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(it) Contropotere No.4: La genesi storica del terrorismo

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Date Tue, 24 Sep 2002 09:17:58 -0400 (EDT)


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Contropotere - giornale anarchico
Numero 4 - Settembre 2002 - Anno 1 



La genesi storica del terrorismo


Nel 1812, i neonati Stati Uniti d'America invasero il Canada per
annetterselo. Pretesto ufficiale di questa aggressione fu, manco
a dirlo, il problema degli attacchi terroristici di indiani
provenienti dal territorio canadese. 

Come è noto, quella guerra non andò come gli statunitensi
avevano sperato, dato che gli inglesi, nonostante il loro grosso
impegno militare in Europa, riuscirono a ristabilire i
precedenti confini e persino ad incendiare Washington.

Aldilà dell'insuccesso, questa aggressione statunitense seguiva
uno schema tutt'altro che improvvisato, che si sarebbe
ripresentato più volte nella Storia, che si era anzi già
presentato all'affacciarsi degli Stati Uniti sulla scena mondiale.

Nel primissimo documento di politica estera statunitense, la
Dichiarazione d'Indipendenza dei Tredici Stati Uniti d'America
del 4 luglio 1776, redatta da Thomas Jefferson, tra le varie
accuse rivolte al re di Gran Bretagna, c'è infatti anche questa
affermazione:

"...ha tentato di istigare contro gli abitanti delle nostre zone
di frontiera i crudeli selvaggi indiani la cui ben nota norma di
guerra è la distruzione indiscriminata di tutti gli avversari,
di ogni età, sesso e condizione". (la traduzione che presentiamo
è tratta dall'antologia di documenti storici di Gaeta e Villani,
Principato Editore).

La Dichiarazione d'Indipendenza degli Stati Uniti è invece
universalmente, e ingiustamente, famosa solo per quel preambolo
in cui dice che tutti gli uomini sono stati creati uguali e che
sono stati dotati dal Creatore di certi inalienabili diritti
come la Vita, la Libertà e la Ricerca della Felicità.

Questa fama universale è però dovuta ad un equivoco, cioè a una
confusione che molti fanno tra Dichiarazione d'Indipendenza e
Costituzione degli Stati Uniti d'America.

Nella Dichiarazione d'Indipendenza questa enunciazione di
diritti non ha nessun effetto giuridico, ma solo
propagandistico. Laddove avrebbe potuto invece avere effetto
giuridico - cioè nella Costituzione degli Stati Uniti -, questa
enunciazione NON c'è. Nella Costituzione americana infatti non
si accenna neppure all'uguaglianza, mentre la libertà è definita
un bene e non un diritto. Il preambolo sui diritti aveva quindi
nella Dichiarazione una mera valenza autocelebrativa, che
serviva a sottolineare la non umanità dei propri avversari. Non
a caso oggi Bush può sospendere le garanzie costituzionali nei
confronti di un cittadino americano in quanto terrorista, cioè
disumano.

Come si vede, l'oligarchia americana si è saputa parare le
spalle, per evitare ciò che era accaduto nel 1772 in
Inghilterra, dove la sentenza di un tribunale aveva abolito
l'istituto della schiavitù riconoscendone la incompatibilità con
le leggi vigenti. Dato che l'agricoltura delle colonie americane
si fondava sulla schiavitù, nel 1773 cominciò il movimento
d'indipendenza: nel porto di Boston un gruppo di coloni,
travestiti da indiani, irruppe su una nave inglese e gettò in
mare il suo carico di tè (ieri travestiti da indiani, oggi da
terroristi islamici).

La leggenda vuole che Thomas Jefferson avesse previsto nella
Dichiarazione d'Indipendenza l'abolizione della schiavitù, ma
poi il congresso non l'avesse seguito su questa linea. Anche
questo però è un falso: il testo originale di Thomas Jefferson
(vedi la sua antologia di scritti politici, Cappelli Editore)
non accennava all'abolizione della schiavitù, ma si limitava ad
addossare la responsabilità di questo istituto al re di Gran
Bretagna, accusandolo inoltre di voler fomentare rivolte di
schiavi. Nel testo originale di Jefferson si ritrova invece la
frase sulla crudeltà degli indiani.

La leggenda ufficiale ci presenta Thomas Jefferson come la
figura idealistica della indipendenza statunitense, mentre il
ruolo pratico viene attribuito a George Washington. Sta di fatto
che la biografia di Jefferson non corrisponde a questa icona.

Tra il 1785 ed il 1789 Jefferson fu ambasciatore statunitense in
Francia; se ne tornò in patria nel settembre del 1789, dopo che
la Rivoluzione era già scoppiata. Mentre le ricostruzioni
storiche si soffermano spesso sugli aspetti pittoreschi del
soggiorno parigino di Benjamin Franklin durante la guerra
d'indipendenza, sorvolano invece, con evidente imbarazzo, su
quello di Jefferson e sul suo documentato ruolo nella
destabilizzazione in Francia.

Lo scopo di Jefferson, e della politica estera statunitense, non
era evidentemente quello di esportare la propria rivoluzione, ma
di favorire una guerra in Europa che permettesse agli Stati
Uniti di espandersi a spese delle colonie che Francia e
Inghilterra avevano in America. Il progetto riuscì a metà: nel
1803 Napoleone fu costretto a svendere al presidente degli Stati
Uniti Thomas Jefferson (sempre lui) la colonia francese della
Louisiana, ormai tagliata fuori dalla madre patria a causa della
marina britannica; ma, come abbiamo già detto, gli stessi
artigli inglesi non si fecero sfuggire il territorio del Canada.

Non tutti i progetti di Jefferson andarono a buon fine. Dai suoi
scritti (vedi l'antologia citata) apprendiamo anche che il suo
sogno era di annettersi Cuba, non appena le condizioni si
presentassero (ancora un po' di pazienza).

Ritiratosi dalla vita politica ufficiale, Jefferson fondò
l'Università della Virginia, con l'evidente proposito di
allevare la futura oligarchia statunitense.

Jefferson fu il vero architetto degli Stati Uniti e il suo
modello di dominio è attuale: tuttora la sua classe dirigente
viene selezionata e addestrata nel segreto delle confraternite
universitarie, mentre la politica estera statunitense è ancora
quella della destabilizzazione sotterranea su scala planetaria,
per giustificare interventi e aggressioni.

Rabin, per raggiungere un accordo con Arafat, era stato
costretto a scavalcare gli Stati Uniti e ad affidarsi a una
mediazione norvegese. Fatto fuori Rabin, oggi gli Stati Uniti
hanno ripreso il controllo della situazione, e infatti il Medio
Oriente è nel caos.

Ma tutta la Storia del '900 è falsata dalla mancata messa in
evidenza di "dettagli" grossi come macigni; fatti che pure sono
noti agli esperti, e che riguardano il ruolo di
destabilizzazione svolto in Europa dagli Stati Uniti:

- dopo la prima guerra mondiale, Henry Ford (quello delle
automobili) divenne nel mondo il maggior esponente
dell'antisemitismo, scrivendo e pubblicando un best seller:
L'Ebreo internazionale;

- decisivo, e documentato, fu inoltre il ruolo dell'altra grande
multinazionale dell'auto, la General Motors, nell'ascesa di
Hitler e nel riarmo tedesco.

Perché si è fatto finta, e si fa finta, di non vedere?

È una questione storica da approfondire. 

Accontentiamoci per ora di citare gli immortali versi di
Giuseppe Giusti: ... rimarrà come un babbeo
l'Europeo.



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