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(it) Confederazione COBAS - L'Impero "buono" e la guerra permanente

From "meletta1" <meletta@aconet.it>
Date Mon, 23 Sep 2002 04:26:47 -0400 (EDT)


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      A - I N F O S  N E W S  S E R V I C E
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Questo articolo, scritto da Piero Bernocchi, uscirà sul prossimo 
numero della rivista "L'Ernesto". Può essere utile per approfondire 
la discussione sui temi della guerra permanente, dell'imperialismo 
vs. impero e dell'uso strumentale della categoria terrorismo

 
   L'IMPERO "BUONO" E LA GUERRA PERMANENTE
 

La selvaggia e spudorata esibizione di violenza e di potere 
incontrastato e incontenibile, che gli Stati Uniti dipanano in questi 
giorni di fronte ad un mondo attonito, conferma, per chi ne avesse 
ancora bisogno, quanto siano sacrosante le considerazioni di Nelson 
Mandela, che ha definito gli Stati Uniti "il primo nemico della pace" 
(1) o quelle di Noam Chomsky che ha bollato lo Stato nordamericano 
come "principale agente del terrorismo nel mondo" (2). Ma tra gli 
effetti di grande rilievo, forse l'unico positivo, dell'orrida 
brutalità esibita dall'amministrazione Bush (che però prosegue nella 
sostanza l'opera delle amministrazioni precedenti, consentendoci di 
puntare l'indice sul ruolo dello Stato USA  piuttosto che su quello 
dei singoli governi) ci dovrebbe essere il diradarsi del densissimo e 
sbalorditivo fumo ideologico che ha protetto, a partire dal crollo 
dell'Urss, l'agire degli USA, nobilitandone gli intenti e costituendo 
il vero centro del cosiddetto "pensiero unico".  

Non si riesce a comprendere come le quattro guerre scatenate dagli 
USA in un decennio abbiano incontrato così poca resistenza nel mondo 
occidentale, e in Europa in primo luogo, se non tenendo conto 
dell'effetto sconvolgente che hanno avuto le grandi campagne 
ideologiche gestite dall'onnipresente apparato massmediatico, che ha 
obnubilato soprattutto l'Occidente narrandogli quotidianamente una 
Grande Favola sulla funzione morale, benefica, "ordinatrice" e 
dispensatrice di valori democratici svolta dallo Stato USA e dai suoi 
alleati subordinati: "favola" che ha occultato la cruda realtà di un 
imperialismo feroce, all'opera senza limiti o controlli.

Questa colossale operazione ideologica - che oscura persino le 
campagne hitleriane-goebbelsiane di dominazione/addestramento del 
pensiero e della "lettura del mondo" collettiva - in Europa si è 
avvalsa, venendone altamente agevolata, di quella Grande Migrazione 
della netta maggioranza della sinistra ex-comunista, socialista o 
socialdemocratica (e dei suoi apparati politici o sindacali) sotto le 
insegne del liberismo/capitalismo e dell'imperialismo statunitense, 
avvenuta in maniera organica e convinta dopo il crollo 
del "socialismo reale",. Solo l'effetto combinato di tale fumo 
ideologico e della suddetta migrazione può giustificare la caduta 
verticale di opposizione verso il bellicismo verificatasi in Europa a 
partire dalla guerra nel Golfo, confrontandola ad esempio con la 
ribellione alla guerra espressa negli anni '50,'60 e '70.

Di certo, dopo il crollo dell'Urss in quanto unico rivale militare 
adeguato, è come se gli Stati Uniti non avessero dovuto più porsi 
limiti o cautele e avessero deciso di giocare rapidamente e senza 
alcuno scrupolo tutte le carte a disposizione per rendere 
irreversibile ed eterno il proprio dominio: ma lo hanno fatto 
elevando in sommo grado la propria stupefacente capacità simbolica 
occultatrice e menzognera, quella di cui, per la verità, avevano già 
dato sorprendenti (ed agghiaccianti) prove nei decenni passati, 
quando ad esempio, ricostruendo le proprie origini statuali, erano 
stati capaci di trasfigurare il più ampio e orrendo genocidio della 
storia (Olocausto ebraico a parte), e cioè la cancellazione degli 
indiani d'America, in epopea spettacolare venduta al mondo come 
divertimento cinematografico o cartaceo.

L'apparato ideologico e massmediatico, che ha fatto digerire in 
questo decennio l'attività criminale degli USA e dei suoi alleati 
alla gran parte delle popolazioni dell'Occidente (assai limitata è 
stata invece la vittoria del controllo mentale sui popoli arabi o 
asiatici, dell'America Latina o dell'Africa) e alla netta maggioranza 
dell'ex-sinistra, è stato articolato e complesso. Ma, schematizzando, 
possiamo dire che è ruotato su quattro perni essenziali ed integrati: 
1) una teoria della globalizzazione intesa come unificazione del 
mercato mondiale, progressista e benefica, apportatrice di ricchezza 
diffusa e di democrazia, grazie al pieno dispiegarsi del "liberismo" 
(lo virgolettiamo, perché si tratta di un liberismo sui generis, del 
tutto unilaterale e manipolato, più ideologia ed utopia obnubilatrice 
che realtà fattuale) come fonte di miglioramento economico per tutti, 
una volta caduti/distrutti i lacci e lacciuoli del "socialismo reale" 
esterno ed interno; 2) la descrizione di un nascente governo mondiale 
dell'economia intorno ad organi transnazionali (WTO, Banca Mondiale, 
FMI ecc..) destinati, nella "vulgata" gridata ai quattro venti, a 
soppiantare gli Stati nazionali, i loro poteri e le loro 
responsabilità; organi disincarnati da ogni territorialità o vincolo 
politico-statuale (malgrado siano, con tutta evidenza, alle strette 
dipendenze degli Stati più forti, e degli USA in primo luogo), in 
grado di garantire la neutralità nella gestione delle cose del mondo -
 al riparo dalla "cattiveria" degli Stati nazionali, dei loro 
interessi di parte e dei loro imperialismi più o meno violenti - 
tramite il ruolo regolatore esercitato da onnipotenti e 
onniscienti "mercati", descritti come altrettanto disincarnati e 
neutri; 3) la definizione di un nuovo potere "ordinatore" politico-
militare sopranazionale, senza centro né periferia, senza precise 
responsabilità nazionali (che, in interpretazioni di sinistra, ha 
assunto, come ampiamente vedremo, le caratteristiche di un 
Impero "buono", o comunque progressivo rispetto ai "crudeli" Stati 
nazionali), incaricato di stabilire/ristabilire l'ordine democratico 
mondiale e la pace anche a colpi di "guerre umanitarie" 
o  "operazioni di polizia" planetaria, ovunque, ad insindacabile 
giudizio di tale potere, sia minacciato l'ordine e la pace; 4) 
l'individuazione, dopo la sparizione dell'Urss, dei nuovi nemici 
della pace, della civiltà occidentale e della democrazia, in due 
categorie, continuamente in espansione ed intersecantisi, gli Stati-
canaglia e il terrorismo.

Intorno a questi quattro pilastri ideologici e politici, ha ruotato 
tutta la lettura del mondo che ha accompagnato e consentito il pieno 
dispiegarsi di tremendi eventi bellici come la guerra del Golfo, 
l'intervento USA in Somalia, l'aggressione alla Jugoslavia e 
all'Afghanistan, il martirio della Palestina e che ora prepara 
l'assalto all'Iraq. Ma oggi tale lettura sembra scontrarsi con un 
clima generale diverso da quello dominante anche solo un anno fa dopo 
gli attentati a New York e Washington, grazie certamente al ruolo 
delle soggettività politiche del movimento antiliberista emerse, o 
rianimatesi, a livello mondiale nell'ultimo triennio, ma ancor più, 
forse, all'ingigantirsi degli appetiti statunitensi e della brutalità 
dell'amministrazione Bush.

Credo che si debba approfittare di questo indebolirsi, speriamo non 
momentaneo, della presa ideologica del bellicismo USA e dei suoi 
alleati, per cercare di disvelare a livello di massa i motivi 
profondi della guerra globale e permanente, nonché per liquidare una 
serie di interpretazioni apologetiche del ruolo statunitense, che 
notevoli danni hanno fatto in tutti gli ambiti ove la sinistra 
liberista ha potuto agire in questi anni, ma anche in parti non 
trascurabili del movimento antiliberista e della sinistra antagonista 
italiana.

A questo proposito, vale la pena di esaminare l'impostazione teorica 
più articolata  messa in campo in tal senso negli ultimi anni , 
la "teoria dell'Impero" di Antonio Negri, non solo per la sua 
ponderosità e la sua diffusione a livello nazionale e internazionale, 
ma anche perché, seppur in forma volgarizzata, la gran parte della 
sinistra liberista europea e clintoniana ha utilizzato in questi anni 
analoghe categorie interpretative sul ruolo degli Stati Uniti.

 

 

L'Impero "buono" e gli Stati "cattivi"

 

Curiosamente, la polemica sviluppata da più parti nei confronti 
della "teoria dell'Impero", è potuta apparire a molti come un puro 
conflitto terminologico o come uno scontro teorico tra nuove/,  
brillanti/"movimentiste" e vecchie/tardoleniniste/ grigie 
interpretazioni della realtà. E' sembrato che si stesse parlando 
sopratutto del grado di ostacoli che il dominio USA incontra nel 
mondo, come se alcuni ritenessero che di ostacoli il progetto 
imperiale non ne incontri più, mentre altri vedessero ancora assai 
contrastata la realizzazione dell'Impero. E' singolarmente passata in 
secondo piano - forse per la capacità affabulatrice di Negri, per le 
sue doti di  Funambolo/Giocoliere delle categorie filosofiche, per la 
sua abilità nel proporre formule interpretative indipendentemente 
dalla aderenza alla realtà (una abilità che richiama quella dello 
scrittore di fantascienza che, a partire da dati reali ma 
estremizzati e assolutizzati, inventa mondi nuovi, irreali seppur 
plausibili: e la fantascienza apre sovente nuovi orizzonti di 
pensiero, divenendo però inutilizzabile o dannosa se presa come base 
per l'azione politica quotidiana) - la natura apologetica della 
descrizione dell'Impero, i connotati di Impero "buono" (uso le 
virgolette perché Negri parla di "Impero buono in sé ma non per sé" 
(3), ma in realtà, come vedremo, la bontà reale di tale Impero, o 
almeno la sua funzione progressista ed etica, è esplicitamente 
rivendicata da Negri) contrapposto ai vecchi Stati imperialisti 
europei "malvagi", nonché la minimizzazione del ruolo altissimamente 
aggressivo esercitato in questi anni dagli Stati Uniti.

Invece proprio qui sta il vero cuore della questione, qui risiede la 
gravità dell'impianto teorico negriano: il resto sarebbe contestabile 
ma discutibile. Io stesso, negli anni passati, ho usato alcune volte 
le parole "impero" o "imperiale" per segnalare lo scarto enorme 
delineatosi, dopo il crollo dell'Urss, nella distribuzione di poteri 
tra l'imperialismo USA e gli altri imperialismi minori: peraltro la 
stessa Inghilterra, riferimento obbligato per la teoria 
dell'imperialismo, determinò a suo tempo un tale scarto di potenza 
economica (però, non militare) con le potenze rivali da venir sovente 
definita, anche nella pubblicistica marxista, impero.

 Ma qui leggiamo di un Impero che spazza via gli Stati malvagi, che 
costruisce un terreno più avanzato per la Rivoluzione, che è 
stato "evocato dal desiderio di liberazione della moltitudine..il 
(cui) desiderio è stato indirizzato in modo strano e perverso alla 
costruzione dell'Impero" (4); di un Impero che non può essere fermato 
o ostacolato (ma  Negri sembra pensare "non deve essere ostacolato"); 
di un Impero che è sì "senza centro né periferia...Nord e Sud.senza 
differenze essenziali tra Stati Uniti e Brasile, tra Gran Bretagna e 
India" (5) ma che purtuttavia può contare sugli Stati Uniti come 
potenza ordinatrice, migliore dei vecchi Stati europei e comunque non 
imperialista, né coloniale, né motivata da egoismi nazionali.

Per dimostrare quanto questa apologia sia presente nell'elaborazione 
di Negri (spiegando anche la grande accoglienza riservata al libro da 
mass-media potenti e influenti dell'asse USA-G.Bretagna) non dobbiamo 
far altro che lasciargli la parola:

"Gli USA sono diversi, non conoscono l'imperialismo. Sono un paese 
che nasce attraverso una rivoluzione coloniale e ritiene questa 
origine nella sua Costituzione. Sono un paese che diventa grande 
attraverso l'estensione della sua frontiera interna, annettendo spazi 
e migrazioni, distendendosi su sempre più ampi territori, sui quali è 
la regola democratica che stabilisce la nuova civiltà e le nuove 
gerarchie, miscele e ibridazioni di etnie e popoli. Sono una nazione 
che si impegna contro il fascismo. Sono un paese che paga, attraverso 
gravissime crisi interne, i rari momenti nei quali le elites 
dominanti si fanno trascinare in operazioni di ingerenza 
imperialista: come dopo la crisi cubana all'inizio del secolo e dopo 
la guerra vietnamita nel secondo dopoguerra. Sono dunque, in buona 
sostanza, una nazione anticolonialista, antimperialista, democratica: 
un paese che non ha vissuto (se non episodicamente) le orribili 
vicende degli Stati-nazione europei nei secoli della modernità. Una 
nazione ed uno Stato che oggi si avviano ad esercitare comando 
imperiale, non imperialista" (6).

Davvero sconcertante, simile a deliri a stelle e strisce nostrani, 
alla Giuliano Ferrara per intenderci. In poche righe, non c'è fase 
della storia statunitense che non venga nobilitata/esaltata. 
L'Olocausto dei nativi d'America, il rapimento e l'infame riduzione 
in schiavitù di milioni di africani, una nascita statale, cioè, che 
gronda violenza., sangue e terrore come nessun'altra, diventa 
poeticamente "annessione di spazi e migrazioni..distensione su ampi 
territori", ove "è la regola democratica che stabilisce la nuova 
civiltà e le gerarchie". E le decine, se non centinaia, di 
aggressioni imperialistiche effettuate dagli Usa nel Novecento si 
riducono incredibilmente a due, Cuba (peraltro non la Baia dei Porci 
e l'embargo, ma quella di inizio secolo) e il Vietnam, ritenute 
foriere di gravi crisi non già - come in Vietnam - a causa della 
sconfitta USA ma perché in contrasto con un inverosimile DNA 
antimperialista che Stato e popolo USA vanterebbero. Niente a che 
vedere, insomma, con gli orribili Stati europei, vero oggetto d'odio 
da parte di Negri: che non si ferma qui.

"Così come prescrive la loro Costituzione, all'efficacia del loro 
dominio gli USA uniscono una profonda fiducia nei diritti dell'uomo e 
valicano la loro azione di gendarmi dell'ordine imperiale mondiale 
sulla base di principi di ingerenza morale ed umanitaria. 
Dall'anticolonialismo all'antimperialismo, dall'intervento 
antifascista all'ingerenza umanitaria, si stabilisce così una linea 
continua che regge l'azione imperiale degli USA. E' sulla base di 
questi principi che gli USA possono evitare di chinarsi all'ambiguo 
contrattualismo delle Nazioni Unite ed esercitare piuttosto la loro 
missione di civiltà e di politica internazionale, su un terreno che è 
quello dell'Impero. Essi non sono assoggettati al diritto 
internazionale ma formano quello imperiale" (7).

Mentre Chomsky si sgola da anni, insieme a poche altre grandi figure 
dell'opposizione USA, per dimostrare che gli USA sono lo Stato che 
più di ogni altro calpesta i diritti umani e diffonde guerra e 
terrore nel mondo, Negri non solo ne fa i paladini di tali diritti ma 
dà sostegno e armonia alle teorie della sinistra liberista (da Blair 
a D'Alema, e ovviamente Clinton) sull'"ingerenza/guerra umanitaria". 
E come se non bastasse, spiega anche la positività dell'azione di 
chi "non si inchina all'ambiguo contrattualismo delle Nazioni Unite", 
giustifica il perché gli USA siano il paese che meno rispetta 
qualsiasi convenzione o deliberato internazionale. Gendarmi, dunque, 
ma umanitari e democratici. E su chi avesse ancora qualche dubbio, 
Negri infierisce:

"Il contenuto della costituzione imperiale post-moderna sono i 
valori. E cioè i diritti dell'uomo; e cioè i diritti che la 
liberazione del mercato, oltre ogni laccio e lacciuolo, definisce. 
Governo assoluto, rappresentativo di valori. Governo globale, come è 
globale il mercato. Governo della pace perché laddove c'è l'Impero 
non c'è più guerra: ci possono essere solo ribellioni all'ordine che 
una forza repressiva, speciale, una forza di polizia, annullerà. 
Contro la Serbia non c'è guerra ma una restaurazione di valori" (8).

Il peana alla "costituzione imperiale" annichilisce ogni altro 
possibile cantore dell'imperio USA. Chi era mai arrivato a promettere 
che "dove c'è Impero non c'è più guerra" e ad assicurare che "contro 
la Serbia non c'è guerra"? Persino D'Alema e Blair, alla fine, 
avevano dovuto chiamare guerra la guerra, anche se "umanitaria".

E'alla luce di questa apologia del ruolo degli USA che vanno letti 
tutti i passaggi che in "Impero" mirano a delocalizzare il potere, a 
collocarlo dappertutto e in nessun posto, in un'opera di 
falsificazione/occultamento che, pur in un'altalena di affermazioni 
contraddittorie e spesso reciprocamente elidentisi (dovuta anche, 
forse, alla scrittura a due mani), contribuisce a deresponsabilizzare 
la gigantesca e concreta macchina di potere statunitense dalla 
materiale gestione del dominio del mondo. A tal proposito, il filo 
conduttore politico che attraversa il ragionamento negriano appare 
questo: il potere non ha più sedi, ma qualora ne avesse, sono 
comunque meglio di quelle di prima, e non hanno a che fare con banali 
interessi nazionali, men che meno relativi agli USA; è scioccamente 
antiamericano individuare nello Stato USA il principale nemico 
dell'umanità oggi. Questo mi pare il tessuto politico che collega 
brani come i seguenti :

"Nello spazio liscio dell'Impero non c'è un luogo del potere: il 
potere è, a un tempo, ovunque e in nessun luogo. L'Impero è 
un'utopia, un non-luogo" (9);

"L'Impero accoglie tutti pacificamente nei suoi domini..non fortifica 
i suoi confini con l'espulsione degli altri, bensì attraendoli nel 
suo ordine pacifico" (10);

"L'Impero è meglio di ciò che l'ha preceduto" (11);

" L'Impero non stabilisce alcun centro di potere e non poggia su 
confini e barriere..si tratta di un apparato di potere decentrato  e 
deterritorializzante ..Né gli Stati Uniti, né alcuno stato-nazione 
costituiscono attualmente il centro di un progetto imperialista. 
L'imperialismo è finito. Nessuna nazione sarà un leader mondiale come 
lo furono le nazioni europee moderne" (12);

"La polizia mondiale americana agisce nell'interesse dell'Impero non 
dell'imperialismo. Come ha affermato George Bush, la guerra del Golfo 
ha annunciato la nascita di un nuovo ordine mondiale" (13).

Non c'è da sorprendersi se l'indicazione politica per il "contro-
impero" e per la "moltitudine" (la fascinazione, che tale termine ha 
provocato, è determinata dall'abilità di Negri nel lanciare termini 
che, intervenendo su preesistenti carenze lessicali, rispondano ad 
una richiesta di novità e suonino bene e modernamente: chi dice 
moltitudine, non pensa ad un particolare strumento interpretativo, ma 
trova che sia più assonante e originale che "masse", "lavoratori 
dipendenti", "salariati", "sfruttati","gente","classe operaia", 
termini o delimitanti o segnati dall'uso) è l'ineluttabilità di 
fronte all'evento, l'esodo.

"Il nuovo paradigma imperiale è irreversibile. Ogni ribellione di uno 
Stato-nazione è inevitabilmente condannata alla sconfitta; 
altrettanto la ribellione o la fronda di coalizioni di Stati-nazione. 
Non c'è alternativa allo sviluppo dell'ordine imperiale. Non c'è più 
un "fuori". E allora, che fare? Dovremo naturalmente abituarci al 
progressivo estendersi della regola imperiale americana e quindi 
all'ingerenza degli aerei e degli eserciti dell'Alleanza Umanista" 
(14).

Oddio, una qualche indicazione supplementare sul da farsi ci sarebbe, 
ma appare o auto-annullantesi (perché dice una cosa e il contrario) o 
di nuovo elogiativa nei confronti dell'Impero. E infatti, prima c'è 
l'apologia dell'Esodo: "17 secoli fa Agostino d'Ippona ci raccontava 
l'impossibilità di far agire strategie alternative all'interno 
dell'Impero. Allora, come oggi, l'unica alternativa è quella di 
andarsene dall'Impero"; poi l'inutilità/impossibilità dell'Esodo 
stesso: "E' solo movendosi all'interno dell'Impero che potremo 
ribellarci"; infine, l'estrema illusione di poter "fregare" l'Impero 
costringendolo alla coerenza con i principi che sbandiera, 
alla "serietà": "Per spingere l'Impero alla catastrofe, occorre 
prenderlo sul serio..Si tratta di contrastarlo chiedendogli per tutti 
cittadinanza, per ogni cittadino garanzia di reddito, per ogni uomo 
diritto di esodo, per ogni gruppo produttivo diritto di appropriarsi 
non solo di una quota di ricchezza ma anche di una quota di 
potere"(15). E sembra che Negri creda sul serio che, pur di non 
rischiare l'incoerenza e la non-serietà, l'Impero finirà per 
concederci tutto ciò pacificamente.

L'insostenibilità, l'inconsistenza - nonostante l'abilità lessicale 
del Funambolo - il carattere apologetico dell'impianto, lontano anni-
luce dalla realtà economica e politica che in questi giorni lo Stato 
Usa e il suo Timoniere Bush ci stanno sbattendo in faccia, devono, 
però, essere improvvisamente balenati, nella loro enormità, anche 
allo stesso Negri (del genere: ogni tanto, anche gli scrittori di 
fantascienza vanno al supermercato), il quale, bruscamente, pochi 
giorni fa, ha innestato una retromarcia teorica stupefacente, che 
rimette in discussione tutto l'impianto di "Impero" ma con 
un'argomentazione fattuale persino più inconsistente delle tesi di 
fondo: insomma, come dicono nella regione natale di Negri, il 
classico rattoppo che è peggio del buco.

Ecco quanto sostiene infatti Negri nell'intervista al Manifesto per 
l'anniversario dell'11 settembre, con lo sconcertante titolo "Il 
backlash imperialista sull'Impero" (15) ("backlash" è tradotto 
nell'Oxford dictionary come "una estrema e violenta reazione ad un 
evento"; secondo Negri, appunto, saremmo di fronte ad "una estrema 
controspinta reazionaria dell'amministrazione Bush, che blocca la 
costruzione imperiale"):

"Di assolutamente nuovo rispetto all'impianto di "Impero" c'è che la 
reazione americana all'11 settembre si sta configurando come un colpo 
di reni contrario e regressivo rispetto alla tendenza imperiale. Una 
controspinta, un backlash imperialista dentro e contro l'Impero, 
legato a vecchie strutture di potere, a vecchi metodi di comando..in 
controtendenza rispetto ai caratteri molecolari e relazionali del 
biopotere imperiale che avevamo analizzato..Il gruppo che è andato al 
potere con Bush è un gruppo reazionario legato ad alcune 
megastrutture del potere americano..gente rimasta a lato della terza 
rivoluzione industriale e che la guarda con ostilità.La gravità della 
situazione sta in questa contraddizione..gravissima, ricorda la 
reazione dei nazionalismi (nds. del nazifascismo) al mutamento di 
scenario degli anni '30. Può succedere di tutto".

Dunque: Bush padre aveva avviato l'Impero "buono", quello che non fa 
guerre ma operazioni di polizia etiche come la guerra nel Golfo, cose 
comunque non gravi; poi è arrivato Clinton che, legato alla "terza 
rivoluzione industriale", ha proseguito sulla retta via delle 
operazioni di polizia in Jugoslavia e sulla luminosa strada 
dell'Impero. Peccato che all'improvviso emerga la "reazione" di Bush 
figlio che, "legato a vecchie strutture di potere" e ostile 
alla "rivoluzione industriale", non vuole più l'Impero ma intende 
ritornare al buon vecchio imperialismo e alle sane guerre di una 
volta. Se non  parlassimo di cose tragiche, sembrerebbe un film dei 
fratelli Marx sceneggiato da Mel Brooks.

 Di certo, c'è il rimpianto per Clinton (Negri afferma tra 
l'altro "ci auguriamo tutti che alle elezioni di novembre vincano i 
democratici"), per il suo Impero e per la sua "terza rivoluzione"; ma 
anche, di nuovo, la fiducia nei mercati, liberi da lacci e laccioli e 
soprattutto dai crudelissimi Stati:

"L'ostacolo vero a Bush può venire dai mercati. I mercati alla guerra 
non ci stanno.. per far riprendere l'economia americana ci vorrebbe 
la seconda guerra mondiale non l'operazione di polizia (nds. ci 
risiamo, neanche questa sarà considerata da Negri una guerra?) contro 
l'Iraq che può solo avere effetti negativi sul risparmio negli Usa".

Anche sul "che fare", Negri sembra aver cambiato bruscamente idea, 
l'esodo non basta più.

"Non è che il potere ti lasci fare esodo in santa pace, ti attacca 
continuamente. E dunque, o l'esodo diventa militante e combattente o 
è perdente. Devi esercitare forza anche quando non vorresti, è 
l'avversario che te lo impone".

Anche se è difficile capire cosa diavolo sia "l'esodo combattente", 
sarebbe già un passo avanti: se poche righe dopo non ci si 
domandasse "quali alleanze intrecciare con le aristocrazie imperiali 
riformiste(sic!)". E alla domanda di Ida Dominianni che segnala, 
allarmatissima, come, "complice la stupidità della strategia 
reazionaria di Bush, a sinistra l'antiamericanismo monta..e questa è 
una posizione confusa, sbagliata e pericolosa", risponde: "Sono del 
tutto d'accordo. Anche se il progetto di Bush è imperialista, è 
sbagliato considerare imperialisti gli Stati Uniti come tali. La 
posizione dell'antiamericanismo coincide con la rivalutazione e 
difesa dello stato nazionale come trincea antimperialista, tentazione 
non estranea ad alcuni settori del movimento dei movimenti: e questa 
è una postura sbagliata che ci impedisce di capire come è fatto il 
mondo e chi ha il comando".

Qui, davvero, il contorsionismo e i grovigli logico-teorici superano 
la mia capacità di discernimento. Lascio dunque agli estimatori delle 
tesi di Toni Negri l'arduo compito di districarsene.

 

 

I perché della guerra permanente e globale

 

Subito dopo il crollo del "socialismo reale" nell'Est europeo, molti 
analisti politici ed economici, non tutti malintenzionati, 
descrissero quella che si apriva come una assai probabile "era di 
pace". La fine dell'equilibrio tra le due superpotenze e il massiccio 
predominio degli Stati Uniti che ne scaturiva, fecero prevedere che 
gli strumenti militari sarebbero caduti in disuso e l'egemonia 
mondiale si sarebbe giocata sul piano della pura competizione 
economica. Mai previsione si rivelò più fallace: il "ritmo" bellico, 
lungi dal rallentare fino all'arresto, ha avuto da allora 
un'accelerazione senza precedenti.

Ma perché gli Stati uniti hanno bisogno come non mai della guerra? 
Perché la rendono permanente e globale? E perché aggrediscono anche 
realtà statuali di scarso peso politico o militare?

Bisogna innanzitutto non commettere l'errore di ritenere l'intervento 
militare un atto compiuto nei momenti di massima forza di una 
potenza. In realtà, nella storia del capitalismo, la guerra è stata 
attivata assai sovente nei momenti di debolezza economica o ancor più 
nelle fasi di declino dell'egemonia economica di uno Stato o di un 
gruppo di essi. Al momento del crollo dell'Urss, l'intero sistema 
capitalistico esibì la propria massima promessa, quella di estendere 
la ricchezza occidentale a tutto il globo e di elevare il tenore di 
vita anche di quei tre quarti dell'umanità da decenni nella miseria 
più nera. La fine degli ostacoli, determinati dall'esistenza di 
un "campo socialista", all'estensione globale del mercato e della 
produzione di merci a fini di profitto avrebbe finalmente consentito -
 questa fu la vulgata ideologica dominante - il pieno dispiegarsi 
della potenza del sistema capitalistico, a beneficio di tutti. 

In realtà, e nel giro di pochissimo tempo, queste teorie si sono 
dimostrate pura utopia. Non solo la ricchezza del mondo occidentale 
non si è estesa ai tre quarti del mondo, ma, al contrario, i più 
ricchi si sono ulteriormente arricchiti e i più poveri ancor più 
impoveriti. Il mercato mondiale delle merci, lungi dall'allargarsi, 
ha finito per stagnare o restringersi anche nei paesi ricchi, con 
l'avvento di nuove povertà: in verità oggi il mercato "globalizzato" 
non coinvolge più di un quarto dell'umanità, mentre il resto ne è 
irrimediabilmente escluso, non avendo nulla da vendere né i mezzi per 
comprare alcunché. In tale situazione, il sistema capitalistico 
rischia ad ogni passo una gigantesca crisi da sovrapproduzione: 
l'apparato produttivo mondiale produce, in tempi sempre più brevi, 
una quantità sempre maggiore di merci, ma deve venderle ad un numero 
più o meno statico di potenziali compratori che, per giunta, 
possiedono già larga parte dei prodotti necessari.

Questa impasse strutturale produce da una parte la corsa frenetica 
alla mercificazione globale, al tentativo angosciante di trasformare 
qualsiasi cosa - dal cibo geneticamente modificato, alle sementi, 
dall'istruzione/sapere alla salute, fino alla commercializzazione del 
corpo umano e del DNA, di qualsiasi pezzo di natura mercificabile, di 
ogni sentimento, ideale e sogno umano - in merce produttrice di 
profitto; e dall'altra, l'impulso guerresco ad abbattere qualsiasi 
ostacolo alla produzione capitalistica.

Di fronte alla potenza politicamente e militarmente dominante, agli 
Stati Uniti, si presenta questo quadro: enormi difficoltà ad 
estendere davvero il mercato mondiale, sovrabbondanza di merci con 
carenza di compratori, discesa in campo di un numero crescente di 
potenze concorrenti sul puro terreno economico, economia interna con 
sempre più punti  deboli, meccanismi di dominio sulle materie prime e 
sulle fonti energetiche sempre più contrastati; e soprattutto 
emersione accelerata di limiti incombenti allo sviluppo costante 
delle risorse economiche strategiche (non stiamo parlando solo di 
petrolio e di gas, ma anche della grande produzione agricola di 
fronte alla non-espansione di terre coltivabili, dell'accesso 
all'acqua mentre l'individuazione di fonti utilizzabili è sempre più 
difficile e costosa, di estrazione di metalli da paesi stufi di 
essere saccheggiati, di nuovi canali per il trasporto delle merci che 
esigono il pieno controllo dei territori interessati, dell'utilizzo e 
del trasporto di nuove fonti energetiche di fronte al possibile 
prosciugarsi delle risorse petrolifere ecc..) e consapevolezza che la 
gestione e il controllo di tali risorse, in caso di non espansione o 
riduzione di esse, vanno assicurati a tutti i costi - ivi compresa la 
guerra permanente - a chi vuole dominare il mondo, prima che altre 
potenze, oggi ancora militarmente "nane", possano competere alla pari.

Ci consiglia saggiamente Sergio Finardi: "Costruite la tabella dei 
limiti di sviluppo dei vari settori, guardate la mappa delle regioni 
geografiche che ospitano determinate risorse naturali e otterrete la 
mappa dei conflitti presenti e futuri, quelli molto evidenti perché 
militari (oggi più di trenta conflitti attivi in varie regioni del 
mondo) e quelli segreti e sordi condotti a colpi di crisi 
finanziarie, di blocchi o di accordi commerciali, di spionaggio 
industriale, di intese o lotte in organismi come il FMI o il WTO.In 
qualsiasi modo concorrenza e conflitto si camuffino - conflitti di 
nazionalismi, religioni, etnie, ideologie - al fondo di esse si 
troverà la lotta per il controllo di uno o più settori strategici". E 
se in tali conflitti risalta la "crescente tendenza aggressiva 
economica e militare degli USA, dell'Europa occidentale e, più 
timidamente, del Giappone, essa non è frutto di un oramai 
incontrastato potere, ma è all'opposto legata alla consapevolezza che 
gli establishment di queste potenze hanno del loro inevitabile 
declino relativo".

Ne consegue la strategia del "porte aperte, o ve le sfondiamo", che 
ha sotteso, dal '90 in poi - da quando, cioè, il crollo dell'Urss ha 
lasciato loro la piena e incontrastata egemonia bellica -, l'azione 
militare degli Stati Uniti  e delle alleanze internazionali a 
geometria variabile costituitesi sotto la loro guida, dalla guerra 
del Golfo a quella che si prepara contro l'Iraq. Il filo conduttore è 
la cancellazione di qualsiasi avversario statuale o politico, seppur 
di modeste dimensioni, che possa impedire, ostacolare, ritardare o 
mettere in discussione la penetrazione economica, l'appropriazione e 
il controllo delle ricchezze altrui, da parte degli USA e degli Stati 
ad essi alleati-subordinati.

E' lampante la volontà statunitense di impedire ai concorrenti 
economici - e cioè a quegli Stati o insieme di Stati che già oggi, o 
in tempi ragionevolmente brevi, sarebbero, sul piano puramente 
economico, in grado di metterne in discussione il dominio, come 
un'eventuale Europa unita, il Giappone, la Cina, la Russia, una volta 
uscita dal marasma politico, e persino un'ipotetica alleanza tra  
borghesie arabe al fine di esautorare gli USA dal controllo del 
petrolio e di fondamentali risorse energetiche - di crescere e di 
contestare l'egemonia USA, attraverso una strategia che mira a 
soffocare nella culla, usando lo schiacciante dominio militare, ogni 
velleità in tal senso. 

Collateralmente, non va trascurato quale potente volano per 
rilanciare l'economia sia sempre stato, in quest'ultimo secolo, 
l'economia di guerra e cioè i massicci investimenti statuali nella 
produzione bellica e nei suoi derivati, a maggior ragione quando la 
produzione di armi è quella che, nell'economia Usa, è stata sempre 
dominante. Come ha sintetizzato brutalmente Gore Vidal: "Il 
presidente Bush ha detto che questa sarà una lunga guerra e lo ha 
detto con molta gioia, perché tutto il denaro che verrà speso dagli 
Stati Uniti andrà nelle tasche dei suoi amici. Bush è stato eletto 
con il sostegno dei petrolieri e del complesso militare-industriale. 
Una guerra contro un miliardo di mussulmani è una vera manna per i 
loro affari, una meravigliosa opportunità di guadagno per l'industria 
delle armi e del petrolio". Ma più in generale, aggiungeremmo noi, 
per l'intero capitalismo Usa che, dopo le Twin Towers, ha incamerato 
circa duecentomila miliardi, facendo abolire le tasse sulle imprese e 
cancellare ogni regola di protezione ambientale, ottenendo 
sovvenzioni cosmiche, con le compagnie assicurative ed aeree in prima 
fila, e imponendo massicce spese militari, che fanno da volano al più 
vasto complesso industriale "pesante". 

E, last but not least, l'esibizione di incontrastabile potenza 
militare è ulteriormente comprensibile se si tiene conto che gli USA 
hanno il più sbalorditivo debito estero di tutta la storia 
dell'umanità, qualcosa come 35 milioni di miliardi di lire di debito 
annuo. Se i principali centri finanziari, statali e privati 
richiedessero indietro una parte rilevante di tale debito, l'economia 
USA entrerebbe in una crisi potenzialmente catastrofica: solo il 
dominio militare e il controllo del pianeta garantiscono agli Stati 
Uniti che tale richiesta non divenga operativa, inducendo però gli 
USA a dover ridimostrare continuamente l'intensità e l'onnipresenza 
di tale dominio.

Questo insieme di ragioni spiega perché anche un Irak, un Afghanistan 
o una Jugoslavia, che intendano autonomizzarsi in zone politico-
militari-economiche di grande rilevanza strategica, e persino una 
struttura militare non statuale come Al Qaeda (di cui, peraltro, 
buona parte di quel che sappiamo deriva da fonti statunitensi, e 
quindi è bene farci riferimento con grande cautela, restando pur 
sempre un parto degli apparati militari USA), divengano ostacoli 
significativi da abbattere. In particolare, il cosiddetto estremismo 
islamico, "terrorista" o meno, è considerato pericoloso in quanto 
potenziale avanguardia armata di una ben più vasta borghesia araba 
che sta valutando seriamente in questi anni (valeva per 
l'Afghanistan, vale per l'Iraq e l'Iran, potrebbe valere domani anche 
per l'Arabia Saudita) la possibilità di svincolarsi dall'egemonia 
statunitense non certo per contestare il capitalismo e i suoi 
meccanismi, bensì per ritagliarsi ben più ampi spazi all'interno del 
sistema economico dominante, utilizzando appieno le proprie ricchezze 
energetiche.

 Consapevoli di ciò, gli Usa stanno invece cercando di usare 
l'estremismo islamico per togliere definitivamente alle borghesie 
islamiche ogni vero controllo sulle proprie ricchezze e passare a 
gestirle in prima persona, anticipando anche le mosse delle altre 
potenze concorrenti.

Scrive il Washington Post (16): "Lo spodestamento di Saddam Hussein 
aprirebbe un filone d'oro per le compagnie petrolifere americane a 
lungo bandite dall'Iraq, facendo naufragare gli accordi petroliferi 
con Baghdad di Russia, Francia ed altri paesi e provocando un 
rimescolamento dei mercati petroliferi mondiali.Il petrolio iracheno 
è una delle principali monete nella contrattazione per ottenere 
dall'Onu e dagli alleati occidentali l'adesione alla dura azione 
internazionale contro Hussein". E rincara Manlio Dinucci 
(17): "L'Iraq possiede riserve petrolifere ammontanti a 112 miliardi 
di barili, le seconde del mondo dopo quelle dell'Arabia Saudita. La 
loro durata, agli attuali ritmi di consumo, è stimata in oltre un 
secolo, più di quelle saudite (83 anni)..Le compagnie statunitensi, 
sin dalla fine degli anni '80, sono state tagliate fuori dallo 
sfruttamento delle riserve irachene..I paesi che acconsentiranno alla 
guerra contro l'Iraq potranno avere, in misura minore rispetto agli 
USA, contratti per lo sfruttamento del petrolio iracheno; quelli che 
si opporranno, saranno esclusi". Di petrolio, dunque, parliamo: altro 
che lotta al terrorismo! 

 

 

L'opposizione alla guerra contro l'Iraq

 

Stante l'accentuarsi delle pressioni egemoniche statunitensi e la 
conseguente, evidente insofferenza delle altre potenze minori, è 
pensabile che la guerra all'Iraq venga arrestata grazie alle 
contraddizioni e ai conflitti tra gli Stati che subiscono l'egemonia 
USA? Mi pare non sia il caso di coltivare illusioni in merito. Le 
caratteristiche dell'attuale "equilibrio diseguale" nei rapporti tra 
Stati Uniti e potenze minori sono ben tratteggiate da Salvatore 
Cannavò (18):

"Mai nella storia uno Stato si è dotato di tale, inattaccabile 
dominio militare; ma mai a tale dominio è corrisposto una dipendenza 
globale (si pensi al peso del debito estero) tale da renderlo 
suscettibile di contraccolpi esplosivi. Gli Usa dipendono dagli 
investitori europei e giapponesi ma, allo stesso tempo, dettano a 
quelli il ritmo della politica internazionale: e per mantenere il 
proprio ritmo, scelgono la guerra infinita.I paesi europei sono 
sempre meno disposti a tollerare la strategia della supremazia 
permanente, ma incapaci di descrivere un'alternativa o quanto meno di 
pronunciare qualche no..L'Europa, protesa verso una propria statualià 
conflittuale con Washington, è allo stesso tempo interessata ad un 
ordine liberista garantito dalla guerra, l'unico a garantire da 
sommovimenti sociali o da crisi di rigetto verso le implacabili 
terapie liberiste. All'Europa sta stretta la strategia militare USA, 
ma non può farne a meno e alla fine sceglie la strategia 
del "vorrei,ma non posso".Un atteggiamento analogo seguono Russia e 
Cina, che pure coltivano sogni di grande potenza e perseguono disegni 
politici non riconducibili alle aspettative di Washington. E se sul 
piano politico e militare si confrontano con gli USA, spesso lo fanno 
per contrattare al rialzo benefici economici, miglioramenti della 
propria condizione internazionale, risarcimenti e favori".

Dunque, non c'è da attendersi nulla di decisivo dalle attuali 
posizioni di alcuni governi europei, tedeschi in prima fila, della 
Cina e della Russia, che hanno segnalato il proprio disaccordo nei 
confronti della guerra all'Iraq. In definitiva, la possibilità di 
fermare o ostacolare al massimo le operazioni belliche è in mano al 
movimento antiliberista e a tutte le componenti pacifiste e anti-
guerra  che hanno già dato numerosi e decisi segni di ribellione. Non 
è però affatto indifferente alla mobilitazione lo stato delle 
contraddizioni nel campo imperialista e "liberista". Se i governi che 
recalcitrano non fermeranno di per sé Bush e Blair, purtuttavia non 
si ricreerà quell'ampio fronte sociale favorevole alla guerra 
verificatosi in Europa durante l'aggressione alla Jugoslavia. I mass-
media saranno meno scatenati sulla linea bellica, sarà più facile far 
crescere la protesta.

E non va poi dimenticato quanto detto all'inizio, a proposito 
dell'obnubilamento di massa determinatosi dopo il '90 in tanta parte 
dell'opinione pubblica "di sinistra" e sui suoi responsabili. Questa 
volta, in molti paesi europei la sinistra liberista è all'opposizione 
e sulla guerra prenderà, per motivi prevalentemente strumentali, 
posizioni opposte a quelle prese nei confronti della guerra alla 
Jugoslavia e a quella in Afghanistan (come poi riuscirà a spiegare 
adeguatamente tale rocambolesca capriola resta misterioso). I segnali 
in tal senso in Italia li abbiamo già tutti: il Cofferati 
della "contingente necessità" dell'aggressione nei Balcani è oggi per 
un "forte e deciso no alla guerra"; i DS della "guerra umanitaria" 
contro la Jugoslavia vogliono ora addirittura promuovere una 
manifestazione contro la guerra. E tutto ciò, al di là del 
trasformismo irritante, contribuirà ulteriormente ad allargare la 
mobilitazione popolare che davvero, stavolta, potrà andare ben oltre 
i tradizionali campicelli da noi arati di solito.

Due appuntamenti sono già in campo, promossi dal movimento che sta 
costruendo il Forum sociale europeo: il 5 ottobre, "cento città 
contro la guerra", manifestazioni di piazza in tutte le città per 
fermare la guerra e la partecipazione italiana ad essa; e il 9 
novembre, alla chiusura del Forum europeo, si svolgerà la prima e 
gigantesca manifestazione europea contro la preventivata aggressione 
all'Iraq. E in mezzo, iniziative davanti alle basi militari 
statunitensi, proteste davanti a strutture collegate alla guerra e 
quant'altro sarà utile come "dissuasione preventiva" verso chi ci 
vuole imbarcare in questa nuova, atroce tappa della guerra permanente.

 

 

L'uso della categoria "terrorismo" per giustificare guerra e 
repressione

  

Dal palco di S.Giovanni, davanti a centinaia di migliaia di persone 
convocate dai "girotondisti", e in alcuni dibattiti, Gino Strada, il 
fondatore di Emergency, ha detto nettamente cose che io ho spesso 
ripetuto, con ben più scarso successo, nel movimento antiliberista 
dopo gli attentati dell'11 settembre, polemizzando contro quella 
formula apparentemente di buon senso (contro la guerra, contro il 
terrorismo) che aveva il torto di prendere per buona la lettura della 
realtà proposta dal governo USA, contribuendo a far credere che la 
guerra fosse davvero una risposta al terrrorismo e che quest'ultimo 
avesse dimensioni e portata equiparabili alla macchina bellica 
statunitense. 

Ha detto più o meno Gino Strada (cito a braccio, facendo riferimento 
sia all'intervento dal palco sia al dibattito con decine di 
parlamentari tenutosi a Roma il 17 settembre): "Che cosa c'è al mondo 
di più terroristico della guerra?..Non ha senso domandarsi se la 
guerra è una risposta giusta o sbagliata al terrorismo perché quelle 
che si sono svolte, e quelle che si vogliono fare, non erano e non 
sono guerre al terrorismo ma guerre per il petrolio, per il controllo 
delle materie prime, per il dominio.E' la guerra la forma 
internazionale del terrorismo..Ed è un evento mostruoso che si è 
ripetuto continuamente in questi anni, che ha attraversato e 
insanguinato tutto il mondo, dal Cile al Nicaragua, dall'Afghanistan 
alla Palestina, provocando, secondo le cifre approssimate prodotte 
dal Peace Researching Institute di Oslo, più di 9 milioni e mezzo di 
vittime civile, gran parte delle quali vanno addebitate alle 
politiche degli Stati Uniti..Dovremmo avere sempre a mente la 
condizione di tutti quei popoli per i quali ogni giorno è l'11 
settembre".

Parole che ci piacerebbe scrivere a caratteri cubitali in ogni sala 
di dibattito contro la guerra nei prossimi mesi. Alle quali, da parte 
nostra, affianchiamo un approfondimento a proposito dell'uso della 
categoria "terrorismo".

Intendiamoci: qui non stiamo parlando di Al Qaida, la cui natura 
interna (ad esempio, il fatto se sia o no ancora manipolabile da 
quegli apparati militari e spionistici USA che l'hanno ideata e fatta 
crescere) non possiamo conoscere, ma la cui attività bellica è 
perfettamente speculare - seppur con potenza distruttiva neanche 
lontanamente paragonabile, né oggi né mai, a quella statunitense -, a 
quella imperialistica, e dunque estranea e contrapposta a chi si 
batte contro la guerra e il capitalismo.

Qui stiamo prendendo atto che uno Stato come quello USA, che ha 
organizzato non solo decine di guerre nel secolo scorso ma colpi di 
stato in mezzo mondo, migliaia di attentati, uccisioni e rapimenti di 
capi di stato o leader politici, che ha calpestato la legalità 
dappertutto e nei modi più brutali (come sintetizza Chomsky: "Se la 
definizione di terrorismo è quella che fornisce il Codice USA 
dell'84, e cioè ogni atto rivolto ad intimidire e obbligare con la 
forza la popolazione civile, a influenzare la politica di un governo 
attraverso la coercizione e l'intimidazione, a orientare la condotta 
di un governo attraverso l'assassinio o il rapimento, allora non c'è 
dubbio che gli Stati Uniti sono un paese-guida del terrorismo, così 
come i loro clienti" (19) ), oggi sta costruendo, con il pretesto 
della lotta ad un indistinto e inafferrabile terrorismo, non solo la 
guerra permanente ma la cancellazione di ogni conflitto sociale 
radicale o di ogni resistenza popolare armata, infilando tutte le 
organizzazioni coinvolte in tali lotte in una sempre 
dilatantesi "lista nera" di "terroristi" da reprimere e da far 
sparire con ogni mezzo.

In tale lista sono inserite organizzazioni che praticano o guidano 
una lotta di liberazione popolare come le FARC colombiane o i 
palestinesi del Fronte popolare o l'ex-PKK kurdo. Ma questa estate 
l'operazione "lista nera" ha compiuto un ulteriore salto di qualità, 
imponendo, tramite il giudice spagnolo Garzon, l'equiparazione tra 
l'ETA basca e Batasuna, organizzazione politica che notoriamente 
riscuote il consenso elettorale di una larga parte del popolo basco 
ed ha centinaia di eletti a livello europeo, regionale e locale. La 
conseguente messa fuori legge di Batasuna (bloccata in questi giorni 
dalle decisioni del Parlamento basco) è un ulteriore e senza 
precedenti salto di qualità nella repressione di qualsiasi voce 
dissonante rispetto al dominio USA e dei suoi alleati.

Se gli Stati Uniti stavano già cercando di far passare, a livello 
internazionale, la messa fuori legge non solo di tutte le 
organizzazioni della "lista nera" ma anche di quelle che 
manifestino "simpatia" o "solidarietà" o forniscano "aiuti politici 
ed economici" a tali organizzazioni, con Batasuna si è andato oltre: 
si mettono fuori legge organizzazioni per il solo fatto che non 
condannano i responsabili di attentati tramite bombe o omicidi 
politici, e che non ne permettono/agevolano, collaborando con la 
polizia, l'individuazione.

La risposta del movimento antiliberista italiano, ma direi di tutta 
la sinistra anticapitalista, a questo uso liberticida della 
categoria "terrorismo" è stata finora assai modesta: e a questo, al 
Forum sociale europeo, ci assumeremo la responsabilità di porre 
riparo. Ma è ora che tutti si esca dalla posizione difensiva in cui 
l'11 settembre ci ha oggettivamente collocato: e che, insieme a Gino 
Strada, si dica chiaro e forte che ci sono popoli "per i quali è 
sempre 11 settembre"; e, insieme a Chomsky, si affermi che non sarà 
il paese-guida del terrorismo a poter stilare la lista di chi ha 
diritto a lottare politicamente e di chi va cancellato con ogni mezzo.

 

PIERO BERNOCCHI -ESECUTIVO NAZIONALE  CONFEDERAZIONE COBAS

 

    

Note

1          Newsweek, 11 settembre

2          Noam Chomsky in "11 settembre, le ragioni di chi?", AAVV, 
ed. Il Manifesto, 2002

3          Michael Hardt-Antonio Negri  "Impero", Rizzoli, 2002, 
pag.55

4          ibidem pag.55

5          ibidem pagg.310-312

6          Antonio Negri  "I democratici gendarmi dell'ordine 
mondiale" in Alias - supplemento a "Il Manifesto" 17 aprile 1999

7          ibidem

8          ibidem

9          "Impero" pag.181

10      ibidem pag.187

11      ibidem pag.56

12      ibidem pag.14

13      ibidem pag.172

14      "I democratici gendarmi..." in Alias op. cit.

15      "Il Manifesto", 14 settembre

16      Washington Post, 15 settembre

17      "Il Manifesto", 18 settembre

18      Salvatore Cannavò, "Rivoluzioni", settembre 2002

19      N.Chomsky, op.cit.



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