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(it) A proposito di associazione sovversiva

From kordian <kordian@libero.it>
Date Sun, 17 Nov 2002 10:31:27 -0500 (EST)


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      A - I N F O S  N E W S  S E R V I C E
            http://www.ainfos.ca/
        http://ainfos.ca/index24.html
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Questo è il testo di un  volantone che era stato diffuso nel giugno 
2000, all'indomani di alcune perquisizioni contro anarchici e libertari 
in Toscana e Piemonte. Visti i recenti avvenimenti repressivi, mi è 
sembrato opportuno riproporlo.


Un mondo senza trasgressione è una prigione. Contrariamente a ciò che 
comunemente si crede, la trasgressione non è un’occasionale infrazione 
della regola che è possibile correggere. Il solo modo per impedire il 
verificarsi della trasgressione è impedire l’instaurazione della regola. 
Solo in assenza di regole non c’è trasgressione. Solo in assenza di 
leggi non c’è crimine. Solo in assenza di dominio non c’è sovversione.
L’ideale di un mondo pacificato, normalizzato, fondato su un consenso e 
una obbedienza assoluti, non è solo un incubo totalitario: è soprattutto 
un’assurdità. I conflitti fra gli esseri umani sono dati dalla diversità 
dei loro interessi, dei loro sogni, del loro carattere. Solo abolendo le 
differenze che intercorrono fra gli esseri umani si può pensare di porre 
fine a questi conflitti. E ciò non è solo poco auspicabile, essendo per 
l’appunto la differenza a costituire la ricchezza dell’umanità, ma è di 
fatto irrealizzabile. A meno di sterminare il genere umano per 
sostituirlo con un clone tecnologico.

Ecco perché il potenziamento delle forze dell’ordine, l’inasprimento 
delle sanzioni, l’estensione del controllo sociale, se non saranno mai 
in grado di garantire la quiete nelle strade delle città e nei cuori 
degli individui che le abitano, in compenso possono prepararne il 
disordine. Più la regola si stringe attorno ai desideri degli individui, 
più aumenta oltre alla loro mansuetudine anche la loro voglia di 
trasgressione, con effetti ancora più dirompenti. Solo i gendarmi e chi 
li sostiene non riescono a capire questa elementare verità.

Il mondo in cui viviamo non fa eccezione. Malgrado la foglia di fico che 
lo pubblicizza come “il migliore dei mondi possibili”, esso rivela ogni 
giorno di più la propria vergogna. La stragrande maggioranza delle 
persone quotidianamente fa ciò che le è sgradito, non ciò che invece 
vorrebbe fare. Prima il dovere e dopo il piacere, ci viene insegnato fin 
dall’infanzia, mai qualcuno che ci dica quando questo dopo diventerà 
adesso. Una vita fatta di rinunce, delusioni, abbandoni, sconfitte, 
rassegnazione: se questa è la regola, come stupirsi di fronte alla 
trasgressione?

Noi non ce ne stupiamo. Chi decreta le regole nemmeno, però cerca di 
correre ai ripari. Ogni trasgressione infatti rappresenta un pericolo. 
Non importa se questa trasgressione è piccola, minoritaria, debole, 
sporadica. Rimane comunque simile a un virus che, se non viene 
immediatamente isolato e neutralizzato, può causare gravi danni alla 
salute di questa società fondata sul denaro. I microbi si diffondono, si 
sa, ed è molto più facile prevenire un contagio che combatterlo una 
volta avvenuto. Ciò spiega come mai i terapeuti stipendiati dallo Stato 
per debellare la trasgressione sociale - magistratura e forze 
dell’ordine - siano continuamente al lavoro. Nel corso della Storia, 
costoro hanno usato mille strumenti, inventato mille antidoti, scoperto 
mille vaccini per tenere a bada la minaccia di uno sconvolgimento 
sociale.

Oggi pare che la loro arma principale abbia un numero ed un nome ben 
definiti: 270 bis, che corrisponde all’imputazione di associazione 
sovversiva. Ne stanno scoprendo dovunque, di codeste associazioni. Che, 
oltre ad essere diffuse sul territorio, pare siano costituite dagli 
individui più diversi: anarchici, ma anche sindacalisti, ecologisti, 
comunisti, pacifisti. Tutti con la loro brava associazione sovversiva. È 
mai possibile?

Naturalmente no. Solo l’immonda logica sbirresca - quella che vede in 
ogni abitazione un covo, in ogni petardo un ordigno, in ogni difesa 
della propria intimità una forma di clandestinità, in ogni gesto di 
solidarietà una cospirazione, in ogni singola arma un arsenale - può 
partorire simili aberrazioni. Sono le mostruosità che nascono sempre nei 
laboratori, in quei posti chiusi dove con il pretesto di studiare la 
vita in realtà ne viene vivisezionato il triste surrogato. Lo scienziato 
mette nel forno un animale per fargli alzare la temperatura corporea e 
creare così il sintomo della febbre, lo sbirro intercetta le altrui 
conversazioni e decifra le parole udite con la precisa intenzione di 
creare una associazione sovversiva. Entrambi non hanno consapevolezza di 
ciò che hanno di fronte, non hanno l’interesse di capirlo, sanno solo 
quello che vogliono sapere, vedono solo quello che vogliono vedere, 
trovano solo quello che vogliono trovare. Ciò che lo scienziato e il 
gendarme non capiscono, ciò che non possono capire essendo resi gretti e 
idioti dai loro stessi strumenti di lavoro, è che la vita non si lascia 
rinchiudere in un laboratorio. La febbre se la ride del forno dello 
scienziato, così come la sovversione se la ride della mistificante 
indiscrezione delle microspie. A non ridere, naturalmente, sono 
l’animale che finisce arrostito e il malcapitato che finisce inquisito e 
arrestato. Possibilità quest’ultima che non pesa soltanto sulla testa 
dei soliti scalmanati, ma sulla testa di tutti coloro che continueranno 
ad esprimere nei modi più variegati il proprio pensiero critico e 
insofferente.

Molti non riescono a crederci. Quando qualche anno fa un magistrato di 
Roma inventò una banda armata per liquidare decine e decine di 
anarchici, i più alzarono le spalle come se la cosa non li toccasse: “in 
fin dei conti, se la sono voluta”, “a noi non capiterà mai”, “così 
imparano a comportarsi”. Quasi tutti convinti che solo chi non ripudia 
(praticamente o teoricamente, qui poco importa) le azioni considerate 
violente attira su di sé la repressione dello Stato. Quanto è accaduto 
in seguito ha dimostrato l’infondatezza di tale convinzione, nonché lo 
scarso acume nel non comprendere che la criminalizzazione di una idea 
(nella fattispecie, quella insurrezionalista anarchica) apriva la strada 
alla criminalizzazione di qualsiasi altra idea ritenuta sovversiva.

Certo anche la trasgressione sociale ha il suo arsenale. Un arsenale 
ricco, composito, risultato di secoli di lotte, dove chiunque può 
trovare ciò che più gli aggrada. Fra le armi a disposizione, inutile 
negarlo, c’è anche la violenza. Non la violenza cieca e indiscriminata 
del terrorismo, che è solo opera dello Stato, ma la violenza del 
sabotaggio e dell’azione diretta, individuale o collettiva che sia. Il 
numero di questo genere di azioni avvenute in Italia negli ultimi anni è 
incalcolabile, letteralmente. Di fronte a una vita priva di senso, 
niente e nessuno potrà mai impedire alla rabbia di esplodere. Se si 
devastano vallate intere per far passare un nuovo treno, è inevitabile 
che qualcuno saboti i cantieri. Se si partecipa a una guerra e al 
conseguente bombardamento di civili, è inevitabile che qualcuno colpisca 
chi ha deciso l’intervento. Se si costruiscono nuove carceri in cui 
seppellire la libertà, è inevitabile che qualcuno cerchi di 
distruggerle. Se si violenta la vita, è inevitabile che qualcuno 
attacchi gli stupratori. Ebbene, queste azioni di rivolta non sono il 
frutto di una tara genetica presente in chi le compie, bensì il 
risultato di una interpretazione delle idee di rivolta - e viceversa. E 
quando parliamo di idee in tal senso, non ci riferiamo solo a quelle che 
esaltano l’uso della dinamite o lo svaligiamento delle casseforti, ma 
intendiamo tutte le idee di rivolta, indistintamente. A dispetto di chi 
ci vorrebbe ridurre a dibatterci all’interno di due sole imbecilli 
alternative - l’esaltazione o la condanna della violenza rivoluzionaria 
– appare chiaro che la posta in gioco è la manifestazione di un modo 
altro di affrontare la vita.

Chi magnifica la rivoluzione spagnola potrà anche essere un docente 
universitario capace di svenire di fronte a una sola goccia di sangue, 
ma nulla impedirà ad un suo attento ascoltatore di mettere in pratica 
quelle sue dottorali critiche allo Stato. Pur nella loro ottusità, 
questo i magistrati l’hanno capito. Ecco perché mandano i loro sgherri a 
invadere le case di chi sostiene pubblicamente la necessità della 
trasgressione sociale. Poco importa chi sia l’inquisito. È solo una 
questione di circostanza e di occasione. Nei confronti dei suoi nemici 
più espliciti, lo Stato agisce ventiquattr’ore al giorno e 
trecentosessantacinque giorni all’anno; nei confronti degli altri, 
aspetta il momento più propizio. Ma prima o poi viene il turno di tutti, 
dell’anarchico insurrezionalista come del sindacalista di base, 
dell’animalista radicale come del disoccupato autorganizzato. E quanti 
sono ancora coloro che, a differenza dei carabinieri, non sono usi ad 
obbedir tacendo?


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