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(it) La crisi della sinistra

From "Edoardo Borgese" <ciscarinzi@tiscali.it>
Date Mon, 28 Oct 2002 06:53:59 -0500 (EST)


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La crisi della sinistra

Io non dirigo niente. Parlo da militante. E vorrei
un'opposizione più forte, più battagliera. Sono convinto che
come me la pensi tanta, tanta gente.

Riformista è una parola malata. Persino Berlusconi e Fini si
sono dichiarati riformisti. Quanto a me, il riformismo si misura
sui fatti. Parla la mia storia. Quanto agli altri, non vedo in
giro veri progetti riformisti, ma solo leader che parlano
d'altro, alludendo di volta in volta a posizioni sempre più
moderate.

Su un tema fondamentale come la guerra si può anche cadere. Non
stiamo parlando di tasse, ma della questione più importante che
esista, che riguarda la politica estera, i rapporti politici,
quelli economici e soprattutto la coscienza delle persone: un
tema che non si risolve a colpi di maggioranza.



La crisi della sinistra e il parto podalico del partito del lavoro

È opportuno ricordare sempre, quando si ragiona sul rapporto fra
mobilitazioni sociali e sistema dei partiti, che il ceto
politico è solo in senso lato una rappresentanza delle diverse
componenti della società civile e che costituisce un vero e
proprio sottosistema con risorse, logiche, dinamiche interne
che, certo, sono in relazione con quanto avviene nell’assieme
del corpo sociale ma che vanno comprese nella loro, relativa,
autonomia.

Che vi sia, e non da ieri, una crisi significativa nel rapporto
fra CGIL e Ulivo è sin troppo noto. Che effetti avrà questa
crisi sull’assetto della sinistra è decisamente meno facile da
valutare. Per chi, come noi, assegna un primato significativo al
sociale, sembrerebbe, ad una prima lettura dei fatti, scontato
che, quando il maggior sindacato italiano scende in campo e
costruisce rapporti significativi sia con il movimento borghese
dei girotondi che con quello new global, la sinistra
parlamentare dovrebbe prendere atto della rilevanza di un fatto
del genere e dare "rappresentanza" istituzionale alla "sua
gente", a coloro che soli possono salvarla da se stessa, dalla
sua insipienza, dalle sue evidenti miserie.

Appare, invece, evidente che la prima preoccupazione della
sinistra parlamentare o, se si preferisce, dei suoi attuali
gruppi dirigenti è quella di ridimensionare un pericoloso
concorrente e salvaguardare gli equilibri faticosamente
costruiti negli anni passati. Sembrerebbe confermata la tesi
secondo la quale gli dei conducono alla follia coloro che
vogliono perdere.

Ma andiamo per ordine. Mentre le divisioni epifaniane con il
consueto corteggio di fanteria leggera disobbediente, social
center, società civile ecc., riempivano le piazze, mentre
l’impiegato della Pirelli più famoso del mondo sfilava a Milano,
la sinistra parlamentare ha inventato una bizzarria
straordinaria e ha ipotizzato di imporre la disciplina di
maggioranza ai gruppi parlamentari dell’Ulivo. Che si tratti di
una novità assoluta nella storia del sistema dei partiti è
evidente al punto che Sergio Cofferati ha potuto affermare, in
un’intervista a "La Repubblica" del 23 ottobre che:

"...Ho letto cose incredibili: persino il richiamo alla
'disciplina' dei gruppi parlamentari. Provo tristezza e anche un
po' di pena, soprattutto per quelli che nel mio partito, ai
tempi del vecchio Pci, sono stati più volte umiliati proprio in
nome della 'disciplina'."

D’altro canto, il tentativo aveva un obiettivo evidente:
blindare la sinistra, mettere ai margini la sinistra DS
filocofferatiana, accelerare la costruzione dall’alto di un
partito democratico costituito dalla Margherita e dalla destra
DS.

A quanto pare, l’operazione non è riuscita ma lo scontro fra le
due anime della sinistra, quella liberal e quella laburista, ha
subito una secca accelerazione. Sergio Cofferati, dopo un mese
di relativo silenzio, ha aperto il fuoco e lo ha fatto in
maniera decisamente pesante su almeno tre punti importanti. 

Vale la pena di riassumerli, facendolo parlare direttamente.

 

La questione sindacale 

"...l'opposizione dovrebbe stare in campo con le sue proposte, a
sostenerle e difenderle con forza in Parlamento. E invece siamo
arrivati al punto che un gruppo di parlamentari dell'opposizione
ha diffuso un documento, poi penosamente smentito, per sostenere
le ragioni contrarie allo sciopero della Cgil...io pretendo
anche un po' di coerenza. Quei parlamentari appartengono a
un'opposizione che ha definito la Finanziaria "una stangata". Se
è così, allora di sciopero generale non ne basta uno, ma ne
servono altri due".

 "L'unità sindacale sta a cuore a tutti. Ma anche quella si
misura dal merito. Se Cisl e Uil pensano che non siano
necessarie forme di lotta contro l'azione del governo, le
condizioni per iniziative unitarie non ci sono, punto e basta.
Questo è un problema, ma si deve sapere che la Cgil non sta
ferma, ha la forza per stare in campo da sola. 
Io vorrei che nell'opposizione non ci fosse tanto scarto tra le
parole e i comportamenti. Meno male che ci sono i movimenti, che
si mobilitano e tengono alta l'attenzione su certi temi".

Sin qui, Cofferati, non fa che ribadire la centralità della CGIL
per la sinistra. Ma lo fa con forza crescente, è infatti
evidente che l’apparato della CGIL ha un peso sociale che i DS
non possono ignorare pena il suicidio in diretta. Il modello
inglese, che tanto piace all’onorevole D’Alema, ha una
precondizione che in Italia manca e cioè la sconfitta frontale
del sindacato,  i lunghi anni di governo di una destra
liberista, la distruzione della composizione di classe che
rendeva efficace il legame organico fra Trade Unions e Labour
Party. Inoltre la CGIl ha una capacità di manovra a tutto campo
che alle Trade Unions è, con ogni evidenza, mancato.



La CGIL e i movimenti 

"Dai girotondi arrivano input che la classe politica non sembra
capace di raccogliere. Al contrario, di fronte ai movimenti
l'opposizione ha un atteggiamento schizofrenico: c'è un fastidio
e un'ostilità di fondo, salvo poi accodarsi quando li scopre
consistenti. E' un comportamento ancillare, che alla fine si
trasforma in un danno per la politica".

 "Il problema non può essere il radicalismo dei movimenti, che
sono radicali per definizione. E poi alla distanza i movimenti
hanno dimostrato di non nutrire nessuna propensione per
l'antipolitica. Il vero guaio è che l'opposizione non sa
rispondere alle istanze della società e arriva sempre dopo i
girotondi. Su tutti i grandi temi: dalla globalizzazione alla
pace, dall'economia alla giustizia". 

L’apertura della CGIL ai "movimenti" non è, ovviamente, una
novità. Tutti ricordano l’abbraccio che vi è stato a Genova
quest’estate fra Sergio Cofferati e il padre di Carlo Giuliani. 

Abbiamo già avuto modo di notare come questa apertura ha trovato
molti ed autorevoli interlocutori. Il mediocre regista e pessimo
politico Nanni Moretti ha già consegnato lo scettro al cinese
mesi addietro, i disobbedienti sono pronti ad obbedir tacendo e
tacendo seder (sulle poltrone), la sinistra cattolica, i vetero
comunisti del buon Armando Cossutta, i verdi di sinistra  ecc.
sono già in fila.

In altri termini, la CGIL fa già politica in proprio e ha, in
gran parte, posto le condizioni per la costruzione del Partito
del Lavoro del quale si ragiona da un anno.

Naturalmente, alcune tristi esperienze di sindacalisti passati
in politica inducono alla prudenza i cofferatiani. Nella stessa
CGIL un progetto del genere non potrebbe che creare tensioni fra
i diversi segmenti dell’apparato. Vi è una destra cigiellina che
continua a non trovarsi a suo agio nella svolta laburista.

Non a caso, il partito del lavoro non è ancora nato. Sembra
però, che la destra DS quasi lo evochi e che punti su di un asse
privilegiato con la Margherita per anticipare le mosse dei
cofferatiani.

In questa come in altre vicende nessuno dei soggetti in campo
decide da solo, la scissione dei DS non è, ovviamente, scontata
ma è meno impensabile che un mese addietro. La sua fattibilità
aumenta il potere contrattuale della sinistra DS, come questo
potere verrà giocato è ancora da vedersi.

 

La CGIL e la guerra

"Io lo dico e lo ripeterò fino alla fine: alla guerra all'Iraq
sono e sarà sempre contrario... E comunque distinguo sempre i
popoli dai loro governi, e questo vale tanto per Israele che per
gli Stati Uniti. Ma dire che chi è contro la guerra è
anti-americano è diventato ormai un modo furbesco per aggirare
il problema".

... Ora per molti sono diventate dirimenti le decisioni
dell'Onu. Eppure non dimentico l'afasia e l'inefficienza
dell'Onu, che fu alla base degli argomenti con cui si giustificò
l'intervento militare nei Balcani. Allora si disse: così l'Onu
non serve più a nulla, e va riformato. E poi basta guardare a
quello che è accaduto in Afghanistan: c'è stata la guerra, ma Al
Qaeda e Bin Laden sono ancora lì ... Ero contrario allora, resto
contrario oggi all'intervento a Kabul: il terrorismo non è
debellato, si continua a morire come prima e le vittime dei
bombardamenti sono state tante, ma non ce le hanno fatte vedere
in tv".

Ci troviamo, a questo punto, di fronte ad un Cofferati
estremista e radicale in maniera inusitata. Forse qualcuno lo ha
dimenticato ma la CGIL, con CISL e UIL, la guerra nei Balcani
l’ha considerata una "dolorosa necessità".

Non sta, ovviamente, a noi il giudicare la buona o cattiva fede
di Sergio Cofferati. Il fatto è che una presa di posizione del
genere non può che portare al calor bianco lo scontro con quella
componente liberal della sinistra che è tanto più filoamericana
quanto più ha un passato "antiamericano" da farsi perdonare.
 

In sintesi, lo scontro interno alla sinistra istituzionale
sembra giunto a maturazione. Dico che sembra perché sono
ragionevolmente convinto che, in situazioni del genere, come può
capitare che il piede scappi sul pedale e che si determini
un’accelerazione irreversibile, possono darsi svolte ad U di
straordinaria eleganza.

Se, comunque, pensiamo, come almeno io penso, che Sergio
Cofferati non abbia parlato per dare aria ai denti dobbiamo
aspettarci interessanti cambiamenti dello scenario politico che,
se nascesse il partito del lavoro, porterebbero o alla fine o
alla marginalizzazione del PRC, inevitabilmente mangiato dal
fratellone cofferatiano o, almeno, privato della sua ala destra
ed ad un ridisegnarsi della stessa sinistra radicale e dello
scenario sindacale.

È , di conseguenza, opportuno che seguiamo questa deriva con
l’attenzione critica che merita.

 

Cosimo Scarinzi



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