tutto il suo
essere» (Bauler, p. 327).

Un "aspetto leonino", una "barricata in movimento", una "aurora
boreale" un "dio del tuono" un "vecchio abete gigante" sono
soltanto alcuni degli epiteti che si possono frequentemente
annotare fra la corrispondenza dei suoi contemporanei; e anche
quando si passa alle calunnie, come quella - orchestrata ad arte
dai seguaci di Marx - d’essere "agente segreto" al servizio
dell’impero russo, o quella di essere un "demagogo di
professione" - come recita l’atto della sua condanna a morte -
ugualmente si può intuire la forza che la sua possente figura
emanava. Una forza contagiosa e straripante che assicurava al
suo pensiero, alle sue idee, di poter contare su di una
personalità naif - per usare a prestito le parole del
naturalista tedesco Carl Vogt - «incapace di una vigliaccata,
fremente d’indignazione di fronte a delle ignominie sociali, che
adora, allo stesso modo, la rivoluzione e le donne, che ama poco
gli uomini di spada e disprezza gli uomini avidi di denaro.» (p.
95)

Che poi, in quanto a disprezzare il denaro, «Il senso olfattivo
nei cani da caccia che scoprono le tracce della selvaggina è un
senso grossolano e del tutto embrionale, se paragonato al fiuto
di Bakunin quando si trattava di scovare denaro.» (Arnould, p.
307), la dice assai lunga a proposito di una vita spesa
interamente per la rivoluzione. Infatti, sebbene fosse nato da
una ricca famiglia nobile russa, e il padre - racconta Bakunin
nelle sue memorie, scritte negli ultimi anni di vita - fosse
«padrone di circa 2000 schiavi maschi e femmine, con il diritto
di venderli, di picchiarli, di farli trasportare in Siberia, di
consegnarli all’esercito come reclute e soprattutto di
sfruttarli senza pietà o, più semplicemente, di depredarli e di
vivere del loro lavoro forzato» (p. 26), condusse la maggior
parte della sua esistenza «sprovvisto di mezzi di sussistenza,
[sopravvivendo] grazie alle risorse che gli fornivano i suoi
amici più prossimi; [vivendo] più che modestamente, utilizzando
la maggior parte della sua magra disponibilità in denaro per
pagare l’affrancatura della sua voluminosa corrispondenza.»
(Ralli, p. 265).

Già, la sua "voluminosa corrispondenza". Doveva sembrare fatto
tanto ovvio e naturale incontrare Bakunin ai piedi di una
barricata durante una delle tante rivolte scoppiate a Berlino,
Dresda, Lione fra il 1848 e il 1870, che appare davvero
difficile poterlo immaginare tranquillamente seduto a scrivere
quella copiosa corrispondenza spedita ai quattro angoli del
mondo. Pure, a leggere le sue lettere e quelle dei suoi
contemporanei, vien proprio da affermare che se non lo si
trovava sulla barricata è perché era scappato un attimo a casa,
giusto il tempo per rispondere ad alcune lettere, stilare
qualche segreto organigramma ed intrattenersi in allegra
compagnia.

Scriveva, scriveva sempre. Non libri, lettere. I libri - quei
pochi libri pubblicati nel corso della sua vita, perché
occasionalmente aveva trovato i soldi per farlo - non erano
altro che la continuazione di lunghe lettere, e di queste
possedevano lo stile volitivo e l’impeto battagliero di
un’esortazione a "fare presto". Racconta Vyrubov, l’esecutore
testamentario di Aleksandr Herzen: «Cominciava di solito con una
lettera a uno dei suoi neofiti; a poco a poco la lettera
raggiungeva la lunghezza di un articolo da rivista, il quale
articolo prendeva visibilmente l’ampiezza di un opuscolo.
Talvolta il suo pensiero errabondo non riusciva a fissarsi e ne
usciva un volume più o meno spesso; i primi fogli erano composti
e corretti da molto tempo quando si scopriva, a manoscritto
concluso, che mancava il denaro per pubblicarlo; le prove di
stampa venivano allora sistemate su di una mensola, aspettando
circostanze più favorevoli.» (p. 243).

Ma è appunto quest’estesa corrispondenza destinata a fortificare
i timidi, a destare gli assopiti, a tracciare piani di
propaganda o di rivolta, che può forse aiutarci a comprendere la
prodigiosa azione di Bakunin avuta nell’organizzazione del
movimento rivoluzionario ai tempi della Prima Internazionale dei
Lavoratori. Non sarà allora questo il motivo che avrà forse
spinto la casa editrice Zero in Condotta a redigere il presente
volume (impreziosito dai disegni a china di Gianna Papa tratti
da fotografie dell’epoca), nella speranza che la rilettura delle
epistole bakuniane possano ancora suscitare simili "cattivi
pensieri"?

Benjamin Atman


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