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(it) autunno caldo

From fdca <fdca@fdca.it>
Date Mon, 23 Sep 2002 04:26:47 -0400 (EDT)


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      A - I N F O S  N E W S  S E R V I C E
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RICOMINCIARE DALLE LOTTE PER I DIRITTI, PER I SALARI, PER LA 
DEMOCRAZIA 

Stiamo entrando in un autunno che si annuncia caldo. Il percorso di
lotte sociali intrapreso con la battaglia per la difesa dell'articolo 18
si è via via inevitabilmente arricchito di contenuti dai contorni
sempre più definiti. 

La politica esplicitamente aggressiva del Governo Berlusconi e della
Confindustria nei confronti delle masse popolari   sta scoperchiando
quella pentola  a pressione che troppo a lungo era rimasta compressa
negli anni del centrosinistra. 

L'azione combinata dell'attacco ai diritti dei lavoratori e dei
pensionati, dell'estensione selvaggia della precarietà,
dell'affermazione del primato dell'impresa,  delle privatizzazioni con i
provvedimenti presi dall'esecutivo a tutela dei suoi stessi interessi
nel campo della giustizia e dell'informazione, ha ottenuto il risultato
di far crescere visibilmente  un'opposizione diffusa ancorché
frammentata e divisa negli obiettivi strategici. 

Un'opposizione che rischia di essere preda di quell'Ulivo responsabile
delle politiche antioperaie che Berlusconi sta ora finalizzando. 

Non è un caso che le prime reazioni del centrosinistra al blocco delle
tariffe deciso dal Governo sia stato critico proprio partendo da un
punto di vista di difesa del libero mercato. 


     Difendere ed estendere i diritti, 
     abbandonare la concertazione, 
     rilanciare la contrattazione

La lotta per la difesa dello Statuto dei Lavoratori e contro il Libro
Bianco ha visto nei mesi scorsi la crescita di forti mobilitazioni
condotte dalla Cgil e dai sindacati di base sulle quali sin da subito -
e per l'impegno profuso dall'area del sindacalismo conflittuale - si
sono innestati forti elementi di rivendicazione contrattuale. 

Delegati rsu, quadri sindacali, strutture territoriali ed interi
sindacati di categoria, come la Fiom, hanno capito che la battaglia
sull'articolo 18 non può e non deve essere una semplice battaglia di
principio ma occasione per il rilancio di una nuova stagione di vertenze
e contrattazione da opporre alla decennale concertazione ed alla
politica dei redditi. 

C'è un filo rosso che collega il grande sciopero unitario del
sindacalismo di base contro l'accordo quadro sul pubblico impiego del 4
febbraio, le successive astensioni dal lavoro e le agitazioni a
scacchiera, lo sciopero generale del 16 aprile e l'imponente
manifestazione della Cgil del 23 marzo: 

tutte queste scadenze di lotta, anche quelle più "rituali", hanno visto
la partecipazione attiva e visibile dell'area del sindacalismo
conflittuale trasversale alle organizzazioni. 


     Dai referendum per l'estensione 
     dei diritti alle richieste salariali:
     costruire nei posti di lavoro 
     e nelle piazze la piattaforma sociale

Per contrastare il progetto neoliberista del Governo Berlusconi deve
essere utilizzato ogni strumento efficace (in questa fase anche i
referendum per l'estensione dell'articolo 18 alle aziende con meno di 15
dipendenti - ed in generale per l'estensione dei diritti dei lavoratori,
lo possono essere e per questo motivo i comunisti anarchici li
sostengono). Tuttavia la battaglia sui diritti - oltretutto condotta sul
terreno istituzionale - si rivelerà perdente se non sarà accompagnata da
una forte accelerazione del conflitto, scandita da una stagione di
scioperi  generali e di categoria.

Oggi oltre 5 milioni di lavoratori sono in attesa di rinnovo
contrattuale ed è necessario avere minimi comuni denominatori nelle
piattaforme delle diverse categorie: almeno la richiesta del recupero
dell'inflazione reale, il contenimento del fenomeno del lavoro
straordinario, la rivendicazione di assunzioni a tempo indeterminato, la
riduzione di orario a parità di salario.

Questo significa costruire dal basso una piattaforma sociale che si
ponga come obiettivo - oltre al recupero dell'inflazione reale con
aumenti salariali uguali per tutti e svincolati dalla produttività - lo
stop a tutte le privatizzazioni dei servizi pubblici, una politica di
piena occupazione con contratti collettivi nazionali a tempo
indeterminato, la riduzione sensibile del prelievo fiscale ai lavoratori
dipendenti, il salario sociale, l'aumento delle pensioni, la lotta
contro la legge Bossi - Fini.


     Unità di tutti i lavoratori 
     oltre le sigle
     per una vera democrazia sindacale 

I comunisti anarchici guardano da sempre con favore tutte le esperienze
di autorganizzazione delle lotte che sanno spingersi oltre le sigle.

Nelle realtà in cui sono presenti, i comunisti anarchici incoraggiano e
costituiscono con gli altri lavoratori comitati e coordinamenti
territoriali intersindacali, che in certi casi assumono le
caratteristiche di vere e proprie proprie camere del lavoro e del non
lavoro. Sui posti di lavoro, i comunisti anarchici si battono per la
difesa e lo sviluppo della democrazia sindacale, per la valorizzazione
del ruolo attivo ed indipendente delle rsu e per il coinvolgimento
diretto nell'attività sindacale di tutti i lavoratori. Sono queste,
infatti, le premesse necessarie alla costruzione davvero autogestita di
una piattaforma sociale unificante, perché le lotte di massa non vengano
fermate o deviate dalle burocrazie sindacali e politiche. 
E' questa la via sulla quale incamminarsi verso una nuova stagione di
lotte, verso un autunno veramente caldo


     Per un pugno di Euro
 
È quanto offre il Governo per i contratti del pubblico impiego e quanto
intende offrire Confindustria per il rinnovo dei contratti del settore
privato. A rigore di norme avrebbero anche ragione. Oggi, una CGIL
finalmente memore della propria natura di sindacato di lotta per il solo
fatto di essere stata costretta all’opposizione da un padronato
aggressivo e da un governo per nulla mediativo (caso mai mediatico) e
una CISL così innamorata della concertazione da firmare qualsiasi foglio
gli presentino sotto la penna, salvo poi dover spiegare ai lavoratori
quali conquiste abbia ottenuta al di fuori del classico pugno di mosche,
chiedono a gran voce aumenti salariali che eccedano i tassi programmati
di inflazione. Proprio loro però nel ’93 firmarono gli infausti accordi
estivi e quindi o non sapevano cosa firmavano (e sono degli
irresponsabili) o lo sapevano (ed allora sono dei bugiardi). Come stanno
le cose?

Negli accordi suddetti le rivendicazioni salariali venivano di comune
accordo limitate al tassi di inflazione programmata e l’eventuale
differenziale tra questo e l’andamento reale dell’aumento dei prezzi era
solo uno degli elementi del calcolo e limitatamente al rinnovo
contrattuale solo economico intermedio (biennale) tra un contratto
quadriennale ed il successivo: nessuna clausola prevedeva un recupero
automatico. I vertici sindacali di allora (e c’era anche Cofferati)
potevano prevedere l’apparire all’orizzonte di un fronte padronale poco
incline alle concessioni e di un governo meno disposto a mediare tra le
parti di quello di allora e quindi più apertamente filopadronale. Non lo
fecero e confinarono il salario in una gabbia senza uscita, riducendo la
contrattazione ad un faticoso, tradivo e molto parziale recupero della
riduzione del potere di acquisto, più debole della vecchia scala mobile.

Così le rivendicazioni economiche, già indebolite dalla sconfitta
sull’abolizione della scala mobile, da anni di contrattazione al ribasso
(il salario non è una variabile indipendente, aveva sancito Lama nel
1977, aprendo la stagione delle vacche magre), dal 1993 in poi sono
scomparse dai tavoli di trattativa, relegate ad un calcolo
ragionieristico. In dieci anni il potere di acquisto dei lavoratori ha
subito un’erosione costante, cumulando un ritardo intorno al 30% nei
confronti del carovita e ciò tenendo conto dei tassi ufficiali di
inflazioni, quelli dell’ISTAT, al momento giustamente e finalmente
contestati. Era dagli anni Trenta che i lavoratori non andavano incontro
ad una stagione rivendicativa talmente deficitaria, con le conseguenze
che essa ha comportato: estensione del doppio lavoro, disponibilità ad
ogni intensificazione d’orario, subalternità alle scelte padronali.

Ovviamente il quadro diventa più fosco se lo sguardo si allarga alla
galassia crescente dei lavori atipici, part-time, in affitto, su
chiamata, temporanei, etc. con tutta la loro carica di frantumazione del
fronte proletario, di ricattabilità del singolo, di estrema compressione
salariale. Dove era il sindacato quando queste innovazioni del mercato
del lavoro venivano introdotte e andavano a minare la base sociale
stessa della sua esistenza come agente contrattuale?

La FDCA da tempo pensa che la ricostituzione di un fronte antagonista
alla politica del padronato debba avere il suo fulcro in una rinnovata
ed inflessibile attenzione al problema del salario. E ciò non solo
perché essa serve ha ridare ai lavoratori solo una piccola parte di ciò
cui il loro lavoro gli dà diritto. Un’avanzata sul fronte economico
rende più consapevole la classe dei lavoratori, li affranca da quella
che ormai sembra una condanna alla sconfitta e all’arretramento e con
ciò ricostituisce quel nucleo forte che può ricominciare seriamente a
pensare di porre sotto controllo il ciclo produttivo ed il mercato del
lavoro. Quando il salario arretra, le condizioni di vita peggiorano e
viene meno qualsiasi possibilità di ampliare l’orizzonte delle lotte e
con ciò si aprono le porte allo sfarinamento del fronte dei lavoratori
verso i microproblemi dei singoli, che non investono più nella lotta
collettiva. E mai come in questo momento l’emergenza salariale ha
raggiunto limiti di guardia, a fronte di una sempre crescente
concentrazione della ricchezza in poche mani.
 

     Il ruolo degli attivisti sindacali anarchici e libertari

Moltissimi/e lavoratori/trici anarchici/che sono protagonisti/e attivi/e
in diversi sindacati: dalla sinistra CGIL ai vari COBAS, dalla
CIB-Unicobas all’USI, dalle RdB alla CUB, in vari settori e categorie,
in diverse realtà geografiche e politiche. A volte ricoprono incarichi
di responsabilità nel sindacato di appartenenza, oppure sono delegati/e
RSU, o ancora delegati/e per la sicurezza. Ce ne sono molti altri che
non fanno riferimento ad un sindacato preciso. Spesso la scelta
sindacale è data dalla materialità dei rapporti di forza nel luogo di
lavoro con cui misurare i propri sentimenti rivoluzionari. Oppure è data
dalla condivisione di un percorso collettivo o di una stagione di lotte
con le/i compagne/i di lavoro più che dal massimalismo di una sigla
sindacale o di un’altra. Molto spesso gli attivisti sindacali anarchici
e libertari sanno essere elementi di unione dei lavoratori e non di
divisione; sanno puntare alla comunanza di interessi e di intenti e non
al settarismo. Devono portare con sé una memoria storica ed una
coscienza politica per cui sanno caratterizzare una piattaforma
sindacale in senso conflittuale; sanno portare all’interno delle lotte
una prassi libertaria; sanno far conoscere e sviluppare la democrazia
diretta, il controllo dal basso sui delegati, sulle fasi della
contrattazione.

Si tratta di una pluralità di esperienze, diffuse e significative. Esse
sono possibili portatrici di un progetto alternativo: ricostruire un
sindacalismo di classe a democrazia diretta.Un simile progetto ha
bisogno di diffondersi nei luoghi di lavoro, nelle varie categorie, nel
territorio locale e nazionale, deve attraversare le organizzazioni
sindacali di base, contagiare le strutture di base della Cgil,
coinvolgere quei delegati rsu ed iscritti di Cisl e Uil  critici verso
le scelte di questi 2 sindacati. Tutto questo non si fa dall’oggi al
domani, non si realizza spontaneamente, né per investitura ideologica.
La diffusione di un sindacalismo conflittuale a prassi libertaria è
legata pertanto alla capacità degli attivisti sindacali anarchici e
libertari di sostenere il loro progetto costituendo forme di
coordinamento.

Nei luoghi di lavoro e nelle categorie si riscontra il livello di
sfruttamento e di scontro più alto: è proprio qui che occorre
ricostruire l’unità di interessi fra lavoratori/trici con diverse forme
di contratto, riprendere nelle mani la contrattazione integrativa e
decentrata, tutelare il diritto alla salute, gestire l’orario per
gestire meglio la vita, svincolare il salario dalla produttività,
respingere il ricatto del lavoro straordinario. Coordinamenti di
delegati rsu di settore ed intercategoriali, di lavoratori garantiti,
precari, migranti possono essere forme di cooperazione, di unità  e di
lotta.

Nel territorio è proprio degli anarchici e dei libertari costruire
luoghi e situazioni in cui ritessere una trama di relazioni e di
elaborazioni sindacali a prescindere dalle appartenenze e dalle tessere.
Qui la ricchezza viene dalle diverse esperienze sindacali, da quegli
organismi autogestiti, da quei sindacati, da quegli attivisti che
perseguono obiettivi di lotta –parziali e più generali- su cui federare
i lavoratori appartenenti a differenti organizzazioni sindacali. Camere
del Lavoro Intersindacali, forum sindacali cittadini, coordinamenti
regionali di sindacati di base, possono essere i luoghi per permettere
un’efficace difesa unitaria degli interessi di classe di lavoratori,
precari e migranti.

A livello nazionale devono essere proprio gli attivisti sindacali
anarchici a far sì che la diffusione di un sindacalismo conflittuale a
prassi libertaria diventi il progetto discriminante su cui federare
spezzoni di classe, attivisti sindacali, sindacati di base diversi,
costruendo una piattaforma con obiettivi e principi indisponibili su
salario, orario, diritti, servizi, democrazia sindacale per tutti i
lavoratori/trici italiani/e e migranti, garantiti e precari, del nord e
del sud. La piattaforma dei sindacati di base per lo sciopero generale
del 15 febbraio scorso andava sicuramente in questa direzione. Nel pieno
rispetto della prassi libertaria del libero accordo sarebbe auspicabile
una forma di coordinamento nazionale degli attivisti sindacali anarchici
e libertari per rendere più efficace l’azione sindacale generale nelle
lotte di grande respiro in cui ricostruire l’unità dei lavoratori,
ripristinare la solidarietà di classe, restituire al mondo del lavoro –e
non solo- democrazia sindacale ed autonomia progettuale per una società
più ugualitaria e più libertaria.
 
 
sindacale@fdca.it
 



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