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(it) Comunicato di "VIS-A'-VIS": Il proletariato non ha nazione, ma ha ancora troppe piazze!

From "meletta1" <meletta@aconet.it>
Date Wed, 16 Oct 2002 08:04:20 -0400 (EDT)


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      A - I N F O S  N E W S  S E R V I C E
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IL PROLETARIATO NON HA NAZIONE, MA HA ANCORA TROPPE PIAZZE!


Il vento di Seattle sta riprendendo a soffiare e questa volta parrebbe
proprio che stia cominciando ad investire anche quei luoghi ove la
contraddizione capitale/lavoro, la contraddizione di classe, malgrado 
tutto,continua ad evidenziarsi con la più palmare evidenza: le fabbriche.

Tornano a soffiare venti di tempesta in questi "luoghi" ferocemente
ristrutturati, nel corso del passato ventennio, e oggettivamente
"depotenziati" rispetto alle nuove filiere produttive reticolarmente 
espanse su una scala territoriale potenzialmente infinita.

Tornano a rendersi visibili e animati di istanze scopertamente 
conflittuali questi luoghi a lungo rimossi dall'immaginario 
collettivo, sotto la marea incalzante di un nuovo "senso comune" 
plasmato con spropositata forza mediatica in funzione di un "lavoro 
operaio" ormai relegabile nell'ambito di una patetica connotazione 
di "residuale straordinarietà", rispetto alla melassa indistinta e tutta 
ideologica (in senso marxiano) di "nuovi lavori"
presuntivamente innovativi ed "autovalorizzanti".

E paradossalmente, proprio gli operai, questi dimenticati ispiratori di
lontane mitopoiesi, in soli pochi giorni di mobilitazione, hanno ribaltato
totalmente lo scenario che il milione di "giroTonTisti" aveva ridelineato,
sottraendo la scena ai milioni del 23 marzo e del 16 Aprile.

Proprio questi operai, inaspettati fantasmi di antiche "ordalie" ormai
scaramanticamente relegate nei manuali di oscuri studiosi di antropologia
(più che di storia!), hanno oggi definitivamente invalidato il tentativo
girotontistico di "rilanciare" l'Ulivo in una prospettiva esclusivamente
"antiberlusconiana" e in buona sostanza inscritta in una logica
giustizialistica e statolatrica, sia pur mascherata dietro un culto tutto
formalistico della "Democrazia" (tentativo/sogno peraltro già pesantemente
incrinatosi nell'urto contro le assai difficilmente "spendibili" pulsioni
bellicistiche di ampi settori della "sinistra di governo"). Un tentativo,
questo, su cui si giocava, per la Cgil, la preziosa chance di smarcarsi
dalla pressione della "sua base" sempre più rabbiosamente riattivantesi,
ritrovando una qualche sponda di interlocuzione politico-istituzionale cui
passare l'assai scomodo "cerino acceso" della resa dei conti con quella
ribollente "insorgenza" proletaria che andava (e va!) irresistibilmente
crescendo, attraverso tutto il paese.

A San Giovanni, "fra Nanni e ballerine", insieme alle tifoserie
"scalfariane" ci stavano di certo anche alcune centinaia di migliaia di
proletari, ma ci stavano sulla base di un'autoconsapevolezza ben più opaca,
sul piano delle proprie specifiche condizioni materiali (di classe) e dei
propri bisogni, rispetto al 23 marzo ed al successivo, sciopero 
generale del 16 Aprile.

In quella piazza, al di là della pur positiva ritrovata capacità
mobilitativa del "corpo sociale" (comunque ancora una volta ascrivibile al
"diverso clima" instauratosi sull'onda delle giornate di Napoli e di Genova,
dello scorso anno, germinate indubitabilmente nel solco "di Seattle"), di
fatto, era tornato ad imporsi il lessico della "politica-politicante". E
quei proletari che vi erano confluiti, non erano lì per una chiara volontà
di imporre all'ordine del giorno la propria quotidiana materialità, bensì
nell'illusione di poter nuovamente trovare un "leader", una rappresentanza
politica cui tornare a delegare i loro interessi di generici "cittadini";
sempre nel nome, cioè, del fantomatico interesse di quell'"azienda-paese"
della cui fetida e ormai dispiegata ideologia l'Italia post-'89 e post-Mani
Pulite è stata il laboratorio più limpido (prima con il "risanamento" a
spese del proletariato condotto dal Super Tortello olivista, ed ora con lo
sfrenato vampirismo castale dei boiardi di Arkore).

Ma quel sogno (incubo!) nefasto è stato spazzato via dal ritrovato
protagonismo operaio sul terreno ben concreto, tanto essenziale quanto non
barattabile, del "diritto al reddito"; un terreno su cui la stessa ormai
incombente scadenza del 18 ottobre, così come quella a più lungo termine
della battaglia referendaria, vengono a qualificarsi nei termini di una
radicalità immediata, universalmente condivisa e affatto incompatibile
rispetto alle compatibilità sistemiche della tanto decantata "azienda-paese"!

Nel nostro comunicato "Bilancio su Genova 2002", ci chiedevamo: <<è
possibile che i cortei del "movimento" vengano da ora in poi attraversati
dalla contraddizione capitale/lavoro, anche in forza dell'autopercezione di
sé come sfruttate/i delle donne e degli uomini che vi partecipano? [.] è
possibile che si faccia un passo ulteriore e che queste nuove figure sociali
si saldino a quelle legate alla composizione di classe precedente,
sottoposte ad un attacco così forte da coprire di ridicolo ogni tentativo di
scissione tra garantiti e non garantiti?>>.

Ecco, oggi crediamo che la pratica reale e di massa di questo "vecchio"
comparto di classe, sottoposto ad un estremo attacco da parte del
"padronato" più rappresentativo del "nostro" capitalismo familistico e
"assistenzial-clientelare" (il "Casato Agnelli"!), stia di fatto tentando
una prima risposta sul piano operativo ai nostri quesiti.

Una risposta che forse saprà aver ragione anche di quel momentaneo
"interramento carsico" che il "movimento di Seattle/Genova" parrebbe aver
prescelto, rispetto alle ultime scadenze, la cui connotazione evidentemente
non ha saputo offrirgli un adeguato stimolo per quell'adesione di massa che,
in occasione di molti precedenti appuntamenti metropolitani, esso aveva
invece saputo esprimere (probabilmente, in quelle scadenze non riuscite,
l'universalità astratta di tematiche troppo specificamente e
ritualisticamente inscritte in ambiti di ordine "etico", quali
l'ambientalismo e/o il pacifismo, non ha saputo parlare ad un "movimento"
che, sia pur allo stato ancora embrionale, reca con sé il puntuale ed
esplicito riferimento alla critica radicale della propria concreta
quotidianità - fatta di alienante mercificazione e oppressiva
precarizzazione -, che ciascuna delle sue individualità pretende esprimere,
appunto, sul piano di una pratica di massa).

Se - come abbiamo più volte asserito - la mediazione del ceto politico è
stata sin qui necessaria per la definizione di un "calendario di
appuntamenti" da proporre al "movimento", ora, probabilmente, l'irrompere
direttamente sulla scena del conflitto capitale/lavoro, incarnato nelle
lotte spontanee che si sono scatenate negli stabilimenti della Fiat e che
stanno oggettivamente preparando il giusto clima per la giornata di sciopero
generale del 18, saprà di per sé far ri/uscire allo scoperto anche il
"movimento". Infatti questo, nelle sue interne fibre, non è altra "cosa" da
quell'immenso corpo proletario che sta mobilitandosi contro l'ennesimo
attacco portato alle sue condizioni d'esistenza, da parte di un capitale
sempre più stretto nella morsa asfissiante delle proprie stesse interne
contraddizioni materiali (e quindi, sull'onda di questo ritorno della classe
operaia sulla scena politica, forse anche la scadenza del Social Forum
Europeo di Firenze potrebbe avere qualche speranza di non essere solo una
triste riproposizione del balletto socialdemocratico di "Porto Alegre n.2",
chissa?!).

Se la Cgil voleva (e lo voleva!!!) andare al solito "pompieraggio", mettendo
la sordina a quello sciopero generale che si è trovata costretta suo
malgrado a confermare (non è certo casuale la mancata indizione di una
manifestazione nazionale di preparazione/avviamento per lo stesso!),
continuando a firmare sottobanco "contratti/svendita" di categoria con le
rimpiante consorelle Cisl e Uil e tirando la volata a un Ulivo moribondo,
nella speranza di potersi far sostituire da esso nella gestione "della
piazza" (firmandogli una delega in bianco per le prossime elezioni
politiche, fortunatamente lontane di ben cinque lunghi, rassicuranti anni) .
ebbene, ora questo giochetto è saltato di nuovo!

I margini di manovra per Monsieur le Capital ed i suoi reggicoda sono
davvero ormai pressocchè inesistenti! Ora si tratta di incalzare Lor
Signori, rimettendo all'ordine del giorno la priorità imprescindibile dei
bisogni proletari, imponendo nelle lotte, dal basso, l'incompatibilità di
essi rispetto alle logiche della precarizzazione assoluta che si vorrebbero
definitivamente imporre in nome di quelle "leggi di mercato" che ormai si
sono definitivamente disvelate come il vero e solo respondabile di questo
presente fatto di miseria e di guerra assassine, per la stragrande
maggioranza dell'umanità!

In tale situazione di crescente partecipazione di massa sul fronte del
conflitto di classe, l'obiettivo principale è quello di essere sempre e
comunque dentro le lotte, dentro i momenti di mobilitazione di massa, per
spingere sulla contraddizione fra il corpo sociale proletario e le sue
rappresentanze istituzionali, costitutivamente addette al suo recupero nel
ciclo dell'astrattizzazione.

La rappresentanza "sociale" del sindacato si evidenzia e si incarna non solo
e non tanto dentro il luogo di lavoro (dove spesso una sorta di clientelismo
assistenziale riesce magari a "compensare" un'oggettiva latitanza sul piano
della difesa attiva e intransigente, contro il sempre più rampante
dispotismo aziendale), ma anche nel momento simbolico e pure materialmente
ricompositivo delle grosse manifestazioni. E in tale contesto assume enorme
rilevanza politica il "rapporto tra la piazza e il palco": tra queste due
polarità si instaura una dialettica serrata che può portare all'ennesima
espropriazione della prima, in favore del ripristino passivizzante di una
delega in bianco al secondo, ma può anche giungere invece il momento della
"presentazione del conto" a quest'ultimo. Tale dialettica va seguita e
fecondata per condizionare/controllare dal basso il "palco" stesso e
denunciarne le eventuali contraddizioni interne: o lo si costringe a
rispettare la delega della base, in quel "magico" momento diretta e
vincolante proprio perchè controllabile, o lo si "stana", costringendolo a
palesare la sua estraneità oppositiva rispetto ad essa, finanche magari a
forzarlo sino a fargli blindare i propri "bacini di accaparramento tessere",
a costringerlo a rispolverare i servizi d'ordine ed a disvelarsi come "nuova
polizia", quale fu scopertamente come non mai nel '77!

La sinistra anticapitalista NON deve cadere nel tranello
dell'autoreferenzialità, magari celato dietro il privilegiamento
consapevolmente minoritaristico di una testimonianza qualificante sul piano
"politico strategico", ma deve impegnarsi per moltiplicare i livelli di
contaminazione e trasversalizzazione delle sue parole d'ordine, nei
confronti del più vasto corpo proletario: qualsiasi tentazione
minoritaristica rischia di essere suicida, quando la mobilitazione di massa
è in grado, come oggi, di sospingere addirittura l'elefantiaco apparato
burocratico sindacale sul terreno di una conflittualità dispiegata, da esso
abbandonato/tradito da ben più di vent'anni.

Se, come è vero, la galassia del sindacalismo di base ha saputo <<accogliere
con grande soddisfazione la rinnovata capacità di lotta di milioni di
lavoratori/trici espressasi ripetutamente nell'ultimo anno attraverso
scioperi di azienda, di categoria, generali, blocchi stradali e cortei
contro la politica confindustriale e governativa>> [Confederazione Cobas],
se ha ben saputo comprendere che <<è cruciale che tale carica di lotta non
si disperda e non venga imbrigliata dal neoconcertativismo, ma trovi il
massimo di moltiplicazione, forza e incisività nella giornata dello sciopero
generale>> [Confederazione Cobas], se ha saputo lucidamente capire che <<i
lavoratori che si mobilitano sono mossi da esigenze profondamente diverse
rispetto a quelle dell'apparato sindacale e [che] queste esigenze vanno
guardate con il massimo rispetto [, per cui] la stessa scelta di scioperare
il 18 ottobre coglie questa esigenza e va intesa non solo e non tanto come
il riconoscimento di una necessità, quanto come la capacità di cogliere un'
occasione importante per rafforzare una necessaria mobilitazione, contro la
politica padronale e governativa>> [Cub - Scuola] ...

. se tutto questo è vero e giusto, allora il 18 (e non solo), in ogni città
e ovunque se ne avrà la forza, si dovrà tentare di tutto per acquistare
piena visibilità nei confronti di quel "popolo cigiellino" che, oggi come
oggi, non è più composto di passive "truppe cammellate", ma di milioni di
donne e uomini comunque sfiancati da una precarizzazione selvaggia e
duramente incazzati sul terreno dei propri bisogni, della propria
quotidianità negata.

Donne e uomini che senz'altro non hanno per ora alcuna prospettiva "di
progetto", se non quella di mettersi direttamente in gioco, qui ed ora, e
lottare non già per un generico futuro, ma per il presente, che li vede
incalzati dalla precarietà più feroce.

Donne e uomini che devono poter trovare riferimento attivo in chi, almeno,
sa comprendere l'urgente improcrastinabilità di una radicale alterità
possibile e necessaria, rispetto a questo esistente vieppiù intollerabile,
nei cui confronti tutti/e loro stanno cominciando a entrare in aperto
conflitto in prima persona, dal basso, e non già perché sospinti dal "loro"
sindacato (che, semmai, li vorrebbe passivamente manovrabili per i propri
giochetti concertativi).

Un proletariato infinitamente variegato al suo interno, ma comunque sempre
più unito in un comune inevitabile e crescente senso di rifiuto rispetto
allo stato di cose presente, al quale non servono molte piazze diverse fra
cui scegliere, ma un solo, immenso alveo mobilitativo in cui convergere per
ricomporsi come soggetto autonomo, in forza delle parole d'ordine che entro
di esso sapranno essere veicolate da chi, della propria alterità
conflittuale ed anticoncertativa, ha fatto il caposaldo di un'opzione
autenticamente anticapitalistica, incentrata sulla futura autodeterminazione
del nuovo soggetto collettivo rivoluzionario:  il proletariato universale.


15 Ottobre 2002


             La Redazione di Vis-à-Vis
        Quaderni per l'autonomia di classe


http://web.tiscalinet.it/visavis



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