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(it) A - rivista anarchica n.285: Scenari di guerra

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Date Fri, 29 Nov 2002 05:58:56 -0500 (EST)


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A - rivista anarchica n. 285 novembre 2002
   
Scenari di guerra 
di Maria Matteo


I venti di guerra soffiano sempre più forti. Solo se
l’opposizione alla guerra e al militarismo continueranno a
crescere... 
 
La guerra globale, la prima guerra del secolo, va avanti.
Migliaia di persone, per lo più civili, sono morte sotto le
bombe in Afganistan. Ad un anno di distanza la guerra non è
finita: tra i monti afgani si continua a morire. A Kabul un
governo feroce e dispotico è stato sostituito da un governo
altrettanto feroce e dispotico ma disponibile a far partire
l’oleodotto che gli amici ed alleati di ieri, i talebani, non
volevano più costruire. L’elegante premier Hamid Karzai in
passato di mestiere faceva il consulente per la Unocal, la
compagnia americana che costruirà l’oleodotto. Karzai è l’unico
leader afgano che non dispone di una milizia propria: alla sua
sicurezza badano le truppe speciali dell’esercito statunitense.
I crimini statunitensi contro prigionieri di guerra massacrati e
poi seppelliti in fosse comuni sono stati pubblicamente
denunciati persino al parlamento europeo. La popolazione afgana
è sempre più spossata dalla fame e dalla violenza, i cattivi di
turno, Bin Laden ed il mullah Omar sono scomparsi dai media e
gli americani sono sul punto di concludere un affare che
sfuggiva loro da una decina d’anni. Niente male per una guerra
che pretende di essere combattuta in nome della libertà e della
giustizia «durature». 

Bush un anno fa annunciava una campagna bellica infinita. Il
pretesto della «guerra al terrorismo» è divenuto la chiave di
volta di una politica guerrafondaia volta a rimettere in piedi
la dolente economia americana a suon di bombe. 

La guerra in Iraq forse sarà già scoppiata quando leggerete
queste righe. O, magari, vi sarà stato un ulteriore rinvio. Pare
di trovarsi di fronte ad un condannato a morte in attesa di
esecuzione che, grazie all’abilità del suo legale riesce ad
ottenere qualche giorno in più di vita. Ma, e lui lo sa, la sua
vita è appesa un filo assai esile. Che l’Iraq fosse nel mirino
di Bush lo si sapeva da mesi. Addirittura il toto guerra dava
per scontata la data di novembre. La straordinaria emozione
suscitata dagli spettacolari attentati dell’11 settembre del
2001 aveva spalancato le porte all’offensiva guerrafondaia della
lobby affaristico-militare che aveva sostenuto la candidatura di
George II. La promulgazione, quasi senza dissenso, del Patriot
Act, che di fatto rendeva possibili detenzioni extragiudiziali
di semplici sospetti, nonché una sostanziale, ulteriore
militarizzazione della vita sociale americana, era il segno
inequivocabile che una politica di guerra infinita aveva di
fronte a se ben pochi ostacoli. 

Seppelliti i morti delle Twin Towers, il governo Usa ha
capitalizzato l’indignazione popolare, tentando di trasformare
la tragedia in business. Poco importava che Bin Laden in tempi
non lontani fosse stato al servizio della Cia. Poco importa che
oggi, dopo due decenni di guerre foraggiate dagli Usa,
l’Afganistan sia un paese allo stremo. Poco importa che i feroci
talebani fossero meno di un lustro fa fedeli e buoni alleati:
con buona pace dei «diritti umani» che, notoriamente non
riguardano né le donne né gli oppositori politici. 


A seconda delle necessità 

In verità l’avventura irachena del presidente Bush pare meno
facile da far digerire sia all’opinione pubblica americana sia
ai recalcitranti alleati europei. L’ampiezza delle
manifestazioni contro l’intervento in Iraq dimostra che qualcosa
si comincia a muovere nel ventre molle degli Stati Uniti. La
soffocante propaganda di questi ultimi mesi non è riuscita ad
impedire un dissenso che, diversamente dallo scorso anno, oltre
alle aree più radicali, vede scendere in campo contro
l’intervento ampi strati di popolazione. Lo slogan «Not in my
name» attraversa gli Stati Uniti coinvolgendo, oltre alle grandi
città, anche piccoli centri più tradizionalmente conservatori. 

Se a ciò si aggiunge che la smania bellica di Bush II vede, al
di là del fratellino siamese britannico, solo l’entusiastica
adesione del pecorile Berlusconi, mentre il resto dell’Europa e
gli alleati arabi si mostrano alquanto freddini, appare chiaro
che la partita che si sta giocando sull’Iraq va ben al di là
della solita guerra per il petrolio che i militari americani
combattono a seconda delle necessità. 

D’altro canto la posta in gioco è molto alta perché sul tappeto
vi è la cancellazione definitiva del pur residuale ruolo
dell’Onu, quale ambito di definizione di regole, che per quanto
sempre asimmetriche, lasciavano aperto uno spazio nel quale, pur
sancita la superiorità del più forte (il Consiglio di Sicurezza
ed i suoi cinque membri dotati di facoltà di veto), si desse una
parvenza di «legittimità» alle varie operazioni belliche. Nel
lontano 1991, quando Bush I diede inizio alla guerra contro
l’Iraq, la coalizione a guida statunitense partì con la
benedizione dell’Onu. Da allora di acqua sotto i ponti ne è
passata parecchia ed il ruolo dell’Onu, in un mondo sempre più
unipolare, è divenuto esile, sostanzialmente ininfluente. 

La «guerra preventiva» enunciata da Bush di fatto prefigura un
ordine in cui il gendarme americano si assume il ruolo di
poliziotto, giudice e boia. 

La campagna di guerra dell’amministrazione americana dovrebbe
terminare solo con la sconfitta del nemico. Già il «nemico».
Osama, gli integralisti, gli Stati detti «canaglia», perché non
al servizio degli interessi Usa. Ma i morti, i mutilati, gli
affamati sono uomini, donne, bambini, vittime ed ostaggi di
interessi per i quali non valgono nulla, granelli di sabbia
sullo scacchiere del «grande gioco» della politica di potenza.
Il «gioco» feroce di Bush II, l’uomo dei petrolieri e dei
mercanti d’armi, interessati al controllo delle grandi risorse
energetiche, timorosi della concorrenza dei recalcitranti
alleati europei, consapevoli che oggi la «supremazia»
statunitense si afferma soprattutto sul piano militare. 

L’invasione dell’Iraq voluta da Bush non è che l’ultimo atto di
una guerra che dura da oltre un decennio. Dopo la guerra
guerreggiata, l’embargo e i bombardamenti «mirati» hanno mietuto
le loro vittime. Le cifre di questa lenta strage sono
spaventose: oltre un milione di morti tra i più deboli, i più
poveri, i senza potere. 

Saddam Hussein, l’attuale obbiettivo della guerra permanente, è
un feroce dittatore che guida una compagine fascista come il
partito Ba’ath, fondato nel dopoguerra da nazionalisti arabi che
avevano combattuto con i nazifascisti. Hussein già nel lontano
1988 si distinse per il massacro di migliaia di curdi con armi
chimiche fornite dagli Usa. Ma allora nessuno minacciò
ritorsioni. All’epoca, non diversamente da Bin Laden, il Rais di
Baghdad era un’importante pedina nella politica degli USA che si
guardarono bene dal rimarcare la disinvoltura con cui trattava i
propri «affari». Lo stesso dittatore che oggi deve essere
destituito massacrando a suon di bombe la disgraziata
popolazione irachena è stato ricevuto con tutti gli onori dai
governi delle maggiori democrazie mondiali. Ma, si sa, criminali
ed alleati variano a seconda della convenienza del momento. Ed
il principio di «non ingerenza» assume caratteristiche carsiche,
comparendo o scomparendo all’occorrenza. 

Lo dice persino il noto assassino, golpista e guerrafondaio,
nonché nobel per la pace, Henry Kissinger che è tempo di far
saltare il principio di non ingerenza negli affari interni di
uno stato. La «guerra preventiva» contro tutti coloro che oggi
od in futuro contrasteranno gli interessi americani non può più
nascondersi dietro la foglia di fico dell’intervento 
«umanitario» con la quale si era coperta la guerra contro la
Serbia per il controllo del Kossovo e, soprattutto, di
un’importante via di collegamento per la circolazione di
petrolio, gas, armi e droga. 

I giochi delle varie diplomazie vanno avanti: forse l’attacco
può essere rimandato di settimane o mesi. Ma fermarlo sarà
possibile solo se l’opposizione alla guerra ed al militarismo
continueranno a crescere negli Usa come in Europa. 

Qui da noi, nel Belpaese di Berlusconi, Bossi e Fini sono in
atto le grandi manovre: una bella finanziaria di guerra, leggi
liberticide contro i lavoratori, gli immigrati, le donne. La
retorica, quella più becera, si spreca. Tornano in auge i mai
sopiti mostri dell’intolleranza, del razzismo, del nazionalismo.


I soldi sottratti alla sanità, alla scuola, ai servizi sociali
serviranno per finanziare il viaggio ed il soggiorno di mille
assassini legalizzati in divisa da alpino alla volta
dell’Afganistan. Con il beneplacito, ancora una volta, di parte
del centro-sinistra. 

Chi si oppone è definito «traditore della patria», schierato con
il «nemico», sostenitore del terrorismo. Come sempre di fronte
all’orrore della guerra la neolingua dei potenti chiama la
guerra pace, la ferocia giustizia. 

Gli alpini aprono le loro parate con «Dio, patria, famiglia».
Noi, senzapatria, senzadio, senzafamiglia abbiamo per patria il
mondo intero. 

Siamo uomini e donne di parte. La parte delle vittime. Sempre. 


Maria Matteo


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