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(it) Sulla Piattaforma dei Comunisti Anarchici

From FdCA <fdca@fdca.it>
Date Sun, 6 Oct 2002 12:17:29 -0400 (EDT)


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All'indomani della rottura politico-sociale del '68, decine di
giovani gruppi anarchici in tutta Italia (ma il fenomeno
avveniva in tutta l'Europa occidentale) ri-scoprivano la
"Piattaforma dei Comunisti Anarchici", documento che già alla
sua uscita suscitò un aspro dibattito fra gli anarchici del
tempo ed ha mantenuto nei decenni questa valenza contraddittoria
di entusiasmare o sollevare condanna.

Nei primi anni '70, un collettivo di militanti anarchici
pugliesi raccolse la sfida lanciata dalla "Piattaforma" e cercò
di fondare un'organizzazione anarchica su tesi (teoria,
strategia, tattica) condivise dai suoi militanti.

Ne nacque l'esperienza dell'O.R.A. (Organizzazione
Rivoluzionario Anarchica, 1975-1986, con sezioni e militanti in
Puglia, Campania, Marche, Emilia, Lombardia, Veneto, Piemonte)
e, dalla sua successiva unione con l'Unione dei Comunisti
Anarchici Toscani (U.C.A.T.),  quella della F.d.C.A.
(Federazione dei Comunisti Anarchici, 1986-tutt'oggi, con
sezioni e militanti in Toscana, Marche, Lombardia, Friuli,
Liguria, Puglia, Emilia).

Nel 1977 l'O.R.A., ancora in quel periodo un'organizzazione a
carattere regionale, pubblicò una propria edizione della
"Piattaforma" come numero della collana "StoriaDocumenti" per la
quale fu redatto la seguente Prefazione ed Introduzione. 

Oggi, a 25 anni dalla sua pubblicazione, il testo qui presentato
rimane una validissima analisi di un documento che tutt'ora
rappresenta per gli anarchici un forte richiamo all'impegno
nella lotta di classe, nelle organizzazioni di massa dei
lavoratori e nei movimenti anticapitalistici. Questo impegno
richiede analisi, progettualità, coerenza e coordinazione
nell'azione politica, unitarietà sugli obiettivi da perseguire.
Da qui la necessità di una Unione degli anarchici, che superi la
prassi della sintesi fra diverse correnti anarchiche, e
sperimenti la prassi dell'unità sulle tesi teorico-strategiche e
sul programma politico. Ed il raggiungimento di tale unità
richiede un dibattito interno così intenso che ne discende
l'assunzione di responsabilità di ciascun militante verso le
decisioni collettivamente prese.


FdCA
Ottobre 2002

* * * * * * * * * * *

PREFAZIONE ED INTRODUZIONE ALLA "PLATEFORME ORGANISATIONELLE DES
COMMUNISTES LIBERTAIRES" DEL 1926,  DEL GRUPPO DIELO TROUDA,
GIA' APPARSE NEL PRIMO OPUSCOLO DELLA COLLANA "STORIADOCUMENTI"
EDITA A BARI DALLA ORGANIZZAZIONE RIVOLUZIONARIA ANARCHICA,
1977.


PREFAZIONE

La Piattaforma, cosiddetta di Archinov, non era solo di
Archinov, ma di un gruppo di compagni comunisti-anarchici russi
reduci dalla rivoluzione russa e dalla vittoria leninista
all'interno del fronte rivoluzionario. Fra questi compagni
c'erano ad esempio Nestor Makhno e Ida Mett: tutta gente che
aveva vissuto in prima persona il dramma rivoluzionario russo, e
non certo meno di Archinov.

Questi compagni, negli anni '20, si erano stabiliti a Parigi,
dove avevano fondato un gruppo, il "Dielo Trouda", che svolgeva
una intensa attività pubblicistica. La loro esperienza aveva
creato nei protagonisti non solo una visione chiara e spietata
delle pecche dell'anarchismo, nel fuoco della lotta
rivoluzionaria, ma anche una violentissima repulsione per quei
compagni che maggiormente avevano contribuito alla confusione
degli anarchici in Russia ed una tremenda urgenza di cambiare lo
stato del movimento (ricordiamoci che la situazione
internazionale era in gran fermento).

Questo, forse, contribuì ad accentuare certi toni, forse troppo
messianici, con cui fu presentata la Piattaforma. Ciò non
giustifica assolutamente certi risentimenti esagerati avuti da
alcuni compagni rispetto alla Piattaforma; risentimenti che, a
volte, sembrano giustificati più dalla forma e dai modi con cui
essa veniva presentata, che non dai contenuti.

Nella Piattaforma c'erano alcune cose chiarite poco, malgrado
fossero importanti, o forse anche poco spiegate; altre cose
invece sono proprio sbagliate. E' anarchicamente errata la
struttura organizzativa proposta nella Piattaforma in questione.
E' inaccettabile l'esistenza di organismi e cariche investiti di
delega politica dall'assemblea dei componenti
dell'organizzazione. Il compito che i compagni del "Dielo
Trouda" volevano dare alle segreterie e ai segretari ammetteva
di fatto funzioni che andavano oltre l'espressione della linea
già decisa da tutta l'organizzazione, fornendo ad essi compiti
direttivi veri e propri. Questo è da respingere. Una struttura
del genere non è compatibile con il concetto della
responsabilità collettiva, la quale presuppone l'adesione
cosciente alla linea, la sua continua verifica da parte di tutti
i membri ed esclude con il massimo rigore qualsiasi meccanismo
di decisione non assembleare che voglia rappresentare tutta
l'assemblea, vincolandola con la responsabilità collettiva.

Questi lati negativi, però, non tolgono il grosso valore di
proposta e ancor più di pietra di confronto teorico-pratico che
i compagni russi avevano realmente dato con la loro Piattaforma.

Fatto sta che, a livello internazionale, molti compagni fecero
tanto baccano su questo dibattito, ma non seppero discernere le
cose positive accanto a quelle negative o discutibili, per far
tesoro di quello di buono che c'era. Come al solito, ne fece le
spese, più che i compagni russi, il movimento.

Archinov divenne poi bolscevico. La Piattaforma è divenuta per
tutti la "piattaforma di Archinov". Non vorremmo che passo
questo assurdo gioco di persuasione occulta. Per noi e per la
storia è la Piattaforma del Dielo Trouda, di un gruppo di
compagni russi, tutti comunisti-anarchici alla prova dei fatti
più difficili.

INTRODUZIONE

Della Piattaforma del Dielo Trouda, nel movimento italiano, se
n'è parlato. Soprattutto in quest'ultimo decennio. Tante parole
e tanti pregiudizi.

Se si vuole una spiegazione, si può dire che qualche anno fa chi
rilanciò questo dibattito non aveva sufficiente chiarezza
politica da spiegare al movimento i motivi reali e attuali che
stavano sotto a questa necessità di discussione. Chi, invece,
reagì istericamente a questa iniziativa, con condanne e
scomuniche, evidentemente non aveva le capacità e/o la voglia di
affrontare un dibattito che più che la Piattaforma in questione,
metteva in ballo necessità reali dell'anarchismo italiano.

I punti che si volevano sollevare con la Piattaforma del Dielo
Trouda erano quattro:
1.	la lotta di classe;
2.	il dualismo organizzativo;
3.	l'unità teorica dell'organizzazione specifica
4.	la responsabilità collettiva.

1. LA LOTTA DI CLASSE

Su questo punto si è fatta spesso una falsa contrapposizione. Da
una parte quello chiamato da alcuni "umanesimo anarchico",
dall'altra la "lotta di classe". Il primo sarebbe il contenuto
reale della lotta libertaria, il suo fine, la valorizzazione
dell'uomo coi suoi bisogni, senza le catene dello sfruttamento e
quindi della divisione in classi. Il secondo sarebbe l'ideologia
marxista e leninista, la quale si serve della lotta di classe
per far scalare il potere ad una nuova classe, cioè ad un nuovo
partito.

Il fatto è che non bisogna qui parlare di ideologia, pretendere
cioè di combattere la distorsione ideologica che i
marxisti-leninisti hanno fatto della lotta rivoluzionaria della
classe sfruttata, con una nuova ideologia nata da avanguardie
(buone), cioè gli anarchici.
A noi pare, invece, che a chi deforma nella sua mente le istanze
rivoluzionarie di massa, debbano opporsi...le istanze
rivoluzionarie delle masse.

I fatti storici che hanno dato spazio storico e vigore
all'anarchismo, sono state le rivolte di una classe sociale la
quale, proprio perché classe privata a forza del lavoro, del
tempo e dell'autodeterminazione, si è ribellata all'altra
classe, a quella degli sfruttatori.

Quest'ultima trae vantaggio immediato dalla divisione in classi
e cerca di offuscare con l'ideologia interclassista una realtà
così esplosiva. Gli sfruttati, invece, hanno tutto da perdere da
questa divisione, sia nell'immediato sia nel futuro. Da loro è
nata infatti l'idea dell'abbattimento delle classi.

Per prima cosa, quindi, bisogna accettare la loro lotta di
classe, contro classe, dell'idea dell'uguaglianza contro la
pratica della divisione.

Su questo terreno acquisito, bisogna poi battersi contro
l'ideologia della "dittatura degli sfruttati", la quale sappiamo
bene che non ha un senso rivoluzionario.

La lotta della classe sfruttata non deve degenerare nella
"dittatura della classe". D'altra parte sono gli sfruttati che
hanno perseguito ( e soli possono farlo) la società senza
classi. Allora, in conclusione: gli sfruttati affermano la
propria esistenza, i propri bisogni, lottando contro la classe
sfruttatrice. Quando in questa lotta si afferma da parte
proletaria (come quasi sempre avviene) l'idea della società
senza classi, allora chi domina reagisce più forte e la lotta a
questa classe da parte della classe degli sfruttati diviene
sempre più necessaria.

C'è il rischio, a questo punto, che si affermi l'idea falsamente
rivoluzionaria della "dittatura del proletariato", che nasca
cioè una nuova classe dominante. Le garanzie perché ciò non
avvenga si trovano nella chiarezza dell'idea egualitaria, cioè
del mantenimento di questa idea nelle uniche mani che hanno
interesse a farla vivere: quelle delle masse degli sfruttati.
Essi dovranno sempre essere una classe compatta ed autonoma
insieme a tutti quelli che a loro si uniranno nella lotta
rivoluzionaria, ogni qual volta sorgesse il rischio della
formazione di una più o meno nuova classe dominante.

E, ribadiamo, l'unica forza capace di realizzare l'uguaglianza e
l'unico interesse materiale a perseguirla, si trovano nelle
masse degli sfruttati, alla precisa condizione che restino
sempre unite e che distruggano le classi di ogni tipo che vivono
sulla disuguaglianza. Fuori di questo, fuori della storia delle
rivoluzioni, ci sono solo pericolose e confusionarie avventure
mentali.

Non è un caso che la borghesia occidentale e la burocrazia
dell'Est "socialista" dicono entrambe che siamo tutti uguali e
che nella loro società non esistono divisioni di classi o che
esse vanno rapidamente scomparendo: cercano di negare
l'esistenza del loro dominio. Non avalliamo questa tesi.

2. DUALISMO ORGANIZZATIVO

Su questo punto, purtroppo, non c'è neanche stato dibattito
serio, se si escludono vari e superficiali accenni e degli
ultimi risvegli giustamente preoccupati.

I militanti rivoluzionari anarchici devono unirsi alle masse
sfruttate, ma nello stesso tempo devono poter svolgere la loro
propaganda per far presente ad esse la loro stessa storia, gli
errori e le conquiste fatti sulla strada della rivoluzione: è
necessario un elemento di chiarezza.

Le masse sfruttate devono organizzare la loro forza e la loro
chiarezza sulla strada della lotta alla classe degli
sfruttatori: da questo la possibilità materiale che si realizzi
la società senza classi ed autogestita.

I rivoluzionari anarchici e gli sfruttati in quanto tali devono
organizzarsi in base all'apporto specifico che possono portare
alla rivoluzione sociale; ma questi apporti specifici non hanno
senso se non si armonizzano tra loro. Le masse hanno necessità
di dialogare con chi fornisca loro elementi per battere le
mistificazioni ideologiche dominanti alla luce della stessa
storia delle masse rivoluzionarie. Ciò non toglie però che
questa chiarezza possa trasformarsi da possibile arma
rivoluzionaria in arma rivoluzionaria reale ed agente solo in
mano alle masse, che solo possono costruire la nuova società.

Questo enorme problema non si risolve cancellando naturalmente
uno dei due termini. Pretendendo, cioè, che solo chi sta
nell'organizzazione specifica dei comunisti-anarchici possa fare
la rivoluzione, o che è sufficiente organizzare la rabbia di chi
è sfruttato, senza offrire la chiarezza della visione
rivoluzionaria per arrivare al comunismo-anarchico.

Quel che è grave è che si sta commettendo spesso l'uno o l'altro
di questi due errori, per semplice miopia rispetto al problema
reale.

E' urgente riconoscere la nostra arretratezza rispetto a ciò: si
tratta di uno dei punti cardine della lotta alle organizzazioni
politiche e sindacali controllate dalla classe dominante, cioè
della lotta per la rivoluzione sociale.

Concludendo: l'organizzazione specifica dei comunisti-anarchici
e l'organizzazione di tutte le masse sfruttate devono esistere
ed esprimersi nella loro specificità. Ma, nello stesso tempo,
devono armonizzarsi sempre più nelle lotte rivoluzionarie, pena
la sconfitta.
Bisogna subito esprimersi e dibattere su come ciò deve avvenire.

3. UNITA' TEORICA DELL'ORGANIZZAZIONE SPECIFICA

Organizzazione di sintesi o di tendenza? Ai tempi in cui venne
fuori la Piattaforma, questo dibattito era molto vivo ed
esplicito nel movimento anarchico. Oggi, invece, pare che siano
quasi tutti orientati per l'organizzazione di tendenza o,
quantomeno, sembra che le polemiche si siano smussate e
sgonfiate. Purtroppo c'è ancora scarsa chiarezza, per cui
sarebbe bene che se ne discutesse a fondo.

La sintesi è l'unione di tutti quelli che si richiamano
all'anarchismo, prescindendo dalle varie interpretazioni
teoriche e strategiche, date da ognuno, e basandosi sulla sola
necessità che gli anarchici abbiano la possibilità di
coordinarsi quando e come lo vogliano, in base alle attività
svolte sul momento.

La tendenza unitaria pone invece l'organizzazione non al
servizio delle necessità del momento, ma al servizio di una
linea teorico-strategica comune a tutti i compagni organizzati
tra loro. Se vogliamo, possiamo dire che entrambe le posizioni
richiedano una tendenza unitaria per creare l'organizzazione,
variando però notevolmente il giudizio su cosa debba essere
unitario: si va dal semplice dichiararsi anarchico (sintesi
"pura") alla precisione dell'unità strategica (tendenza). In
termini di movimento, si tratta del problema del pluralismo
anarchico. Poniamo come fatto certo l'esistenza di più tendenze
in seno all'anarchismo. Sono date due scelte: pretendere che
tutti coloro che si definiscono anarchici debbano sopravvivere
politicamente, uniti nello stesso organismo, qualunque sia
l'effetto delle loro azioni rispetto agli sfruttati ed alla
rivoluzione sociale (anche se alcune forme di pratica politica
anarchica vengono sconfessate dagli stessi fatti storici),
oppure dire che ogni tendenza, senza scomuniche pregiudiziali,
si organizzi, agisca e verifichi la propria correttezza in
autonomia rispetto alle altre.

Noi pensiamo che no basta definirsi anarchico per essere
rivoluzionario, per essere il più politicamente utile alla
rivoluzione delle masse sfruttate; se vogliamo essere corretti
rispetto ad esse, dobbiamo dare la possibilità di un rapporto
fra le masse e le varie tendenze anarchiche tale che
quest'ultime si mostrino nella loro specifica realtà e non un
calderone che fa solo confusione. Il risultato, in tal caso, è
quello della confusione fra anarchici stessi (si trova bene chi
di sola confusione vive) e del mancato incisivo apporto
dell'anarchismo alla rivoluzione sociale. Per questo, il modo
reale di dare onore al pluralismo delle tendenze anarchiche è
che esse si presentino nella lotta con ben chiari connotati
specifici, con la possibilità di esprimerli, con la libertà di
dibattere politicamente fra loro e criticarsi se necessario.

Che le differenze reali (non gonfiate, né sminuite
artificialmente) si vedano, si veda il loro confronto, si
possano valutare senza deformazioni. Non paghiamo più lo scotto
di una confusione impotente per una unità astratta e puramente
mentale. Facciamo che ogni tendenza si assuma le sue
responsabilità rispetto agli sfruttati ed alla rivoluzione
sociale: chi sbaglia solo così potrà correggersi. I compagni
sanno bene quanto pesa questo problema sulla realtà del
movimento anarchico italiano, dal secondo dopoguerra ad oggi.

4. LA RESPONSABILITA' COLLETTIVA

Una organizzazione è una cosa diversa da un individuo, né è una
semplice accozzaglia di individui. Ci si organizza per fare
qualcosa di più forte e di più incisivo. La società libertaria
non potrebbe certamente permettersi che ci siano persone che
perseguono solo e innanzitutto il proprio tornaconto, anzi, la
riuscita di questa società è basata sul fatto che, abolite le
armi del dominio dell'uomo sull'uomo, attraverso la propria
coscienza autonoma, ognuno tenga presente le esigenze
collettive. Si tratta pur sempre di un ambizioso progetto di
superamento, seppur graduale e senza imposizioni esterne,
dell'individualismo attuale. Una organizzazione specifica di
militanti che lottano per questo tipo di società e che si
muovono insieme perché hanno una eguale visione
teorico-strategica, non può che essere basata sulla
responsabilità collettiva.

Malatesta arrivò, secondo noi, a concordare con Makhno sulla
sostanza del fatto, seppur parlando di responsabilità morale del
singolo. Ma è chiaro che è il singolo che, con un atto di
responsabilità morale, contribuisce a formare la responsabilità
collettiva dell'organizzazione. Questo avviene nel momento in
cui l'unità teorico-strategica, prodotto reale dei componenti
dell'organizzazione specifica, determina la linea generale da
seguire ed i modi con cui verificarla e cambiarla. Intorno
all'asse teorico-strategico, sempre verificato e chiarito, e
intorno ai nodi tattici non necessariamente uguali fra loro, ma
non discordanti dalla linea generale, si costruisce una
organizzazione come coscienza politica unitaria, e sempre
verificata, di ognuno dei componenti.

Con la conseguente libertà di scelta tra tattiche analoghe,
riportando sempre rigorosamente la discussioni tattiche alla
linea generale.

Se c'è chiarezza su questo, coloro che non fossero d'accordo
sulla vecchia linea teorico-strategica (fossero anche quasi
tutti), se accettano il principio della necessità
dell'organizzazione di tendenza unitaria (nel quadro suddetto
del pluralismo), saranno i primi a cercare di costruire una
nuova organizzazione che esprima compiutamente la loro visione
politica generale.

Tutto questo, nei termini della responsabilità collettiva, si
traduce nel fatto che un compagno sta in una organizzazione solo
perché ne condivide la linea, accettando così il rapporto di
responsabilità con tutti gli altri componenti. Si traduce,
infine, nel fatto che su questioni tattiche particolari, egli
potrà di volta in volta dichiarare il suo accordo o disaccordo,
assumendosi la responsabilità di eseguire né più né meno di
quello che ha detto di voler fare.

Se non si vuole che ognuno accetti una piattaforma che poi non
seguirà e, peggio ancora, non sottoporrà a continue verifiche,
si accetti allora il principio della responsabilità collettiva
e, inoltre, -stiamo attenti- lo si faccia funzionare dotando
l'organizzazione di efficaci strutture di decisione assembleare.
E queste sono cose di cui oggi il movimento è profondamente
carente.

Questi quattro punti sono oggi in Italia di enorme importanza.
In negativo però: siamo indietro nel loro chiarimento. Eppure,
fra scomuniche reazionarie e fughe fumose in avanti, di
confusione se ne è fatta tanta. Secondo noi, le scomuniche
assurde, da una parte, e l'incapacità di controbatterle
chiaramente, dall'altra, sono servite, servono e serviranno solo
a mantenere sospesi e indefiniti, privi di soluzione, quegli
stessi problemi che si vollero sollevare anche con la
Piattaforma del Dielo Trouda. Prova ne è il fatto che il
movimento comunista-anarchico italiano è uscito da questo
dibattito privo di quegli strumenti che invece doveva procurarsi
o quantomeno esaminare seriamente.

Questo stato del movimento è chiaramente riscontrabile sia
nell'unione giornaliera di molti compagni e gruppi, sia spesso
negli ordini del giorno dei convegni delle organizzazioni che
hanno finora sottovalutato l'importanza dei temi sopraddetti.

Non vogliamo aggiungere altri punti specifici. Solo una grave
constatazione: su questa e altre cose, confrontiamoci in base ai
risultati reali; non facciamo il gioco dei nostri nemici che
pescano nel torbido della confusione e dell'impotenza.

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