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(it) A - rivista anarchica n.285: Un momento delicato

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Date Fri, 29 Nov 2002 07:15:02 -0500 (EST)


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A - rivista anarchica n. 285 novembre 2002
   

Un momento delicato
di Cosimo Scarinzi

Il sindacalismo "alternativo" si propone di spezzare la gabbia
concertativa che la stessa Cgil pone come orizzonte invalicabile. 
 
Mentre scrivo queste righe mancano poco più di due settimane
allo sciopero generale contro la guerra, la legge finanziaria,
la precarizzazione del lavoro del 18 ottobre. 

Non è, ovviamente, possibile fare una previsione sulla riuscita
di uno sciopero che vede una spaccatura verticale del mondo
sindacale con, da una parte, l’assieme del sindacalismo di base
e una Cgil che, per svariate ragioni, ha assunto un’attitudine
più conflittuale che in passato e, dall’altra, la Cisl, la Uil
e, in genere, l’area sindacale "moderata" e, comunque, collocata
su posizioni non conflittuali nel confronti del governo. 

Credo che valga la pena di ricordare che, nella prima metà del
2002, le ore di sciopero hanno visto un aumento di oltre il
1700% rispetto alla prima metà del 2001. è vero che il primo
periodo del 2001 era stato un periodo di caduta verticale della
conflittualità sociale ma una crescita di questa consistenza
delle ore di sciopero vuole ben dire qualcosa. 

È bene, inoltre, tener presente il fatto che decine di contratti
sono in scadenza, che oltre sei milioni di lavoratori sono
coinvolti da questa scadenza, che l’aggravarsi dell’inflazione
ha rimesso al centro della discussione la questione salariale. 

Sul piano strettamente sindacale, ammesso che esista un piano
sindacale "puro", siamo di fronte ad una situazione
assolutamente interessante non fosse altro che perché la
questione sociale che tanti, anche nella sinistra critica e
libertaria, ritenevano ormai non rilevante irrompe sulla scena
in tutta la sua rilevanza. 

D’altro canto, la classe lavoratrice che oggi scende in campo è
stata profondamente modificata da significative mutazioni
dell’organizzazione del lavoro, delle tecnologie, del diritto,
della sua stessa composizione etnica. 

Milioni di lavoratori immigrati, per fare un solo esempio,
popolano oramai le fabbriche, i cantieri, le campagne e ci sono
già stati importanti e riusciti scioperi dei migranti per
ottenere la parità dei diritti. 

Milioni di lavoratori, italiani e immigrati, lavorano in
condizioni "anomale" come co.co.co., interinali, lavoratori a
termine, e sono collocati in una delle trentasei diverse nuove
tipologie contrattuali previste dalle riforme del mercato del
lavoro che, dalla metà degli anni ’80 in avanti, si sono susseguite. 

Questo universo umano e sociale scopre se stesso nel farsi della
lotta, negli scorsi mesi una massa impressionante di giovani
lavoratori senza diritti è scesa in campo contro la riforma
dello statuto dei lavoratori che il governo ha avviato e ha
dimostrato nei fatti che la frattura fra "garantiti" e "non
garantiti" sulla quale puntava il governo non è un destino
indiscutibile dei lavoratori. 

Ma i puri dati quantitativi dicono, relativamente, poco. Quando
cerchiamo di definire la questione sociale sulla base dei dati
"oggettivi" (l’andamento dei salari, l’orario reale di lavoro,
la normativa che regola il lavoro stesso, l’andamento dei
consumi ecc.) tracciamo una, necessaria, mappa ma non dobbiamo
dimenticare che di una mappa, appunto, si tratta. 

Dietro questi dati vi sono donne e uomini in carne ed ossa, vi
sono relazioni sociali, culture, identità, pratiche, passioni e
timori. Il conflitto sociale prende le mosse da queste persone,
da noi stessi, e determina mutazioni importanti nella vita
quotidiana, relazioni che mettono in discussione l’atomizzazione
sociale determinata dalle ristrutturazioni produttive, dalle
mutazioni del paesaggio urbano, dall’egemonia di una cultura che
pretende che l’attuale mondo sia immodificabile nella sua
struttura essenziale. 

Credo che questi processi, quelli che si svolgono fuori dal cono
di luce della comunicazione ufficiale di destra come di
sinistra, siano quanto di più importante sta avvenendo e che su
di essi vada posta l’attenzione. 

Nel confronto fra i lavoratori di orientamento libertario
impegnati in campo sindacale, sulla nostra stampa e nei
materiali di lavoro che produciamo abbiamo, e ritengo sia
necessario, ragionato molto sul ruolo del nuovo gruppo dirigente
della Confindustria, sulla crisi della sinistra statalista, sul
protagonismo di una Cgil che, dopo aver accettato, in cambio di
un ruolo istituzionale di cogestire le scelte dei passati
governi e mentre continua a fare accordi scellerati, lancia
scioperi separati rispetto a Cisl e Uil, sul tentativo dei
sindacati moderati di occupare uno spazio istituzionale
privilegiato, sulle difficoltà e le prospettive del sindacalismo
di base ed indipendente. 

Vi è, fra di noi, la consapevolezza che viviamo un momento
delicato, che il nuovo fronte antiberlusconiano che va dalla
Cgil ai girotondisti, dai "disobbedienti" ai settori moderati
del movimento no global, dal Prc a componenti dello stesso
sindacalismo di base pone problemi nuovi, che vi è il rischio di
operare come sinistra libertaria nell’ambito del processo di
ricostruzione di una socialdemocrazia "combattiva". 

Vi è, nello stesso tempo, la consapevolezza che cresce fra i
lavoratori più combattivi l’esigenza di costruire strumenti di
lotta adeguati all’ordine dei problemi che andiamo affrontando,
di percorrere strade nuove, di spezzare la gabbia concertativa
che la stessa Cgil pone come orizzonte invalicabile dell’azione
sindacale. 

E, quindi, quando ragioniamo di salario, di diritti (brutto
termine che indica, però, qualcosa di prezioso) eguali per tutti
i lavoratori, di libertà sindacale, di necessità di colpire con
forza il padronato ed il governo, dell’esigenza di dar vita ed
esperienze sindacali federaliste, libertarie, solidali, di
capacità di unire lavoratori divisi in categorie ed in figure
contrattuali nel mentre operano nello stesso processo
produttivo, di solidarietà internazionale, diamo concretezza
alla dimensione progettuale libertaria, contribuiamo, senza
proclami e senza scomuniche fra compagni e pretese di seguire
l’unica strada giusta, a dare consistenza ad un anarchismo
sociale aperto all’innovazione ed alla sperimentazione senza
dimenticare ed, anzi, in sostanziale continuità con le proprie
radici. 


Cosimo Scarinzi
 


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