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(it) Umanità Nova - Speciale: Il nostro forum è il mondo intero! (Pt.V)

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Date Tue, 26 Nov 2002 07:08:09 -0500 (EST)


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Il nostro forum è il mondo intero! (Pt.V)

Inserto del n. 37 del 10 novembre 2002 di Umanità Nova,
settimanale anarchico 

Black & White
Per una critica radicale cioè non simbolica 

Là dove domina lo spettacolare concentrato domina anche la
polizia
G. Debord, La società dello spettacolo 

Non esiste critica radicale se questa non mette in discussione
la potenza simbolica del dominio ed il ruolo delle opposizioni
spettacolari e da questo punto di vista lo scenario di Genova
del luglio 2001 ha messo a nudo quanto sia insidiosa, ambigua e
pericolosa ogni rappresentazione simbolica del conflitto.

Tale rappresentazione infatti, al contrario delle illusioni dei
suoi sostenitori e praticanti, non comunica quello che si
vorrebbe: lo scontro comunica lo scontro, non produce
consapevolezza critica, né individuale né sociale, ma tutt'al
più crea, attraverso il sangue e l'adrenalina, emozioni che, in
quanto tali, sono effimere e facilmente incanalabili da chi è in
grado di governarle o di sovrapporvi altre emozioni ancora più
forti.

I fatti di per sé difficilmente comunicano, solo le idee fatte
parole possono farlo interagendo con essi e con la memoria.
Questo discorso riguarda quasi tutto il cosiddetto movimento
no-global, sovente estremista nella protesta ma assai moderato
nelle analisi e per progettualità, a partire dal fatto che
raramente ha intuito che i vari summit dei poteri economici e
politici mondiali hanno avuto e continuano ad avere una funzione
soprattutto simbolica e che dietro passerelle, flash e banchetti
c'è soltanto un dominio che può tranquillamente sostituire il
consenso col terrore, la disinformazione o i ricatti morali.

Trattasi infatti, come è stato già osservato, di un rituale di
potere, un rito che funziona come potere costituente verso
l'instaurarsi di nuovi poteri, la cui sovraesposizione serve a
legittimare le forme e le articolazioni planetarie del dominio,
ma anche le sue necessarie controparti dialettiche.

Senza intuire la trappola allestita e senza neppure sospettare
la funzionalità della parte assegnatagli, il Genoa Social Forum,
col suo esercito di sognatori disobbedienti, si prefiggeva
l'assalto simbolico alle recinzioni della Zona Rossa,
dichiarando in anticipo di voler assediare e violare
simbolicamente (anche solo per un metro) il territorio
dell'Impero.

Da parte loro, altri soggetti hanno preferito infrangere vetrine
di banche e dare alle fiamme delle auto di lusso, scegliendo la
strada di un conflitto altrettanto simbolico anche se più hard e
sincero di quello messo in scena dai "disobbedienti".

La vetrina rotta può essere divertente e fa la felicità del
vetraio di turno (ricordate "Il Monello" di Charlot?) ma di
certo ogni banca è assicurata contro tale evenienza, così come
la distruzione di un'auto da ricchi farà sicuramente contenta la
casa produttrice (specie in tempi di crisi di sovrapproduzione)
dato che il "ricco" se ne comprerà una nuova e più costosa di
quella incendiata.

Inoltre il "gesto" simbolico, sia questo individuale o
collettivo, illegale o legalitario, pone sempre il problema
della sua interpretazione e anche quello apparentemente più
semplice e di facile lettura, nel momento in cui è "mediato"
dall'informazione dominante, si espone ad essere reinterpretato;
non sono più i tempi della "propaganda del fatto" e già alcuni
anni fa, di fronte a quanti teorizzavano il potere delle
immagini, si sottolineava semmai il potere delle "didascalie".

Esemplare in questo senso il "riciclaggio" delle tute bianche da
parte dei poliziotti del SAP durante una loro manifestazione
contro gli arresti e le denunce nei confronti dei loro colleghi
di Napoli per le violenze e le sevizie commesse sui manifestanti
no-global.

Queste contraddizioni, dopo Genova, si sono ancor più
evidenziate. Così, quelli che poche settimane prima, dopo i
fatti i Goteborg, avevano rivendicato politicamente la rottura
delle vetrate del consolato onorario svedese a Venezia, si sono
avventati contro quanti erano sospettati di aver fatto lo stesso
con le vetrate delle banche genovesi, trattandoli come violenti
e provocatori.

In modo altrettanto schizofrenico, quelli che invece avevano
criticato le Tute Bianche per un certo carattere militarista e
maschilista delle loro sceneggiate in uniforme, hanno finito per
subire il fascino estetizzante di coloro che avevano scelto
d'incarnare l'immagine al negativo delle Tute Bianche, a partire
dall'adozione del nero stile Black Bloc.

A tal proposito va ricordato come le Tute Bianche a Genova non
indossarono la famosa divisa del disobbediente, in quanto i loro
dirigenti temevano che durante i prevedibili scontri i media
potessero veicolare l'immagine di giovanotti biancovestiti,
ormai fuori controllo, intenti a fare cose tutt'altro che
non-violente.

E, per analoghe ragioni, il tramonto teatrale delle Tute Bianche
ha confinato tale costume in soffitta e ha imposto la loro
ricomparsa politica sotto altre vesti meno compromesse.

D'altra parte, fin da Seattle, le forze dell'ordine hanno potuto
contare anche sul "senso di responsabilità" di settori del
"movimento" no-global, compenetrati dalla necessità di gestire
l'immagine di civismo e di rispetto delle regole della
maggioranza dei manifestanti, al punto da sottoscrivere, contro
ogni evidenza ed al prezzo di un'affrettata revisione della
concezione di azione non-violenta, la comoda interpretazione
"stalinista" secondo la quale chi non vi si conformava era
manipolato dalla polizia.

Ma se prima di Genova era intuizione di pochi, dopo quelle
tragiche giornate, si è fatta strada la consapevolezza che
l'opposizione anticapitalista deve saper spezzare la sequenza
prevedibile e ripetitiva di incidenti più o meno ben preparati
e, se gli attuali rapporti di forza non sono ancora tali da
imporre la rivolta sociale generalizzata, la scelta di disertare
e sabotare gli spettacoli sotto la regia del potere è già una
scelta sovversiva.

KAS


  
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