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(it) Umanità Nova n.30 - Dibattito: L'autunno caldo dell'immigrazione

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Date Fri, 27 Sep 2002 06:06:25 -0400 (EDT)


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Da "Umanità Nova" n. 30 del 22 settembre 2002 



Dibattito
L'autunno caldo dell'immigrazione 


Quest'articolo, una sorta di bilancio dell'ultimo anno di lotta
contro la Bossi-Fini, può costituire un primo momento di
confronto per l'apertura di un dibattito sul movimento
antirazzista nel nostro paese. È un terreno sul quale oggi più
che mai è indispensabile allargare il confronto e le occasioni
di intervento. Un intervento la cui urgenza è testimoniata dalle
continue stragi sui mari, di cui quella consumatasi al largo di
Porto Empedocle non è che l'ultima di una lunga, tragica serie.


Se proprio si volesse trovare qualche risvolto positivo nel
decreto Bossi-Fini sull'immigrazione, recentemente approvato
dalla Camera, bisognerebbe ricercarlo nella dimensione unitaria
che ha determinato nel fronte di lotta per i diritti dei
lavoratori a partire dal dicembre 2001. La prima grande
manifestazione contro il decreto di legge in questione, tenuta a
Roma il 19 Gennaio scorso, ha visto infatti la partecipazione
unitaria di lavoratori italiani e immigrati in una prospettiva
realmente solidarista e internazionalista, forse per la prima
volta dopo anni. Sotto la parola d'ordine dell'universalità dei
diritti, è emersa una percezione comune che esiste un
collegamento preciso tra l'attacco ai diritti degli immigrati
dettato dalla Lega e dalle frange più razziste del governo da un
lato, e l'aggressione alla classe operaia nostrana con la
proposta di modifica dell'articolo 18 dello Statuto del
Lavoratori, dall'altro. Emerge sempre più chiara inoltre la
consapevolezza che il razzismo interno è l'altra faccia della
medaglia rappresentata dalle politiche guerrafondaie contro i
paesi poveri del Terzo Mondo messe in campo per difendere gli
interessi predatori delle potenze occidentali. 

Si fa strada, in pratica, la coscienza che un approccio
meramente solidaristico al problema dei lavoratori migranti non
è più sufficiente, di fronte all'evidente paradigmaticità che la
condizione di migrante va assumendo in un mondo sempre più
attraversato dalla contraddizione tra globalizzazione delle
merci e restrizioni alla libera circolazione delle persone.
Nello stesso tempo, il modello liberale basato sull'universalità
dei diritti umani e civili e sull'estensione progressiva di
alcuni minime garanzie sociali ai gruppi meno abbienti
(Welfare), manifesta ormai chiaramente la sua crisi, con il
ritorno a una concezione selettiva e discriminatoria dei diritti
e a forme di irregimentazione poliziesca e autoritaria della
società (si pensi alla tanto controversa questione dei rilievi
dattiloscopici, che dagli immigrati saranno estesi gradualmente
anche agli Italiani).

Il giro di vite rappresentato dalla Bossi-Fini nei riguardi dei
diritti degli immigrati è in questo senso propedeutico alla
compressione del potere contrattuale degli stessi lavoratori
nostrani: la semplificazione delle procedure di espulsione, il
rafforzamento dei centri di detenzione per clandestini, la
subordinazione del permesso di soggiorno alla durata del
contratto di lavoro, le misure restrittive dell'integrazione
sociale e culturale, l'aumento delle difficoltà per i
ricongiungimenti familiari etc., sono tutti segnali preoccupanti
di un'involuzione o imbarbarimento ulteriore dello stato dei
diritti civili, umani e sociali nel nostro paese. Il lavoratore,
abbia la pelle bianca o nera, il passaporto italiano o tunisino,
è visto sempre più come mera forza-lavoro, merce da scambiare
sul mercato (sempre più flessibile) del lavoro, senza diritti da
rivendicare o contrattare collettivamente e senza una propria
dimensione umana, sociale e culturale da valorizzare. La
docilità o ricattabilità del migrante è data dalla sua posizione
assolutamente precaria, perché legata alla durata del contratto
di lavoro e subordinata alla sua "buona condotta": per tutti i
comportamenti non consoni alle esigenze dell'azienda scatta il
licenziamento, vale a dire la fine del diritto a restare nel
paese ospite.

La consapevolezza che la Bossi-Fini non è altro che la
continuazione di una politica di controllo dei flussi inaugurata
dal centro-sinistra con il sostegno anche di Rifondazione
comunista ha spinto parecchie realtà di movimento a mobilitarsi
dal basso e a cercare di coordinare in qualche modo le proprie
realtà di lavoro o lotta sul territorio.

Di fronte allo scempio dei diritti più basilari del lavoro,
evidentemente il decreto Bossi-Fini ha svolto nell'ultimo anno
un ruolo di catalizzatore di lotte e proteste sociali articolate
secondo modalità e tempi differenziati su tutto il territorio
nazionale, ma con una sempre più efficace e consapevole volontà
di coordinamento. Le prime avvisaglie risalgono già al 24
novembre dello scorso anno, quando dal palco di una
manifestazione contro l'articolo 18 a Brescia risuonava
l'appello di lavoratori dalla pelle nera di creare un fronte
comune di lotta. Uno striscione esibito il 22 dicembre a Roma da
donne sudamericane e moldave già lanciava la parola d'ordine:
"solidarietà e diritti contro la legge razzista Bossi-Fini e
contro la guerra ai popoli del Sud del mondo ed ai migranti".[1]
A partire dalla manifestazione del 19 gennaio a Roma
praticamente le iniziative non si sono contate più. Il
coordinamento è stato assicurato nella maggioranza dei casi dal
"tavolo migranti" del social forum nazionale, realtà
costituitasi immediatamente all'indomani della manifestazione di
Roma. Al suo meglio, il coordinamento ha espresso la volontà e
capacità di mettere in rete le iniziative di lotta, senza
prevaricare o sovrapporsi alla voce autonoma degli immigrati. In
parecchi casi, è tuttavia emersa una forte crisi di
rappresentanza, specie al Sud, dove l'organizzazione e la
mobilitazione dal basso dei lavoratori migranti è comunque
sempre stata più problematica. Le iniziative si sono spesso
intrecciate con le vertenze a livello locale condotte dai vari
gruppi immigrati più o meno politicizzati e più o meno sostenuti
da organizzazioni militanti della sinistra di movimento.
Occupazioni di stabili dismessi, boicottaggio ai CPT, cortei
antirazzisti sono stati frequentissimi dalla Sicilia alla
Lombardia. La parola d'ordine è stata per lo più incentrata
intorno al diritto incondizionato al permesso di soggiorno in
Italia per tutti, senza limitazioni di sorta, e come garanzia
propedeutica di altri diritti fondamentali come il lavoro, la
casa, l'assistenza sanitaria, i diritti civili e politici, il
diritto a mantenere e valorizzare la propria identità, lingua e
cultura. Sul diritto di voto, il Coordinamento anti-razzista
della FAI ha espresso giustamente delle riserve politiche, anche
se personalmente ritengo che su questo punto andrebbe ascoltata
e rispettata la volontà autonoma delle singole comunità. 

Il coordinamento nazionale, pur con i soliti eccessi di
protagonismo di sigle e "portavoci", ha prodotto diverse
iniziative di lotta significative, come lo sciopero dei
lavoratori immigrati di Vicenza, lo scorso 15 maggio.[2]
Organizzato da Cub, Social forum e dalla CGIL per la parte
migranti, lo sciopero ha avuto una buona partecipazione di base,
con un corteo che ha contato circa 10.000 adesioni.[3] Anche gli
episodi di lotta di Treviso, con l'occupazione di diversi
stabili inutilizzati da parte degli immigrati sostenuti dai
no-global locali, hanno fatto parlare a lungo di sé le colonne
dei rotocalchi e i media nazionali e locali.[4]
Il coordinamento anti-razzista della FAI si è impegnato
attivamente nel boicottaggio del CPT di Bologna lo scorso 3
marzo e diversi compagni sono stati coinvolti nella retata di
extra-comunitari sempre a marzo a Parma.

In generale, si può forse dire che il movimento ha espresso il
meglio di sé nelle realtà socio-economiche a più elevato tasso
di immigrazione regolarizzata e sindacalizzata, come la
Lombardia e il Veneto, mentre le regioni del sommerso faticano a
produrre una mobilitazione adeguata per la maggiore
ricattabilità dei clandestini e la loro coscienza di classe
senz'altro inferiore. Del resto, il problema che è emerso con
sempre maggiore evidenza negli ultimi tempi della discussione
della legge alla Camera è stata la prospettiva di una spaccatura
all'interno del movimento immigrati tra i "regolarizzabili" con
la sanatoria prevista dall'imminente decreto e i clandestini
senza possibilità di regolarizzazione. Questa occasione non può
essere rifiutata con faciloneria, perché gli immigrati stessi la
percepiscono come il miraggio della propria vita. D'altronde, è
senz'altro plausibile l'ipotesi che la sanatoria sia stata
concepita proprio come uno strumento per spezzare l'unità del
movimento, oltre che per ammorbidire una parte della maggioranza
di governo e l'opposizione. Di fronte all'eventualità di tale
spaccatura, bisogna reagire rilanciando l'unità del fronte di
opposizione, facendo riflettere gli immigrati rientranti nella
sanatoria (per le colf o per il lavoro dipendente, fa lo stesso)
che se non continueranno a lottare, le loro condizioni di vita
in Italia andranno sempre più peggiorando. La gran parte degli
immigrati non regolarizzabili o perché già raggiunti da decreto
di espulsione, perché già condannati per qualche reato o
semplicemente perché sprovvisti di un lavoro dipendente,
diventeranno dal momento dell'entrata in vigore della nuova
legge ancora più ferocemente preda del lavoro nero, della
malavita organizzata o, più semplicemente, sballottati tra i
vari CPT di turno, in attesa dell'espulsione. In assenza di una
legge quadro sul diritto d'asilo, interi gruppi di immigrazione
come i Rom fuggiti dalle recenti guerre dell'ex-Jugoslavia
verranno presi tra il miraggio di una regolarizzazione
impossibile e la minaccia reale di sgomberi forzati, espulsioni
indiscriminate e operate con criteri sommari.

Per fare il punto sulla situazione del movimento, si è deciso
nell'ambito della tre giorni dello scorso luglio a Genova
(19-20-21) di riservare momenti specifici alle prospettive di
lotta degli immigrati. Il 19 luglio, il previsto forum tematico
è stato trasformato in una grande assemblea per i diritti dei
migranti in Italia e in Europa, mentre il 20 ha visto la
partecipazione massiccia a una piazza tematica sull'argomento
dei migranti e al successivo corteo unitario. Di particolare
significato è stato il rilievo attribuito alla questione dei
migranti, in un contesto segnato dalla commemorazione della
brutale repressione messa in campo dallo Stato appena l'anno
prima. È quasi come se ormai la condizione del migrante, pedina
quanto mai vulnerabile e precaria della società, esposta in
prima persona alla violenza cieca del sistema, avesse assunto
una sua dimensione di emblematicità drammatica dei guasti
prodotti dalle politiche neoliberiste su tutta la società
italiana ed europea. 

Se in questa fase, i coordinamenti no-global e le altre realtà
attive sul territorio in difesa dei diritti degli immigrati
(come la rete "Lilliput", l'associazione "3 Febbraio" o la FAI),
sembrano segnare una battuta d'arresto, a causa della pausa
estiva e soprattutto per l'imminenza della sanatoria, bisogna
comunque tenere presente che i processi reali di mobilitazione
sul territorio di quest'ultimo anno sono serviti a innalzare il
livello di coscienza e di impegno contro le politiche di
ristrutturazione autoritaria in atto nel nostro paese come in
tutta Europa. A questo proposito, sarebbe utilissimo rilanciare
la lotta istituendo un adeguato coordinamento a livello europeo
e internazionale. Episodi come l'occupazione da parte di
immigrati e studenti dell'Università di Siviglia[5] dello scorso
giugno ci ricordano come i decreti di flusso e le politiche
restrittive della libera circolazione delle persone non sono un
problema soltanto nostrano. È solo rilanciando le forme di
resistenza e dissenso già sperimentate nell'ultimo anno nella
prospettiva più unitaria possibile e non accontentandosi del
fumo negli occhi rappresentato dalla singola sanatoria di turno,
che si potrà creare un solido fronte comune in difesa dei
diritti basilari dell'esistenza, del lavoro, della dignità
personale.

Marco Nieli 


Note

[1]
http://www.tightrope.it/user/chefare/archivcf/cf57/bossifini.htm

[2] M. Cartosio, "E l'operaio-immigrato non è più invisibile",
in Il manifesto, 16 maggio 2001.

[3] "Sbaglierebbe chi pensasse a uno sciopero 'etnico' e, ancora
peggio, a una volontaria o oggettiva divisione dei lavoratori.
La condizione dei lavoratori migranti è infatti vincolata a una
doppia subordinazione. Non solo perché, come avrebbe detto A.
Sayad, su di loro grava una penalità supplementare, dovuta al
loro essere formalmente e sostanzialmente illegittimi in una
società che a malapena ne riconosce l'esistenza. Soprattutto
perché il loro statuto di lavoratori é sottoposto al ricatto
oggettivo dell'espulsione e quindi a un'estrema limitazione dei
loro diritti e in particolare del loro diritto a una condizione
umana in fabbrica e fuori. Se per il lavoratore autoctono, la
lotta per il salario e per il tempo è anche una lotta per la
dignità, la lotta del lavoratore straniero è una lotta per la
dignità e la sopravvivenza immediata di esseri umani. Ecco
qualcosa che non sempre le organizzazioni sindacali hanno
compreso. Qualcosa, d'altra parte, che é implicato nel progetto
Bossi-Fini ancor più che nella legge Turco-Napolitano, che pure
ha gettato le premesse per la subordinazione sociale e giuridica
degli stranieri." (A. Del Lago, "Il colore del lavoro", in Il
manifesto, 15 maggio, 2002).

[4] L'occupazione degli stabili dell'ex- Croce rossa è partita
in questa città, dalla giunta forse più razzista d'Italia, in
occasione dello sciopero generale del 16 Aprile (); è proseguita
poi con l'occupazione del Duomo da parte di alcune famiglie di
migranti senza tetto e proseguirà il 15 Settembre con una grande
giornata di mobilitazione anti-razzista.

[5] http://www.mir.it/g8/news/20020614/3d09d3dd1366a.html 



http://www.ecn.org/uenne/


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