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(it) USI-AIT: Scioperiamo uniti il 18.10.02

From Worker <a-infos-it@ainfos.ca>
Date Tue, 15 Oct 2002 08:07:59 -0400 (EDT)


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SCIOPERIAMO UNITI IL 18.10.2002

 
* CONTRO LA GUERRA E LA STANGATA MASCHERATA DELL’ULTIMA
FINANZIARIA.

* PER LA SALVAGUARDIA DEI DIRITTI DI TUTTI I LAVORATORI:
ITALIANI E STRANIERI CHE SIANO.

* PER DISERTARE LA GUERRA CONTRO L’IRAQ CON O SENZA ONU.

* PER ORGANIZZARE E SOSTENERE UN GRANDE FRONTE UNITARIO
ANTINTERVENTISTA.

 

Lo sciopero del 18 ottobre non può che essere anche un momento
di grande mobilitazione contro l’imminente guerra in l’Iraq.
Ancora una volta il tema della guerra riveste un ruolo centrale
per il movimento dei lavoratori, che ha il compito di
indirizzare la propria azione politico-sindacale verso una
pratica antinterventista a difesa non solo delle popolazioni
inermi aggredite, ma anche delle fasce più deboli della società
in Italia, obbligate a sopportare i costi economici di questa
nuova avventura militare degli USA.

Dopo i fatti dell’11.9.2001 siamo entrati in una fase storica di
guerra globale e permanente che coinvolge tutto il mondo e non
lascia più alcuna area in pace. L’Italia si schiera sempre più a
fianco degli interessi degli USA e degli altri grandi della
terra anche in questa nuova crociata contro l’Iraq.

Se da una parte Berlusconi vorrebbe una presenza italiana in
Iraq al servizio dell’alleato padrone, le altre forze politiche
hanno accettato un intervento più subdolo, come per esempio,
l’invio di un contingente di alpini in Afghanistan in
sostituzione degli alleati britannici, che prenderebbero
direttamente parte all’aggressione armata in Iraq.

Anche per queste operazioni di guerra, lo Stato italiano
continua, dopo l’Afghanistan, a dotarsi del codice penale
militare di guerra, giudicato lo strumento più idoneo per
disciplinare i rapporti non solo fra militari, ma anche fra i
soldati italiani e la popolazione civile tanto in Iraq quanto
sullo stesso nostro territorio nazionale.

Nel frattempo, gli USA cercheranno di ottenere l’impunità dalle
Corti internazionali per i crimini di guerra commessi o che
commetteranno. Nessuno sembra preoccuparsi non solo che le masse
popolari dei paesi colpiti dai bombardamenti subiranno, con
migliaia di morti, più direttamente i danni catastrofici della
guerra, ma anche che le popolazioni del resto del mondo
subiranno le conseguenze del fronte interno della guerra, con un
forte calo delle condizioni di vita e dei consumi ed una
limitazione continua delle libertà personali.

Anche in Italia, parte integrante dell’Europa "caserma", la
partecipazione alla guerra si traduce in pesanti implicazioni
economiche e sociali. Si creano finanziarie di guerra dove si
dirottano i fondi per sostenere le spese belliche tagliando i
servizi sociali; si porta avanti una costante politica di
sacrifici fatti di blocco dei salari; si dà mano libera al
padronato ed allo stato di licenziare e di ricorrere sempre più
a forme selvagge di mobilità, flessibilità e precariato.

Se questo è il corollario classico di ogni guerra, la novità di
quella attuale è che il nemico, il terrorismo, non ha un luogo
conosciuto e può nascondersi ovunque. E così, con la scusa del
terrorismo, si criminalizza tutta l’area più combattiva del
dissenso e di classe; si limitano, se non addirittura si
cancellano, i diritti politici e sindacali; si aumenta il
controllo poliziesco e razzista sull’immigrazione per sfruttare
la manodopera straniera e poi gettarla fuori dai confini quando
non serve più; si militarizza completamente il territorio; si
danno pieni poteri ad esercito e polizia; si creano corpi
repressivi; si utilizzano la stampa e le reti di comunicazione
per il controllo sociale, occultando e manipolando notizie
sgradite ai potenti.

Questi sono i risultati della dottrina Bush, che mira ad una
società mondiale sottoposta ad una logica militare, oggi unica
forma di organizzazione sociale che può garantire al capitale
quella profonda ristrutturazione che l’apertura del mercato
mondiale gli impone.

E’ quindi necessario che il sindacalismo autogestionario e di
classe riproponga con forza la lotta antimilitarista, unica
scelta capace di contrastare un’economia ed una cultura basate
sulla guerra come fonte principale di sfruttamento, razzismo,
miseria e morte, ma anche di repressione sistematica di tutte le
forme di dissenso sociale.

Per tutti questi motivi, noi siamo, umanamente e politicamente,
contro la guerra, anche qualora fosse l’ONU ad autorizzare e
giustificare l’intervento, poichè sarebbe solo una
strumentalizzazione operata dagli USA sull’ONU e su ogni altro
stato componente della comunità internazionale.

Noi, infatti, non intendiamo partecipare né direttamente né
indirettamente allo strazio della popolazione civile irachena né
tantomeno vogliamo giustificare presunti interventi di polizia
internazionale che rappresentano soltanto la volontà degli USA e
del capitalismo internazionale di dominare il mondo senza
rispetto per la vita e per la dignità umana.

NON PARTECIPIAMO ALL’INFAMIA DELLA QUALE VORREBBERO RENDERCI
TUTTI COMPLICI!

DISERTIAMO I MECCANISMI DI MORTE PRODOTTI DAGLI USA E DAL
CAPITALISMO INTERNAZIONALE.

 

 

DIFENDIAMO I NOSTRI DIRITTI SOCIALI E SINDACALI E RIPRENDIAMO
CON FORZA QUELLI CHE CI HANNO TOLTO.

CONTRO LA STANGATA MASCHERATA DELL’ULTIMA FINANZIARIA.

PER L’AUTORGANIZZAZIONE DEI LAVORATORI E LA FORMAZIONE DEL
SINDACATO DI CLASSE.

 

Il duro attacco dello Stato e del governo ai diritti sindacali e
del lavoro impone oggi più che mai di aggregare intorno ai
principi del sindacalismo di base, autogestionari e libertari, i
militanti sindacali più combattivi e determinati nelle loro
scelte antagoniste, uscendo definitivamente delle logiche
professionaliste, opportuniste e di concertazione. Contro lo
strapotere datoriale e la montata fascistoide dei mass media e
del governo, che hanno smantellato in meno di dieci anni le
roccaforti dei diritti del lavoro e le guarentigie sindacali,
bisogna sviluppare l’autorganizzazione dei lavoratori, uscendo
dalla logica del frazionamento, dell’isolamento e
dell’impotenza.

Organizziamoci sempre più numerosi con obiettivi che vadano
oltre i diritti negati, non solo per difendere ciò che è stato
conquistato in tanti anni di lotte, ma per riprenderci con forza
quegli spazi di azione politica e di libertà individuale da
estendere poi indistintamente a donne e uomini, a giovani ed
anziani, ai lavoratori pubblici e privati, a tempo indeterminato
e precari, italiani e stranieri, delle grandi e delle piccole
aziende.

All’economia di guerra, consacrata anche nell’ultima
finanziaria, dobbiamo contrapporre il potenziamento dei percorsi
di autorganizzazione dei lavoratori, combattendo uniti contro i
tagli alla sanità pubblica, ai servizi sociali ed agli spazi
abitativi popolari.

La finanziaria berlusconiana, infatti, grazie al taglio dei
trasferimenti di fondi dallo Stato agli enti locali, impedisce
un’eguale erogazione dei servizi sociali - dalla scuola alla
sanità - con la conseguenza che gli sconti sul prelievo fiscale
li pagheremo sotto forma di taglio ai nostri diritti e forse con
la beffa di un’imposizione fiscale, più o meno occulta, a
livello regionale e comunale. La finanziaria non si è limitata a
questo: si è anche dimenticata dei giovani, disoccupati al sud e
precari al nord, e di tutti i problemi del mezzogiorno.

A questo punto non ci resta che unire le nostre energie, dal
Nord al Sud, giovani e meno giovani, italiani e stranieri contro
lo sfruttamento sempre più brutale, il lavoro nero, il
bracciantato di giovani ed immigrati, la fascistizzazione dello
stato ed il controllo sociale dei mass media.

Contrapponiamo al sistema dominante, sfruttatore e
guerrafondaio, una visione del mondo basata sui valori di
libertà, uguaglianza, solidarietà ed emancipazione.
Presentiamoci come una comunità antagonista, diversa e separata
da quella in cui ci vogliono ingabbiare, capace di fare
dell’autogestione nel mondo del lavoro un modello organizzativo
alternativo anche nella società intera.

  

ITALIANI E STRANIERI? NO, SOLO LAVORATORI.

 
La legge Bossi (il razzista) - Fini (il fascista) sta producendo
i primi frutti: cadaveri di lavoratori stranieri che galleggiano
a ridosso delle spiagge vacanziere. I loro corpi vengono
raccolti dai pedalò. Uomini come noi perdono la loro vita solo
per lavorare e mantenere le loro famiglie: sono i cosiddetti
clandestini che oggi vogliono criminalizzare, ma che noi
riconosciamo come proletari o più semplicemente uomini.

La normativa introdotta dalla legge Bossi-Fini costituisce il
fisiologico sviluppo della legge sull’immigrazione
Turco-Napolitano, che già si ispirava ai due criteri di
repressione e precarietà, utilizzando oggi i criteri più
violenti dell’annientamento fisico e del ricatto economico.

Certamente produce annientamento fisico il ricorso ai mezzi
della Marina militare per prevenire l’arrivo via mare degli
stranieri sprovvisti dei necessari documenti d’ingresso che sta
producendo solo le tragedie di questi giorni. Ma è anche
annientamento fisico l’aumento della durata della prigionia
degli stranieri in attesa di espulsione nei centri di permanenza
temporanea, che la Bossi-Fini ha portato da trenta a sessanta
giorni. Annientamento anche delle speranze, se si pensa che
l’espulsione sarà sempre immediata e che le garanzie
giurisdizionali attivabili dallo straniero saranno solo formali
poiché l’udienza davanti al giudice si terrà quando lo straniero
sarà già stato da tempo espulso dall’Italia.

Non si può poi parlare che di ricatto economico nei confronti
del lavoratore straniero se si pensa che è stata la normativa
Bossi-Fini ad introdurre il "contratto di soggiorno" come unica
modalità di permanenza del cittadino straniero sul territorio
nazionale. Ciò significa che se perdi il lavoro perdi anche la
possibilità di continuare a rimanere in Italia.

Siamo al paradosso: mentre il mercato del lavoro richiede la
massima flessibilità della manodopera, lo Stato pretende che una
stabile occupazione la abbiano solo gli stranieri!

Le conseguenze sono intuitive: il lavoratore straniero se vorrà
rimanere in Italia dovrà accettare le condizioni economiche, di
lavoro e di sicurezza dettate dal padronato. Se così non farà,
non solo perderà il lavoro, ma anche il suo diritto a rimanere
in Italia.

Gli unici che beneficeranno della sanatoria Bossi-Fini saranno
sostanzialmente solo le colf delle famiglie borghesi e le
badanti per anziani ed ammalati danarosi. Ma anche loro, come
ogni altro straniero "regolare", non avranno vita facile perché
il ricatto economico della legge antimmigrazione colpirà tutti
gli stranieri "sanati" limitando sempre più le ipotesi di
ricongiungimento familiare.

Tra l’altro, si discute in questi giorni se chi ha il permesso
di soggiorno come colf o badante, potrà poi trasformare il suo
permesso per svolgere un altro lavoro. Come dire che lo stato
pretende che chi entra in Italia come colf e badante, debba poi
fare solo quello. Siamo tornati ad un nuovo Medio Evo dove i
servi della gleba non sono più legati alla terra, ma alle
famiglie presso cui gli stranieri lavorano.

Per Berlusconi, Bossi e Fini in Italia possono venire a vivere
solo coloro che vi lavorano, non i loro familiari, ai quali poi
andrebbero assicurati diritti alla casa,alla salute, alla
scuola, già resi precari per i lavoratori italiani: il
lavoratore straniero non è un uomo, è solo manodopera precaria
da sfruttare il più possibile e di cui liberarsi come e quando
si vuole. Se poi qualcuno muore in mare o in un cassone di
camion, ce ne sono pronti altri dieci a seguire la sua sorte
disperata.

A ciò si aggiunga l’aumento di burocratizzazione dei meccanismi
di accesso al lavoro, ingresso e soggiorno che detta assurde
pretese che subordinano la possibilità di soggiorno legale dello
straniero alla disponibilità di un lavoro stabile e regolare di
almeno un anno e ad un alloggio, che dovrebbe essere garantito
dal datore di lavoro, così come le spese per il rientro del
lavoratore nel paese di origine.

La Bossi–Fini è riuscita nell’impresa di legittimare la
creazione di una fascia di popolazione al di fuori di ogni
protezione giuridica, ricattata economicamente e sempre in
bilico fra sfruttamento ed espulsione. Questa politica criminale
porterà ad un maggiore aumento di emarginazione degli immigrati,
ad una riduzione generalizzata dei salari e ad una
precarizzazione delle condizioni di vita e di lavoro per tutti,
italiani e stranieri che siano.

 

 

Questi i nostri obiettivi:

* ORGANIZZIAMO UN GRANDE FRONTE UNITARIO DEI LAVORATORI CONTRO
LA GUERRA

* BATTERCI PER FORTI AUMENTI SALARIALI

* CONTRO L’ABROGAZIONE DELL’ART. 18 ESTENDERE L’APPLICAZIONE
DELLO STATUTO DEI LAVORATORI A TUTTO IL MONDO DEL LAVORO

* CONTRASTARE LO SCIPPO DEL T.F.R.

* RESPINGERE GLI ULTERIORI TAGLI ALLE PENSIONI

* OPPORSI ALLE PRIVATIZZAZIONI ED ESTERNALIZZAZIONI

* LOTTARE CONTRO LA PRECARIZZAZIONE ED IL LAVORO A TEMPO
DETERMINATO

* BATTERE CON OGNI MEZZO IL CAPORALATO LEGALIZZATO DELLE AGENZIE
INTERINALI

* APRIRE LE FRONTIERE A TUTTI GLI IMMIGRATI E SVILUPPARE LA
SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALISTA

* RIAPPROPRIARCI DEL DIRITTO DI SCIOPERO ESERCITANDO OGNI
LIBERTA’ SINDACALE E DI CONTRAPPOSIZIONE SOCIALE.

* PORRE FINE UNA VOLTA PER TUTTE ALLA DISCRIMINAZIONE FEMMINILE
SUL POSTO DI LAVORO E PIU’ IN GENERALE NELLA SOCIETA’.

* SUPERARE LA CONTRAPPOSIZIONE TRA LAVORATORI DEL SUD E DEL NORD
D’ITALIA E DEL MONDO CON LA LOTTA CONTRO I COMUNI NEMICI.

 

 

ORGANIZZIAMOCI SEMPRE PIU’ NUMEROSI NELL’UNIONE SINDACALE
ITALIANA PER L’AUTOGESTIONE NELLE LOTTE E PER CREARE UNA NUOVA
SOCIETÀ BASATA SU LIBERTA’, UGUAGLIANZA E SOLIDARIETA’

 

UNIONE SINDACALE ITALIANA

 

Unione Sindacale Italiana - Viale Bligny, 22 - Milano -
Tel.02/58.30.49.40 - ciclinpropr 18 ottobre 2002

http://www.ecn.org/usi-ait/



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