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(it) Umanità Nova - Speciale: Il nostro forum è il mondo intero! (Pt.VI)

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Date Wed, 27 Nov 2002 05:46:49 -0500 (EST)


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Il nostro forum è il mondo intero! (Pt.VI)

Inserto del n. 37 del 10 novembre 2002 di Umanità Nova,
settimanale anarchico 

Orizzonti di guerra
Le strategie di dominio degli Stati 

Nel mio peregrinare mediatico, ho cercato, per captare
sensibilità, sensazioni ed indicazioni, qualche informazione
sulla situazione turistica in Indonesia, in particolar modo
sulla situazione di Bali, ed allora mi sono affidato al
competente sito dell'Ambasciata d'Italia in Indonesia[1],
pensando che potesse essere di qualche ragguaglio per coloro
che, armati di volonteroso spirito vacanziero, volessero
insinuarsi in terre dilaniate da scontri politici, che vengono
ammantati da battaglie tra nuovi etnicismi religiosi e
fondamendalismi di ogni sorta. E una indicazione preziosa l'ho
avuta: non ci sono problemi a Bali! Turisti, tranquilli:
godetevi le vostre meravigliose e costose vacanze neocoloniali;
i problemi ci sono, ma da altre parti! Tenete conto, poi, che
queste informazioni sono state estese dopo l'11 di settembre,
dal momento che il sito dell'ambasciata italiana fa riferimento
a quei tragici eventi come "turning point" della situazione
internazionale. Questo rassicurante trafiletto è stato
naturalmente rimosso nell'arco di alcune ore per dare posto ad
un più diretto: se potete non venite a Bali. 

E puntuale, "inaspettato", il terrorismo internazionale, "Al
Queda" in particolare, compie la sua ennesima strage civile,
dilania intere famiglie e colpisce il cuore dell'"innocenza"
occidentale nel profondo delle sue certezze, nella sicurezza
della sua tranquillità, quella tranquillità che ogni giorno lo
stesso occidente nega ai 3/4 del resto del mondo. E l'Occidente
allora ha paura, un terrore profondo lo pervade: tutto ciò che
si muove al suo esterno è una minaccia, lo lascia insicuro e
questa minaccia rappresenta la terza arma in mano al Potere,
necessaria come le altre due: le armi e i soldi.

Ogni fucile, ogni bomba in mano ad un essere vivente può essere
usato da un estremista islamico: dal cecchino statunitense che
sta mietendo vittime negli autogrill o nelle soste auto di
anonimi benzinai agli egiziani arrestati in Italia per possesso
di cinture kamikaze. Il compito mediatico fondamentale del
Potere è quello di creare terrore: il suo compito specifico è
quello di realizzarlo. 

Il dominio capitalistico, nella sua parte vincente s'intende, ha
bisogno di provare pubblicamente che la lotta che sta conducendo
a livello internazionale è una lotta contro il terrorismo e per
fare questo "sacrifica" alcuni dei suoi figli e delle sue figlie
alla causa: vittime sacrificali predestinate alla tenuta di uno
scontro epocale che non ha precedenti. La partita, quella seria
ovviamente, e non mi stancherò mai di ricordarlo, perché sono
loro stessi a rammentarcelo, è la battaglia per il predominio
mondiale. Questo è il punto. Già ce lo avevano ricordato Paul
Wolfowitz e Luis Libby nel 1992 quando scrissero che "il compito
degli Stati Uniti era quello di impedire a qualsiasi potenza
ostile il dominio di regioni le cui risorse le consentirebbero
di accedere allo status di grande potenza ed a dissuadere i
paesi industriali avanzati da qualsiasi tentativo che miri a
contestare la nostra leadership o a ribaltare l'ordine politico
ed economico costituito e a impedire l'ascesa di un futuro
concorrente globale".[2]

Più chiari di così si muore, come dice un detto italiano: e
l'Indonesia, come altri stati, fa parte delle nuove strategie
imperiali degli Stati Uniti. Ci si potrebbe chiedere il perché
dal momento che l'Indonesia non produce petrolio, e la risposta
più facile sarebbe quella di dire che è un covo di
fondamentalisti islamici pronti a colpire il cuore dell'Impero.
A questo punto si potrebbe domandare, in maniera non retorica,
se i fondamentalisti di ogni sorta siano mai stati un problema
per gli Stati Uniti o semmai soltanto dei fedeli alleati da
usare e poi da scaricare a seconda delle situazioni: Bin Laden
non è stato che punta di diamante di questa strategia. Allora
bisognerebbe farsi altre domande, guardare le cartine
geografiche, studiare i movimenti delle merci, i passaggi delle
navi e si scoprirebbe in maniera del tutto ovvia, per chi
volesse allargare lo sguardo in maniera non banale, che il
secondo problema fondamentale di coloro che necessitano materie
prime in modo così stringente è quello di controllare i
passaggi, ovvero le linee di transito delle materie stesse. Il
primo problema naturalmente è quello di controllare i regimi ai
quali si chiedono le materie prime. E l'Indonesia, come la
Somalia, come lo Yemen per citare soltanto alcuni stati di
importanza vitale hanno le coste che formano quello che gli
americani chiamano bonariamente "colli di bottiglia": il loro
controllo è di importanza strategica parimenti a quello della
produzione, perché significa avere in mano il controllo dei
prezzi del petrolio e del gas-metano. Ed è là che scoppiano
bombe contro i civili - non che da altre parti non scoppino -,
ma le bombe del terrore sono "più importanti" e esplodono
puntualmente, su richiesta, aumentano gli share televisivi e, di
rimando, sostengono attraverso la paura il partito della guerra.
Anche via terra la partita è completamente aperta: Kurdistan,
Iran, Kazakistan, Nord Corea non sono che nomi di possibili
nuovi bersagli bellici, a cui, ma non da ora si affaccia
moribondo l'Iraq del fascista Saddam.

Secondariamente, interesse degli Stati Uniti è quello di
controllare in che direzione non debbano dirigersi i flussi di
gas-metano e del petrolio. E due sarebbero gli stati non
graditi: la Russia e la Cina. La prima sta lavorando,
paradossalmente contro le sue stesse compagnie nazionali
(Lukoil, Yukos e Gazprom) a cui interessa il passaggio dei
corridoi petroliferia href="#fn3">[3] sul proprio suolo, ad
aumentare l'appetibilità sul mercato occidentale del prodotto
petrolifero russo, da cui il maggiore pompaggio e la diminuzione
secca dei prezzi in concorrenza con l'OPEC. La seconda, ovvero
la Cina ha interrotto almeno momentaneamente il progetto del
gasdotto lungo oltre 4000 km che transiterebbe attraverso lo
stato dello Xinjiang per poi sboccare a Shangai, che avrebbe non
solo il compito di rifornirla di materie prime, ma anche quello
di riavvicinare strategicamente Cina, Giappone e Corea.[4]
Ricordo inoltre che lo Xinjiang è attualmente attraversato da
una durissima opposizione separatista di matrice islamica che
vorrebbe staccare questo stato dalla Cina e non sarebbe del
tutto improbabile che gli Stati Uniti stessero giocando anche su
questo fronte, in funzione filoislamica ed anti-cinese: "Dopo
l'11 settembre 2001, l'amministrazione Bush e il Congresso sono
impegnati a incrementare in misura eccezionale il budget
militare. Nel 2001 esso ammontava a 307 miliardi di dollari, nel
2002 è salito a 339 miliardi e nel suo discorso sullo stato
dell'Unione del febbraio 2002 Bush ha proposto di portarlo nel
2003 a 379 miliardi, pari (in dollari costanti) a quello del
1967, momento di massimo coinvolgimento nella guerra del
Vietnam. Bush ha anche proposto di raddoppiare le spese per la
"sicurezza nazionale" portandole a 37,7 miliardi di dollari nel
2003. Si tratta quindi di un aumento delle spese militari del
26% tra il 2001 e il 2003 con l'obiettivo di arrivare a 451
miliardi di dollari nel 2007; tra il 2002 e il 2007 dovrebbe
essere investita a scopi militari la somma gigantesca di 2.144
miliardi di dollari. L'aumento deciso dopo l'11 settembre era in
realtà già programmato: durante la campagna per le presidenziali
del 2000 gli "esperti" del sistema militare-industriale
valutavano in 50-100 miliardi di dollari l'importo supplementare
da spendere negli anni successivi: e così è stato. Infine va
ricordato che la tendenza ad aumentare il bilancio militare è
iniziata nel 1999 sotto l'amministrazione Clinton che nel 1998,
alcuni mesi prima dell'intervento della Nato contro la Serbia,
annunciava un aumento di 110 miliardi di dollari delle spese di
armamenti tra il 1999 e il 2003. Pur senza sottovalutare le
differenze tra i due grandi partiti statunitensi, non bisogna
neppure credere che vi siano così grandi diversità fra i loro
programmi."[5]

Proviamo allora a puntualizzare alcuni concetti che mi paiono
fondamentali:

Lo scontro aperto è tra diversi imperialismi, di cui quello più
forte sul piano militare, a cui nessuno è in grado di opporsi,
almeno al momento, è quello statunitense.

Questo significa che i contendenti sono costituiti
fondamentalmente da tre assi: USA - paesi del Commowealth e Sud
America, Europa (asse franco-tedesco) - Russia e
Cina-Giappone-Sud Est Asiatico. Gli stati sotto minaccia di
bombardamenti, già bombardati o in via di distruzione non sono
altro che tappe intermedie e periferiche di questo conflitto per
l'egemonia nel nuovo millennio.

L'Europa e la Cina non sono strutture di governo a valenza
positiva all'interno di questa contesa, come vorrebbe farci
credere una sinistra buonista ed europeista, ma sono parte
integrante del dispiegamento bellico attuale e delle dinamiche
imperialistiche.

Gli stati, al contrario di quanto sostenuto da Negri e soci, non
solo non sono scomparsi ma si rafforzano nelle forme di
controllo e nelle funzioni repressive interne ed esterne:
migranti, lavoratori..., militarizzazione delle frontiere e
delle coste, missioni "umanitarie" e per finire le guerre.

Se quanto affermato in precedenza trova una corrispondenza nella
realtà dobbiamo aspettarci la continuità dell'intervento bellico
sia interno che esterno (limitazioni ulteriori delle libertà,
politiche antioperaie ed antisociali per passare attraverso
attentati, cecchini, stragi, guerre), sia continuità nelle
ragioni propagandistiche a sostegno degli interventi bellici. 

Nel nuovo documento strategico[6] degli Stati Uniti, tanto per
capirci, si ribadisce che la proprietà privata dei mezzi di
produzione equivale ad un diritto umano. Noi, quindi, anarchici
e comunisti saremmo contrari ai diritti umani. 

Se c'è qualcuno che fa paura, ma sul serio, sono proprio loro.

Pietro Stara 

Note 

[1]http://

[2]Cfr Philip Golub, La nuova strategia imperiale, Negli USA un
governo da guerra fredda, in "Le Monde Diplomatique", luglio
2001

[3]Sembra che al momento sia caduta l'opposizione storica della
Russia all'oleodotto (il più caro) Baku (Azerbaijan) - Tiblisi
(Georgia) - Ceyhan (Turchia)

[4]Cfr. Vladimiro Giacchè, Fermate il soldato Ryan! La guerra
ltre la crisi: il sonno della valorizzazione genera bombe, in
"Dalla morte della politica alla politica della morte",
Vis-à-Vis, uaderni per l'autonomia di classe, collana i
karletti, Bolsena (VT) 2002

[5]Claude Serfati, L'imperialismo Usa dopo l'11 settembre, in
"Guerre &Pace" n. 93, ottobre 2002

[6]La strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti
d'America, in "Liberazione" quotidiano comunista di giovedì 10
ottobre 2002 


  
http://www.ecn.org/uenne/


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