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(it) Umanità Nova n.32 - 41 bis, Bossi-Fini, becero razzismo

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Date Tue, 8 Oct 2002 07:41:28 -0400 (EDT)


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Da "Umanità Nova" n. 32 del 6 ottobre 2002 


Volgari e forcaioli
41 bis, Bossi-Fini, becero razzismo 


Non siamo certo noi anarchici a coltivare il mito della
sacralità del potere. E neppure crediamo che le istituzioni
statali abbiano tale dignità da richiederne altrettanta in chi
le rappresenta. Abituati a "vilipenderle", nelle parole e nei
fatti, non ci scandalizziamo se, sempre più ricorrentemente,
molti dei più autorevoli esponenti del sistema ambiscono agli
stessi risultati, allorché si lasciano andare a dichiarazioni o
comportamenti incompatibili con il ruolo che dicono di rappresentare.

Riteniamo, quindi, di non doverci indignare più di tanto per le
"sparate" di dubbio gusto e di pessima qualità che ministri e
similari si riversano addosso giorno dopo giorno. Se Castelli
blatera su mestatori nel torbido di carceri a quattro stelle, se
Bossi sproloquia su vescovoni e crocefissi, se Mancuso descrive
l'ex ministro della difesa Previti come il più pericoloso dei
malavitosi, se Buttiglione dà dell'imbroglione a Tremonti e ne
viene abbondantemente ricambiato, se il premier manda
platealmente a fan..., in pieno parlamento, Oscar Luigi
Scalfaro, in fin dei conti tutto questo rientra nel gioco delle
parti. Un gioco condotto con minor dignità e senso della misura
che in passato, ma non per questo meno consueto e funzionale
alla cosiddetta "dialettica parlamentare". Se andassimo ad
osservare, con il distaccato sguardo dell'antropologo, questo
sconcio spettacolo delle miserie della classe politica, questo
reciproco volgare sbeffeggiarsi, questo begare come oche nel
cortile per razzolare qualche oncia di pastone in più, tutto
questo potrebbe addirittura diventare istruttivo.

Meno distaccato, però, diventa il nostro sguardo, quando questa
miseria morale, priva di ogni umana decenza, lascia presagire
strette repressive destinate a ricadere non solo sulle teste
degli involontari destinatari ma anche sulle nostre esistenze.

A un giornalista de L'Unità che lamentava il recente spettacolo
del recupero dei cadaveri degli emigranti tunisini per mezzo di
pedalò, il capo del Governo Silvio Berlusconi, sfoggiando,
immaginiamo, il migliore dei suoi sorrisi, ha testualmente
risposto: "Per raccogliere i cadaveri vanno bene anche i pedalò,
non mi pare che nessuno di loro si sia lamentato. Forse avreste
preferito che raccogliessimo i corpi con delle grosse navi?".

Qualcuno potrebbe pensare che Berlusconi, inguaribile e vanesio
piacione, abbia semplicemente voluto fare una delle sue
squallide battute, convinto magari di raccogliere qualche
sorriso. Non lo crediamo, ma quand'anche fosse, nulla toglie
allo squallore. Anzi, ce ne aggiunge! Battuta che fosse,
infatti, o voluta offensività, nelle parole del premier si può
leggere, tutto intero, quel profondo, innato, connaturato,
insopprimibile disprezzo che lui, e purtroppo milioni di altri
italiani come lui, nutrono nei confronti di tutti coloro che
vivono in condizioni di vera o presunta inferiorità. Disprezzo
che nasce non solo dalla paura del diverso, ma soprattutto da
una ignoranza di massa che decenni di scolarizzazione non sono
riusciti ad estirpare, e che fa sì che non si riesca,
"geneticamente", a comprendere le ragioni altrui.

Il problema, allora, è che questo disprezzo, abilmente
coltivato, diventa funzionale alle strategie del potere.
Accompagnato ad un'astiosa diffidenza, infatti, crea e riproduce
una totale identificazione, su questi temi, fra larghi strati
della popolazione e la classe politica e questa identificazione
soccorre e rende più forte l'esecutivo. In un momento come
questo, nel quale il governo affronta le prime, vere, difficoltà
politiche e sociali (politica dei sacrifici, conti sbagliati,
calo del consenso, tensioni internazionali, incrinatura con i
grandi gruppi economici, processi milanesi e legge Cirami,
contrasti interni, ecc. ecc.), anche la meschinità qualunquista
e forcaiola dei governanti, incessantemente proposta, serve a
ripristinare una fattiva identità di vedute fra elettori ed
eletti. Identità di vedute e poi unità di intenti che,
poggiandosi su un irrazionale processo di autoassoluzione per le
proprie mancanze (vissute come più veniali rispetto a quelle
dell'altro), si concretizza nella "razionale" volontà di
reprimere tutti quei comportamenti, anche se affatto criminali,
che non coincidono con quelli propri della nostra "civiltà".
Forcaiolismo, razzismo più o meno sottile, rancorosità repressa,
spirito di vendetta, presunzione di sé: un cocktail di nobili
sentimenti di cui gli uomini di governo fanno giornalmente man
bassa, ingozzandosene come animali.

È questo mix di razionalità e irrazionalità che contribuisce a
militarizzare la nostra società. Una società che produce una
legge come la Bossi-Turco-Napolitano-Fini, che da un lato va
incontro alle inderogabili esigenze di una economia affamata di
lavoro nero, precario e a bassissimo costo, e dall'altro
solletica le paure di una componente quasi maggioritaria della
nostra società; che estende l'incivile e vendicativo articolo 41
bis del regolamento carcerario oggi anche a politici e scafisti,
domani chissà a chi altri; che blinda le città per impedire
qualsiasi forma di dissenso; che cerca di contenere la fuga
dalla miseria di milioni di diseredati con le cannoniere della
marina e i centri di detenzione preventiva. Che rispetto alle
contraddizioni di un pianeta globale attraversato da
sperequazioni insopportabili, chiude gli occhi di fronte alle
evidenze dell'ingiustizia, si rimbocca le maniche, indossa la
mimetica e mette mano alla fondina.

E che ogni tanto si permette anche di fare delle battute. 

Di merda!

Massimo Ortalli 




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