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(it) Umanità Nova n.30 - Disertare la guerra

From Worker <a-infos-it@ainfos.ca>
Date Thu, 26 Sep 2002 13:12:24 -0400 (EDT)


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Da "Umanità Nova" n. 30 del 22 settembre 2002 


Disertare la guerra 


A quanto pare, tra pochi giorni, poche settimane o pochi mesi,
saremo di nuovo in guerra. E anche le forze armate italiane
porteranno nuovamente i loro umanitari strumenti bellici a
seminare morte e distruzione a migliaia di chilometri di
distanza dai patrii confini.

C'è stato un politologo dal nome esotico che, appena crollato il
muro di Berlino, ha decretato la fine della storia. Finita l'era
dei due blocchi, il mondo sarebbe restato saldamente immobile
sulle uniche fondamenta rimaste, quelle dell'impero americano.
Morte della storia e morte della dialettica, fine del racconto,
pagina chiusa: c'è ancora qualcosa da dire?

Non mi pare che questi ultimi dieci anni gli abbiano dato ragione!

Con una sconcertante progressione, infatti, i conflitti che
vedono impegnati gli Stati Uniti e i loro paesi satelliti,
occupano sempre più costantemente le prime pagine dei giornali.
La guerra del Golfo, l'aggressione alla Serbia, l'invasione
dell'Afganistan, la prossima, inevitabile spedizione contro
l'Iraq. Tre guerre più una in dieci anni. Come fine della storia
non c'è male e sudiamo freddo a pensare cosa sarebbe successo se
la storia fosse andata avanti.


Molte volte, sulle colonne di questo nostro povero ma
insostituibile giornale, altri compagni hanno spiegato con la
consueta lucidità i veri perché delle scelte belliciste del
"mondo libero": il controllo delle risorse naturali, gli
interessi strategici, gli scontri di civiltà, le logiche di
dominio, la spartizione della refurtiva. Tutti motivi mascherati
furbescamente, però, dietro considerazioni altamente etiche e
universali, riassumibili nella immortale frottola della lotta
del bene contro il male. E così, inevitabilmente, anche la
guerra che scoppierà tra breve non sarà che un nuovo episodio di
quella saga hollywoodiana che ciclicamente ripropone il remake
dello scontro fra due civiltà: in questo caso, la cosiddetta
civiltà di Bush e la cosiddetta civiltà di Saddam.

Che stanchezza! Ci sarebbe da sbadigliare dalla noia, se tutto
questo non prevedesse il solito, drammatico carico di civili
inermi massacrati e terrorizzati, il solito intollerabile
corollario di sofferenze che peseranno unicamente sulle
inconsapevoli masse di manovra di poteri criminali, il solito
vischioso vomito di bugiarda retorica che prezzolati
"professionisti dell'informazione" rovesceranno instancabilmente
sulle nostre teste.


Se l'elemento strutturale della guerra è l'interesse materiale,
sia esso economico, strategico, militare, uno degli elementi
sovrastrutturali, altrettanto indispensabile, è la retorica
guerrafondaia. Quella forma di esaltazione collettiva che, in
qualsiasi situazione, impone la criminalizzazione del nemico,
l'esaltazione della propria missione civilizzatrice, il
disinteressato eroismo della truppa, la dimostrazione del
coraggio proprio e della vigliaccheria altrui, la
giustificazione della violenza come deterrente di altra
violenza. La menzogna istituzionale con la quale le "migliori"
democrazie e le "peggiori" dittature hanno sempre convinto i
propri sudditi della bontà delle proprie decisioni.

Perché una guerra non basta dichiararla, ma bisogna anche che
qualcuno la faccia!

E infatti, eccoli qua, sul piede di guerra ancora una volta,
scalpitanti e con la fregola nel fondo dei calzoni, con gli
occhiali a specchio per nascondere le proprie vergogne, con le
ridicole divise e le espressioni maschie, decisi a farsi
rispettare e a far rispettare le loro regole criminali. Eccoli i
berretti verdi, eccola la Royal Army, eccoli i gerarchi della
Folgore o del Col Moschin, ed eccoli, nei deserti arabi, eccoli
quegli altri generali tutti uguali, quei pasciuti parassiti di
un popolo ridotto allo stremo, eccoli, in attesa dell'ordine, in
attesa di poter dare ed eseguire finalmente quell'ordine che
legittima il loro stipendio. E la brutalità del loro "mestiere".

E al loro fianco un altro esercito di diplomatici, di esperti,
di tecnici, di analisti, di strateghi, i colleghi in guanti
bianchi dei soldatini di cui sopra, intenti, con le armi del
sotterfugio e della menzogna, a convincere il mondo che la
guerra è inevitabile, che di fronte alla minaccia irakena rimane
il male minore, che le sofferenze di oggi saranno la sicurezza
di domani, che solo portando nuova morte e terrore al popolo
iracheno lo si libererà, vivaddio, dal terrore e dalla morte.
Insomma, che un nuovo delitto porrà fine a un delitto
precedente.


Da qualche tempo, complice la volgarità del presente esecutivo,
nascono nuove mobilitazioni e nuove energie si risvegliano. E al
di là delle ambiguità e delle ambizioni che caratterizzano lo
stato maggiore di una sinistra ancora frastornata dalle batoste
elettorali, l'imprevisto successo delle più recenti
manifestazioni di piazza dimostra che una coscienza sociale,
civile e solidale non è ancora scomparsa in questo paese, e non
intende scomparire. E che a livello popolare si riaprono spazi
di intervento e possibilità di iniziativa ben più ampi di quelli
a cui ci avevano abituati gli anni novanta.

La validità dell'antimilitarismo anarchico ha un carattere
universale. Il nostro antimilitarismo, infatti, si basa su
convinzioni slegate da valutazioni contingenti, e come tali
limitative, e trova il proprio fondamento in un'analisi generale
del potere e dei suoi strumenti coercitivi. Ha radici antiche e
solide, ci è costato isolamento e repressione, è uno dei nostri
più preziosi patrimoni. È un valore, se questa parola ha un
senso, e come tale dobbiamo farlo diventare un bene collettivo.
Non solo un ideale sentire comune, ma anche uno strumento utile
a scardinare le fondamenta sulle quali poggia il sistema di cose
presente.

Se siamo convinti, e lo siamo!, che ogni guerra è ingiusta
perché è una guerra, portiamo ovunque questa nostra convinzione
e facciamola diventare diserzione generale. Diserzione dalla
guerra, diserzione dal militarismo, diserzione dal potere e dai
suoi meccanismi di morte. Diserzione dall'infamia della quale
vorrebbero renderci tutti complici.

Massimo Ortalli 



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