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{Info on A-Infos}
(it) Confederazione COBAS - L'Impero "buono" e la guerra permanente
From
"meletta1" <meletta@aconet.it>
Date
Mon, 23 Sep 2002 04:26:47 -0400 (EDT)
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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
http://www.ainfos.ca/
http://ainfos.ca/index24.html
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Questo articolo, scritto da Piero Bernocchi, uscirà sul prossimo
numero della rivista "L'Ernesto". Può essere utile per approfondire
la discussione sui temi della guerra permanente, dell'imperialismo
vs. impero e dell'uso strumentale della categoria terrorismo
L'IMPERO "BUONO" E LA GUERRA PERMANENTE
La selvaggia e spudorata esibizione di violenza e di potere
incontrastato e incontenibile, che gli Stati Uniti dipanano in questi
giorni di fronte ad un mondo attonito, conferma, per chi ne avesse
ancora bisogno, quanto siano sacrosante le considerazioni di Nelson
Mandela, che ha definito gli Stati Uniti "il primo nemico della pace"
(1) o quelle di Noam Chomsky che ha bollato lo Stato nordamericano
come "principale agente del terrorismo nel mondo" (2). Ma tra gli
effetti di grande rilievo, forse l'unico positivo, dell'orrida
brutalità esibita dall'amministrazione Bush (che però prosegue nella
sostanza l'opera delle amministrazioni precedenti, consentendoci di
puntare l'indice sul ruolo dello Stato USA piuttosto che su quello
dei singoli governi) ci dovrebbe essere il diradarsi del densissimo e
sbalorditivo fumo ideologico che ha protetto, a partire dal crollo
dell'Urss, l'agire degli USA, nobilitandone gli intenti e costituendo
il vero centro del cosiddetto "pensiero unico".
Non si riesce a comprendere come le quattro guerre scatenate dagli
USA in un decennio abbiano incontrato così poca resistenza nel mondo
occidentale, e in Europa in primo luogo, se non tenendo conto
dell'effetto sconvolgente che hanno avuto le grandi campagne
ideologiche gestite dall'onnipresente apparato massmediatico, che ha
obnubilato soprattutto l'Occidente narrandogli quotidianamente una
Grande Favola sulla funzione morale, benefica, "ordinatrice" e
dispensatrice di valori democratici svolta dallo Stato USA e dai suoi
alleati subordinati: "favola" che ha occultato la cruda realtà di un
imperialismo feroce, all'opera senza limiti o controlli.
Questa colossale operazione ideologica - che oscura persino le
campagne hitleriane-goebbelsiane di dominazione/addestramento del
pensiero e della "lettura del mondo" collettiva - in Europa si è
avvalsa, venendone altamente agevolata, di quella Grande Migrazione
della netta maggioranza della sinistra ex-comunista, socialista o
socialdemocratica (e dei suoi apparati politici o sindacali) sotto le
insegne del liberismo/capitalismo e dell'imperialismo statunitense,
avvenuta in maniera organica e convinta dopo il crollo
del "socialismo reale",. Solo l'effetto combinato di tale fumo
ideologico e della suddetta migrazione può giustificare la caduta
verticale di opposizione verso il bellicismo verificatasi in Europa a
partire dalla guerra nel Golfo, confrontandola ad esempio con la
ribellione alla guerra espressa negli anni '50,'60 e '70.
Di certo, dopo il crollo dell'Urss in quanto unico rivale militare
adeguato, è come se gli Stati Uniti non avessero dovuto più porsi
limiti o cautele e avessero deciso di giocare rapidamente e senza
alcuno scrupolo tutte le carte a disposizione per rendere
irreversibile ed eterno il proprio dominio: ma lo hanno fatto
elevando in sommo grado la propria stupefacente capacità simbolica
occultatrice e menzognera, quella di cui, per la verità, avevano già
dato sorprendenti (ed agghiaccianti) prove nei decenni passati,
quando ad esempio, ricostruendo le proprie origini statuali, erano
stati capaci di trasfigurare il più ampio e orrendo genocidio della
storia (Olocausto ebraico a parte), e cioè la cancellazione degli
indiani d'America, in epopea spettacolare venduta al mondo come
divertimento cinematografico o cartaceo.
L'apparato ideologico e massmediatico, che ha fatto digerire in
questo decennio l'attività criminale degli USA e dei suoi alleati
alla gran parte delle popolazioni dell'Occidente (assai limitata è
stata invece la vittoria del controllo mentale sui popoli arabi o
asiatici, dell'America Latina o dell'Africa) e alla netta maggioranza
dell'ex-sinistra, è stato articolato e complesso. Ma, schematizzando,
possiamo dire che è ruotato su quattro perni essenziali ed integrati:
1) una teoria della globalizzazione intesa come unificazione del
mercato mondiale, progressista e benefica, apportatrice di ricchezza
diffusa e di democrazia, grazie al pieno dispiegarsi del "liberismo"
(lo virgolettiamo, perché si tratta di un liberismo sui generis, del
tutto unilaterale e manipolato, più ideologia ed utopia obnubilatrice
che realtà fattuale) come fonte di miglioramento economico per tutti,
una volta caduti/distrutti i lacci e lacciuoli del "socialismo reale"
esterno ed interno; 2) la descrizione di un nascente governo mondiale
dell'economia intorno ad organi transnazionali (WTO, Banca Mondiale,
FMI ecc..) destinati, nella "vulgata" gridata ai quattro venti, a
soppiantare gli Stati nazionali, i loro poteri e le loro
responsabilità; organi disincarnati da ogni territorialità o vincolo
politico-statuale (malgrado siano, con tutta evidenza, alle strette
dipendenze degli Stati più forti, e degli USA in primo luogo), in
grado di garantire la neutralità nella gestione delle cose del mondo -
al riparo dalla "cattiveria" degli Stati nazionali, dei loro
interessi di parte e dei loro imperialismi più o meno violenti -
tramite il ruolo regolatore esercitato da onnipotenti e
onniscienti "mercati", descritti come altrettanto disincarnati e
neutri; 3) la definizione di un nuovo potere "ordinatore" politico-
militare sopranazionale, senza centro né periferia, senza precise
responsabilità nazionali (che, in interpretazioni di sinistra, ha
assunto, come ampiamente vedremo, le caratteristiche di un
Impero "buono", o comunque progressivo rispetto ai "crudeli" Stati
nazionali), incaricato di stabilire/ristabilire l'ordine democratico
mondiale e la pace anche a colpi di "guerre umanitarie"
o "operazioni di polizia" planetaria, ovunque, ad insindacabile
giudizio di tale potere, sia minacciato l'ordine e la pace; 4)
l'individuazione, dopo la sparizione dell'Urss, dei nuovi nemici
della pace, della civiltà occidentale e della democrazia, in due
categorie, continuamente in espansione ed intersecantisi, gli Stati-
canaglia e il terrorismo.
Intorno a questi quattro pilastri ideologici e politici, ha ruotato
tutta la lettura del mondo che ha accompagnato e consentito il pieno
dispiegarsi di tremendi eventi bellici come la guerra del Golfo,
l'intervento USA in Somalia, l'aggressione alla Jugoslavia e
all'Afghanistan, il martirio della Palestina e che ora prepara
l'assalto all'Iraq. Ma oggi tale lettura sembra scontrarsi con un
clima generale diverso da quello dominante anche solo un anno fa dopo
gli attentati a New York e Washington, grazie certamente al ruolo
delle soggettività politiche del movimento antiliberista emerse, o
rianimatesi, a livello mondiale nell'ultimo triennio, ma ancor più,
forse, all'ingigantirsi degli appetiti statunitensi e della brutalità
dell'amministrazione Bush.
Credo che si debba approfittare di questo indebolirsi, speriamo non
momentaneo, della presa ideologica del bellicismo USA e dei suoi
alleati, per cercare di disvelare a livello di massa i motivi
profondi della guerra globale e permanente, nonché per liquidare una
serie di interpretazioni apologetiche del ruolo statunitense, che
notevoli danni hanno fatto in tutti gli ambiti ove la sinistra
liberista ha potuto agire in questi anni, ma anche in parti non
trascurabili del movimento antiliberista e della sinistra antagonista
italiana.
A questo proposito, vale la pena di esaminare l'impostazione teorica
più articolata messa in campo in tal senso negli ultimi anni ,
la "teoria dell'Impero" di Antonio Negri, non solo per la sua
ponderosità e la sua diffusione a livello nazionale e internazionale,
ma anche perché, seppur in forma volgarizzata, la gran parte della
sinistra liberista europea e clintoniana ha utilizzato in questi anni
analoghe categorie interpretative sul ruolo degli Stati Uniti.
L'Impero "buono" e gli Stati "cattivi"
Curiosamente, la polemica sviluppata da più parti nei confronti
della "teoria dell'Impero", è potuta apparire a molti come un puro
conflitto terminologico o come uno scontro teorico tra nuove/,
brillanti/"movimentiste" e vecchie/tardoleniniste/ grigie
interpretazioni della realtà. E' sembrato che si stesse parlando
sopratutto del grado di ostacoli che il dominio USA incontra nel
mondo, come se alcuni ritenessero che di ostacoli il progetto
imperiale non ne incontri più, mentre altri vedessero ancora assai
contrastata la realizzazione dell'Impero. E' singolarmente passata in
secondo piano - forse per la capacità affabulatrice di Negri, per le
sue doti di Funambolo/Giocoliere delle categorie filosofiche, per la
sua abilità nel proporre formule interpretative indipendentemente
dalla aderenza alla realtà (una abilità che richiama quella dello
scrittore di fantascienza che, a partire da dati reali ma
estremizzati e assolutizzati, inventa mondi nuovi, irreali seppur
plausibili: e la fantascienza apre sovente nuovi orizzonti di
pensiero, divenendo però inutilizzabile o dannosa se presa come base
per l'azione politica quotidiana) - la natura apologetica della
descrizione dell'Impero, i connotati di Impero "buono" (uso le
virgolette perché Negri parla di "Impero buono in sé ma non per sé"
(3), ma in realtà, come vedremo, la bontà reale di tale Impero, o
almeno la sua funzione progressista ed etica, è esplicitamente
rivendicata da Negri) contrapposto ai vecchi Stati imperialisti
europei "malvagi", nonché la minimizzazione del ruolo altissimamente
aggressivo esercitato in questi anni dagli Stati Uniti.
Invece proprio qui sta il vero cuore della questione, qui risiede la
gravità dell'impianto teorico negriano: il resto sarebbe contestabile
ma discutibile. Io stesso, negli anni passati, ho usato alcune volte
le parole "impero" o "imperiale" per segnalare lo scarto enorme
delineatosi, dopo il crollo dell'Urss, nella distribuzione di poteri
tra l'imperialismo USA e gli altri imperialismi minori: peraltro la
stessa Inghilterra, riferimento obbligato per la teoria
dell'imperialismo, determinò a suo tempo un tale scarto di potenza
economica (però, non militare) con le potenze rivali da venir sovente
definita, anche nella pubblicistica marxista, impero.
Ma qui leggiamo di un Impero che spazza via gli Stati malvagi, che
costruisce un terreno più avanzato per la Rivoluzione, che è
stato "evocato dal desiderio di liberazione della moltitudine..il
(cui) desiderio è stato indirizzato in modo strano e perverso alla
costruzione dell'Impero" (4); di un Impero che non può essere fermato
o ostacolato (ma Negri sembra pensare "non deve essere ostacolato");
di un Impero che è sì "senza centro né periferia...Nord e Sud.senza
differenze essenziali tra Stati Uniti e Brasile, tra Gran Bretagna e
India" (5) ma che purtuttavia può contare sugli Stati Uniti come
potenza ordinatrice, migliore dei vecchi Stati europei e comunque non
imperialista, né coloniale, né motivata da egoismi nazionali.
Per dimostrare quanto questa apologia sia presente nell'elaborazione
di Negri (spiegando anche la grande accoglienza riservata al libro da
mass-media potenti e influenti dell'asse USA-G.Bretagna) non dobbiamo
far altro che lasciargli la parola:
"Gli USA sono diversi, non conoscono l'imperialismo. Sono un paese
che nasce attraverso una rivoluzione coloniale e ritiene questa
origine nella sua Costituzione. Sono un paese che diventa grande
attraverso l'estensione della sua frontiera interna, annettendo spazi
e migrazioni, distendendosi su sempre più ampi territori, sui quali è
la regola democratica che stabilisce la nuova civiltà e le nuove
gerarchie, miscele e ibridazioni di etnie e popoli. Sono una nazione
che si impegna contro il fascismo. Sono un paese che paga, attraverso
gravissime crisi interne, i rari momenti nei quali le elites
dominanti si fanno trascinare in operazioni di ingerenza
imperialista: come dopo la crisi cubana all'inizio del secolo e dopo
la guerra vietnamita nel secondo dopoguerra. Sono dunque, in buona
sostanza, una nazione anticolonialista, antimperialista, democratica:
un paese che non ha vissuto (se non episodicamente) le orribili
vicende degli Stati-nazione europei nei secoli della modernità. Una
nazione ed uno Stato che oggi si avviano ad esercitare comando
imperiale, non imperialista" (6).
Davvero sconcertante, simile a deliri a stelle e strisce nostrani,
alla Giuliano Ferrara per intenderci. In poche righe, non c'è fase
della storia statunitense che non venga nobilitata/esaltata.
L'Olocausto dei nativi d'America, il rapimento e l'infame riduzione
in schiavitù di milioni di africani, una nascita statale, cioè, che
gronda violenza., sangue e terrore come nessun'altra, diventa
poeticamente "annessione di spazi e migrazioni..distensione su ampi
territori", ove "è la regola democratica che stabilisce la nuova
civiltà e le gerarchie". E le decine, se non centinaia, di
aggressioni imperialistiche effettuate dagli Usa nel Novecento si
riducono incredibilmente a due, Cuba (peraltro non la Baia dei Porci
e l'embargo, ma quella di inizio secolo) e il Vietnam, ritenute
foriere di gravi crisi non già - come in Vietnam - a causa della
sconfitta USA ma perché in contrasto con un inverosimile DNA
antimperialista che Stato e popolo USA vanterebbero. Niente a che
vedere, insomma, con gli orribili Stati europei, vero oggetto d'odio
da parte di Negri: che non si ferma qui.
"Così come prescrive la loro Costituzione, all'efficacia del loro
dominio gli USA uniscono una profonda fiducia nei diritti dell'uomo e
valicano la loro azione di gendarmi dell'ordine imperiale mondiale
sulla base di principi di ingerenza morale ed umanitaria.
Dall'anticolonialismo all'antimperialismo, dall'intervento
antifascista all'ingerenza umanitaria, si stabilisce così una linea
continua che regge l'azione imperiale degli USA. E' sulla base di
questi principi che gli USA possono evitare di chinarsi all'ambiguo
contrattualismo delle Nazioni Unite ed esercitare piuttosto la loro
missione di civiltà e di politica internazionale, su un terreno che è
quello dell'Impero. Essi non sono assoggettati al diritto
internazionale ma formano quello imperiale" (7).
Mentre Chomsky si sgola da anni, insieme a poche altre grandi figure
dell'opposizione USA, per dimostrare che gli USA sono lo Stato che
più di ogni altro calpesta i diritti umani e diffonde guerra e
terrore nel mondo, Negri non solo ne fa i paladini di tali diritti ma
dà sostegno e armonia alle teorie della sinistra liberista (da Blair
a D'Alema, e ovviamente Clinton) sull'"ingerenza/guerra umanitaria".
E come se non bastasse, spiega anche la positività dell'azione di
chi "non si inchina all'ambiguo contrattualismo delle Nazioni Unite",
giustifica il perché gli USA siano il paese che meno rispetta
qualsiasi convenzione o deliberato internazionale. Gendarmi, dunque,
ma umanitari e democratici. E su chi avesse ancora qualche dubbio,
Negri infierisce:
"Il contenuto della costituzione imperiale post-moderna sono i
valori. E cioè i diritti dell'uomo; e cioè i diritti che la
liberazione del mercato, oltre ogni laccio e lacciuolo, definisce.
Governo assoluto, rappresentativo di valori. Governo globale, come è
globale il mercato. Governo della pace perché laddove c'è l'Impero
non c'è più guerra: ci possono essere solo ribellioni all'ordine che
una forza repressiva, speciale, una forza di polizia, annullerà.
Contro la Serbia non c'è guerra ma una restaurazione di valori" (8).
Il peana alla "costituzione imperiale" annichilisce ogni altro
possibile cantore dell'imperio USA. Chi era mai arrivato a promettere
che "dove c'è Impero non c'è più guerra" e ad assicurare che "contro
la Serbia non c'è guerra"? Persino D'Alema e Blair, alla fine,
avevano dovuto chiamare guerra la guerra, anche se "umanitaria".
E'alla luce di questa apologia del ruolo degli USA che vanno letti
tutti i passaggi che in "Impero" mirano a delocalizzare il potere, a
collocarlo dappertutto e in nessun posto, in un'opera di
falsificazione/occultamento che, pur in un'altalena di affermazioni
contraddittorie e spesso reciprocamente elidentisi (dovuta anche,
forse, alla scrittura a due mani), contribuisce a deresponsabilizzare
la gigantesca e concreta macchina di potere statunitense dalla
materiale gestione del dominio del mondo. A tal proposito, il filo
conduttore politico che attraversa il ragionamento negriano appare
questo: il potere non ha più sedi, ma qualora ne avesse, sono
comunque meglio di quelle di prima, e non hanno a che fare con banali
interessi nazionali, men che meno relativi agli USA; è scioccamente
antiamericano individuare nello Stato USA il principale nemico
dell'umanità oggi. Questo mi pare il tessuto politico che collega
brani come i seguenti :
"Nello spazio liscio dell'Impero non c'è un luogo del potere: il
potere è, a un tempo, ovunque e in nessun luogo. L'Impero è
un'utopia, un non-luogo" (9);
"L'Impero accoglie tutti pacificamente nei suoi domini..non fortifica
i suoi confini con l'espulsione degli altri, bensì attraendoli nel
suo ordine pacifico" (10);
"L'Impero è meglio di ciò che l'ha preceduto" (11);
" L'Impero non stabilisce alcun centro di potere e non poggia su
confini e barriere..si tratta di un apparato di potere decentrato e
deterritorializzante ..Né gli Stati Uniti, né alcuno stato-nazione
costituiscono attualmente il centro di un progetto imperialista.
L'imperialismo è finito. Nessuna nazione sarà un leader mondiale come
lo furono le nazioni europee moderne" (12);
"La polizia mondiale americana agisce nell'interesse dell'Impero non
dell'imperialismo. Come ha affermato George Bush, la guerra del Golfo
ha annunciato la nascita di un nuovo ordine mondiale" (13).
Non c'è da sorprendersi se l'indicazione politica per il "contro-
impero" e per la "moltitudine" (la fascinazione, che tale termine ha
provocato, è determinata dall'abilità di Negri nel lanciare termini
che, intervenendo su preesistenti carenze lessicali, rispondano ad
una richiesta di novità e suonino bene e modernamente: chi dice
moltitudine, non pensa ad un particolare strumento interpretativo, ma
trova che sia più assonante e originale che "masse", "lavoratori
dipendenti", "salariati", "sfruttati","gente","classe operaia",
termini o delimitanti o segnati dall'uso) è l'ineluttabilità di
fronte all'evento, l'esodo.
"Il nuovo paradigma imperiale è irreversibile. Ogni ribellione di uno
Stato-nazione è inevitabilmente condannata alla sconfitta;
altrettanto la ribellione o la fronda di coalizioni di Stati-nazione.
Non c'è alternativa allo sviluppo dell'ordine imperiale. Non c'è più
un "fuori". E allora, che fare? Dovremo naturalmente abituarci al
progressivo estendersi della regola imperiale americana e quindi
all'ingerenza degli aerei e degli eserciti dell'Alleanza Umanista"
(14).
Oddio, una qualche indicazione supplementare sul da farsi ci sarebbe,
ma appare o auto-annullantesi (perché dice una cosa e il contrario) o
di nuovo elogiativa nei confronti dell'Impero. E infatti, prima c'è
l'apologia dell'Esodo: "17 secoli fa Agostino d'Ippona ci raccontava
l'impossibilità di far agire strategie alternative all'interno
dell'Impero. Allora, come oggi, l'unica alternativa è quella di
andarsene dall'Impero"; poi l'inutilità/impossibilità dell'Esodo
stesso: "E' solo movendosi all'interno dell'Impero che potremo
ribellarci"; infine, l'estrema illusione di poter "fregare" l'Impero
costringendolo alla coerenza con i principi che sbandiera,
alla "serietà": "Per spingere l'Impero alla catastrofe, occorre
prenderlo sul serio..Si tratta di contrastarlo chiedendogli per tutti
cittadinanza, per ogni cittadino garanzia di reddito, per ogni uomo
diritto di esodo, per ogni gruppo produttivo diritto di appropriarsi
non solo di una quota di ricchezza ma anche di una quota di
potere"(15). E sembra che Negri creda sul serio che, pur di non
rischiare l'incoerenza e la non-serietà, l'Impero finirà per
concederci tutto ciò pacificamente.
L'insostenibilità, l'inconsistenza - nonostante l'abilità lessicale
del Funambolo - il carattere apologetico dell'impianto, lontano anni-
luce dalla realtà economica e politica che in questi giorni lo Stato
Usa e il suo Timoniere Bush ci stanno sbattendo in faccia, devono,
però, essere improvvisamente balenati, nella loro enormità, anche
allo stesso Negri (del genere: ogni tanto, anche gli scrittori di
fantascienza vanno al supermercato), il quale, bruscamente, pochi
giorni fa, ha innestato una retromarcia teorica stupefacente, che
rimette in discussione tutto l'impianto di "Impero" ma con
un'argomentazione fattuale persino più inconsistente delle tesi di
fondo: insomma, come dicono nella regione natale di Negri, il
classico rattoppo che è peggio del buco.
Ecco quanto sostiene infatti Negri nell'intervista al Manifesto per
l'anniversario dell'11 settembre, con lo sconcertante titolo "Il
backlash imperialista sull'Impero" (15) ("backlash" è tradotto
nell'Oxford dictionary come "una estrema e violenta reazione ad un
evento"; secondo Negri, appunto, saremmo di fronte ad "una estrema
controspinta reazionaria dell'amministrazione Bush, che blocca la
costruzione imperiale"):
"Di assolutamente nuovo rispetto all'impianto di "Impero" c'è che la
reazione americana all'11 settembre si sta configurando come un colpo
di reni contrario e regressivo rispetto alla tendenza imperiale. Una
controspinta, un backlash imperialista dentro e contro l'Impero,
legato a vecchie strutture di potere, a vecchi metodi di comando..in
controtendenza rispetto ai caratteri molecolari e relazionali del
biopotere imperiale che avevamo analizzato..Il gruppo che è andato al
potere con Bush è un gruppo reazionario legato ad alcune
megastrutture del potere americano..gente rimasta a lato della terza
rivoluzione industriale e che la guarda con ostilità.La gravità della
situazione sta in questa contraddizione..gravissima, ricorda la
reazione dei nazionalismi (nds. del nazifascismo) al mutamento di
scenario degli anni '30. Può succedere di tutto".
Dunque: Bush padre aveva avviato l'Impero "buono", quello che non fa
guerre ma operazioni di polizia etiche come la guerra nel Golfo, cose
comunque non gravi; poi è arrivato Clinton che, legato alla "terza
rivoluzione industriale", ha proseguito sulla retta via delle
operazioni di polizia in Jugoslavia e sulla luminosa strada
dell'Impero. Peccato che all'improvviso emerga la "reazione" di Bush
figlio che, "legato a vecchie strutture di potere" e ostile
alla "rivoluzione industriale", non vuole più l'Impero ma intende
ritornare al buon vecchio imperialismo e alle sane guerre di una
volta. Se non parlassimo di cose tragiche, sembrerebbe un film dei
fratelli Marx sceneggiato da Mel Brooks.
Di certo, c'è il rimpianto per Clinton (Negri afferma tra
l'altro "ci auguriamo tutti che alle elezioni di novembre vincano i
democratici"), per il suo Impero e per la sua "terza rivoluzione"; ma
anche, di nuovo, la fiducia nei mercati, liberi da lacci e laccioli e
soprattutto dai crudelissimi Stati:
"L'ostacolo vero a Bush può venire dai mercati. I mercati alla guerra
non ci stanno.. per far riprendere l'economia americana ci vorrebbe
la seconda guerra mondiale non l'operazione di polizia (nds. ci
risiamo, neanche questa sarà considerata da Negri una guerra?) contro
l'Iraq che può solo avere effetti negativi sul risparmio negli Usa".
Anche sul "che fare", Negri sembra aver cambiato bruscamente idea,
l'esodo non basta più.
"Non è che il potere ti lasci fare esodo in santa pace, ti attacca
continuamente. E dunque, o l'esodo diventa militante e combattente o
è perdente. Devi esercitare forza anche quando non vorresti, è
l'avversario che te lo impone".
Anche se è difficile capire cosa diavolo sia "l'esodo combattente",
sarebbe già un passo avanti: se poche righe dopo non ci si
domandasse "quali alleanze intrecciare con le aristocrazie imperiali
riformiste(sic!)". E alla domanda di Ida Dominianni che segnala,
allarmatissima, come, "complice la stupidità della strategia
reazionaria di Bush, a sinistra l'antiamericanismo monta..e questa è
una posizione confusa, sbagliata e pericolosa", risponde: "Sono del
tutto d'accordo. Anche se il progetto di Bush è imperialista, è
sbagliato considerare imperialisti gli Stati Uniti come tali. La
posizione dell'antiamericanismo coincide con la rivalutazione e
difesa dello stato nazionale come trincea antimperialista, tentazione
non estranea ad alcuni settori del movimento dei movimenti: e questa
è una postura sbagliata che ci impedisce di capire come è fatto il
mondo e chi ha il comando".
Qui, davvero, il contorsionismo e i grovigli logico-teorici superano
la mia capacità di discernimento. Lascio dunque agli estimatori delle
tesi di Toni Negri l'arduo compito di districarsene.
I perché della guerra permanente e globale
Subito dopo il crollo del "socialismo reale" nell'Est europeo, molti
analisti politici ed economici, non tutti malintenzionati,
descrissero quella che si apriva come una assai probabile "era di
pace". La fine dell'equilibrio tra le due superpotenze e il massiccio
predominio degli Stati Uniti che ne scaturiva, fecero prevedere che
gli strumenti militari sarebbero caduti in disuso e l'egemonia
mondiale si sarebbe giocata sul piano della pura competizione
economica. Mai previsione si rivelò più fallace: il "ritmo" bellico,
lungi dal rallentare fino all'arresto, ha avuto da allora
un'accelerazione senza precedenti.
Ma perché gli Stati uniti hanno bisogno come non mai della guerra?
Perché la rendono permanente e globale? E perché aggrediscono anche
realtà statuali di scarso peso politico o militare?
Bisogna innanzitutto non commettere l'errore di ritenere l'intervento
militare un atto compiuto nei momenti di massima forza di una
potenza. In realtà, nella storia del capitalismo, la guerra è stata
attivata assai sovente nei momenti di debolezza economica o ancor più
nelle fasi di declino dell'egemonia economica di uno Stato o di un
gruppo di essi. Al momento del crollo dell'Urss, l'intero sistema
capitalistico esibì la propria massima promessa, quella di estendere
la ricchezza occidentale a tutto il globo e di elevare il tenore di
vita anche di quei tre quarti dell'umanità da decenni nella miseria
più nera. La fine degli ostacoli, determinati dall'esistenza di
un "campo socialista", all'estensione globale del mercato e della
produzione di merci a fini di profitto avrebbe finalmente consentito -
questa fu la vulgata ideologica dominante - il pieno dispiegarsi
della potenza del sistema capitalistico, a beneficio di tutti.
In realtà, e nel giro di pochissimo tempo, queste teorie si sono
dimostrate pura utopia. Non solo la ricchezza del mondo occidentale
non si è estesa ai tre quarti del mondo, ma, al contrario, i più
ricchi si sono ulteriormente arricchiti e i più poveri ancor più
impoveriti. Il mercato mondiale delle merci, lungi dall'allargarsi,
ha finito per stagnare o restringersi anche nei paesi ricchi, con
l'avvento di nuove povertà: in verità oggi il mercato "globalizzato"
non coinvolge più di un quarto dell'umanità, mentre il resto ne è
irrimediabilmente escluso, non avendo nulla da vendere né i mezzi per
comprare alcunché. In tale situazione, il sistema capitalistico
rischia ad ogni passo una gigantesca crisi da sovrapproduzione:
l'apparato produttivo mondiale produce, in tempi sempre più brevi,
una quantità sempre maggiore di merci, ma deve venderle ad un numero
più o meno statico di potenziali compratori che, per giunta,
possiedono già larga parte dei prodotti necessari.
Questa impasse strutturale produce da una parte la corsa frenetica
alla mercificazione globale, al tentativo angosciante di trasformare
qualsiasi cosa - dal cibo geneticamente modificato, alle sementi,
dall'istruzione/sapere alla salute, fino alla commercializzazione del
corpo umano e del DNA, di qualsiasi pezzo di natura mercificabile, di
ogni sentimento, ideale e sogno umano - in merce produttrice di
profitto; e dall'altra, l'impulso guerresco ad abbattere qualsiasi
ostacolo alla produzione capitalistica.
Di fronte alla potenza politicamente e militarmente dominante, agli
Stati Uniti, si presenta questo quadro: enormi difficoltà ad
estendere davvero il mercato mondiale, sovrabbondanza di merci con
carenza di compratori, discesa in campo di un numero crescente di
potenze concorrenti sul puro terreno economico, economia interna con
sempre più punti deboli, meccanismi di dominio sulle materie prime e
sulle fonti energetiche sempre più contrastati; e soprattutto
emersione accelerata di limiti incombenti allo sviluppo costante
delle risorse economiche strategiche (non stiamo parlando solo di
petrolio e di gas, ma anche della grande produzione agricola di
fronte alla non-espansione di terre coltivabili, dell'accesso
all'acqua mentre l'individuazione di fonti utilizzabili è sempre più
difficile e costosa, di estrazione di metalli da paesi stufi di
essere saccheggiati, di nuovi canali per il trasporto delle merci che
esigono il pieno controllo dei territori interessati, dell'utilizzo e
del trasporto di nuove fonti energetiche di fronte al possibile
prosciugarsi delle risorse petrolifere ecc..) e consapevolezza che la
gestione e il controllo di tali risorse, in caso di non espansione o
riduzione di esse, vanno assicurati a tutti i costi - ivi compresa la
guerra permanente - a chi vuole dominare il mondo, prima che altre
potenze, oggi ancora militarmente "nane", possano competere alla pari.
Ci consiglia saggiamente Sergio Finardi: "Costruite la tabella dei
limiti di sviluppo dei vari settori, guardate la mappa delle regioni
geografiche che ospitano determinate risorse naturali e otterrete la
mappa dei conflitti presenti e futuri, quelli molto evidenti perché
militari (oggi più di trenta conflitti attivi in varie regioni del
mondo) e quelli segreti e sordi condotti a colpi di crisi
finanziarie, di blocchi o di accordi commerciali, di spionaggio
industriale, di intese o lotte in organismi come il FMI o il WTO.In
qualsiasi modo concorrenza e conflitto si camuffino - conflitti di
nazionalismi, religioni, etnie, ideologie - al fondo di esse si
troverà la lotta per il controllo di uno o più settori strategici". E
se in tali conflitti risalta la "crescente tendenza aggressiva
economica e militare degli USA, dell'Europa occidentale e, più
timidamente, del Giappone, essa non è frutto di un oramai
incontrastato potere, ma è all'opposto legata alla consapevolezza che
gli establishment di queste potenze hanno del loro inevitabile
declino relativo".
Ne consegue la strategia del "porte aperte, o ve le sfondiamo", che
ha sotteso, dal '90 in poi - da quando, cioè, il crollo dell'Urss ha
lasciato loro la piena e incontrastata egemonia bellica -, l'azione
militare degli Stati Uniti e delle alleanze internazionali a
geometria variabile costituitesi sotto la loro guida, dalla guerra
del Golfo a quella che si prepara contro l'Iraq. Il filo conduttore è
la cancellazione di qualsiasi avversario statuale o politico, seppur
di modeste dimensioni, che possa impedire, ostacolare, ritardare o
mettere in discussione la penetrazione economica, l'appropriazione e
il controllo delle ricchezze altrui, da parte degli USA e degli Stati
ad essi alleati-subordinati.
E' lampante la volontà statunitense di impedire ai concorrenti
economici - e cioè a quegli Stati o insieme di Stati che già oggi, o
in tempi ragionevolmente brevi, sarebbero, sul piano puramente
economico, in grado di metterne in discussione il dominio, come
un'eventuale Europa unita, il Giappone, la Cina, la Russia, una volta
uscita dal marasma politico, e persino un'ipotetica alleanza tra
borghesie arabe al fine di esautorare gli USA dal controllo del
petrolio e di fondamentali risorse energetiche - di crescere e di
contestare l'egemonia USA, attraverso una strategia che mira a
soffocare nella culla, usando lo schiacciante dominio militare, ogni
velleità in tal senso.
Collateralmente, non va trascurato quale potente volano per
rilanciare l'economia sia sempre stato, in quest'ultimo secolo,
l'economia di guerra e cioè i massicci investimenti statuali nella
produzione bellica e nei suoi derivati, a maggior ragione quando la
produzione di armi è quella che, nell'economia Usa, è stata sempre
dominante. Come ha sintetizzato brutalmente Gore Vidal: "Il
presidente Bush ha detto che questa sarà una lunga guerra e lo ha
detto con molta gioia, perché tutto il denaro che verrà speso dagli
Stati Uniti andrà nelle tasche dei suoi amici. Bush è stato eletto
con il sostegno dei petrolieri e del complesso militare-industriale.
Una guerra contro un miliardo di mussulmani è una vera manna per i
loro affari, una meravigliosa opportunità di guadagno per l'industria
delle armi e del petrolio". Ma più in generale, aggiungeremmo noi,
per l'intero capitalismo Usa che, dopo le Twin Towers, ha incamerato
circa duecentomila miliardi, facendo abolire le tasse sulle imprese e
cancellare ogni regola di protezione ambientale, ottenendo
sovvenzioni cosmiche, con le compagnie assicurative ed aeree in prima
fila, e imponendo massicce spese militari, che fanno da volano al più
vasto complesso industriale "pesante".
E, last but not least, l'esibizione di incontrastabile potenza
militare è ulteriormente comprensibile se si tiene conto che gli USA
hanno il più sbalorditivo debito estero di tutta la storia
dell'umanità, qualcosa come 35 milioni di miliardi di lire di debito
annuo. Se i principali centri finanziari, statali e privati
richiedessero indietro una parte rilevante di tale debito, l'economia
USA entrerebbe in una crisi potenzialmente catastrofica: solo il
dominio militare e il controllo del pianeta garantiscono agli Stati
Uniti che tale richiesta non divenga operativa, inducendo però gli
USA a dover ridimostrare continuamente l'intensità e l'onnipresenza
di tale dominio.
Questo insieme di ragioni spiega perché anche un Irak, un Afghanistan
o una Jugoslavia, che intendano autonomizzarsi in zone politico-
militari-economiche di grande rilevanza strategica, e persino una
struttura militare non statuale come Al Qaeda (di cui, peraltro,
buona parte di quel che sappiamo deriva da fonti statunitensi, e
quindi è bene farci riferimento con grande cautela, restando pur
sempre un parto degli apparati militari USA), divengano ostacoli
significativi da abbattere. In particolare, il cosiddetto estremismo
islamico, "terrorista" o meno, è considerato pericoloso in quanto
potenziale avanguardia armata di una ben più vasta borghesia araba
che sta valutando seriamente in questi anni (valeva per
l'Afghanistan, vale per l'Iraq e l'Iran, potrebbe valere domani anche
per l'Arabia Saudita) la possibilità di svincolarsi dall'egemonia
statunitense non certo per contestare il capitalismo e i suoi
meccanismi, bensì per ritagliarsi ben più ampi spazi all'interno del
sistema economico dominante, utilizzando appieno le proprie ricchezze
energetiche.
Consapevoli di ciò, gli Usa stanno invece cercando di usare
l'estremismo islamico per togliere definitivamente alle borghesie
islamiche ogni vero controllo sulle proprie ricchezze e passare a
gestirle in prima persona, anticipando anche le mosse delle altre
potenze concorrenti.
Scrive il Washington Post (16): "Lo spodestamento di Saddam Hussein
aprirebbe un filone d'oro per le compagnie petrolifere americane a
lungo bandite dall'Iraq, facendo naufragare gli accordi petroliferi
con Baghdad di Russia, Francia ed altri paesi e provocando un
rimescolamento dei mercati petroliferi mondiali.Il petrolio iracheno
è una delle principali monete nella contrattazione per ottenere
dall'Onu e dagli alleati occidentali l'adesione alla dura azione
internazionale contro Hussein". E rincara Manlio Dinucci
(17): "L'Iraq possiede riserve petrolifere ammontanti a 112 miliardi
di barili, le seconde del mondo dopo quelle dell'Arabia Saudita. La
loro durata, agli attuali ritmi di consumo, è stimata in oltre un
secolo, più di quelle saudite (83 anni)..Le compagnie statunitensi,
sin dalla fine degli anni '80, sono state tagliate fuori dallo
sfruttamento delle riserve irachene..I paesi che acconsentiranno alla
guerra contro l'Iraq potranno avere, in misura minore rispetto agli
USA, contratti per lo sfruttamento del petrolio iracheno; quelli che
si opporranno, saranno esclusi". Di petrolio, dunque, parliamo: altro
che lotta al terrorismo!
L'opposizione alla guerra contro l'Iraq
Stante l'accentuarsi delle pressioni egemoniche statunitensi e la
conseguente, evidente insofferenza delle altre potenze minori, è
pensabile che la guerra all'Iraq venga arrestata grazie alle
contraddizioni e ai conflitti tra gli Stati che subiscono l'egemonia
USA? Mi pare non sia il caso di coltivare illusioni in merito. Le
caratteristiche dell'attuale "equilibrio diseguale" nei rapporti tra
Stati Uniti e potenze minori sono ben tratteggiate da Salvatore
Cannavò (18):
"Mai nella storia uno Stato si è dotato di tale, inattaccabile
dominio militare; ma mai a tale dominio è corrisposto una dipendenza
globale (si pensi al peso del debito estero) tale da renderlo
suscettibile di contraccolpi esplosivi. Gli Usa dipendono dagli
investitori europei e giapponesi ma, allo stesso tempo, dettano a
quelli il ritmo della politica internazionale: e per mantenere il
proprio ritmo, scelgono la guerra infinita.I paesi europei sono
sempre meno disposti a tollerare la strategia della supremazia
permanente, ma incapaci di descrivere un'alternativa o quanto meno di
pronunciare qualche no..L'Europa, protesa verso una propria statualià
conflittuale con Washington, è allo stesso tempo interessata ad un
ordine liberista garantito dalla guerra, l'unico a garantire da
sommovimenti sociali o da crisi di rigetto verso le implacabili
terapie liberiste. All'Europa sta stretta la strategia militare USA,
ma non può farne a meno e alla fine sceglie la strategia
del "vorrei,ma non posso".Un atteggiamento analogo seguono Russia e
Cina, che pure coltivano sogni di grande potenza e perseguono disegni
politici non riconducibili alle aspettative di Washington. E se sul
piano politico e militare si confrontano con gli USA, spesso lo fanno
per contrattare al rialzo benefici economici, miglioramenti della
propria condizione internazionale, risarcimenti e favori".
Dunque, non c'è da attendersi nulla di decisivo dalle attuali
posizioni di alcuni governi europei, tedeschi in prima fila, della
Cina e della Russia, che hanno segnalato il proprio disaccordo nei
confronti della guerra all'Iraq. In definitiva, la possibilità di
fermare o ostacolare al massimo le operazioni belliche è in mano al
movimento antiliberista e a tutte le componenti pacifiste e anti-
guerra che hanno già dato numerosi e decisi segni di ribellione. Non
è però affatto indifferente alla mobilitazione lo stato delle
contraddizioni nel campo imperialista e "liberista". Se i governi che
recalcitrano non fermeranno di per sé Bush e Blair, purtuttavia non
si ricreerà quell'ampio fronte sociale favorevole alla guerra
verificatosi in Europa durante l'aggressione alla Jugoslavia. I mass-
media saranno meno scatenati sulla linea bellica, sarà più facile far
crescere la protesta.
E non va poi dimenticato quanto detto all'inizio, a proposito
dell'obnubilamento di massa determinatosi dopo il '90 in tanta parte
dell'opinione pubblica "di sinistra" e sui suoi responsabili. Questa
volta, in molti paesi europei la sinistra liberista è all'opposizione
e sulla guerra prenderà, per motivi prevalentemente strumentali,
posizioni opposte a quelle prese nei confronti della guerra alla
Jugoslavia e a quella in Afghanistan (come poi riuscirà a spiegare
adeguatamente tale rocambolesca capriola resta misterioso). I segnali
in tal senso in Italia li abbiamo già tutti: il Cofferati
della "contingente necessità" dell'aggressione nei Balcani è oggi per
un "forte e deciso no alla guerra"; i DS della "guerra umanitaria"
contro la Jugoslavia vogliono ora addirittura promuovere una
manifestazione contro la guerra. E tutto ciò, al di là del
trasformismo irritante, contribuirà ulteriormente ad allargare la
mobilitazione popolare che davvero, stavolta, potrà andare ben oltre
i tradizionali campicelli da noi arati di solito.
Due appuntamenti sono già in campo, promossi dal movimento che sta
costruendo il Forum sociale europeo: il 5 ottobre, "cento città
contro la guerra", manifestazioni di piazza in tutte le città per
fermare la guerra e la partecipazione italiana ad essa; e il 9
novembre, alla chiusura del Forum europeo, si svolgerà la prima e
gigantesca manifestazione europea contro la preventivata aggressione
all'Iraq. E in mezzo, iniziative davanti alle basi militari
statunitensi, proteste davanti a strutture collegate alla guerra e
quant'altro sarà utile come "dissuasione preventiva" verso chi ci
vuole imbarcare in questa nuova, atroce tappa della guerra permanente.
L'uso della categoria "terrorismo" per giustificare guerra e
repressione
Dal palco di S.Giovanni, davanti a centinaia di migliaia di persone
convocate dai "girotondisti", e in alcuni dibattiti, Gino Strada, il
fondatore di Emergency, ha detto nettamente cose che io ho spesso
ripetuto, con ben più scarso successo, nel movimento antiliberista
dopo gli attentati dell'11 settembre, polemizzando contro quella
formula apparentemente di buon senso (contro la guerra, contro il
terrorismo) che aveva il torto di prendere per buona la lettura della
realtà proposta dal governo USA, contribuendo a far credere che la
guerra fosse davvero una risposta al terrrorismo e che quest'ultimo
avesse dimensioni e portata equiparabili alla macchina bellica
statunitense.
Ha detto più o meno Gino Strada (cito a braccio, facendo riferimento
sia all'intervento dal palco sia al dibattito con decine di
parlamentari tenutosi a Roma il 17 settembre): "Che cosa c'è al mondo
di più terroristico della guerra?..Non ha senso domandarsi se la
guerra è una risposta giusta o sbagliata al terrorismo perché quelle
che si sono svolte, e quelle che si vogliono fare, non erano e non
sono guerre al terrorismo ma guerre per il petrolio, per il controllo
delle materie prime, per il dominio.E' la guerra la forma
internazionale del terrorismo..Ed è un evento mostruoso che si è
ripetuto continuamente in questi anni, che ha attraversato e
insanguinato tutto il mondo, dal Cile al Nicaragua, dall'Afghanistan
alla Palestina, provocando, secondo le cifre approssimate prodotte
dal Peace Researching Institute di Oslo, più di 9 milioni e mezzo di
vittime civile, gran parte delle quali vanno addebitate alle
politiche degli Stati Uniti..Dovremmo avere sempre a mente la
condizione di tutti quei popoli per i quali ogni giorno è l'11
settembre".
Parole che ci piacerebbe scrivere a caratteri cubitali in ogni sala
di dibattito contro la guerra nei prossimi mesi. Alle quali, da parte
nostra, affianchiamo un approfondimento a proposito dell'uso della
categoria "terrorismo".
Intendiamoci: qui non stiamo parlando di Al Qaida, la cui natura
interna (ad esempio, il fatto se sia o no ancora manipolabile da
quegli apparati militari e spionistici USA che l'hanno ideata e fatta
crescere) non possiamo conoscere, ma la cui attività bellica è
perfettamente speculare - seppur con potenza distruttiva neanche
lontanamente paragonabile, né oggi né mai, a quella statunitense -, a
quella imperialistica, e dunque estranea e contrapposta a chi si
batte contro la guerra e il capitalismo.
Qui stiamo prendendo atto che uno Stato come quello USA, che ha
organizzato non solo decine di guerre nel secolo scorso ma colpi di
stato in mezzo mondo, migliaia di attentati, uccisioni e rapimenti di
capi di stato o leader politici, che ha calpestato la legalità
dappertutto e nei modi più brutali (come sintetizza Chomsky: "Se la
definizione di terrorismo è quella che fornisce il Codice USA
dell'84, e cioè ogni atto rivolto ad intimidire e obbligare con la
forza la popolazione civile, a influenzare la politica di un governo
attraverso la coercizione e l'intimidazione, a orientare la condotta
di un governo attraverso l'assassinio o il rapimento, allora non c'è
dubbio che gli Stati Uniti sono un paese-guida del terrorismo, così
come i loro clienti" (19) ), oggi sta costruendo, con il pretesto
della lotta ad un indistinto e inafferrabile terrorismo, non solo la
guerra permanente ma la cancellazione di ogni conflitto sociale
radicale o di ogni resistenza popolare armata, infilando tutte le
organizzazioni coinvolte in tali lotte in una sempre
dilatantesi "lista nera" di "terroristi" da reprimere e da far
sparire con ogni mezzo.
In tale lista sono inserite organizzazioni che praticano o guidano
una lotta di liberazione popolare come le FARC colombiane o i
palestinesi del Fronte popolare o l'ex-PKK kurdo. Ma questa estate
l'operazione "lista nera" ha compiuto un ulteriore salto di qualità,
imponendo, tramite il giudice spagnolo Garzon, l'equiparazione tra
l'ETA basca e Batasuna, organizzazione politica che notoriamente
riscuote il consenso elettorale di una larga parte del popolo basco
ed ha centinaia di eletti a livello europeo, regionale e locale. La
conseguente messa fuori legge di Batasuna (bloccata in questi giorni
dalle decisioni del Parlamento basco) è un ulteriore e senza
precedenti salto di qualità nella repressione di qualsiasi voce
dissonante rispetto al dominio USA e dei suoi alleati.
Se gli Stati Uniti stavano già cercando di far passare, a livello
internazionale, la messa fuori legge non solo di tutte le
organizzazioni della "lista nera" ma anche di quelle che
manifestino "simpatia" o "solidarietà" o forniscano "aiuti politici
ed economici" a tali organizzazioni, con Batasuna si è andato oltre:
si mettono fuori legge organizzazioni per il solo fatto che non
condannano i responsabili di attentati tramite bombe o omicidi
politici, e che non ne permettono/agevolano, collaborando con la
polizia, l'individuazione.
La risposta del movimento antiliberista italiano, ma direi di tutta
la sinistra anticapitalista, a questo uso liberticida della
categoria "terrorismo" è stata finora assai modesta: e a questo, al
Forum sociale europeo, ci assumeremo la responsabilità di porre
riparo. Ma è ora che tutti si esca dalla posizione difensiva in cui
l'11 settembre ci ha oggettivamente collocato: e che, insieme a Gino
Strada, si dica chiaro e forte che ci sono popoli "per i quali è
sempre 11 settembre"; e, insieme a Chomsky, si affermi che non sarà
il paese-guida del terrorismo a poter stilare la lista di chi ha
diritto a lottare politicamente e di chi va cancellato con ogni mezzo.
PIERO BERNOCCHI -ESECUTIVO NAZIONALE CONFEDERAZIONE COBAS
Note
1 Newsweek, 11 settembre
2 Noam Chomsky in "11 settembre, le ragioni di chi?", AAVV,
ed. Il Manifesto, 2002
3 Michael Hardt-Antonio Negri "Impero", Rizzoli, 2002,
pag.55
4 ibidem pag.55
5 ibidem pagg.310-312
6 Antonio Negri "I democratici gendarmi dell'ordine
mondiale" in Alias - supplemento a "Il Manifesto" 17 aprile 1999
7 ibidem
8 ibidem
9 "Impero" pag.181
10 ibidem pag.187
11 ibidem pag.56
12 ibidem pag.14
13 ibidem pag.172
14 "I democratici gendarmi..." in Alias op. cit.
15 "Il Manifesto", 14 settembre
16 Washington Post, 15 settembre
17 "Il Manifesto", 18 settembre
18 Salvatore Cannavò, "Rivoluzioni", settembre 2002
19 N.Chomsky, op.cit.
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