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(it) Umanità Nova: Speciale - Il nostro forum è il mondo intero! (Pt.II)

From Worker <a-infos-it@ainfos.ca>
Date Wed, 20 Nov 2002 10:15:39 -0500 (EST)


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[continua la diffusione dello speciale della FAI]

Il nostro forum è il mondo intero! (Pt.II)

Inserto del n. 37 del 10 novembre 2002 di Umanità Nova,
settimanale anarchico 

I crimini della globalizzazione
Stato e Capitalismo sono irriformabili 
Globalizzati e globalizzatori

I fautori della globalizzazione concentrano la loro attenzione
sul supposto ruolo inclusivo che la mondializzazione del mercato
economico e commerciale esercita sul benessere delle
popolazioni. Più risorse, più scambi, più opportunità di lavori,
e quindi di reddito, consentono a numerose famiglie dei paesi
non certo agiati di assaporare per un po' una minima parte del
benessere di cui godono ristrette minoranze del pianeta,
allungando così la soglia di vita, entrando nel circuito
dell'alfabetizzazione e dell'acculturazione, usufruendo di più
sicuri strumenti sanitari, e via dicendo. In tal modo,
sostengono i cantori dell'attuale assetto sociale ed economico,
ampie masse di popoli asiatici e latino-americani sono uscite
dal triste destino della sopravvivenza e dell'ignoranza per
accedere ai benefici di una ricchezza planetaria mai così ampia
e disponibile. Il passaggio dalla dignitosa povertà rurale alla
dinamica vita delle metropoli industriali - che nel mondo
occidentale è stato compiuto lungo l'arco di un paio di secoli -
è avvenuto negli ultimi cinquant'anni, con traumi e scossoni ma
comunque consentendo l'incremento demografico (anche troppo,
secondo alcuni), l'allungamento della speranza di vita, nonché
il godimento di luce, acqua, telefono e apparecchi tecnologici
impensabili solo alcuni decenni orsono.

È tutto oro, allora, quel che luccica sotto il segno della
globalizzazione?

Che la popolazione presente sulla terra sia cresciuta a
dismisura, rispetto alla capacità di sostenere un ritmo
dissipativo imposto da una impatto aberrante del consumo
energetico e tecnologico sui limiti della "natura", è un fatto
che non deve occultare la questione discriminante dell'assetto
globale: e cioè l'assoluta apertura della forbice di
diseguaglianze e iniquità che i processi di globalizzazione
hanno spalancato, specialmente in alcune aree tra le più
popolose del pianeta, prima fra tutte l'Africa.

È vero che alcuni paesi si sono agganciati alla locomotiva
dell'economia globale, arricchendosi nell'arco di un ventennio,
a spese di una discriminazione ripiegata, da una parte, verso
l'interno, ossia le classi sfruttate di quelle Tigri asiatiche
(è di loro che testimoniano i pro-global), e dall'altra verso
l'esterno, ossia l'intero pianeta assoggettato e ridotto ad un
gigantesco mercato del lavoro a basso costo, a tutela nulla
delle condizioni lavorative, a orari infernali, a luoghi
inenarrabili (le maquiladoras al confine americo-messicano, le
industrie chimiche dismesse in Europa e negli Usa e trapiantate
a Bhopal in India, tanto per fare due esempi tipici).

La globalizzazione acuisce la forbisce della diseguaglianza
interna e esterna ai singoli paesi-nazioni, e tutto lo spazio
pubblico diviene una sorta di mercato dove vige la legge del più
forte, colui (individuo o più spesso impresa) che cerca con
maggiore cinismo profitto utilizzando tutta la gamma di risparmi
possibili sulla superficie terrestre, ovviamente comprimendo
diritti, salari, tutela sanitaria, costi di formazione e di
istruzione, e via di seguito.

Il fatto che la popolazione sia cresciuta, ma la ricchezza
disponibile sulla terra altrettanto di più per tre volte, senza
che ciò abbia comportato una distribuzione simmetrica a
quest'ultimo dato, la dice lunga su chi si è appropriato di
cosa: una parte ristretta del mondo ricco e potente ha
centuplicato i propri standard di benessere, mentre la
maggioranza galleggia tra una vita a mala pena decente come
poteva essere l'inferno vittoriano nelle miniere inglesi del XIX
secolo, ed una vita magra e vorticosa protesa a non scivolare
sotto i livelli di sopravvivenza; in genere gli africani sono
retrocessi rispetto alle speranze della decolonizzazione degli
anni sessanta, peggiorando i loro parametri esistenziali e
finendo nel buco nero della contemporaneità - tranne se nel
sottosuolo non c'è petrolio, diamanti, tungsteno, bauxite e
altre risorse preziose per il benessere dei pochi privilegiati
locali e mondiali.

Ciò non avviene per particolare malvagità dei ricchi e dei
potenti, già di per sé abbastanza cinici che le responsabilità
loro imputabili di sterminio vanno coniugate con il sistema
globale messo in piedi per utilizzare l'intera superficie del
mondo quale spazio ristretto di cattura e depredazione.
Rappresenta infatti un mito l'elemento virtuoso del capitale,
prima locale e poi globale, secondo il quale il mercato lasciato
libero a se stesso esalta le doti imprenditoriali che apportano
beneficio per tutti: la secolare questione femminile e la più
recente questione ambientale fanno giustizia di tale mito per
cui il capitalismo è fonte di ricchezza pubblica, magari da
correggere con un sistema fiscale progressista che corregga le
disfunzioni patologiche e devianti. Invece la triste e dura
realtà è che il capitalismo in genere, e quello globalizzato a
maggior ragione, produce fisiologicamente sfruttamento
inarrestabile e irreversibile, con sciupio di risorse (che siano
rinnovabili o meno, poco importa), di vite umane, con
inefficienza e inefficacia nel risolvere i problemi di
convivenza pubblica o di legami sociali, che anzi si
impoveriscono perché perdono altri strumenti culturali di
risoluzione per affidarsi interamente alla quantificazione
parificata del calcolo economico dei costi-benefici, come se un
amore perduto o guadagnato potesse essere pareggiato con un
servizio quantificabile di denaro. 

Miseria del capitalismo e capitalismo della miseria - intendendo
per miseria, nel primo caso, un vizio morale frutto della
cattura politica dell'economia come sfera separata
dell'esistenza associata ad opera di una élite che prima di
essere economicamente ricca è politicamente forte perché si
appoggia alla sete di potere e di dominio; mentre nel secondo
caso, per miseria si intende letteralmente la spoliazione di
intere regioni del pianeta ricche di materie prime a cui vengono
sottratte attraverso meccanismi di scambi ineguali nei rapporti
commerciali e, soprattutto, finanziari, impostando il rapporto
sud-nord sotto l'egida del ricatto politico e militare, da un
lato, e sotto la ghigliottina del debito estero e
dell'insufficienza di sbocchi alle proprie ricchezze,
dall'altro, inclusa la discriminazione ai limiti razziale nei
confronti della forza lavoro migrante che da quei lidi giungono
disperatamente sino ai nostri ove possono morire davanti agli
occhi acquiescenti di una società moralmente ingiusta e vuota.


Economia virtuale, economia materiale

L'egemonia finanziaria dell'economia virtuale su quella
materiale che produce beni materiali e servizi a persone e
imprese, con ciò alimentando i consumi, l'output produttivo, i
redditi e in ultima istanza le casse del fisco nazionale,
esercita una prelazione di diritto sui canali di indirizzo delle
risorse monetarie, investimenti inclusi. Ciò dilatato su scala
globale, indebolisce il ruolo dello stato come dispensatore di
risorse economiche attraverso le politiche governative. Dal
controllo pubblico della realtà economica, mediato dalla
rappresentanza delle democrazie parlamentari, si arriva
all'opacità privatizzata delle leve economiche sottratte agli
stati per essere consegnate nelle mani di imprese transnazionali
private e addirittura di burocrazie economiche come le agenzie
di rating, il cui certificato di credibilità finanziaria assolve
o condanna interi paesi decretandone la morte economica, cosa
che non fanno nei confronti delle imprese che le assoldano con
indubbia complicità ai fini di frodare il fisco, le regole nei
confronti dei piccoli azionisti, nonché l'opinione pubblica in
senso lato (casi Enron, Worldcom, Andersen, ma anche i casi di
conflitto di interesse tra politica e affari di cui Berlusconi è
solo un piccolo epigono locale, vedasi Bush, O'Neill, Cheney e
Rumsfeld, ossia il "meglio" del governo Usa).

Ciò che lo stato sembra perdere quanto a controllo monetario -
del resto in Europa già svincolato dai governi ben prima del
caso burocratico dell'euro: il potere sulla divisa nazionale già
da tempo non era più del Tesoro bensì dell'autorità
(relativamente) indipendente delle Banche centrali - continua
comunque a persistere, oggi più saldo che mai, ad esempio nei
trasferimenti in direzione pubblico-privato in occasione di
salvataggi da crack in borsa o nell'economia reale (a partire
dalle casse di risparmio americane salvate dal liberista Reagan
negli anni ottanta in seguito all'esposizione bancaria col
Messico, sino ai finanziamenti di Bush ai farmer locali o
dell'Unione Europea alla Politica Agricola Comunitaria, per non
parlare di vere e proprie regalie come la rottamazione pro-Fiat
di alcuni anni orsono, grazie ad un governo progressista di
centro-sinistra).

Ma è sul piano strettamente politico che lo stato mantiene
tuttora il pallino nelle proprie mani, attuando una politica di
vita e di morte sui propri cittadini, e anche su quelli non
propri ma che capitino a tiro, come gli extracomunitari
disprezzabili del sud (non certo extra- quali americani e
giapponesi, beninteso). La bio-politica di cui parlava Foucault
oggi trova conferma nella massima esemplarità dell'agire
statuale: il potere di dare la morte, non solo nelle esecuzioni
giudiziali sempre in crescendo, ma anche e soprattutto nelle
inquietanti guerre umanitarie che hanno solcato e solcano il
nostro pianeta da una dozzina d'anni in qua come movimento di
assestamento di un equilibrio geopolitico andato in implosione
con la scomparsa dell'Unione sovietica e dei suoi satelliti tra
il 1989 ed il 1991, cui sta seguendo una transizione micidiale
(letteralmente) dato l'alto numero di conflitti ora dislocati
non solo ai margini della faglia di contrapposizione, come un
tempo le guerre per procura dei due contendenti compari, ma
anche nel cuore dell'Europa nei Balcani, e addirittura nel cuore
dell'impero statunitense, a Manhattan per un verso, ma in
qualsiasi liceo americano dove avviene una strage, tanto per
fare un esempio del conflitto armato su grande e piccola scala,
tanto i produttori ed i commercianti di armi e armamenti
provengono da quei cinque paesi ricchi e potenti che sono
deputati ai sensi della carta delle Nazioni Unite a prevenire la
guerra e perseguire la pace e la convivenza tra popoli e nazioni
all'interno del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, per di più con
il diritto di veto perché potenze (un tempo in esclusiva, oggi
in condominio) nucleari.


La Cupola globale: World Bank, Fondo Monetario Internazionale e
Organizzazione Mondiale del Commercio

Se nella sfera della politica tout court, ciò avviene attraverso
la riemersione dell'uso della forza statuale, oggi preventiva,
come strumento di risoluzione della conflittualità
internazionale, costringendo la diplomazia (o le relazioni
culturali) come arte del governo ad abdicare ingloriosamente, i
processi di globalizzazione in senso lato viaggiano su
istituzioni forti che riescono a imporre la legge del privilegio
di chi detiene risorse, anche culturali, per poter piazzare
pedine proprie nello scacchiere globale. Intendo riferirmi alla
triade World Bank, Fondo Monetario Internazionale e
Organizzazione Mondiale del Commercio.

Il famigerato ruolo di questa Cupola globale non è mai
denunciato abbastanza, anche da parte di affidabili "pentiti",
tuttavia più o meno sinceri, provenienti dalle loro fila. La
micidiale imposizione del modello di sviluppo "neo"-liberista
trascura il rilievo sulla sua sostenibilità, non solo
ambientale, energetica e dissipatrice di risorse astrattamente
disponibili per tutti poiché di proprietà di nessuno, quanto e
soprattutto sociale, civile e forse addirittura umana, che
alimenta rancori e vendette solamente sul piano della ritorsione
sul medesimo livello di arroganza e di spadroneggiamento,
secondo un effetto di riproduzione mimetica che garantisce nei
secoli la perpetuazione delle istanze di dominio.

La Banca Mondiale notoriamente finanzia le mostruose
mega-infrastrutture spesso responsabili di disastri naturali e
di eccidi clamorosi: il progetto di dighe nella Narmada Valley
in India, di cui ci parlano con preoccupata inquietudine la
scrittrice Arundhati Roy e la scienziata militante Vandana
Shiva, sono esempi replicati in Turchia col Gap e in Cina sul
fiume Yang, ove milioni di persone sono costrette a lasciare
tutto per trapiantarsi altrove, come se si trattasse di una gita
fuori porta per un fine settimana.

Il Fondo Monetario Internazionale è tristemente famoso per i
suoi Programmi di aggiustamento strutturale con cui impone ai
governi bisognosi delle sue risorse monetarie, garantite da un
board di amministratori occidentali (anni fa guidato proprio da
Carlo Azeglio Ciampi) il cui primo azionista sono gli Usa,
ricette drastiche di impoverimento crescente, nell'illusione di
equilibrare pareggi di bilancio con redditi diffusi: l'Argentina
che era allieva diligente ringrazia ancora oggi del baratro in
cui è precipitata.

La World Trade Organization, infine, regola gli scambi
commerciali tra gli oltre 150 paesi aderenti (buona ultima la
Cina) obbligando ognuno di essi a tarare le norme interne sui
principi del libero scambio, ossia del protezionismo sussidiato
dai governi occidentali a tutela delle proprie nicchie di
vantaggio competitivo, mentre si predica una inclusione di tali
principi che quantificano e mercificano ogni cosa anche nel
campo della produzione intellettuale, della comunicazione, dei
frutti dell'ingegno, della formazione e dell'istruzione, mentre
nessun controllo è diretto a arrestare il traffico proliferante
di armi e armamenti con cui il connubio capitale-stato opprime
buona parte delle popolazioni del pianeta.


L'aguzza piramide planetaria

Il processo di globalizzazione può trovare una immagine
congruente per una raffigurazione corretta: una immensa
piramide, oltremodo slanciata verso l'alto, con una punta
piccola in relazione al corpo della piramide stessa. In cima ad
essa, stanno pochi che già confliggono elegantemente per non
farsi buttare giù, stringendo alleanze di ogni genere per non
tradirsi reciprocamente. L'immensa base è popolata da quel
miliardo e duecento milioni di individui che sopravvive con 1
dollaro al giorno, priva di accesso all'istruzione, all'acqua,
alle cure sanitarie; mezzo gradino più su vive oltre un miliardo
di individui che sopravvive con ben 2 dollari al giorno,
semi-analfabeta, con lavori precari, in cerca di fortuna
migrando verso strade più accoglienti, senza avvertire il peso
della massa di ceti medi, che sgomitano a metà piramide per non
precipitare in basso (come in America latina) o per innalzarsi
un po' a vedere la luce, agganciandosi al folle treno della
globalizzazione (come in Asia orientale).

La cattura delle risorse da parte di élite private non
legittimate se non dalla canna del fucile e dal mito della
ricchezza facile e vistosa (le nuove mafie dappertutto) sposta i
canali di redistribuzione delle ricchezze, attuate dalle
politiche riformiste e socialdemocratiche del mezzo secolo
dorato (almeno in Europa), dalle normative pubbliche tese a
tutelare una cittadinanza dotata di diritti conseguiti anche
attraverso il conflitto parlamentare e extraparlamentare (il
welfare state), ad una "guerra duratura" sul modello bellico in
cui tutti confliggono con tutti per accaparrarsi posizioni
migliori e bottini più lucrosi (il warfare state).

Se ciò dovesse comportare una pratica di sterminio permanente -
economico non meno che fisico - proseguendo il secolo dei
genocidi (il XX appena trascorso: dagli armeni ai tutsi,
passando per gli ebrei e i timoresi, e senza bisogno di riandare
agli indios latino-americani di 500 anni fa), un ferreo quadro
culturale xenofobo, razzista, reazionario troverà modo di
giustificare politiche assassine non meno che contesti insoliti
in cui si smarrisce addirittura ciò che distingue l'umanità
dalla specie animale e vegetale: la dimensione morale che
ossessiona il nostro agire conscio e il nostro buco nero
inconscio, proprio quando la tecnologia criminale di cui
dispongono gli stati ricchi e potenti (comprese formazioni
prestatuali che quanto a sterminio non sono seconde a nessuno,
quali i taliban contro le donne, incluso l'"eroico" bin Laden
con i dollari della Cia e dei sauditi sfruttatori dei lavoratori
non arabi nei pozzi di petrolio loro assegnati dalla divisione
geopolitica delle grandi potenze imperiali di inizio secolo)
riesce a smarrire il nesso di imputabilità tra azione criminale
e responsabilità personale e politica, come nel caso dei
bombardamenti intelligenti a 5mila metri di altezza in cui la
differenza tra la morte reale e il videogame manipolato dal
pilota del cacciabombardiere consiste tutto nel sangue vero ma
invisibile a quell'altezza, che nessun media andrà a rivelare se
non nell'ottica saltuaria e spettacolare di uno scoop all'ora
del prime time televisivo.

Salvo Vaccaro, FAI - Globalaffairs 

  
http://www.ecn.org/uenne/


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