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(it) UmanitÓ Nova n.38 - Tutti liberi! Chiudere i lager, aprire le frontiere

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Date Tue, 26 Nov 2002 07:08:11 -0500 (EST)


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Da "UmanitÓ Nova" n. 39 del 24 novembre 2002 

Tutti liberi!
Chiudere i lager, aprire le frontiere
Siamo tutti asozialen! 
Li hanno chiamati CPT: Centri di Permanenza Temporanea.

Secondo la legge Turco-Napolitano che li ha istituiti, i
"clandestini" in attesa di identificazione e espulsione coatta
potevano rimanervi un mese; secondo la legge Bossi-Fini tale
periodo di "trattenimento" Ŕ stato prolungato sino a due mesi.

Due mesi sotto sequestro senza alcuna tutela, in balia di
carcerieri col manganello facile e dentro strutture invivibili
che sono state oggetto delle denunce anche nei rapporti di
Amnesty International in quanto la loro esistenza nega i pi¨
elementari diritti umani.

In molti davanti al filo spinato che li circonda, hanno definito
i CPT come lager.

Se con tale termine si vuole paragonare la realtÓ dei CPT ai
campi di sterminio nazisti pu˛ certo apparire una forzatura e
persino un'offesa alla memoria; ma se si ritorna con la memoria
storica a come in Germania i lager vennero creati e resi
operativi vi si pu˛ trovare pi¨ di un'inquietante similitudine.

Infatti prima ancora degli oppositori politici e degli ebrei, i
campi di concentramento vennero aperti per la categoria degli
"asociali", poi contraddistinti col triangolo nero sulla
casacca, una categoria ritenuta passibile di segregazione in
quanto composta da "estranei alla comunitÓ".

Tra questi vi erano disoccupati, emarginati, senza dimora,
lesbiche, prostitute, proletari che avevano assunto
atteggiamenti antagonisti sul lavoro o contro le istituzioni.

Ancora nel 1941 si contavano 110.000 prigionieri tedeschi non
ebrei nei lager, internati come Asozialen, a dimostrazione che
la politica di discriminazione venne avviata a spese di soggetti
sociali avvertiti come "irregolari" dalla maggioranza dei
tedeschi e quindi fu via via estesa coinvolgendo altre
categorie.

In questo modo venne avviato quel meccanismo atroce che rese
possibile l'annientamento di milioni di persone
nell'indifferenza, nell'accettazione e persino nella complicitÓ
collettiva di ampi strati della popolazione tedesca.

Chi ha avuto la ventura di visitare il lager di Dachau,
inizialmente aperto per imprigionarvi comunisti, sindacalisti,
anarchici ed altri dissidenti politici, si Ŕ potuto rendere
facilmente conto che gli abitanti dell'omonima ridente cittadina
non potevano non sapere.

Tragicamente oggi vediamo un'analoga separatezza circondare i
CPT, le vite degli internati e quanto vi accade; questi "centri"
infatti si trovano generalmente nel territorio urbano e spesso
all'interno delle cittÓ, come quelli di Torino, Milano, Bologna
o Trapani.

Altre strutture minori ma non meno disumane, magari denominate
come centri di accoglienza, connesse al sistema di repressione
contro l'immigrazione non contingentata dai flussi consentiti
dallo Stati, si trovano decentrate persino in localitÓ come
l'isola di Lampedusa, in cui la gente trascorre spensieratamente
le proprie vacanze al mare.

Dentro questo paradosso vi Ŕ il senso delle mobilitazioni che in
questi anni hanno cercato di rompere il silenzio connivente che
garantisce l'esistenza di simili orrori, peggiori dello stesso
carcere eppure nascosto da definizioni ipocrite tendenti a far
credere che non si tratta di galere, nonchÚ di agire per la
chiusura dei kampi esistenti e contro l'apertura di quelli
progettati o previsti per rendere pienamente operativa la legge
Bossi-Fini.

Quale avvenire Ŕ infatti immaginabile per una societÓ in cui
tutto questo sta passando come normale?

KAS



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