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(it) "Il Nuovo Secolo Americano" - Il Capitale Totale Alla Prova Dei Conflitti Interimperialistici

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Date Fri, 11 Apr 2003 12:35:58 +0200 (CEST)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
http://www.ainfos.ca/
http://ainfos.ca/index24.html
________________________________________________

Da: Meletta <meletta@aconet.it>

DAL Forum Internazionale "Il piano inclinato del capitale. Crisi,
competizione globale e guerre", Roma, 12-13 aprile, Ore 9.30, Hotel
Universo (via Principe Amedeo)

Comunicazione di Marco Melotti (della redazione di "Vis-à-Vis" Quaderni
per l'autonomia di classe)
http://web.tiscalinet.it/visavis - karletto@rm.ats.it

* * * * *

"Il Nuovo Secolo Americano"

Il Capitale Totale Alla Prova Dei Conflitti Interimperialistici


1)

Dopo l’evento "Twin Towers", sul falso dilemma
americanismo/antiamericanismo è andata articolandosi una defatigantissima
campagna mediatica, cui hanno ritenuto di dare il proprio contributo
ampie schiere di più o meno accreditati "esperti": un estenuante
balletto che ora, nel definitivo, virulento dispiegarsi di una guerra
peraltro mai interrottasi, sin dal 1991, giunge ad assumere valenze di
intollerabile oscenità.

Al di là dell’etimo, che già di per sé invalida la valenza semantica che
ai due termini si è preteso imporre, stravolgendone l’intrinseco
riferimento geografico ad un’intera area continentale, di per sé non
rapportabile alla specifica dimensione geo-politica degli Stati Uniti
d’America, resta il dato inconfutabile che dietro tale "spettacolo",
tanto avvilente quanto indisponente, si obliterano aspetti essenziali
della fase che stiamo attraversando, sia delle sue articolazioni
presenti, che dei suoi surdeterminanti presupposti storici.

Ciò detto, stante la triviale canea delle tifoserie "americaniste", che
vanno instancabilmente scagliando anatemi nei confronti della marea umana
sollevatasi, su scala planetaria, contro l’aggressione all’Iraq da parte
di Bush, precisiamo subito che non si possono pretendere fantomatiche
"dissociazioni", dal regime dispotico di Saddam, da parte di chi in
quella marea si identifica integralmente. Consimili "garanzie", semmai,
andrebbero richieste a coloro che l’autocrazia del satrapo iracheno
hanno patrocinato e foraggiato per lunghi anni, usandola come uno dei
tanti "governi fantoccio" eretti contro l’insorgenza di un
anticolonialismo laico e "modernizzatore" (il cosiddetto nasserismo),
troppo recalcitrante rispetto alle ingerenze del nuovo plenipotenziario
yankee, subentrato a Francia ed Inghilterra, nel contesto del mondo
arabo, dopo il crollo dell’Impero Ottomano.

Nonostante tale doverosa precisazione, chi scrive ritiene però di dover
comunque rilevare che, a ennesima conferma di una "regola" non scritta,
afferente all’intero campo della politica, il satrapo tribalista Saddam
sta oggi facendo pagare, all’intero popolo iracheno, il tragico prezzo
della sua illusione insensata di poter giocare impunemente, sullo
scacchiere mondiale, una partita impossibile con i suoi originari
"padrini" d’oltre Atlantico.

Se nel 1991, costoro si erano accontentati di ridimensionare il suo
regime, interrompendo la "tempesta nel deserto" onde mantenerlo comunque
in vita, come feroce gabbia di contenimento disciplinare per una regione

attraversata da tensioni in grado di mettere a rischio gli equilibri
dell’intera area mediorientale, oggi, ben altri progetti muovono le
armate a stelle e strisce.

Ed è così che, ancora una volta, il megalomane sogno di una ennesima
"marionetta politica", convintasi di poter giungere a manovrare il
proprio burattinaio, sta immancabilmente infrangendosi contro la dura
realtà della legge del più forte, che da sempre surdetermina qualsiasi
gioco inscritto nell’orizzonte di una politica intesa come "metodologia
di potere". La decisione, presa da Saddam nel 2001, di pretendere il
pagamento delle sue pur contingentate derrate petrolifere in Euro,
anziché in Dollari, era ovviamente finalizzata ad un tentativo di
smarcamento dal giogo
statunitense, a favore di una nuova partnership privilegiata con la Ue;
ma probabilmente proprio quella manovra ha offerto l’ultimo decisivo
impulso all’attuale scelta di aggressione da parte di Washington, nei
confronti di colui che nel 1979 era stato insediato al potere proprio
grazie ai "buoni uffici" della Cia, con un golpe che era stato definito,
fra i tanti orchestrati, come il <<preferito>>.

Con quella mossa Saddam aveva di fatto firmato la propria condanna a
morte, andando ad interferire (come il classico "vaso di coccio fra vasi
di piombo") nel nuovo nascente conflitto interimperialistico che segnerà
gli anni a venire: quello fra diverse "aree valutarie" (considerate
unitamente alle relative sfere di influenza finanziaria). E non è certo
casuale la fase di profonda destabilizzazione che sta attualmente
paralizzando il Venezuela, unico altro paese produttore di petrolio che
ha compiuto lo stesso passo dell’Iraq, "in favore" della moneta europea!

Chi credeva di poter affrancarsi da una subalternità totale nei confronti
di coloro che ne avevano supportato strumentalmente l’ascesa al potere,
s’è trovato alla fine dentro un gioco assolutamente troppo grande per
lui e ne sta facendo pagare le estreme conseguenze ad un popolo che ha
oppresso per più di vent’anni e che, malgrado ciò, non può certo
esimersi dal resistere all’odiosa arroganza di chi lo vorrebbe
restituire alle "libertà
democratiche" a suon di cannonate ed annessi "effetti collaterali".

Saddam non ha saputo valutare, nella loro abnorme portata, le nuove
dinamiche innestate dalla fine del bipolarismo e della guerra fredda, a
seguito dell’implosione eterodiretta del blocco del "socialismo irreale",
e si riscopre oggi nella veste della povera pedina che non ha mai
cessato di essere!

Intorno a lui s’è instaurata una sorta di cortocircuito perverso, che
l’ha trasformato nel nuovo "nemico" prescelto dagli Stati Uniti, nella
loro ormai esplicita strategia di egemonia planetaria, all’interno di un
"nuovo ordine mondiale" definitivamente incentrato/parametrato su di
loro e ad essi disciplinatamente subordinato. Un nuovo nemico la cui
"testa mozza" costituirà un monito assai eloquente per quanti stanno
coltivando l’aspirazione di attentare in qualche modo alla supremazia
incontrastata e incontrastabile di Washington (a cominciare, ovviamente,
dalla Ue che l’avvicinamente di Saddam aveva certamente stimolato e che,
per ritorsione, non verrà certo invitata ai banchetti del costituendo
governatorato statunitense della Mesopotamia).


2)

Il "fortunato" pretesto per palesare al mondo intero tale loro strategia,
dandole il crisma di un’ufficialità inappellabile, è stato offerto agli
Usa, in modo ultra-spettacolare e con potenza mediatica assolutamente
dirompente, dall’evento delle Twin Towers. Fu lì, che quel "complesso
militare-industriale", già denunciato circa un cinquantennio fa, dal
presidente repubblicano Eisenhower, ed oggi artefice sommo della pur
"faticosa" elezione di Bush, ritenne di poter finalmente uscire allo
scoperto, cominciando a manovrare il proprio pupillo verso la definitiva
esplicitazione programmatica del reale progetto sotteso al suo
insediamento nella "camera ovale".

Fu lì che, per strano paradosso della storia, riemerse il rimosso della
"grande nazione americana", coniugandosi, in modo perversamente
"virtuoso", con la più pregnante attualità del suo presente.

Un presente segnato da una crisi profonda. La crisi di quel modello di
società che, nell’immaginario collettivo dell’intero paese, si sostanzia
e si identifica in modo totale negli "States". Il modello, cioè, del
capitalismo e del suo mercato. Assi portanti, questi, su cui, durante il
secolo XX, si è appunto andata sedimentando la valenza mitopoietica di un
"castello ideologico" trasudante "accoglienza", "libertà", "democrazia",
nella pretesa che siffatte virtù siano costitutivamente ed
imprescindibilmente intrinseche alla decantata "filosofia" dell’"american
way of life".

Evidenziatasi mentre ancora pesava, come un incubo insopportabile, la
disfatta ingloriosa subìta in Vietnam, tale crisi è perdurata di fatto
sino ad oggi.

Una crisi strutturale, di sistema, evidentemente. La più classica
esemplificazione di quanto il Moro di Treviri seppe individuare come
ineludibile contraddizione oggettiva, costitutivamente incistata dentro
il cuore del ciclo accumulativo del capitale: quella "caduta tendenziale
del saggio di profitto" che mina dalle fondamenta stesse il modello di
produzione/riproduzione sociale imposto ormai su scala planetaria, da
Monsieur le Capital.

Quella crisi, comunemente definita "da sovrapproduzione", è andata
implacabilmente erodendo, via via, il sogno tutto "americano" di uno
sviluppo pervasivo e ininterrotto del modello di vita "a stelle e
strisce". E, malgrado gli svariati palliativi di volta in volta
escogitati, per contrastarne gli effetti [1], proprio essa ha
costituito, di fatto, un elemento di destabilizzazione strisciante, nei
processi di
autoidentificazione della "nazione" statunitense.

Mentre davvero il mondo, ormai omologato nel segno di una mercificazione
e precarizzazione universali [2], veniva sospinto all’emulazione
dell’"american way of life", in forza dell’inerzialità cogente del
mercato stesso, ormai globalizzato, per strano paradosso, dentro il
ventre profondo della nazione che era stata il primum movens di tali
processi, andava invece lentamente crescendo un oscuro quanto
sconosciuto senso di insicurezza.

Dopo i "trenta ruggenti", in cui gli Usa si erano percepiti (allora, con
ragione) come il motore centrale del "nuovo ordine" seguito alla seconda
guerra mondiale [3], e dopo la fugace ripresa di entusiastiche certezze
in un mondo infine unificato sotto le insegne del "libero mercato" e
della "libera impresa", a seguito della "caduta del muro", già dai primi
anni novanta, la dura legge di quello stesso mercato da loro eletto a
sommo arbitro delle umane vicende, cominciò a contraddire in modo
impietosamente evidente il sogno di un’eternizzazione dell’universale
"bengodi", di cui pretendevano aver spalancato le porte al genere umano.

E il peggio fu che i segnali provenienti da quel mondo che si era
"generosamente" provveduto a liberare dal "satana sovietico",
incomprensibilmente, non evidenziavano alcuna riconoscenza. Al contrario,
essi risultavano sempre più allusivi di una sorta di accerchiamento
ostile nei confronti dei "liberatori" e del loro modello di vita (pur
spesso penosamente emulato), sino a minacciare competitivamente il
livello di benessere che questo necessariamente implicava [4].

Insomma, nel momento stesso della sua presunta agognata realizzazione, il
"sogno americano" ha iniziato a sbiadirsi e si è venuta incrinando
sempre più profondamente l’assolutistica certezza nella diade
capitale/mercato, da sempre fondante l’immaginario yankee, in ogni sua
pur diversa coniugazione [5].

D’altronde, gli "spiriti animali" di un capitale fattosi "neo-liberista",
in forza di un dominio planetario sempre più incontrastato [6], ma anche
e soprattutto di un drastico restringimento delle proprie possibilità di
valorizzazione [7], hanno marchiato il ventennio che abbiamo alle
spalle, mettendo alla frusta il "lavoro" in ogni parte del globo. Ma,
come già accennato, ogni escamotage "tirato fuori dal cappello" ha
ottenuto solo piccoli riaggiustamenti insignificanti e momenti di
ripresa economica sostanzialmente effimeri, e non si è potuto impedire
che tornasse a scatenarsi una feroce lotta intestina, fra "potentati
economici", al fine dell’accaparramento di sbocchi di mercato sempre più
difficoltosi. Laddove, smentendo ineluttabilmente le aspettative di un
mercato globale in grado di autoregolarsi armoniosamente, al di là delle
classiche strettoie costituite dagli "Stati-nazione", la classica
forma-stato ha mantenuto un ruolo essenziale sul piano del
disciplinamento interno, "trascendendo" invece se stessa nel nuovo
contesto di aggregati politico-economici, sostanzialmente definiti
secondo "aree valutarie" e in crescente concorrenza fra loro, sotto il
morso di una crisi permanente.

La pseudo-categoria di "Impero" [8], che qualche anima bella (nostalgica
dell’attualismo gentiliano) aveva preteso inventarsi, come
rappresentazione di una nuova epoca sostanzialmente "progressiva" e
segnata dall’immanenza di un comunismo inscritto, qui ed ora, in un
fantomatico potere costituente moltitudinario in atto, questa patetica
rivisitazione "post-marxiana" dell’attualismo gentiliano, si sgretola
dunque sotto i colpi di maglio di un capitale fattosi totale, ma ancora
e sempre più lacerato dalle proprie ineludibili contraddizioni
materiali.

Il terzo millennio si apre, per tragico paradosso, col ritorno
all’antico: l’incubo della guerra sopravvive, più tremendo che mai, al
depotenziarsi della forma-stato e reimpone all’ordine del giorno la
necrosi
imperialistica di Monsieur le Capital, con tutto il tragico fardello che
essa ha sempre comportato per l’umanità tutta.


3)

Di fronte, dunque, all’affiorante incubo di un declino ormai
inaspettatamente percepito come davvero incombente, nella percezione di
una "crisi di sistema" riaffacciantesi proprio nel momento del più
assoluto "trionfo" del "modello americano", ecco che – come si è
accennato poc’anzi – riaffiora il rimosso.

La crisi che sta attanagliando l’intero ciclo del capitale totale, a
livello mondiale, è stata percepita negli Stati Uniti come una "calamità"
riguardante univocamente se stessi, e su tale sentimento, miratamente
fomentato dai media e dal mondo politico, si è costruita dapprima una
sorta di sindrome di accerchiamento e, dopo le Twin Towers, la
convinzione di una minaccia globale alle fondamenta stesse di quella che
da più parti (purtroppo anche "da sinistra") si è voluto accreditare
come la "più Grande Democrazia" del mondo, soprattutto per meriti
speciali antinazisti (per inciso, verrebbe da chiedersi in quale modo,
da tali parti, vengano considerati i venti milioni di morti che l’Urss
ha sacrificato contro Hitler!?).

Se Bush, il vaccaro texano etilista riconvertitosi, sulla via del
petrolio di famiglia, alla "religione dei padri", può impunemente
cianciare dei particolari favori che Dio gli avrebbe garantito, sulle
tracce del lontano predecessore McKinley [9]. Se l’"unto dal signore",
insediato "di forza" alla Casa Bianca grazie ad una cordata di sponsor
non propriamente timorati di Dio, può reinterpretare in senso estensivo
la cosiddetta "Dottrina Monroe", dei primi dell’800, rifacendosi
direttamente alla più compiuta articolazione di essa che fu
successivamente formulata da O’Sullivan, nella "Dottrina del Destino
Manifesto". Se, su tali "nobili" basi, Bush può vantarsi di mantenere il
saldo appoggio della grande maggioranza dei suoi concittadini, nel
momento stesso in cui, continuamente, l’evidenza dei fatti riduce a
brandelli le sue reiterate, deliranti promesse [10], il fatto non può
essere attribuibile a meri fenomeni di manipolazione mediatica.

Certo, l’"informazione" artatamente pilotata svolge ormai un ruolo di
condizionamento che non si può non definire "di massa" (e il "caso
Berlusconi", in Italia ne è limpida quanto avvilente riprova). Hermann
Goering ebbe a dire: <<Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre
portato al volere dei capi. E’ facile. Tutto quello che dovete fare è dir
loro che sono attaccati, e denunciare i pacifisti per mancanza di
patriottismo e per esporre il paese al pericolo. Funziona allo stesso
modo in tutti i paesi>>. Ma il fatto sottaciuto dal pur esperto nazista
è che, al fondo della manipolabilità delle coscienze e dei i
comportamenti, esistono ed agiscono, oltre, ovviamente, le
determinazioni materiali del tessuto sociale, anche fattori di
condizionamento precedentemente sedimentatisi in quella "zona d’ombra"
che possiamo definire, per approssimazione, come inconscio o immaginario
collettivi.

Se dunque, oggi, il popolo statunitense può sentirsi in diritto di
imporre al mondo quella che lo stesso Kohl, da sempre di stretta
osservanza "filo-atlantica", ha definito come l’indebita "pax americana"
(per non citare l’anatema lanciato a più riprese dal Papa, contro chi si
fa "strumento del diavolo" ricorrendo alla guerra di aggressione). Se
esso si riconosce a larga maggioranza nella politica di potenza,
dispiegatamente militaristica, di un presidente eletto sì e no da un
quarto di esso, non si può pensare che si tratti solo di "sudditanza
psicologica" nei confronti delle capacità affabulatorie dei media o dei
ghost-writer della Casa Bianca. Né, tanto meno, di un disegno
lucidamente strumentale e trasparente a se stesso, come quello che, ad
esempio, fu possibile leggere nei comportamenti operai degli anni
sessanta, a favore della "sporca guerra" del Vietnam ed in aspra
collisione con i movimenti pacifisti di quei giovani, sui quali allora
incombeva la minaccia necrogena della coscrizione obbligatoria [11].

No. C’è dell’altro, evidentemente. Ed è il fatto che il "clan Bush", ben
lungi dal rappresentare soltanto un’esigua "oligarchia di destra
radical-nazionalistica" (come amerebbero pensare i "liberal americanisti"
di tutto il mondo), oggi, riesce a parlare alla "sua America", così come
non era affatto riuscito a fare durante la campagna elettorale. E ciò è
potuto accadere perché, dunque, "quell’America" esiste davvero ed oggi è
riemersa, facendosi maggioranza, sotto la spinta del sordo senso di paura
che le infonde la crisi, da cui rischia di venir travolto il suo
"modello di vita".

C’è, infatti, un humus culturale, o meglio "ideologico" (in senso
marxiano), nascosto e innervato nelle pieghe di quella che viene
comunemente indicata come l’"America profonda". Esso ha radici lontane,
risalenti ai tempi leggendari dei "Padri Fondatori" e costituisce una
sorta di "sfondo" inamovibile dell’identità yankee. Mille volte
esorcizzato nelle forme e nel lessico della "politica ufficiale"
statunitense, e mille volte riaffiorato, si può forse affermare che esso
rechi con sé un senso di colpa mai davvero elaborato. E una colpa
pesante come una orrenda montagna, effettivamente, segna le origini
stesse di quella nazione che troppo facilmente si è voluta e voluto
identificare come "culla della democrazia".

C’è voluto un incallito "radical" ereticale (non certo tacciabile di
"vetero comunismo") come Chomsky, per scoperchiare impudicamente il pozzo
profondo di una memoria collettiva rimossa: la memoria di una
"fondazione" intrisa del sangue di due popoli letteralmente immolati
sull’altare dell’edificazione del "mondo nuovo", gli indiani d’America e
i neri africani. I primi, schiacciati e massacrati in quello che subito
divenne il "mito della frontiera", l’epica della colonizzazione intesa
tout court come civilizzazione modernizzatrice indubitabilmente
positiva, i secondi, schiavizzati e divorati come carburante naturale
per quel "mito del progresso" che andò condensandosi intorno alla
crescita vorticosa dell’economia del nuovo e più avanzato "laboratorio",
allestito da Monsieur le Capital [12], oltre Atlantico.

Ed è triste dover constatare la tuttora perdurante fascinazione, anche di
una cospicua area della "sinistra", nei confronti della pesante,
oggettiva valenza mistificatoria contenuta in quella Costituzione degli
Stati Uniti d’America (in vigore dal 1787) che, comunemente, viene
assunta come una delle più avanzate Costituzioni dell’intera "modernità
democratica".

A parere di chi scrive, al contrario, quella prima e certo rivoluzionaria
carta costituzionale fondò il nuovo "Stato della Libertà" su una
rimozione tanto colpevolmente mistificante, quanto drammaticamente densa
di rilevantissime implicazioni, che segneranno l’intera epoca a cui
aveva aperto il passo, quella dell’avvento al potere della nuova classe
borghese. Paradossalmente, quella "Magna Charta" giunge ad essere
massimamente esplicativa di tale avvento, proprio là dove tace, dove più
colpevolmente fa opera di scotomizzazione e di astrattizzazione,
rispetto alla realtà storico-sociale cui pretende dare forma politica:
quella realtà, appunto, indelebilmente marchiata dalla tragedia di due
popoli che, per la loro "diversità", furono semplicemente deprivati del
riconoscimento di qualsivoglia diritto umano.

Chi forse ha più lucidamente evidenziato tale risvolto, costitutivo della
"nazione americana", è stata Hanna Arendt [13], la quale ne ha
malauguratamente avallato l’intrinseca valenza mistificatoria. Facendosi
complice di una distorsione ideologizzante delle determinazioni concrete
degli accadimenti sottesi alla "rivoluzione americana" [14], essa ha di
questa elogiato enfaticamente proprio la capacità di rimuovere l’elemento
condizionante del "bisogno", della bruta necessità, che, al contrario,
"macchiano" a suo dire il 1789 francese! La discepola di Heidegger giunge
così ad involarsi anch’ella, nelle sublimi trascendenze di una "libertà"
conquistata e formalizzata … semplicemente rimuovendo il peccato
originale dell’ininterrotto massacro genocida dei popoli indigeni e
della
plurisecolare tratta in schiavitù delle popolazioni africane.


4)

Ebbene, proprio in quella rimozione è probabilmente inscritto il gene di
quegli "isterismi ciclici" (come benevolmente li ha chiamati, qualche
generoso estimatore dell’"americanismo") che da sempre connotano gli Usa.
Come dice bene Chomsky, la sopraffazione, sino a forme di autentico
genocidio, dell’altro da sé, non può non inscriversi in
un’irrazionalistica pretesa di costitutiva (razzisticamente genetica?!)
superiorità: una sorta di mistica del "popolo eletto".

Un approccio alla realtà, quindi, intriso di fondamentalismo religioso e
di una messianica fede nei propri superni destini, dove l’opposizione
manichea fra il "bene" ed il "male", fra Dio e Satana, nega e dissolve
la mediazione della politica stessa, intesa come
trasposizione/risoluzione, nelle forme dell’astratto, della dialettica
reale. Le contraddizioni materiali vengono "semplicemente" negate, in
nome di un assolutistico scontro fra polarità oppositive assolutizzate.

Questo "atteggiamento" riaffora reiteratamente nell’intero arco dei due
secoli di storia degli Stati Uniti, ed ha sempre supportato l’immancabile
consenso interno ottenuto dalle loro ormai infinite aggressioni militari
in giro per il mondo, comunque camuffate, con l’unica eccezione del
Vietnam, delineatasi però soltanto dopo interminabili anni di escalation
militare e di massacri orrendi.

Ma oggi, il contesto di fase cambia radicalmente la valenza dell’ennesimo
"ritorno del rimosso" nelle sembianze del clan del Dr. Stranamore
texano.

L’integralismo nazional-militaristico dell’intero staff insediatosi alla
Casa Bianca, pur attingendo alle solite lontane radici (il misticismo
predicatorio dei Padri Pellegrini), si apre oggi su scenari tragicamente
foschi: la crisi che travaglia il capitale totale, e sta erodendo
l’egemonia Usa, ha da tempo devastato quella sfera della politica che il
capitale stesso aveva originariamente delegato alla mediazione/recupero
delle proprie contraddizioni materiali.

Nel corso degli anni ottanta, la politica aveva lasciato il passo
all’economia e la logica aziendalistica d’impresa aveva definitivamente
assunto il comando diretto, al fine di destrutturare quelle "rigidità di
sistema" che la forma-stato recava implicitamente in sé, ai tempi in cui
la conflittualità sociale imponeva margini di redistribuzione e,
soprattutto, quando ancora le dinamiche del ciclo di valorizzazione
consentivano l’investimento in ammortizzatori sociali.

Si era così, di fatto, decretata la morte della politica, nell’illusione
che il mercato globale potesse spontaneamente autoregolarsi … ma le cose,
come si è visto, sono andate in ben altra maniera, ed oggi il più grande
colosso militare del mondo, percependo con terrore la graduale ma
continua erosione della propria "base economica", ed aggrappandosi
all’unica incontrovertibile superiorità che ancora può vantare, sul
piano militare, ha deciso unilateralmente un passaggio ulteriore: dalla
morte della politica alla politica della morte!

La dichiarazione della "guerra totale, permanente e preventiva", che
l’aggressione all’Iraq ha operativamente sancito, e che riguarderà
chiunque sarà ritenuto sospetto di non accettare supinamente l’"egemonia
benevola" dello Zio Sam, costituisce un salto di paradigma definitivo,
nel senso che scardina totalmente ogni parametro di regolazione sino ad
oggi usato, nel contesto delle relazioni internazionali.

Nella risoluzione "National Security Strategy of the United States",
promulgata il 20 settembre del 2001 [15], si esplicita con protervia
assoluta il progetto di una sorta di "bonapartismo su scala globale", in
cui tutti i poteri (legislativo, giudiziario ed esecutivo) siano
concentrati in un unico stato, "legittimato" al ruolo di gendarme unico e
inappellabile, solo in base alla propria superiorità assoluta sul piano
militare. <<Un mondo unipolare in cui gli Stati Uniti non abbiano rivali
che possano star loro alla pari [ed in cui] nessuno stato o coalizione
possa mai sfidare la loro posizione di leader, protettore e poliziotto
globale>> [16].

Un tale disegno strategico può evidentemente venir concepito soltanto se,
appunto, si dà per scontato che sia definitivamente decaduto di senso il
"campo della politica" e si ritenga irrefutabilmente instaurato il
dominio arbitrario del più forte!

Non si è più di fronte soltanto ad un’aspirazione competitiva e/o
espansionistica, fra plurimi interlocutori interagenti e comunque
omogenei, sul piano della "soggettività politico-istituzionale", ma
all’assurdo giuridico di un "diritto internazionale unipolare". Laddove,

l’instaurazione di una condizione di conflitto bellico permanente
implica, di necessità, la repressione più ferrea di qualsivoglia forma
di dissenso anche (e soprattutto!) sul fronte delle dinamiche sociali:
uno stato di emergenza senza fine, quindi, entro cui ingabbiare il
conflitto
capitale/lavoro, riducendolo a mero "fenomeno di devianza patologica", su
cui riparametrare l’intera macchina repressiva sia a livello globale,
che a livello dei singoli stati, in un unico progetto di orwelliana
"istituzione totale".

La posta in gioco, dunque, è assolutamente epocale: da un lato si tratta
della sopravvivenza non già del solo "modello di vita americano", ma del
capitalismo in quanto tale, da un altro lato sono in gioco le stesse
sorti dell’umanità, su cui torna ad incombere lo spettro di un’ennesima
ecatombe bellica, che questa volta potrebbe davvero essere definitiva. E
quel che più risulta drammatico è il livello di totale "incoscienza" di
Bush & C.: inebriati dalla loro stessa propaganda, sembrano essersi
autointossicati, avvitandosi in deliri di onnipotenza davvero "alla Dr.
Stranamore". Un’immane, tragica pazzia megalomane, genocida e suicida al
contempo [17]!


5)

L’oscena arroganza della plutocrazia militare statunitense apre dunque a
scenari apocalittici, a fronte dei quali risalta, purtroppo, la
limitatezza estrema della discussione "a sinistra". Al di là delle
penose sceneggiate su "americanismo o antiamericanismo", "guerra corta o
lunga", "Bush o Saddam", "occidente o oriente" [18], tutto quello che
per lo più si riesce a proporre è il ripristino delle regole formali del
diritto internazionale, la rilegittimazione dell’Onu, e nei casi più
"estremi" l’accelerazione del processo costituente dell’Europa Unita,
come fattore di equilibrio e contraltare strategico, rispetto
all’arroccamento aggressivo degli Usa.

Decisamente poco, rispetto alla portata della svolta che ha segnato
l’aggressione sostanzialmente unilaterale di questi (che si son persi
pure i fedeli "cugini anglofoni" del Canada e della Nuova Zelanda)
contro lo "stato-canaglia" iracheno. E, soprattutto, se si pensa che il
"New York Times", subito dopo il 15 febbraio, seppe commentare la marea
immensa dei 110 milioni di uomini e donne che sciamarono per le più
grandi metropoli della Terra, urlando il loro rifiuto della guerra, come
l’unica altra vera "superpotenza", oltre quella yankee.

In effetti, il giudizio formulato dal quotidiano, coglie nel segno. Se
oggi, a fronte di una serie di poli alternativi ancora molto in ritardo
rispetto ad essi, gli Usa costituiscono la punta avanzata
dell’astrattizzazione spettacolare del capitale, nonché - di conseguenza
- la condensazione imperialistica più compiutamente attrezzata, per il
dispiegamento di una nuova emergenza bellica, su scala planetaria, allora
l’unica forza potenzialmente in grado di contrastarne l’assoluta
predominanza può essere costituita proprio da chi non ne segue la
dinamica e si definisce in modo assolutamente altro.

E quei cento milioni ed oltre di individui che quel fatidico 15 febbraio
hanno deciso di rispondere al tam tam telematico per uscire fuori, nelle
piazze e nelle strade, per marciare insieme, urlando la loro rabbia ed il
loro rifiuto di delegare chicchessia a decidere in loro nome un’ennesima
strage di fratelli e sorelle, quella marea smisurata come mai nella
storia si era vista, all’unisono ha detto no alla barbarie di un "Re"
ormai orribilmente nudo davanti ai loro occhi!

Dentro quella marea traspariva, in nuce, l’insorgenza di una comunità
umana (il "Gemeinwesen" marxiano) che si chiamava fuori dalle regole
dello spettacolo e della mediazione politica, nel contatto diretto del
testimoniare/agire insieme contro un "Potere" percepito come sempre più
distante ed arroccato in una logica totalmente autoreferenziale.

Certo, quella massa smisurata, per ora, riesce ad esprimere più che altro
la forza già comunque di per sé dirompente "dei numeri" (e lo dimostra
l’allarme lanciato dal "New York Times" e la spirale di crescente
repressione in cui si sta cercando di accerchiarla), ma è chiaro che in
essa già ora vive una tensione che va al di là di quella pace, che pur
viene richiesta con rabbia anche esasperata.

Il movimento "per la pace" che si è spontaneamente incanalato nel solco
proveniente da Seattle e, prima ancora, dalla Selva Lacandona, trascende
la pace stessa e aggredisce de facto, radicalmente il "nodo" della
guerra, disvelandone le vere radici nel suo costituire, qui ed ora, il
modo d’essere del capitale ormai giunto al punto del suo massimo
sviluppo.

Il no alla guerra, così come il no al neo-liberismo, alludono
inevitabilmente al no al capitalismo tout court.

E proprio per questo è tanto più grave che "da sinistra" provengano
segnali di un ammorbante propensione all’impaludamento nelle secche di
un dibattito tutto formalistico sulla "democrazia e le sue regole",
sullo "stato di diritto", sul "diritto internazionale" e cosi via …
divagando.

Ormai in procinto di ridefinire lo scenario del proprio dominio
planetario, riscatenando una guerra interimperialistica fra i propri
differenti comparti produttivi e finanziari (divisi non più per
agglomerati
geo-politici, ma per aree valutarie transnazionali), il capitale ha
decretato non già l’estinzione dello stato, ma la fine della "sua"
democrazia rappresentativa. Ciò, nell’invalidazione irreversibile delle
regole che soprassedevano al ciclo della rappresentanza da esso stesso a
suo tempo innescato, funzionalmente alle dinamiche astrattizzanti del
proprio ciclo di valorizzazione.

Dinanzi a tale svolta, cadere (ancora una volta!?!) nella trappola di
voler ostinarsi ad insegnare a Lor Signor come fare il loro mestiere
sarebbe semplicemente mostruoso!

La Terza Internazionale è morta e la Seconda, che quella partorì, giace
da tempo completamente putrefatta, insieme a tutti i suoi sogni di
"social-riformismo".

Se già era illusorio pensare di poter rimettere la "mordacchia" della
politica agli "spiriti animali" di un capitale tanto più insofferente di
regole, quanto più stretto nella morsa di una crisi di valorizzazione via
via più assillante, oggi, di fronte al ritorno impetuoso dei venti di
guerra che minacciano catastrofi inimmaginabili, tale intento diventa
addirittura demenziale. E ben poco vale illudersi che cambi qualcosa,
proponendosi di ragionare "più in grande", magari ricadendo nei vecchi
giochini da aspiranti Machiavelli, all’insegna del tristemente noto
ritornello "il nemico del mio nemico è mio amico". Anche se proprio in
tale deleteria ottica, infervorate moltitudini già si stanno schierando
sul fronte di un fantomatico "stato sociale d’Europa", nell’illusione di
poter individuare nell’asse franco/tedesco l’araba fenice di un
keynesismo ormai invece resuscitabile soltanto in chiave militaristica.

No, il "pacifismo" della Francia gronda del sangue delle popolazioni
dell’Africa centrale ed occidentale, nei cui paesi Parigi non ha mai
cessato di intervenire militarmente, in un’ottica apertamente
imperialistica (e concorrenziale con gli Usa), mentre quello di Berlino
non ha evitato la mattanza pluriennale dei Balcani, scatenatasi proprio
per l’iniziale riconoscimento unilaterale tedesco della Slovenia, in
nome dell’area mittleuropea del "grande Marco". E poi la storia dovrebbe
aver ormai dimostrato ad abundantiam che non esistono imperialismi
"cattivi" e imperialismi "buoni".

Il percorso che si dovrà dunque seguire, non potrà passare per le
strettoie di una politica di alleanze istituzionali, snaturante quanto
suicida. Le uniche alleanze saranno quelle "dal basso", dentro lo
scontro quotidiano contro il dominio e lo sfruttamento capitalistico,
sul piano dell’impegno diretto e personale di ciascuno, verso
l’individuazione dei percorsi idonei a ritessere le trame della memoria
e della coscienza di classe, dentro i processi materiali di
ricomposizione di quel proletariato universale che, solo, potrà
ribaltare il tavolo da gioco, su cui l’imperialismo sta di nuovo
allestendo le sue partite di morte.


Roma, 9 aprile 2003
Marco
Melotti*
*(della redazione di: Vis-à-Vis Quaderni per l’autonomia di classe)

___________________________________________________________________________


NOTE:

1] Anzitutto, intensa finanziarizzazione del ciclo di capitale, ma anche
liberismo neo-monetarista sfrenato, liberalizzazione selvaggia del
mercato del lavoro, ritorno massiccio all’estorsione di plusvalore
assoluto (sino a forme di sfruttamento che si sarebbe portati a definire
come "schiavitù salariata"), smantellamento del welfare e sua
sostituzione col warfare (una sorta di "cripto-neo-keynesismo" in salsa
militarista), ecc.

2] Inevitabili pendant dell’ingannevole miraggio di un’opulenza
consumistica tanto sbandierata, quanto di fatto negata ai più.

3] Un ordine segnato dal conflitto a bassa intensità col "nemico d’oltre
cortina", da cui essi traevano semplicistica quanto strumentale conferma
per il loro autoidentificarsi quali "alfieri delle libertà democratiche".

4] L’autentica sindrome da mania di persecuzione che assalì gli States,
al tempo del rampatismo espansionistico dell’economia nipponica, sotto
le bandiere del "toyotismo", fu un segnale molto eloquente in tal senso.
D’altronde, è pur vero che lo "Zio Sam", dal secondo dopoguerra, per
lunghi anni, ha potuto contare su una notevole "compattezza interna"
(cioè una drastica atrofia della dialettica di classe), proprio grazie
ad un "mondo del lavoro" rabbonito e reso complice, tramite laute
redistribuzioni di quanto garantiva l’assoluta egemonia politica ed
economica degli Usa sull’"occidente".

5] Di fatto, essa costituisce il fil rouge che, nella storia degli Usa,
riconduce ad un’intrinseca univocità paradigmatica anche "logiche
politiche" profondamente divergenti, come, ad esempio, il "roosveltismo"
e il "maccartismo".

6] L’Urss, oltre che dalle proprie contraddizioni interne, fu
letteralmente strangolata dalla rincorsa sul piano militare, nei
confronti di Reagan.

7] Il ciclo di lotte, non solo italiane, del decennio ‘68/’77 fu
sconfitto, in buona sostanza, grazie alla ristrutturazione tecnologica
su base telematica (il "chip"!), che stravolse completamente l’intero
ciclo produttivo, flessibilizzando la forza-lavoro e frantumando i
luoghi fisici della sua compattezza e rigidità (le megafabbriche e le
"catene" meccaniche), nonché introducendo un processo di "glocalizzazione"
(ri-localizzazone su scala globale) e velocificazione permanenti dei
processi produttivi, lungo filiere estese attraverso l’intero pianeta. Si
giunse, talvolta, ad un autentico "delirio pantecnologico" finalizzato
all’autonomizzazione del capitale rispetto alla forza-lavoro, ma
l’ineludibile necessità dello sfruttamento di questa, ai fini della
valorizzazione, ben presto ebbe ragione di tali demenzialità, anche se
alla fine è certo che quell’epocale innovazione tecnologica innescò un
processo di aumento esponenziale della composizione organica del
capitale e, quindi, di quella caduta tendenziale del saggio di profitto
che mina alle fondamente il ciclo stesso della valorizzazione
capitalistica, sin dalle sue origini. La risultante inevitabile ne fu la
crisi di cui si sta qui trattando, che si esprime nell’attuale
situazione di un mercato globale segnato da una domanda cronicamente
sottodimensionata, rispetto alle reali potenzialità/necessità
accumulative del sistema complessivo.

8] Il riferimento, qui, è a Toni Negri il quale, evidentemente, oltre che
dello spiritualista Gentile, è raffinato esegeta anche di Karl Kautsky e
della sua teoria dell’"ultraimperialismo".

9] Il presidente William McKinley, verso la fine del XIX secolo, dichiarò
che era stato investito da Dio del nobile compito di "papparsi" le
Filippine, per civilizzare e cristianizzare i suoi abitanti.

10] Le smentite che la realtà dei fatti ha prodotto, ai danni di Bush e
del suo staff, sono ormai un dato acquisito ed è inutile soffermarvisi.
Dalla scontata cattura di Bin Laden, alla rapida pacificazione
democratica dell’Afghanistan, dall’affrancamento delle donne afghane
dall’oppressione talebana, allo sbrigativo e trionfale successo dei
liberatori anglosassoni in Iraq, dall’amicizia fidatissima della
Turchia, alla guerra chirurgica contro i solo pochi sostenitori di
Saddam, agli ultra-garantiti sistemi d’arma intelligenti, ecc.ecc.,
tutte queste "certezze" decantate da Bush, alla prova dei fatti, si sono
dissolte come neve al sole … del deserto; il che non potrebbe che
rallegrare chi scrive, se non fosse per le ricadute orrende che
l’operato di tale "invasato" va producendo su migliaia e migliaia di
esseri umani!

11] Oggi, la leva obbligatoria negli Usa è stata abrogata e l’esercito è
composto di mercenari, sia pur immancabilmente di estrazione proletaria:
la certezza di una sorta di "morte civile" da disoccupazione, purtroppo,
può pesare di più del "solo" rischio di una "morte bellica!

12] <<Negli Stati Uniti, ad esempio, si rese necessario individuare delle
giustificazioni per l’eliminazione della popolazione indigena e per
l’economia basata sullo sfruttamento della schiavitù (compresa l’economia
del Nord nel primo periodo; il cotone era il petrolio della rivoluzione
industriale del XIX secolo). L’unico modo per giustificare il fatto che
tu stia schiacciando sotto il tuo stivale il collo di qualcuno è
sostenere che tu sia incredibilmente ed esclusivamente magnifico e che
l’altro sia incredibilmente ed esclusivamente orribile. È una delle
fonti principali del razzismo, che ancora esiste, tanto è introiettata
nella nostra cultura ­ e in quella dell’Ovest più in generale ­ che va
al di là delle coscienze e che, una volta messa in evidenza, può a
malapena essere capita da chi è debitamente istruito>> (Noam Chomsky, "
No War", in "Chomsky sulla guerra" su "ZNet Sustainer Program", 31 Marzo
2003).

13] Hanna Arendt, "Sulla rivoluzione", Edizioni di Comunità, Milano,
1983.

14] Atteggiamento, questo, certo più giustificabile in un Tocqueville, il
quale, da figlio del suo tempo, non poté sottrarsi al fascino della
nuova forma-stato nata dalla "rivoluzione americana".

15] L’esigua distanza dal 11 settembre fa ben comprendere che, di fatto,
il documento era già pronto sin da prima dall’evento delle Twin Towers,
che ne "legittimò" l’"ufficializzazione". D’altronde, com’è ormai
stranoto, fin dagli anni '90, nell’"associazione" Project for New
American Century (www.newamericancentury.org), i cui componenti sono
oggi tutti nello staff di Bush, si andava maturando la scelta strategia
che oggi trova applicazione concreta. Nel documento "Rebuilding America’s
Defences: strategy, forces and resorces for a new century", stilato nel
settembre 2000, si legge: <<Inoltre, il processo di trasformazione, anche
se implica un cambiamento rivoluzionario, probabilmente sarà lungo, in
mancanza di un evento catastrofico e catalizzatore - come un nuovo Pearl
Harbour" (p. 63) !

16] G. John Ikenberry, in "Foreign Affairs", Settembre/Ottobre, 2002.

17] Rasenta ormai l’incredibile, il livello di tracotante aggressività
con cui si urlano al mondo i propri "diktat" e le proprie minacce di
ritorsioni per i disobbedienti, da parte di Bush e dei suoi più stretti
collaboratori !

18] E meno male che il Papa, con la posizione radicalmente pacifista che
ha subito assunto, ha di fatto troncato sul nascere l’ennesima,
demenziale diatriba su "Islam o Cristianesimo" !




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