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(it) A-Rivista Anarchica n.288: La foto strappata

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Date Fri, 11 Apr 2003 17:53:43 +0200 (CEST)


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La foto strappata

Ricordando la "buona amicizia" tra l’amministrazione USA e la
coppia Osama Bin Laden e Saddam Hussein.

Il quotidiano inglese "The Independent" un paio di mesi orsono
pubblicò una vignetta in cui erano raffigurati Saddam Hussein e
Bin Laden, i due pericoli pubblici numero 1, quelli contro i
quali George II, il presidente dei petrolieri e dei mercanti
d’armi, ha scatenato la guerra santa contro il terrorismo, la
guerra permanente, la guerra, minaccia Bush, destinata a durare
30 anni.

Nella vignetta del giornale inglese i ritratti di Saddam e Bin
Laden erano incollati insieme alla meno peggio, come in un
fotomontaggio mal riuscito. In altre due vignette si vedevano le
immagini "originali", quelle nelle quali i due erano ritratti
accanto al presidente degli Stati Uniti durante un colloquio
amichevole. Il vignettista di "The Independent" raffigurava così
un fatto universalmente noto: la trascorsa buona amicizia tra
l’amministrazione USA e due personaggi le cui innegabili
malefatte in altri tempi erano taciute o giustificate in nome
della lotta con il satanasso dell’epoca, rappresentato dai
regimi dell’Est europeo. Tramontato l’impero del male, gli
scenari sono cambiati e le alleanze di un tempo sono state a
gran velocità messe nell’archivio in cui giacciono le cronache
ormai muffite.

Non è certo abitudine dei libertari scandalizzarsi per il
cinismo dei potenti, della loro sfacciata disinvoltura, di
un’etica le cui coordinate variano velocemente nel tempo e nello
spazio a seconda delle alleanze e degli interessi del momento.
Vale comunque la pena in questa tragica vicenda della seconda
guerra irachena o, per meglio dire, della seconda fase di un
conflitto ormai ultradecennale, osservare la doppia morale delle
argomentazioni con le quali gli Stati Uniti hanno preteso di
giustificare il massacro. Si sono moltiplicate le biografie di
Hussein, gli articoli volti a dimostrare la natura perversa e
criminale dell’uomo. Non sono neppure mancate le cronache
dell’infanzia infelice, dura, povera, di un bambino dai natali
oscuri. Come non di rado accade il nemico è sempre in qualche
modo affetto da una patologia: il suo attaccamento al potere, la
sua ferocia, la sua volontà predatoria «devono» essere connotate
patologicamente. In questo modo, il proprio attaccamento al
potere, la propria ferocia, la propria volontà predatoria
assumono le vesti rassicuranti della necessità. Una necessità
magari dolorosa ma ineludibile: come il bisturi di un chirurgo.

Quei 100.000 morti nascosti

Intendiamoci. Il presidente iracheno è indubbiamente un
lestofante di prima caratura. Peccato che, nel lontano 1988,
quando le sue truppe gasavano a morte gli abitanti dei villaggi
del Kurdistan iracheno, solo pubblicazioni e riviste underground
fossero disponibili ad ospitare i reportage e le impressionanti
immagini della strage perpetrata. Rammento con quale fatica gli
studenti curdi nel nostro paese facevano circolare le notizie di
quel genocidio. Secondo Amnesty International le vittime
toccarono le 100.000. Oggi quei morti anonimi, in una regione di
cui i più allora ignoravano persino l’esistenza, sono saliti
alla ribalta delle cronache, come tassello, tra i tanti, della
macchina propagandistica statunitense. Naturalmente, come nella
foto strappata dell’"Independent", il governo degli Stati Uniti
omette di dire che nel periodo dei massacri perpetrati dal
governo di Saddam nelle regioni curde, così come nella
precedente guerra tra Iran ed Iraq, il sostegno politico,
militare ed economico al regime iracheno non è mai venuto meno.
A dire il vero il milione di morti nel feroce conflitto tra Iran
e Iraq resta per lo più sepolto nella sabbia della memoria,
poiché, non dimentichiamolo, l’Iran continua a far parte
dell’asse del male e, quindi, quei morti non hanno valore
propagandistico.

Tutti oggi ricordano che la prima guerra del Golfo ebbe inizio a
seguito dell’invasione irachena del Kuwait, i più dimenticano
tuttavia, che gli USA, fieri paladini della sovranità
kuwaitiana, non molto tempo prima avevano mostrato ben altro
atteggiamento nei confronti di Panama e della sua sovranità. Le
ormai famose «pistole fumanti» sono giuste se nelle mani degli
autoproclamati difensori della libertà e della democrazia. Armi
nucleari, missili intercontinentali, ordigni batteriologici o
chimici divengono strumenti del diavolo o «portatori di pace» a
seconda di chi li impugna. La guerra degli USA è giusta perché
sono giuste le sue ragioni. Come dice il Cavalier Berlusconi,
dopo averci liberato dal nazismo e dal comunismo, i prodi
americani ci solleveranno dalla minaccia del feroce Saladino,
dalla barbarie islamica. Costi quel che costi, noi tutti e il
popolo iracheno in primis, gusteremo i frutti della pax
americana. Una pace che per 13 bambini su 100, nei dieci anni
dopo la prima guerra nel Golfo, ha significato non arrivare a 5
anni, raddoppiando il tasso di mortalità infantile registrato
prima dell’inizio del conflitto. La stessa pace che ha portato a
6.000 casi di leucemia al mese tra i bambini. Una pace che ha
visto drasticamente ridursi l’accesso all’acqua potabile, alle
cure, ai medicinali, al cibo per una popolazione massacrata
dalle bombe e stremata dall’embargo.

Nella fase guerreggiata del primo conflitto in Iraq vennero
sganciate 88.500 tonnellate di bombe. Il "Washington Post" lo
definì il bombardamento più concentrato della storia. Di queste
bombe, solo il 7% era costituito da «ordigni» intelligenti,
ossia il fiore all’occhiello della propaganda americana, quella
cui si deve la mirabile invenzione della guerra chirurgica,
quella che interviene per asportare il male senza danneggiare il
paziente. In realtà oggi sappiamo che i proiettili all’uranio
impoverito, usati massicciamente in Iraq, ne hanno gravemente
contaminato l’aria e il suolo e sono all’origine di quella che è
stata definita la «Sindrome del Golfo». Oltre a decine di
migliaia di iracheni, ne sono stati colpiti diversi militari
statunitensi reduci dal Golfo che si sono ammalati o hanno
generato figli deformi. Quale tipo di «chirurgia» gli USA
avessero applicato in Iraq viene chiarito già pochi mesi dopo la
fine della prima guerra del Golfo sulle pagine del "Washington
Post": "Anche se molti dettagli sono stati chiariti, le
interviste a coloro che sono stati coinvolti nella scelta dei
bersagli, svelano tre principali contrasti con la precedente
posizione dell’amministrazione Bush, incentrata su una campagna
mirata unicamente alla distruzione delle forze armate irachene,
dei loro mezzi di rifornimento e del loro comando. Alcuni
bersagli, soprattutto nella fase finale della guerra, furono
bombardati principalmente per determinare degli effetti post
bellici sull’Iraq, non per influenzare il corso del conflitto in
sé. Gli strateghi ora dicono che il loro intento era distruggere
o danneggiare strutture preziose che Baghdad non avrebbe potuto
riparare senza assistenza da parte di paesi stranieri... A causa
di questi obiettivi, i danni agli interessi e alle strutture
civili, invariabilmente descritti dai relatori durante la guerra
come ‘collaterali’ e involontari, a volte non lo sono stati
affatto".

Gli USA hanno usato armi di distruzione di massa, massacrato
indiscriminatamente la popolazione civile, affamato e assetato
un intero paese in una guerra feroce. Oggi Bush II si accinge a
finire il lavoro iniziato da suo padre, si prepara alla
soluzione finale, all’ultimo atto della "tempesta nel deserto".
Quando è "giusta" la guerra è pace, come nella sin troppo spesso
inverata distopia del buon vecchio Orwell.


Maria Matteo

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/




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