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(it) Umanità Nova - Speciale: Il nostro forum è il mondo intero! (Pt.III)

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Date Thu, 21 Nov 2002 07:30:14 -0500 (EST)


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Il nostro forum è il mondo intero! (Pt.III)

Inserto del n. 37 del 10 novembre 2002 di Umanità Nova,
settimanale anarchico 

Stati leggeri? Manganelli pesanti 

Uno dei luoghi più comuni dell'epoca della globalizzazione è
quello che registra un declino dello stato nazionale come forma
politica di accentramento del potere legittimo e dell'autorità
materiale delle élite politiche. Come ogni luogo comune, c'è
parte di verità in queste affermazioni, specie se colte dalla
prospettiva di una relazione tra apparato statale e imprese
transnazionali le quali, nella sfera economico-finanziaria, oggi
hanno conquistato un rilievo nella gestione e accumulazione di
risorse monetarie spesso superiori alla disponibilità fiscale
degli stati, anche di quelli ricchi. Inoltre, attraverso un
processo di concentrazione sovranazionale dei poteri (come nel
caso dell'Unione Europea, sia pure ambiguamente), talune
prerogative dell'autorità nazionale di fatto sono passate ad
autorità, anche non elettive, regionali, pur dietro esplicito
consenso autorizzativo del governo nazionale.

Tuttavia, anche in era di globalizzazione, la legittimità è
tuttora una prerogativa del potere politico statuale, che è
all'origine delle forme di interiorizzazione dell'autorità da
parte dei singoli individui che ne replicano nella propria sfera
di pertinenza lo stile di condotta. Infatti la legittimità
dell'autorità statuale offre la chiave di lettura del "mistero"
dell'obbedienza politica.

L'accentramento del potere politico in capo ad una forma-stato è
ancora oggi un trend diffusissimo: negli ultimi decenni, anche
dopo il fatidico 1989, anzi proprio soprattutto dopo quella data
cruciale per gli esegeti della globalizzazione, gli stati venuti
al mondo sono innumerevoli, sia per secessione (area sovietica e
balcanica), sia per nuova formazione (da ultimo Timor est, per
non parlare della Palestina in statu nascenti). Parlare di
declino quando il pianeta registra quasi duecento forme statali
e nessuna altra forma alternativa legittimamente presente nel
panorama mondiale sembra alquanto strano.

Senza dubbio, i processi di globalizzazione giocano con le
frontiere nazionali su più livelli: demografico, culturale,
economico-finanziario come si è detto, e ciò comporta un duplice
rimbalzo tra dimensione locale sovrastata da flussi
incontrollabili (migrazioni, informazioni, penetrazione di
culture altre), ma altresì da un certo spirito di revanscismo
locale che a fronte della propria evanescenza vissuta come
perdita angosciante, si lascia andare a fenomeni inquietanti di
nazionalismo tribale, di discriminazione sciovinista (come in
ogni patriottismo, secondo la lettura di un insospettabile Karl Kraus).

Ma da ciò a pensare che lo stato stia contando le sue ultime ore
ce ne corre. Innanzitutto perché sono stati i governi, dietro
pressioni più o meno disinteressate e dietro processi più o meno
disciplinabili, a cedere poteri ad altre élite, dismettendo
proprie funzioni sovrane verso l'alto, in un percorso di
sovrapposizione con inedite forme statuali su scala dilatata, o
verso l'esterno, in un percorso di affiancamento con altri
poteri forti (le élite economiche e finanziarie che consentono
alle élite politiche di finanziarsi le costosissime campagne elettorali).

In secondo luogo, perché anche il complesso rapporto tra élite
necessita ancora del luogo di legittimità dell'agire pubblico
per definizione, che è sempre lo stato, cui si ricorre per ogni
qualsivoglia necessità nel momento in cui occorre dirimere
qualche problema reale, persino nelle politiche economiche che
dovrebbero essere quelle maggiormente erose dai processi di
globalizzazione: indubbiamente i margini di intervento legale
sono ridimensionati dalle autorità sovranazionali e i costi di
intervento pubblico a sostegno del privato - banche o imprese in
difficoltà - sono ridotti a causa della diversa modalità di
accumulazione e redistribuzione della ricchezza su scala globale.

Infine, proprio dopo l'11 settembre, ma non solo con tutta
evidenza dato che quaranta conflitti preesistevano all'attacco
del Bin Laden di turno, il ruolo che la guerra gioca, anche
nella sua variante asimmetrica - uno stato contro il simulacro
del terrorismo internazionale - è di prerogativa statuale senza
possibilità di alternativa, poiché solo lo stato può permettersi
il controllo dei sistemi d'arma C4I con i quali è necessario
operare su vasta scala in un campo di battaglia dilatato al
pianeta ed all'atmosfera terrestre. La mutata scenografia
dell'evento bellico e della militarizzazione sociale esige una
forte autorità centrale che si chiama ancora oggi stato.

Se è plausibile ritenere che lo stato non sia più l'unico ed
esclusivo attore sulla scena politica nazionale e internazionale
(ma poi, lo è mai stato, unico?), in quanto accanto ad esso
vediamo una miriade di ong, associazioni, imprese, media, che
concorrono a surrogarlo in alcune sue funzioni tipiche, come ad
esempio quella della mobilitazione popolare, della formazione di
opinione pubblica e di consenso, è altrettanto plausibile
ritenere che fin quando tali formazioni sociali manterranno un
immaginario che stilizza una pratica legata alla forma statuale
di potere, lo stato non si indebolirà ma anzi si rafforzerà
dilatando le proprie maglie disciplinari e di controllo (come
peraltro sta già facendo nella sfera virtuale, con il controllo
elettronico, con la censura su internet, con il monopolio del
controllo sulle dorsali comunicative satellitari), finendo con
integrare nella propria forma, magari subdolamente, forse con
qualche scarto rispetto alla tradizione, non solo le formazioni
prestatuali con le quali nuove élite riformiste intendono
sostituirsi alle vecchie, ma anche quelle formazioni
apparentemente e dichiaratamente antagoniste e ostili le quali,
però, si ostinano a non voler risolvere i loro conti con la
questione del potere nel loro stile di prassi politica
quotidiana e strategica, adottando un immaginario statuale senza
accorgersene e replicando così una forma statuale di cattura dei
processi associativi diffusi e acefali nelle varie sfere di cui
si compone una società.

Salvo Vaccaro

Commissione Faiglobalaffairs


Gli Stati, lungi dall'indebolirsi, stanno rafforzando le proprie
maglie disciplinari e di controllo 

  
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