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(it) la cgil, due o tre cose che sappiamo di lei [redditolavoro]

From Worker <a-infos-it@ainfos.ca>
Date Sun, 13 Oct 2002 08:07:49 -0400 (EDT)


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      A - I N F O S  N E W S  S E R V I C E
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From: "Edoardo Borgese" <ciscarinzi@tiscali.it>



La CGIL: due o tre cose che sappiamo di lei
 

La scelta del sindacalismo di base di dare vita a cortei
indipendenti in occasione dello sciopero del 18 ottobre ha
sollevato dubbi e suscitato discussioni nell’area
dell’opposizione sociale.

Può, di conseguenza, valere la pena di affrontare la questione
bon tanto dal punto di vista "tattico" quanto da quello delle
prospettive di medio periodo.

È, fra l’altro, noto che, sia per la pressione crescente dei
partiti di riferimento che per le contraddizioni interne alla
pratica attuale della CGIL, il dialogo fra CISL e CGIL sta
riprendendo e che, fatto salvo che il futuro riposa sulle
ginocchia degli dei, è probabile che a breve l’"unità sindacale"
sarà restaurata.

 

Da quando è andata al governo la destra consistenti settori
dell’opposizione sociale o, se si preferisce, del movimento,
simili a topolini amorosi, hanno cominciato ad individuare nella
grande CGIL il loro principale riferimento politico ed
organizzativo.

Si tratta di una deriva abbastanza facile da spiegare: di fronte
al governo della destra è sentita come necessaria la massima
unità possibile e questa unità si fa intorno alla principale
organizzazione, per storia e per consistenza, del movimento dei
lavoratori senza nemmeno curarsi più che tanto della pratica,
delle proposte, del progetto di questa stessa organizzazione. 

Un po’ di pressione da parte dei media della sinistra
istituzionale, per un verso, e gli stessi volgari e scomposti
attacchi della destra alla CGIL rafforzano questa tendenza e
sembrano renderla naturale e indiscutibile.

Questo innamoramento è favorito, fra l’altro, sia dalla presenza
di una componente di sinistra sindacale per la gran parte
coincidente con il PRC che da un moto della grande FIOM che
sarebbe, secondo gli apologeti della CGIL, un sindacato
caratterizzato da una natura sociale sostanzialmente diversa
rispetto alla confederazione alla quale appartiene.

 

Riteniamo, però, valga la pena di ricordare sommessamente alcuni
fatti che, come capita per i fatti, hanno la testa dura e non si
lasciano evacuare dall’attuale clima di festante affratellamento
sotto le ali della chioccia cofferatiana/epifaniana.

 

In sintesi:

 

1.      con gli accordi del luglio 1992 e 1993 la CGIL (assieme
a CISL e UIL) ha accettato il più secco taglio delle
retribuzioni e dei diritti dei lavoratori della storia
repubblicana senza battere ciglio in cambio del riconoscimento
del suo ruolo istituzionale; 

2.      il mercato del lavoro, quando la concertazione
"funzionava", è stato segmentato in trentasette figure
contrattuali con l’effetto che milioni di lavoratori sono stati
esclusi dalle minime garanzie che ancora hanno i lavoratori con
un contratto tradizionale;

3.      alcuni di questi segmenti sono gestiti direttamente da
enti organicamente legati a CGIL-CISL-UIL come le centrali
cooperative i cui dipendenti sono esclusi dalle tutele previste
dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Insomma, quando
la CGIL è il padrone non vi è bisogno di garanzie per i
dipendenti,

4.      le libertà sindacali sono state seccamente
ridimensionate con una ferrea legislazione antisciopero nel
settore pubblico e con l’imposizione della riserva del 33% dei
posti nelle Rappresentanze Sindacali Unitarie nel settore
privato; 

5.      una serie impressionante di contratti categoriali ed
aziendali ha provveduto a ritoccare al ribasso le "riforme" che
il sistema concertativo ci ha imposto; 

6.      vi è stata, con il pieno accordo sindacale, il maggior
numero di privatizzazioni ed esternalizzazioni di enti e servizi
pubblici a memoria d’uomo e sovente queste privatizzazioni ed
esternalizzazioni sono state gestite in modo da favorite ditte,
cooperative o meno, dell’area di riferimento dei sindacati
istituzionali;

la CGIL ha accettato come una "dolorosa necessità" le imprese
guerresche del governo italiano contro la popolazione serba. 
 

 

Si potrebbe obiettare a questi brevi appunti che si tratta di
vicende passate, che con il governo della destra la
concertazione è finita, che la CGIL ha risollevato dal fango in
cui erano cadute le vecchie e gloriose bandiere.

 

Purtroppo per i cofferatiani di complemento, i fatti ci dicono
qualcosa di diverso. 

1.      Con l’accordo del febbraio del 2002 per la scuola ed il
pubblico impiego, CGIL-CISL-UIL hanno accettato un ulteriore
taglio della retribuzione dei lavoratori e centinaia di migliaia
di lavoratori hanno scioperato con i sindacati di base il 15
febbraio. 

2.      Diversi contratti aziendali e categoriali sono impostati
secondo il modello tradizionale e CGIL-CISL-UIL sono più uniti
che mai. 

La pretesa di CGIL-CISL-UIL di avere il monopolio dei diritti
sindacali non è stata per nulla abbandonata e continua
l’emarginazione del sindacalismo indipendente e di base. 
 

Sembrerebbe, insomma, di essere di fronte ad una CGIL
schizofrenica, putiferiante in piazza e sulle pagine dei
giornali e concertativa e moderata nella reale pratica
sindacale. 

In realtà, il gruppo dirigente della CGIL è tutto tranne che
privo di razionalità.

La sua scelta di puntare su una certa dose di animazione sociale
ha un solo e preciso obiettivo: battere il tentativo del governo
di emarginare la stessa CGIL dal patto consociativo che negli
ultimi decenni ha regolato le relazioni sociali e di fare della
CISL il proprio sindacato di riferimento. 

Naturalmente, i lavoratori che si mobilitano sono mossi da
esigenze profondamente diverse rispetto a quelle dell’apparato
sindacale e queste esigenze vanno guardate con il massimo
rispetto. La stessa scelta di scioperare il 18 ottobre coglie
questa esigenza e va intesa non solo e non tanto come il
riconoscimento di una necessità quanto come la capacità di
cogliere un’occasione importante per rafforzare una necessaria
mobilitazione contro la politica padronale e governativa.

 

Si tratta però, a questo punto, di stabilire se riteniamo la
concertazione un bene o un male per i lavoratori. Proviamo a
chiarirci le idee nel merito.

La definizione scientificamente esatta della concertazione è
corporativismo democratico. Si tratta di un modello di relazioni
sociali, inaugurato formalmente nella Svezia degli anni ’30, 
diverso dal corporativismo fascista perché prevede sia il
pluralismo politico sia un limitato, pluralismo sindacale ma che
mantiene del corporativismo fascista l’impianto che prevede
l’esistenza di sedi di concertazione fra governo, padronato e
sindacati istituzionali.

Dal punto di vista strutturale, il riconoscimento del ruolo
istituzionale del sindacato si traduce in massicci finanziamenti
da parte dello stato, finanziamenti che permettono l’esistenza
di un numeroso apparato. 

Questo apparato può garantire agli iscritti una tutela, di
qualità variabile, a fronte della crescente complessità degli
obblighi sociali (calcolo delle pensioni, pagamento delle tasse,
consulenze varie ecc.) imposti ai cittadini in genere ed ai
lavoratori in particolare. 

Nei fatti, quindi, la burocrazia sindacale tende ad apparire e,
sovente, ad essere una branca ausiliaria della burocrazia
statale. Di conseguenza i lavoratori finiscono, abbastanza
ragionevolmente, per pensare al sindacato come a qualcosa di
esterno alla loro vita e come ad un ente al quale ci si rivolge
quando si ha qualche particolare esigenza individuale da
soddisfare.

Naturalmente questo processo di burocratizzazione è maggiore o
minore a seconda del sindacato e delle categorie di lavoratori
che organizza, è più accentuato fra i pubblici dipendenti e meno
fra i lavoratori del settore privato, caratterizza più i
sindacati "moderati" come la CISL e meno la CGIL ma si tratta di
differenze di grado di integrazione e non di natura sociale.

Questo tipo di insediamento sociale pone i sindacati
istituzionali in una situazione delicata, se gran parte delle
loro risorse deriva direttamente da finanziamenti della
controparte pubblica e privata avviene che, anche se tralasciamo
le "zone grigie" del sindacalismo dove avvengono casi di vera e
propria corruzione, i sindacati istituzionali non possano
praticare uno scontro radicale con le controparti giacché vale,
sino a prova contraria, l’assioma "chi paga l’orchestra decide
la musica".

Ne consegue che i sindacati istituzionali, quando conducono una
vertenza, generale o particolare che sia, trattano sempre su due
piani: gli interessi dei lavoratori e quelli
dell’organizzazione. È facile immaginare quale sia l’interesse
curato con più attenzione e, soprattutto, come si dia uno
scambio fra le esigenze del sindacato e quelle dei lavoratori.

 

Non è, di conseguenza, affatto strano che la CGIL giochi oggi un
ruolo "radicale". La domanda che dovremmo, però, porci è se
questo ruolo è credibile ed in quale misura o se si tratta di un
passaggio tattico. Come credo sia evidente, la risposta è ovvia.

Se, quindi, il sindacalismo di base ha ritenuto, in occasione
dello sciopero del 18 ottobre, di essere unitario per quanto
riguarda la data ma autonomo nelle proposte e nelle iniziative
di piazza vi è un motivo che non ha nulla a che vedere con
l’indifferenza all’esigenza di unità dei lavoratori.

 

Per, provvisoriamente, concludere, ci attende un periodo
difficile ma interessante. Si tratta di mantenere la
mobilitazione contro il padronato ed il governo e, nello stesso
tempo, di sviluppare proposte chiare e di non lavorare per dare
alla CGIL un maggior potere di contrattazione nei confronti
della CISL.

Non è, ovviamente, un percorso facile, sarà necessario un
significativo lavoro di informazione critica, di orientamento,
di approfondimento e questo mentre siamo impegnati nella
costruzione delle diverse iniziative di lotta.

D’altro canto, si tratta di un percorso ineludibile, sta a noi
il farlo con la massima capacità di iniziativa possibile.

 

Cosimo Scarinzi



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