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(it) Umanità Nova n.32 - La situazione dei lavoratori in Polonia

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Date Fri, 11 Oct 2002 12:51:50 -0400 (EDT)


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Da "Umanità Nova" n. 32 del 6 ottobre 2002 

La situazione dei lavoratori in Polonia
Crisi e lotte sociali 


Nel corso degli ultimi anni la situazione dei lavoratori
polacchi è andata peggiorando di molto, a causa della recessione
economica. Le paghe sono state tagliate e i lavoratori sono
obbligati a condizioni peggiori, col ricatto: o accettano quanto
imposto dai padroni o perdono il lavoro. I datori di lavoro
giustificano ciò col fatto che anch'essi si devono adattare alle
condizioni del libero mercato per cui l'efficienza, del resto
già abbastanza elevata, è stata aumentata. Dicono anche che vi
sono molti lavoratori disposti a sostituire gli scontenti.

Alcune ditte che fino a tempi recenti erano decisamente prospere
sono state condotte alla bancarotta. Queste sono alcune delle cause:

- I proprietari pensano soltanto a profitti rapidi, il che
spesso non funziona.

- Le compagnie sono rilevate da grosse corporazioni
multinazionali che subentrano nel mercato dei consumi e nei
marchi dei prodotti. In seguito queste compagnie sono costrette
al fallimento per eliminare la competizione e la produzione
viene trasferita all'estero. Un esempio ne è la Laziska Acciai
(sola produttrice di leghe ferrose in Polonia e al secondo posto
per grandezza nel mondo). L'acciaieria faceva parte di una
holding assieme ad un impianto di produzione dell'energia. Dopo
la privatizzazione della holding, la parte che controllava la
produzione di energia venne comperata dal maggior concorrente
nel settore acciaio: una compagnia svedese. Da allora il prezzo
dell'elettricità è drammaticamente aumentato. (La Laziska di
Huta consuma l'1% dell'intero consumo energetico polacco.) Le
acciaierie hanno cominciato ad andare in perdita, e soltanto
grazie alle proteste dei lavoratori è stato possibile
costringere i produttori di energia ad abbassare le tariffe.

- È un continuo adattarsi dell'economia polacca agli standard
dell'Unione Europea. Ne è risultato che molte industrie in
precedenza prospere si trovano sull'orlo del fallimento.

All'inizio del 2002, un'ondata di proteste ha scosso la Polonia:
la maggiore negli ultimi 10 anni. C'erano picchetti,
manifestazioni e scioperi. Una delle lotte più note è
l'occupazione di una fabbrica di cavi a Ozarow. I lavoratori
stanno protestando contro la liquidazione di questa fabbrica,
anch'essa prospera, che è stata comprata da un concorrente. Un
tema ricorrente è quello dei minatori che si oppongono ai piani
governativi di ristrutturazione dell'industria estrattiva, i
quali condurrebbero alla chiusura di diverse miniere con la
perdita di migliaia di posti di lavoro. Un altro progetto
governativo contro cui stanno dimostrando i minatori è
l'introduzione della settimana lavorativa di sei giorni e
maggiori standard di efficienza. Anche i lavoratori della
Daewood Motor Polonia sono stati messi in strada dalla crisi e
successiva liquidazione della ditta. Nel prossimo futuro sono
attese proteste dei pescatori che temono la perdita del posto di
lavoro, e ciò avverrà quando la Polonia avrà accesso all'Unione Europea.

Questi sono soltanto alcuni dei settori "caldi" nel paese. Quasi
ogni giorno i media informano di scioperi e manifestazioni, che
però ben di rado si concludono con una vittoria operaia. Spesso
i lavoratori di piccole fabbriche scendono in lotta ma nessuno
bada a loro: non sono abbastanza forti per lottare. Nelle
fabbriche più grandi i lavoratori talvolta riescono ad
organizzarsi per la difesa, ma il problema è che sono isolati,
non possono contare sulla solidarietà. Quando una lotta è
finita, non succede più nulla: non vi sono scioperi di
solidarietà e neppure i lavoratori di una stessa industria
talvolta solidarizzano. L'industria tessile lotta separatamente
anche se molti dei suoi problemi sono simili a quelli dei
minatori, o dei cantieri o delle acciaierie. Quando i Cantieri
di Gdynia scioperavano, quelli di Stettino non hanno fatto
nulla, e addirittura qualcuno era contento delle difficoltà
della ditta rivale. Poi lo sciopero di Gdynia è stato giudicato
illegale, e i capi degli scioperanti licenziati. Pensiamo che,
fra l'altro, siano da biasimare i sindacati riformisti
(Solidarnosc, OPZZ e altri); nel corso degli anni i lavoratori
si sono abituati a delegarli. Ora sono divenute strutture
ausiliarie dei partiti politici e quanti lottano per i diritti
dei lavoratori sono attaccati sia dai padroni che dalle centrali sindacali.

Per anni la società ha riposto molte speranze in Solidarnosc ma
sono state sepolte con la caduta del comunismo. Tutti gli ideali
che rappresentava sono stati traditi ed ora sono davvero in
pochi in Polonia a credere in qualsiasi movimento sociale. Ai
nostri giorni la gente spera che il capitalismo possa essere
riformato, che una cosa come il capitalismo dal volto umano
possa esistere e che il loro standard di vita possa essere
migliorato. Ciò va di pari con la frammentazione e l'assenza di
spirito di solidarietà. Il capitalismo ha indotto i lavoratori
polacchi a competere e combattersi l'un l'altro. Anche negli
stessi Cantieri di Stettino prima della crisi i lavoratori dei
diversi turni avevano finito col competere su chi avrebbe
realizzato una maggior porzione di progetto, il che ha condotto
ad un aumento normato del lavoro giornaliero ed una riduzione
delle paghe.

Secondo i dirigenti politici ed economici, il nostro paese è
ancora in mezzo ad un percorso di transizione nel quale deve
adattarsi all'economia dei paesi capitalisti. Ciò significa che
i sussidi sociali sono stati tagliati, la disoccupazione è
salita al 19%, la sanità versa in condizioni tragiche, la
burocrazia è aumentata, ecc. Tutti questi fattori conducono alla
crescita dell'insoddisfazione sociale mentre la classe
lavoratrice ha perso la speranza che questo sistema possa essere
riformato ma non vi è altra prospettiva.

Come anarcosindacalisti, noi cerchiamo di esser presenti ovunque
vi è una lotta politica o sociale per far conoscere il nostro
progetto di società senza stato e senza classi. Organizziamo
manifestazioni, pubblichiamo e distribuiamo materiali e
prendiamo parte alle proteste sindacali, presentando l'azione
diretta come la più efficace forma di lotta. In tutto il paese
vi sono gruppi di persone collegate con l'anarcosindacalismo che
diffondono le idee dell'autogestione ovunque possibile.


La situazione nei Cantieri di Stettino

Negli ultimi mesi si è sentito molto parlare della cantieristica
ed effettivamente il crollo dei Cantieri di Stettino ha mandato
in crisi l'intera regione. 

Fino a poco tempo fa era uno dei principali poli mondiali,
produceva oltre 20 navi all'anno ed era presentato come un
esempio della privatizzazione in Polonia. Nel 1999 le navi
uscite erano 22, più o meno come negli anni precedenti, i
lavoratori godevano di una situazione decente per gli standard
del paese: i salari e le condizioni di lavoro erano mediamente
buone. Nessuno avrebbe mai pensato che i Cantieri potessero far
bancarotta.

Un gruppo di imprenditori ha però fatto in modo di trasferire il
capitale dei Cantieri ad altre ditte mediante speculazioni
finanziarie, lasciandoli in rovina. I nuovi proprietari avevano
formato un Gruppo Industriale, in relazione con l'élite al
potere, e l'ex presidente della Città di Stettino era con loro.
Si cominciò dicendo che i Cantieri dovevano essere condotti
fuori dalla crisi causata dai cambiamenti introdotti
nell'economia polacca con il crollo del sistema comunista nel
1989. All'inizio i Cantieri hanno funzionato normalmente ma,
come si sarebbe saputo poi, i nuovi padroni intendevano
servirsene per le proprie speculazioni finanziarie. Cominciarono
col dividere quella che era un'unica ditta in una dozzina di
ditte minori, che ne ereditarono il capitale. In questo modo i
Cantieri non avrebbero avuto risorse economiche ma si sarebbero
limitati ad impiegare quelle prodotte dalle varie ditte. Ciò
comportò che si cominciò a pagare per servizi che prima erano
interni, i costi salirono con tutti questi movimenti - bel
risultato della privatizzazione! - e ne soffrì l'insieme della
produzione. Inoltre alcuni contratti sbagliati e dei tempi di
consegna troppo a breve scadenza per la struttura comportarono
gigantesche penali di diverse migliaia di dollari, causate dai
ritardi. Una serie di errori comunque sempre tenuti nascosti
fino al novembre 2001, quando non vi furono fondi per pagare i
salari agli operai, né per consentire che le produzioni in corso
potessero essere ultimate. I padroni dissero che si trattava di
un momento difficile ma temporaneo, che presto sarebbe stato
risolto. Dentro di sé la gente capiva che qualcosa non andava,
ma i media restavano zitti, i sindacati sostenevano di aver la
situazione sotto controllo, e i lavoratori ne sono rimasti
convinti, mentre le istituzioni dello Stato se ne tenevano fuori.

Nel gennaio 2002 i lavoratori dissero "basta!": non avevano
ricevuto la paga da tre mesi. Un'assemblea spontanea si formò ma
i sindacati si rifiutarono di sostenerla: erano dalla stessa
parte dei padroni, ed alcuni burocrati erano anche
nell'organismo di sorveglianza dell'impresa. In quest'occasione
i lavoratori richiesero l'immediato pagamento dei salari
arretrati e la presentazione di un programma di salvataggio del
cantiere. Vennero anche richieste ai padroni le giustificazioni
per una tale situazione ed andò a finire che vari oggetti furono
lanciati al tavolo ed il presidente del sindacato quasi
linciato. Ne risultò un prestito in banca da riscuotere in una
settimana, e tutto sembrò rientrare nella normalità. Poco dopo
però i lavoratori vennero avvertiti che avrebbero dovuto
prendersi quindici giorni di "vacanza" motivando col fatto che
non vi erano abbastanza soldi per mantenere la produzione e le
banche non erano disposte a concedere altri prestiti. Si venne
anche a sapere che un prestito, ottenuto per avviare a
produzione altre navi, era stato utilizzato per distribuire i
dividendi agli azionisti. Tornando al lavoro, dopo due
settimane, venne detto che si stava ancora negoziando con le
banche ed una parte dei lavoratori venne rinviata in "ferie".
Durante questo periodo si passò dai 12.000 occupati a un
migliaio, ed un mese dopo le cose andavano ancora peggio. Anche
i mille rimasero senza lavoro ma chiesero di venir pagati per i
tre mesi arretrati, minacciando un'occupazione. Dopo vari
negoziati questi mille vennero accontentati e si ritirarono
dalla lotta, ma la produzione non riprese.

A questo punto i lavoratori cominciarono a preoccuparsi per il
posto di lavoro e si misero ad organizzare assemblee e
manifestazioni. La protesta sociale stava montando e i dirigenti
cittadini erano preoccupati che si potesse espandere ad altre
fabbriche. In maggio le assemblee si tennero più volte la
settimana, organizzate dai lavoratori senza alcun appoggio
sindacale ed erano particolarmente temute, perché nessuno le
controllava. In una venne nominato un Comitato di Protesta, che
servì un po' da valvola di sfogo. Mentre all'inizio tutto
sembrava spontaneo, man mano che il tempo passava però anche
quest'organismo si chiuse alle voci dei semplici lavoratori,
cominciò a negoziare con i padroni e col governo invece di
dedicarsi a coordinare l'azione diretta. Ai lavoratori veniva
detto di attendere il risultato delle trattative, ma non ve ne
furono, mentre le iniziative dei giovani venivano soffocate. Ad
un certo punto anche l'assemblea cominciò ad essere disertata,
visto che non sortiva altro che promesse, e cominciarono le
proteste in strada e i blocchi. Ma non durò a lungo: il Comitato
di Protesta cominciò a collaborare con la polizia in modo che le
manifestazioni venissero annunciate in anticipo e misure per il
traffico potessero esser prese. Soltanto una volta i lavoratori
riuscirono a scavalcare il Comitato e arrivare con la loro
protesta proprio in centro città, ove vi furono degli scontri.
La polizia venne respinta ma ne seguirono delle polemiche nelle
quali il Comitato accusava i lavoratori di essersi lasciati
strumentalizzare dai "provocatori". Da allora l'opera del
Comitato è stata soltanto quella di chiedere e riuscire a
mantenere calmi i lavoratori, mentre i cittadini che volevano
solidarizzare - fra i quali anche gli anarchici - venivano o
respinti come potenziali provocatori o allontanati dalla
polizia. I lavoratori sono finiti in una specie di paranoia che
ne ha causato il totale isolamento.

Ora una piccola parte ha ripreso il lavoro nei nuovi cantieri,
con peggiori condizioni di lavoro, mentre tutti quelli che sono
riusciti hanno trovato altre occupazioni. Quella che sarebbe
potuta diventare una lotta emblematica per la Polonia al
contrario è risultata vincente per le forze padronali, della
disgregazione, della repressione e del controllo sociale.

Iniziativa dei Lavoratori della Federazione Anarchica

(tratto dal sito http://www.workers-initiative.poland.prv.pl  - trad. A. Enne) 



http://www.ecn.org/uenne/


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