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(it) Umanità Nova: Speciale - Il nostro forum è il mondo intero! (Pt.IV)

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Date Sat, 23 Nov 2002 10:38:41 -0500 (EST)


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Il nostro forum è il mondo intero! (Pt.IV)

Inserto del n. 37 del 10 novembre 2002 di Umanità Nova,
settimanale anarchico 

Anarchici e no-global
Parabola di un movimento 

"Il mondo che vogliamo e per il quale scendiamo in piazza non
trae la propria legittimità dai codici e dai trattati ma si
radica nella capacità di autogestione ed autogoverno. Senza
barriere, senza frontiere, senza stati. Un mondo da abitare
solidalmente, non un territorio da controllare, depredare,
asservire agli interessi di pochi. Un'utopia ben più concreta di
quella che pretende di coniugare libertà e democrazia."
Eleonora in Umanità Nova n. 27, 22 luglio 2001 

L'emergere sulla scena politica e sociale di vasti movimenti di
contro globalizzazione è stata la grande novità degli ultimi
anni: da Seattle in poi sono balzati con prepotenza sulla scena
pubblica, ridando fiato e spazio di visibilità politica a
movimenti extrasistemici radicali.

I vari incontri per "l'Umanità e contro il neoliberismo"
promossi dal movimento zapatista contribuiscono all'allargamento
delle prospettive, alla creazione di relazioni, rapporti, reti
internazionali. Abbiamo assistito al tentativo di dar vita ad
movimento inedito, capace di superare sia la tendenza alla
frammentazione e al "particulare" tipica degli anni '80 sia
l'afflato universale ma poco attento alle questioni ed alle
culture locali caratteristico del decennio precedente. Tuttavia
un esame più attento dei movimenti sviluppatisi in questi ultimi
tre anni, al di là dell'avvincente dichiarazione programmatica
dell'unità nella diversità, della pluralità delle lotte e dei
percorsi nelle mobilitazioni, rivela che molti nodi restano
irrisolti. E non è, come ritengono alcuni, una mera questione di
"stile". In gioco non è tanto la strategia di piazza preferita
quanto la prospettiva delle lotte. In altri termini l'elemento
che tende a colpire i più, ossia le azioni di piazza, è alla fin
fine la questione meno interessante perché il "blocco nero" o la
"resistenza nonviolenta" fanno parte dello spettacolo mentre i
contenuti restano spesso sullo sfondo. Ci chiediamo ad esempio
quale futuro potrà avere un movimento che vede al proprio
interno sia le componenti postmoderne che quelle antimoderne,
quelle laiche ma anche, hainoi, quelle religiose, quelle
internazionaliste ma, insieme, quelle nazionaliste.

I nodi vengono al pettine e non crediamo sarà facile scioglierli
perché toccano questioni cruciali. La rivolta contro la logica
annichilente della merce, la rabbia per la distruzione
ambientale, il crescente divario tra chi ha troppo e chi nulla
sono alla radice di questi movimenti, che se da un lato paiono
schiudere le porte ad una prospettiva laica e libertaria
tuttavia al contempo ridanno spazio a miti delle origini e ansie
mistiche, tanto più pericolose quanto più simili a quelle
analoghe cui da voce la destra più profonda.

Su di un altro versante sempre meno ricomponibili appaiono le
fratture tra le tendenze stataliste e neowelfariste e quelle
autogestionarie. Per le prime il solo antidoto efficace alla
globalizzazione è nel rafforzamento degli stati nazionali e
nella ripresa di politiche (neo)socialdemocratiche; le seconde
puntano invece su pratiche di opposizione alla logica
capitalista sostenendo la radicale antitesi tra prassi
autogestionaria e ambito statuale. È immediatamente evidente che
non si tratta di questioni di poco conto e la scelta di una
prospettiva rispetto ad un'altra ha determinato orientamenti,
alleanze a breve e lungo periodo, strategie di intervento, che
fuori dalle contestazioni di piazza, hanno aperto orizzonti
assai diversi e presumibilmente divaricati.

Le tante anime dei movimenti di contro globalizzazione sono
riuscite a convivere nella loro fase aurorale ma, da Genova in
poi, lo scontro tra aree riformiste, fautrici di una
"moralizzazione" dei processi di globalizzazione ed aree
radicali, convinte dell'urgenza di una politica anticapitalista
ed antistatale si è fatto sempre più aspro. Nel nostro paese,
dove il peso delle tradizioni politiche della sinistra moderata
è ancora forte, e dove questi movimenti, sia pur tardi, hanno
assunto dimensioni ben più ampie di quelle di altri paesi, il
tentativo egemonico delle aree moderate, attuato attraverso
buona parte dei Social Forum locali e, soprattutto, attraverso
il partito-non partito, l'Italian Social Forum, passa anche
attraverso la marginalizzazione e la criminalizzazione delle
aree radicali e libertarie. 

La vergognosa operazione di fare dell'area anarchica tutt'un
blocco, magari "nero", di infiltrati e poliziotti, portato
avanti sin dalle tragiche giornate di Genova, è clamorosamente
fallito. Ma soprattutto è fallita la costruzione di una sorta di
"partito no-global" che riassumesse e rappresentasse l'intero
movimento. Se a ciò si aggiungono i diversi e confliggenti
interessi dei vari attori in gioco, incapaci di dar vita ad una
struttura che fosse qualcosa di più di un litigioso intergruppi,
cominciamo ad avere un quadro più chiaro. Nel luglio genovese
del 2001 Rifondazione è stata disponibile, pur fornendo un
apporto considerevole alla riuscita delle manifestazioni, ad
assumere un ruolo formalmente defilato ma nelle fasi successive
ha fatto pesare sempre più la propria macchina organizzativa.
Inoltre la nascita di un fronte di opposizione antigovernativo,
se da un lato ha visto vaste mobilitazioni di piazza, dall'altro
ha reso possibile un, sia pur parziale, riavvicinamento tra
Rifondazione e settori dell'Ulivo a scapito di una
radicalizzazione dei contenuti del percorso no-global, che si è
vieppiù appiattito sulle esigenze della politica istituzionale
nostrana. La stessa "scesa in campo" della CGIL per
l'appuntamento di Firenze è chiaro indicatore del tentativo di
ridurre la critica antiglobalizzatrice a mero supporto del
tentativo di ricostruzione di un'opposizione antigovernativa di
segno moderato. 

Le decine di migliaia di persone che intorno all'appuntamento
genovese e poi nei mesi successivi si erano avvicinate da
protagoniste all'agire politico e sociale, partecipando sì ai
cortei, ma anche al dibattito nei vari Forum, sia fisici che
virtuali, sorti un po' ovunque, si sono pian piano ritrovate ai
margini di un processo decisionale definitivamente avocato a se
da risicate minoranze di politici di professione. 

L'eccessiva spettacolarizzazione voluta da alcuni settori, come
i Disobbedienti, finisce col mostrare la corda quando
l'armamentario di "trovate pubblicitarie" tende ad esaurirsi.
D'altro canto le "dichiarazioni di guerra" virtuali della
premiata ditta Casarini & C. si sono infrante tragicamente di
fronte alle pallottole di piombo sparate a Genova da carabinieri
e questurini, di fronte alle botte, alle torture, alle
detenzioni illegali, di fronte al massacro della Diaz. Ci è poi
voluto l'11 settembre e la guerra in Afganistan per chiarire
anche ai più incalliti amanti della farsa che il gioco feroce
dei potenti si era fatto dannatamente reale. Di fronte alla
guerra, alla militarizzazione della società ed al contestuale
tentativo di equiparare no-global e terrorismo il movimento ha
dato i primi segnali di incertezza, di incapacità di esprimere
in modo forte la propria opposizione. In quell'occasione sarebbe
stato necessario un salto di qualità, la capacità di dar vita ad
iniziative internazionali coordinate capaci di smontare la
prodigiosa macchina propagandistica messa in campo dei signori
della guerra, ma per tutti i mesi dell'offensiva americana in
Afganistan il movimento è apparso per lo più sulla difensiva.

In quanto al resto crediamo bastino i risibili risultati
elettorali delle liste "Disobbedienti" alle ultime
amministrative per comprendere che la critica e la volontà di
trasformazione espresse dal movimento no-global sono
difficilmente riassorbili in ambiti istituzionali, sia pur
travestiti da esperienze municipaliste, e che il processo di
reistituzionalizzazione del movimento operato dell'Italian
Social Forum incontra sempre più resistenze.

I movimenti no-global hanno fatto riemergere il protagonismo di
piazza. Una piazza che ri-diviene luogo pubblico, spazio della
critica e della rivolta, luogo di una presenza diretta non
delegata di persone che prendono in mano la facoltà politica,
fuori e contro i tragicomici teatrini della democrazia
parlamentare.

È la piazza fisica nella quale si esprime la ribellione e lo
scontro contro i poteri costituiti ed è la piazza virtuale nella
quale si colloquia con il mondo intero. È una piazza nella quale
agiscono attori diversi: da chi esprime una rivolta radicale ma
nichilista come il Black Bloc, a chi insegue forsennatamente la
visibilità mediatica, e, perché no, una poltrona (oggi in
qualche consiglio comunale e tra qualche tempo, chissà, in
parlamento).

Questi movimenti esprimono oggi un disagio difficilmente
riassorbibile da ambiti istituzionali ma al cui interno si va
purtroppo consolidando una reistituzionalizzazione che passa
attraverso il controllo di una leadership in buona parte
informale ma a maggior ragione sempre più potente ed indiscussa
ed indiscutibile. I vari "rappresentanti" o "portavoce" che da
Genova in poi si stanno arrogando il diritto di rappresentare
quello che pomposamente è stato ridefinito "Movimento dei
movimenti" non paiono altro che la riedizione, in salsa
zapatista, dei vecchi intergruppi.

La parabola iniziata nel profondo della selva Lacandona
nell'ormai lontano 1994, sviluppatasi poi negli incontri
intercontinentali "per l'umanità e contro il neoliberismo", e
poi nelle varie giornate di lotta a Seattle, come a Washington,
Praga, Quebec, Ottawa, Nizza, Davos, Genova, potrebbe essersi
arenata a Porto Alegre, nella mega kermesse mediatica svoltasi
per la prima volta nel 2001 e poi ripetuta l'anno successivo
nella città governata dal partito dell'attuale presidente del
Brasile.

A Porto Alegre il concentrarsi della critica sul capitale
finanziario risulta miope e riduttivo, in ultima analisi
funzionale alla promozione di quella campagna per la Tobin tax,
che "azionisti" new-global di buon peso politico e mediatico
come Attac, pongono al centro delle loro esili strategie di
resistenza al capitalismo. La scarsa attenzione alla natura
distruttrice (di vite, salute, ambiente) del capitale nella sua
classica veste industriale pare proporre un'ingenua
contrapposizione tra capitalismo produttivo (buono) e
speculazione finanziaria (cattiva). La rivendicazione della
"cittadinanza universale" e dei diritti ad essa connessi
descrive un ambito progettuale di marca esplicitamente
riformista nel quale lo scontro di classe e la necessità del
superamento della forma statuale vengono dribblati come scarti
di un'epoca ormai chiusa.

La dimensione propriamente politica del dominio viene
sapientemente elusa, aggirata, cortocircuitata nel tentativo di
assolvere la dimensione statuale, fittiziamente dipinta come
residuale, dalla responsabilità per il mondo intollerabile in
cui la stragrande maggioranza degli uomini, donne e bambini di
questo pianeta sono forzati a vivere. Anzi. L'orizzonte
statuale, frettolosamente assolto dalle proprie responsabilità,
appare come linea di demarcazione insuperabile di un agire
politico che, oltrepassando e, di fatto, scavalcando la
dimensione orizzontale dei movimenti, riallinei verso la
democrazia parlamentare le tensioni e le intelligenze entrate in
gioco da protagoniste nel movimento no-global. 

Eppure la feroce "guerra duratura", che "sul campo" esplicita la
barbarie statale nella sua forma più cruda e sul "fronte
interno" si traduce in provvedimenti liberticidi, compressione
della facoltà di esprimersi, criticare è uno specchio del tutto
nitido della natura criminale degli stati. Di tutti gli stati.
Ma guardare in questo specchio sarebbe stato troppo arduo per
quelli che strizzano l'occhiolino alle aree moderate del proprio
paese. A chi, come i DS, calibra il proprio assenso o la propria
opposizione alla guerra a seconda della convenienza politica del
momento.

"L'altro mondo possibile", slogan che rimbalza ormai in ogni
angolo del globo, si auspicava trovasse una piazza comune in cui
le diverse esperienze, movimenti, culture sviluppassero una
relazione costruttiva capace di concretarsi al di là dei, pur
importanti, appuntamenti in occasione degli incontri dei potenti
della terra. A Porto Alegre, tuttavia, la piazza ha ceduto il
passo alla vetrina, alle luci della ribalta, all'effetto
mediatico, al possibile tornaconto (magari in chiave elettorale)
a casa propria.

Tuttavia, la stessa Porto Alegre, con le sue migliaia di
partecipanti, con le centinaia di forum paralleli più o meno
ufficiali, con le numerose contestazioni "interne" contro i vari
esponenti governativi presenti, dimostra che il movimento non è
facilmente riconducibile ad una matrioska new-global in cui il
grande Forum mondiale contiene, a cipolla, tutta la ricchezza e
la varietà, che le varie piazze del mondo hanno espresso in
questi ultimi tre anni. Se poi si tiene conto che, negli stessi
giorni di Porto Alegre, i no-global erano in piazza a New York
ed a Monaco e la loro presenza è stata tutt'altro che
"invisibile", appare chiaro che i giochi sono ben lungi
dall'essere fatti. 

Inoltre in questa partita sempre più rilevante è il ruolo dei
media, sia quelli ufficiali, sia quelli "autogestiti", questi
ultimi in vorticosa crescita proprio grazie alla volontà di
autorappresentazione e comunicazione autonoma del movimento
no-global.

In quella che Rifkin definisce "l'era dell'accesso"
l'informazione svolge un ruolo nevralgico non solo perché,
classicamente, "orienta" l'opinione pubblica ma perché diviene
fattore decisivo non solo nella definizione delle regole del
gioco ma nell'accesso consentito o negato al gioco stesso.
L'importanza della narrazione dell'evento eccede, sovrasta al
punto di oltrepassarlo, l'evento stesso. La battaglia
dell'informazione, condotta con notevole successo a Seattle,
diviene sempre più difficile nelle varie piazze, dove, specie a
Genova, la volontà criminalizzatrice del governo e l'insistente
ricerca dell'"evento" mediatico da parte di alcuni settori della
contestazione, creano una miscela esplosiva. L'ansia di rendersi
visibili non deve obnubilare le ragioni della protesta, la
necessità del radicamento sociale, la volontà di instaurare un
dialogo diretto con gli oppressi e gli sfruttati. La scelta di
buona parte del movimento anarchico del nostro paese, emersa in
modo chiaro nel luglio 2001 a Genova, di sfuggire lo spettacolo
mirando alla costruzione di un movimento al contempo radicale e
radicato ci pare non solo giusta ma capace, alla lunga, di dare
i propri frutti. In questi mesi vi sono stati significativi
segnali di una crescita dell'area dell'anarchismo sociale che
sono il miglior indicatore dell'efficacia della via intrapresa.

Oggi più che mai il saper fare deve coniugarsi ad un narrare che
sia azione, relazione, capacità di prefigurare nuovi mondi,
fuori dal cono di luce proiettato dai media. 

Diviene peraltro sempre più importante essere presenti non solo
nelle varie piazze ma anche nello sforzo di elaborazione teorica
e sperimentazione pratica oggi indispensabile alla crescita
delle sensibilità libertarie. Stiamo lavorando per rafforzare la
capacità di coordinamento a livello internazionale degli
anarchici, che sia vettore sia di reciproca conoscenza sia di
rafforzamento della possibilità di intervento. 

La guerra infinita scatenata dopo l'11 settembre delimita un
orizzonte che solo l'autorganizzazione degli oppressi e degli
sfruttati pare in grado di scardinare, sia articolando
un'opposizione su scala mondiale alle politiche militariste e
guerrafondaie che ri-assumendo in prima persona l'iniziativa
contro le politiche (neo)liberiste che a nord come a sud del
mondo decretano l'irreversibile impoverimento di vasti strati
della popolazione. Lo Stato e il Capitale sono irriformabili ed
è oggi più che mai indispensabile una saldatura tra le lotte su
scala locale in ogni parte del mondo, pensando ed agendo
globalmente pur tenendo i piedi saldamente fissi nel proprio ambito.

L'invito ad una lotta globale non ha solo un significato
spaziale ma anche e soprattutto il senso di un movimento capace
di investire con la propria capacità critica e di intervento
tutti gli aspetti della vita e, soprattutto, quell'agire
politico che in troppi vorrebbero ridotto a mero gioco istituzionale. 

Oggi il capitalismo è divenuto a tal punto pervasivo di divenire
una sorta di seconda natura per cui cade nell'oblio il suo
carattere di costruzione sociale storicamente data e questo
diviene non il migliore, non il peggiore, ma l'unico dei mondi
possibili. Vi sono altri mondi, vi sono altre possibilità. 

"Siamo sostenitori della necessità di un cambiamento radicale,
un cambiamento che non può ridursi, come pretendono le tante
anime del Genoa Social Forum ad un'umanizzazione del capitalismo
o alla democratizzazione del G8. La vita e la libertà di sei
miliardi di persone non sono trattabili con i signori della
terra ma vanno riconsegnate nelle mani di ciascuno, uomo, donna
o bambino che voglia, "padrone di nulla, servo di nessuno,
andare all'arrembaggio del futuro". Erano le parole scritte
sullo striscione che ha aperto le manifestazioni anarchiche
contro il G8, uno striscione distrutto dalle cariche della
polizia, ma i cui contenuti restano fermi nella lotta di ogni
giorno, quella che in ogni luogo, costantemente, ci vede a
fianco degli oppressi e degli sfruttati."

Comunicato della Commissione di Corrispondenza della Federazione
Anarchica Italiana del 25 luglio 2001

Maria Matteo del Gruppo di lavoro no-global della FAI 
(questo documento è una libera rielaborazione di un testo della
Federazione Anarchica Torinese)


  
http://www.ecn.org/uenne/


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