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(it) Umanità Nova n.39- Fiat in Sicilia

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Date Tue, 26 Nov 2002 11:06:29 -0500 (EST)


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Da "Umanità Nova" n. 39 del 24 novembre 2002 


Fiat in Sicilia
Termini. Ultima stazione 

Ad oltre un mese dall'inizio dei sommovimenti operai alla Fiat,
su e giù per l'italico stivale, ancora nulla è stato approntato
per la soluzione del problema occupazionale, l'unico che
riguardi i diretti interessati. Il piano industriale è
notoriamente fasullo in quanto da una decina d'anni si sa già
dell'imminente scomparsa della Fiat, che verrà sancita
l'indomani dei funerali in magna pompa dell'Avvocato. Del resto,
o venduta o dissolta, il futuro dei suoi operai è già segnato,
in quanto non si capisce perché ciò che è avvenuto nel resto del
mondo, con i processi di delocalizzazione e di relativa
scomparsa di manodopera, che rispunta altrove peggio pagata,
peggio tutelata e peggio flessibilizzata di quanto non lo sia in
occidente, non debba capitare anche in Italia: la logica
divoratrice della globalizzazione ha fatto già una illustre
vittima in occidente, e precisamente l'Argentina, e risalendo
nella piramide del sacrificio duraturo a cui i ricchi-e-potenti
invitano i poveri, potremmo trovare l'Italia.

Le ipotesi di salvataggio occupazionale messe in campo dagli
esperti del governo gareggiano con quelle messe in campo dagli
esperti dei sindacati: zero assoluto, come se la fantasia al
potere avesse azzerato, appunto, decenni di ristrutturazioni
pagate dal fisco, decenni di sovvenzioni ai padroni, cig
inclusa, e la ricetta unica avesse ormai ottenebrato anche i
difensori per antonomasia degli operai. Il governo, centrale e
decentrato, al pari dei sindacati, arranca dietro a balzane idee
(Toyota, nazionalizzazione) senza alcun riguardo alla fine di un
modello di sviluppo nazionale che ha caratterizzato il XX
secolo: auto e gomma, autostrade e inquinamento, Agnelli-Pirelli
insomma.

Addirittura la Sicilia ha trasformato la propria economia
secolare - il granaio di Roma caput mundi - eliminando con la
protervia della mafia dei latifondi e della mancata riforma
agraria che il Pci negò ai contadini che occupavano le terre,
per inseguire il mito del proletariato industriale, ossia la
chimica di Mattei e Moratti e la Fiat degli Agnelli (la mafia è
rimasta tetragona da parassita di qualsiasi modello di
desviluppo, per dirlo meglio).

Questo problema ritorna drammaticamente oggi che tremila operai
e duemila occupati dell'indotto vedono crollare le speranze di
un lavoro, senza che nessuno muova un dito per inventare un
sussidio, un assegno, un reddito garantito, una condizione
occupazionale alternativa. Non è facile, sempre meglio puntare a
dividere e creare sacche di precariato a rate da controllare
elettoralmente, come è stato fatto, da destra e da sinistra, per
gli lsu e simili.

Forse è tardi per una riflessione sull'economia di un paese allo
sfascio - intendendo per paese l'occidente che delocalizza
lavoro altrove ma si ritrova sempre con manodopera in cerca di
reddito - costretto a redistribuire ricchezza verso le proprie
clientele e verso l'alto: peccato che poi gli operai blocchino i
trasporti, isolino l'isola e annuncino ulteriori forme di lotta
senza eleganti preavvertimenti di sorta. 

Calano a Termini Imerese Moretti e i girotondisti, politica
spettacolo per non scomparire dalla scena, come se i riflettori
sempre accesi siano garanzia di una soluzione al modello di
sviluppo da inventare e praticare in corso d'opera senza mettere
mano al portafogli dei ricchi. Sarebbero dovuti calare pure i
Disobbedienti, ma le note vicende repressive forse rinvieranno
il sostegno di solidarietà promesso, che per adesso è ancora
esteriore, senza quella saldatura possibile e auspicabile tra
operai e fautori di una globalizzazione differente. L'apporto
che una cultura non operaia potrà fornire ai lavoratori Fiat ed
ai sindacati industriali (ma è anche la cultura rifondarola dei
comunisti in genere) offrirà una gamma di ipotesi che vanno in
direzione di una lotta sociale tesa, da una parte, al conflitto
tutto politico sulla redistribuzione delle ricchezze, e
dall'altra verso la liberazione di spazi di vita nei quali
creare zone autonome di reddito sottratto ai ricatti ed alle
compatibilità del sistema vigente.

Certo, più facile da dire che da fare, ma se non se ne parla
nemmeno, tutto diventerà, prima o poi, questione di ordine
pubblico, con la gente, per ora solidale a sopportare disagi,
che con un venticello diverso potrebbe esigere una lotta morbida
e anestetizzata in partenza, indirizzando al limite una
tolleranza anticamera del qualunquismo sociale del genere: mors
tua, vita mea, dati i tempi grami.

Se mettiamo che la polveriera Fiat si somma alla guerra duratura
e alla prova di una repressione globale dei movimenti, a costo
di inaugurare una ennesima stagione di fascismo dal volto
umanitario, ci accorgiamo come le manovre per evitare
trasversalismi e saldature siano già sul tavolino (inchieste di
Cosenza e di Genova) mentre la politica statale torna
prepotentemente in campo proprio quando alcuni ne avevano
prematuramente cantato un inopportuno de profundis, salvo ora a
ricredersi sugli apparati di repressione non certo deviati - e
sarebbe interessante conoscere il parere dei girotondini sui
magistrati e sulla magistratura a servizio del codice Rocco e
dei reati associativi così tanto lodati per affossare quel
minimo di garantismo penale esistente (cosa ben diversa dalle
norme varate a difesa dei privilegi di una élite), così tanto
riesumati per contrastare Cosa Nostra e di recente proposti su
scala europea per mettere fuori legge Harri Batasuna e le frange
del nazionalismo destrorso nei paesi Baschi.

Fino ad oggi le famiglie operaie della Fiat siciliana hanno
messo in atto una lotta continua a più livelli con il sostegno
pressoché unanime delle istituzioni di vario ordine e grado, ma
domani quando si accorgeranno che tutto ciò non apporterà
risultati tangibili? Saranno capaci di spostare il piano da
vertenza economica a lotta politica di delegittimazione del
potere? E come reagirà quel potere oggi tanto condiscendente
verso le famiglie? Interrogativi che si potranno porre solo i
protagonisti di un conflitto su un modello sociale in via di
dissoluzione, che in ultima istanza non riguarda solo gli operai
Fiat ma già riguarda ciascuno di noi.

Salvo Vaccaro




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