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(it) Umanità Nova n.35 - A 60 anni da El Alamein: il revisionismo avanza

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Date Wed, 30 Oct 2002 04:57:37 -0500 (EST)


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Da "Umanità Nova" n. 35 del 27 ottobre 2002



A 60 anni da El Alamein: il revisionismo avanza
Retorica di cartone


"I tedeschi avevano piastrine metalliche coi nomi incisi sopra,
mentre gli italiani le avevano di cartone con i nomi scritti a
penna. Col tempo non si leggeva più nulla". È tutta in questa
testimonianza la banalità del male che il fascismo scaricò sopra
il suo disgraziato popolo. Di cartone le piastrine dei soldati
caduti ad El Alamein, di cartone le corazze dei carri armati che
avrebbero dovuto fermare i tank angloamericani, di cartone gli
scarponi ai piedi della disgraziata armata di Russia. E di
cartone, soprattutto, la vergognosa retorica con la quale un
regime di grotteschi pulcinella sbandierava i suoi famosi otto
milioni di baionette.

Tra le poche cose positive della prima repubblica che
rimpiangiamo senza vergognarcene, c'era la coriacea diffidenza
verso la retorica guerresca e patriottarda tipica del precedente
regime fascista, diffidenza che nasceva sia dalla consapevolezza
che le basi del nuovo sistema poggiavano su una diffusa vulgata
antifascista, sia dal fatto che da tale retorica ci si era
vaccinati in massa nel dramma delle distruzioni e dei lutti
provocati dalla guerra. Ma, con l'avvento della cosiddetta
seconda repubblica, tale immunizzazione, evidentemente, è
arrivata alla sua data di scadenza, e così oggi ci ritroviamo,
sempre più spesso, sommersi da sventolar di tricolori, canti
patrii e lacrime di circostanza.

Se coi fascisti al governo non c'era da aspettarsi altro (la
retorica e la demagogia sono alla base del loro codice genetico,
e con esse sostanziano, a man bassa, il vuoto dei loro
contenuti), avremmo forse potuto pretendere qualcosa di diverso,
però, dai vari esponenti di quella cultura "laica, democratica e
repubblicana" che, in altri tempi, sfoggiavano orgogliosamente
il loro antifascismo. Ma evidentemente non è tempo di eroi, e
così ecco tutta la classe politica dedicarsi, con rare
eccezioni, a pratiche "celebrazioniste" tanto strumentali quanto
opportuniste. Pratiche ispirate a quel "revisionismo storico",
così vituperato a parole ma praticato nei fatti, che vorrebbe
appiattire su identici valori, o piuttosto sulla loro totale
assenza, scelte di vita, scelte etiche, scelte politiche e
sociali assolutamente, e irriducibilmente, contrapposte.

Da sempre fascisti, reduci e nostalgici si recano, ogni anno,
nel deserto egiziano, per rievocare la battaglia di El Alamein,
uno degli episodi più drammatici vissuti dal nostro esercito
nella guerra mondiale. E da sempre tale avvenimento, invece di
essere un necessario momento di riflessione sulla follia e la
criminalità con le quali il fascismo mandò la sua gioventù a
"cercar la bella morte", diventa occasione per rinverdire la
velenosa pianta del patriottismo in orbace. Nella celebrazione
della "battaglia impari", del "bagliore della gloria", del
"fulgido eroismo", quegli incorreggibili esaltati nascondono,
prima di tutto a se stessi, le disastrose condizioni nelle quali
una pletora di gerarchi ladri e papponi mandò in guerra milioni
di giovani italiani: in teoria a conquistare il mondo a fianco
dei nazisti, in pratica a farsi ammazzare come mosche nei
deserti libici, nelle steppe russe, nelle montagne balcaniche.

Anche quest'anno si è ricordata la battaglia di El Alamein.
Pochi giorni orsono, nel suo sessantesimo anniversario. Ma
questa volta, in omaggio ai nuovi equilibri politici, a fianco
dei soliti nostalgici intenti a gridare istericamente i loro "a
noi", "presente", "eja eja alalà", e dei soliti generali orfani
di nuove guerre e nuove stragi, c'era anche la massima autorità
dello stato, il presidente della repubblica Carlo Azeglio
Ciampi. Se la sua presenza fosse servita a mitigare la retorica
della cerimonia, magari ricordando che se nessuno dei
contendenti era dalla parte della ragione, certamente l'Italia
fascista era da quella del torto, avremmo anche potuto glissare
su questa scivolata, addebitandola alla evidente emotività del
suddetto. Ma poiché così non è stato, e infatti il suo discorso
si è limitato a un discutibilissimo richiamo pacifista a senso
unico, non ci resta che pensare che anche l'ex partigiano e
azionista Ciampi deve sacrificare, sull'altare della
realpolitik, quel tanto che resta della sua dignità. E, visto il
ruolo che rappresenta, anche di quella dell'intero paese.

Fortunatamente noi anarchici, la nostra dignità, non l'abbiamo
mai delegata a nessuno!


Massimo Ortalli

 


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