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(it) Umanità Nova n.13: Alle radici del conflitto in Iraq

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Date Thu, 10 Apr 2003 11:37:45 +0200 (CEST)


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Da "Umanità Nova" n.13 del 6 aprile 2003

Alle radici del conflitto in Iraq
Progetto per un nuovo secolo americano


Tra le varie ragioni addotte per giustificare la guerra contro
l'Iraq, due sembrano maggiormente gettonate, oltre quella del
petrolio naturalmente: la missione contro il terrorismo
all'indomani dell'11 settembre 2001, che prevede il ricorso alla
guerra duratura e, da quest'anno, anche preventiva; la
democratizzazione dei paesi a scarsa vocazione liberale come
corollario della colonizzazione mercantile del mercato globale e
quindi dei mercati locali.

Quest'ultimo alibi dell'amministrazione Bush è smentito dalla
stessa pianificazione anglo-americana, che sembra non concordare
sul futuro democratico dell'Iraq e della regione araba
mediorientale all'indomani di Saddam Hussein, destinato a essere
sacrificato dopo aver reso numerosi servigi alla causa
occidentale sino ad oggi. Una prova è l'altalenante dialettica
con la Turchia per ciò che concerne l'autonomia curda nel
Kurdistan iracheno, che costituirebbe un pericoloso precedente
per il regime turco, preoccupato di far quadrare il cerchio
della progressiva avvicinamento all'Unione Europea risolvendo in
termini classici l'appartenenza alla cittadinanza turca di 10
milioni di non-cittadini di etnia curda dentro i loro territori,
la cui condizione è suscettibile alla sirena indipendentista o
fortemente autonoma-federalista balenata come scambio in Iraq
per l'appoggio dei peshmerga alle truppe anglo-americane contro
Saddam, dittatore sanguinario dei curdi con buona pace degli
attuali denigratori di Saddam muti e distratti nel 1988 quando,
con le armi chimiche vendutegli da imprese tedesche e americane,
gasava ad Halanja 5mila civili.

La banale considerazione storico-politica che la democrazia è un
processo di conquista civile di diritti e libertà maturate nella
conflittualità sociale, esclude la guerra quale vettore di
produzione esogena di istituzioni e di pratiche culturali che
solo le popolazioni, nella dura contrapposizione con i propri
governanti, possono conquistarsi senza aiuti esterni per giunta
non graditi e violenti. Del resto, così sono nate le democrazie
in Occidente e non si capisce perché altrove debbano nascere
altrimenti, tranne che tale obiettivo sia espresso solo per uso
propagandistico...

Per quanto invece concerne la prosecuzione della guerra duratura
contro il terrorismo non-statale dell'11 settembre, oltre a
mancare le prove del coinvolgimento del regime di Saddam con Al
Qaeda, fonti interne all'establishment Usa smentiscono
clamorosamente tale tesi ugualmente propagandistica. Già i
lettori di UN (n. 41 dell'8 dicembre 2002) hanno potuto leggere
la sintesi finale di un lungo studio politico bipartisan sulla
difesa americana da minacce terroristiche sul suolo nazionale,
elaborato e stilato negli anni 1997-2001, sotto amministrazione
democratica del presidente Clinton, che con lungimiranza
sospetta anticipava modifiche politiche e istituzionali avvenute
con accelerazione non improvvisa all'indomani dell'11 settembre.

Ho sotto mano un Report del Project for the New American
Century, datato settembre 2000, alla vigilia del voto in Florida
che decideva la vittoria presidenziale del candidato Bush grazie
ai riconteggi dei voti di uno stato governato dal fratello e con
l'intervento della Corte Suprema. Tale documento, stilato da
studiosi e esperti che oggi risiedono in alcuni posti-chiave
dell'amministrazione americana (tra cui William Kristol, Robert
Kagan e Paul Wolfowitz), si riallaccia al Piano di difesa
americana varato dall'allora Segretario alla difesa dell'era
Bush sr. nel 1992, Richard Cheney, poi passato a dirigere la
Hullyburton, impresa a vasto raggio di commissioni belliche che
col Pentagono sta attualmente lavorando per ritagliarsi una
bella fetta degli aiuti Usaid nella ricostruzione del
dopo-Saddam, grazie ai buoni uffici del suo ex Ceo oggi niente
meno che vice-presidente Usa.

Il titolo del Report è Rebuilding America's Defense. Strategy,
Forces and Resources for a New Century, che sarebbe il XXI
secolo, da rendere il secolo americano senza competitori e
rivali analoghi per peso e potenza, come fu nel XX dell'era
bipolare quando il predominio andava diviso in condominio con
l'altra superpotenza (magari un po' sopravvalutata). Oltre a una
serie di raccomandazioni sul ruolo delle diverse forze armate e
sui suoi armamenti strategici, il Report invita a riconsiderare
innanzitutto la flessione del budget del Pentagono che sfiorava
appena il 3% del Pil, riportandolo ad oltre il 4.5%, pari a 90
mld di $ annui (Bush dopo l'11 settembre l'ha ulteriormente
innalzato a quasi 150 mld $!). Il budget del Pentagono è infatti
funzionale dal ruolo di dominio "unipolare" che gli Usa dovranno
esercitare nel pianeta, dopo la vittoria della guerra fredda:
"Gli Stati Uniti dovranno essere risoluti a plasmare un nuovo
secolo favorevole ai principi e agli interessi americani? [Per
fare ciò], è necessario un esercito forte e pronto ad affrontare
le sfide presenti e future; una politica estera che promuova con
vigore e determinazione i principi americani all'estero; una
leadership nazionale che accetti le responsabilità globali degli
Usa".

Ciò significa, per gli autori del Report, un rafforzamento delle
strategie offensive dei corpi congiunti d'armata, in grado di
tutelare gli interessi e i valori americani nei tre grandi
teatri di interesse su cui scaldare i muscoli per imporre il
proprio dominio unipolare in via unilaterale: Europa,
Medioriente e, soprattutto, Asia orientale, indicato come il
teatro strategico per eccellenza. Già il campo di azione ed il
peso politico specifico del Segretariato di Stato è stato
snellito a favore del Pentagono e dei Dipartimento del tesoro e
del Commercio Estero congiuntamente, mentre il residuo di
multilateralismo viene sacrificato a meno che le élite locali
dei vari paesi alleati non si subordinino all'unica superpotenza
(anticipiamo una delle considerazioni di Tom Barry, studioso
americano, in un prossimo saggio che apparirà sul trimestrale
"Libertaria" il prossimo mese di aprile).

Che l'Iraq costituisca un banco di prova di questa strategia a
lungo termine di dominio planetario è già acquisito sin dal
1994, quando gli eredi sconfitti dell'amministrazione Bush Sr.
pregustavano la rivincita non tanto contro Saddam quanto contro
il mondo intero che allora legava le mani agli Usa nell'ampia
coalizione guidata dall'Onu limitatamente alla liberazione del
Kuwait. Oggi in più, rispetto ad allora, emerge una chiara
consapevolezza di tale missione secolare, intrisa di
integralismo religioso, che conduce gli autori del Report ad
ipotizzare un ulteriore corpo d'arma (dopo l'Esercito, la Marina
e l'Aviazione), ossia lo US Space Forces per un dominio
sull'atmosfera il cui controllo consente la tenuta dei sistemi
di Comando integrato delle comunicazione e delle risorse
tecnologiche e informative che fanno la differenza nelle nuove
concezioni belliche (peraltro spiazzate da vecchie tecniche di
resistenza anomale: guerriglie classiche e informatiche,
partecipazione civile armata, ecc.).

Certamente, il Report del 2000 non anticipa gli scenari odierni
con puntualità, non prendendo affatto in considerazione quanto
l'uso esclusivo delle armi rappresenti un segno di debolezza
politica poiché difficile risulta conseguire reale egemonia sul
pianeta senza utilizzare la politica e confidando solo sulla
deterrenza nucleare da far diventare compatibile con gli usi
usuali delle armi strategiche (quindi in un certo senso
tatticizzandole) e più in genere con gli enormi arsenali di armi
di distruzione di massa, rimproverati incertamente a Saddam ma
di certa proprietà in mano alle più grandi potenze del pianeta.
Tuttavia, il Report segna l'indubbio pregio della chiarezza di
intenti, leggibili nero su bianco, che delineano una strategia
complessiva del ruolo Usa nel mondo, al di là probabilmente del
destino di questa amministrazione Bush e delle successive: un
ruolo di dominio unipolare che avrà nell'oriente asiatico il
momento clou del conflitto permanente in questo XXI secolo, e
che quindi comincia a costruire una manovra a tenaglia in Medio
Oriente e nell'area caspica centro-asiatica per predisporre al
meglio la pedine e gli apparati logistici (quindi anche di
forniture energetiche) in vista della battaglia finale,
asfissiando e accerchiando a lungo termine il competitore rivale
degli Usa a metà XXI secolo, confliggendo quindi con le pretese
della destra americana democraticamente (ma con quanti brogli?)
al potere.

Salvo Vaccaro

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