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(it) Umanità Nova n.13: Il movimento di opposizione alla guerra

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Date Wed, 9 Apr 2003 13:43:40 +0200 (CEST)


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Da "Umanità Nova" n. 13 del 6 aprile 2003

Il movimento di opposizione alla guerra
Potenzialità e limiti


Il movimento contro la guerra che si sta sviluppando a livello
planetario e che pare avere in Italia una consistenza
particolarmente rilevante pone nuove domande e nuove
contraddizioni al nostro intervento. Le pone perché la lotta
politica non è solita farci la cortesia di svolgersi sempre
eguale a se stessa e perché gli attori in campo mutano di
posizione e di pratiche.

Sarebbe, di conseguenza, sbagliato porre l'accento, quando
affrontiamo le questioni, solo sulle posizioni politiche e sulle
caratteristiche degli uomini e delle donne che giocano un ruolo
nel movimento "pacifista" senza interrogarci sulle forze
profonde che determinano la situazione attuale.

Schematizzando al massimo, si può affermare che l'opposizione
alla guerra ha raggiunto in Italia dimensioni senza precedenti a
memoria d'uomo. Quest'ampiezza, questo essere maggioranza del
paese, sembra condannare la sinistra radicale ad un ruolo di
gruppo di pressione mentre lo spazio politico è occupato dal
pacifismo. Una condizione favorevole, per un verso, ed una
difficoltà, per l'altro.

Può, forse, valere la pena di porre l'accento su quello che
distingue l'opposizione alla guerra attuale rispetto a quella
nei Balcani di qualche anno addietro.

Allora il "blocco occidentale" era "unito" non, ovviamente, nel
senso che le élite occidentali non erano in sotterranea guerra
interna, questa è la regola del gioco, ma in quello che
l'egemonia americana era sufficientemente solida da garantire ai
partner subalterni uno spazio politico, per un verso, e da
tenerli a bada, per l'altro.

Oggi, la vittoria ai vertici degli USA di una banda di affaristi
legati alla destra radicale determina la rottura dei vecchi
codici. Da una parte gli USA trattano i propri lacchè da lacchè
e questo può essere sopportabile per la destra italiana ma non
per stati di una qualche consistenza. Dall'altra si è disegnato
un asse eurasiatico tendenzialmente ostile al dominio USA. Di
conseguenza, il partito della guerra si identifica, anche in
Italia, con il partito americano in maniera perfetta.

Allora la chiesa cattolica era impacciata dall'asse privilegiato
con la Croazia, è bene ricordare la beatificazione dei martiri
ustascia, mentre oggi gioca liberamente la propria opposizione
profonda all'élite wasp statunitense. Un fatto del genere spacca
il blocco moderato in maniera impressionante. Chi, come me, ha
avuto occasione di leggere, nell'anticamera del dentista,
"Famiglia Cristiana" non può non aver notato che i discorsi non
dei cattolici di sinistra ma del cattolicesimo ufficiale sono
sicuramente netti e radicali.

Allora la sinistra era al governo e doveva dimostrare la propria
fedeltà agli USA e far dimenticare i propri trascorsi
filosovietici, oggi al governo è una destra che bada a far
dimenticare i trascorsi antiamericani di molti suoi esponenti.
La sinistra, ammaestrata dalle vicende di Genova due anni
addietro, sta proseguendo la propria rigenerazione movimentista
lasciando a qualche bada di irriducibili talebani liberal la
nostalgia della sinistra "di governo" che dice e fa le stesse
cose della destra sempre e comunque.

Quando i disgustosi esponenti della destra ricordano agli
altrettanto disgustosi esponenti della sinistra che, durante la
guerra dei Balcani, il governo non ha battuto ciglio hanno,
questo è evidente, ragione ma hanno torto quando pretendono il
monopolio dell'incoerenza. L'attuale sinistra di opposizione
dimentica la passata sinistra di governo come l'eventuale futura
sinistra di governo dimenticherà l'attuale sinistra di
opposizione.

Infine, e non lo ritengo un elemento secondario dello scenario
attuale, l'attacco americano sta rafforzando il formarsi di un
blocco antiamericano nel mondo arabo e, in generale, nelle
periferie del mondo. Il tradizionale antimperialismo di sinistra
trova nuove energie e nuovi riferimenti nella mobilitazione a
favore dell'Iraq. Nelle stesse metropoli, masse rilevanti di
immigrati si schierano in misura preponderante contro la guerra
o, meglio, contro questa guerra. Il fatto che sovente usino
linguaggi e si riferiscano a culture radicalmente estranei alla
tradizione della sinistra occidentale pone problemi nuovi che,
per ora, vengono elusi mediante il semplice adattarsi, come
avviene a diversi settori dell'Autonomia, sulle posizioni dei
leader delle comunità degli immigrati. Un paradossale
rovesciamento rispetto al passato, se una volta l'Unione
Sovietica e le forze che egemonizzava utilizzavano i movimenti
dei paesi periferici, oggi questi movimenti utilizzano quanto
resta della sinistra dura e pura.

Un quadro del genere aiuta a comprendere alcune delle difficoltà
dell'oggi del sindacalismo alternativo, difficoltà che non sono
prive di rilievo anche per l'azione degli anarchici in quanto
tali.

Come è noto, un cartello di forze sufficientemente largo aveva,
ad esempio, stabilito che allo scoppio della guerra si sarebbe
immediatamente risposto con lo sciopero generale. Sarebbe stata,
a mio avviso, la posizione più corretta politicamente e più
efficace praticamente. La riuscita delle manifestazioni del 20
ritengo stia a dimostrare la plausibilità di questa tesi.

Nelle settimane precedenti lo scoppio della guerra è cominciata
una discussione defatigante fra le organizzazioni sindacali
alternative ed al loro interno. Una parte consistente del
sindacalismo alternativo premeva perché si attendesse la
proclamazione dello sciopero ad opera della CGIL e perché, di
conseguenza, non si dessero indicazioni precise. Come è norma,
in contingenze del genere, la carovana ha proceduto alla
velocità dei carri più lenti e lo sciopero immediato non è stato
organizzato (un telegramma notturno di copertura degli scioperi
immediati e spontanei è, sino a prova contraria, un'altra cosa).


Naturalmente la CGIL, in attesa di CISL e UIL (ognuno attende
qualcun altro, è la regola delle attese), ritiene di aver fatto
il dover suo coprendo un paio di ore di sciopero il 20 marzo.

Nei fatti, il sindacalismo alternativo, che pure ritrovando
l'unità sullo sciopero del 2 aprile ha fatto un significativo
passo avanti, non ha svolto il ruolo che il suo radicamento e le
sue potenzialità gli avrebbero assegnato.

Eviterei polemiche eccessive e liquidazioni frettolose, il
sindacalismo alternativo non è, non ha mai preteso di essere, un
blocco d'acciaio di forze sovversive. D'altro canto, non
sottovaluterei questo segnale di debolezza o, perlomeno, di
indecisione.

Il nodo politico che ritengo vada affrontato è evidente.

Come ci si muove quando non si è in splendido isolamento ma si
hanno, di fatto, alleati fortemente disomogenei? Come è
possibile coniugare flessibilità nell'azione e rigore nelle
posizioni e nelle proposte?

Due errori sono possibili: il settarismo che ci isolerebbe dalla
massa in movimento e la subalternità alla maggioranza moderata
o, peggio, ai gruppi dirigenti neoistituzionali che la dirigono.
La consapevolezza di questi pericoli non ci dice come
affrontarli ma è la premessa della possibilità di affrontarli.

Si tratta, in ogni caso, di sviluppare contemporaneamente una
presenza significativa nelle mobilitazioni "unitarie" su
contenuti propri e una capacità di azione e di proposta
autonome. E, per poterlo fare, è necessario denunciare in
maniera chiara e serena gli stessi limiti ed ambiguità del
movimento contro la guerra.

Cosimo Scarinzi

http://www.ecn.org/uenne/




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