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(it) Umanità Nova n. 37 - Orgoglio e pregiudizio. Quando "l'orda" eravamo noi
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Worker <a-infos-it@ainfos.ca>
Date
Fri, 15 Nov 2002 06:42:49 -0500 (EST)
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Da "Umanità Nova" n. 37 del 10 novembre 2002
Orgoglio e pregiudizio
Quando "l'orda" eravamo noi
1967. Assieme ad altri quattro ruspanti romagnoli, passeggio per
il parco divertimenti di Oslo. Siamo ben vestiti, come possono
esserli cinque mezzi fighetti di buona famiglia negli anni
sessanta. Siamo puliti, non parliamo a voce alta, gesticoliamo
il giusto. Passano alcune ragazze, ci squadrano e commentano.
Capiamo solo: marukkish, marukkish. Ma come? pensiamo, non siamo
mica meridionali, siamo del nord Italia, noi!
1973. Nella notte nordafricana, prendo un passaggio da un
muratore di Orano rientrato in patria dopo alcuni anni di lavoro
in Francia. Chiacchieriamo, lui è stato in Provenza dove aveva
per compagni, fra gli altri, anche numerosi italiani. Rital, li
chiama spregiativamente una prima volta, poi, proseguendo nella
conversazione, si lascia andare al classico macaronì. Ci resto
male. Ma lui non capisce che potrebbe offendermi, tanto gli è
naturale parlare degli italiani in questi termini.
Fortunatamente non mi è mai successo di dover espatriare per
motivi di lavoro. Quando l'ho fatto è stato solo per turismo, un
turismo più o meno straccione e avventuroso, ma pur sempre
turismo. Quindi non ho avuto la sorte di assaggiare, in forme
più palpabili, il diffuso razzismo, fatto di disprezzo o di
carità pelosa, con il quale, ovunque si recasse, ha dovuto e
deve convivere l'emigrante italiano.
Mi sono venuti in mente questi due episodi, leggendo il libro di
un giornalista del Corriere della Sera, L'orda. Quando gli
albanesi eravamo noi di Gian Antonio Stella, appena uscito per i
tipi della Rizzoli. Niente di eccezionale, per carità, anzi c'è
addirittura un discutibile capitolo (pur se per nulla infame)
dedicato a quando l'Italia esportava non solo siciliani
miserabili o trevigiani rozzi e primitivi, ma anche
"pericolosissimi" terroristi anarchici. Un merito, però, questo
libro l'ha sicuramente, ed è quello di invitare a riflettere su
come la percezione della differenza razziale, etnica, religiosa
che dir si voglia, sia uno dei fatti più aleatori e
inconsistenti tra quelli che caratterizzano il pensare comune di
un popolo. E come, ma questo già lo sapevamo, la malapianta del
razzismo e della xenofobia possa malignamente ritorcersi anche
contro quanti amano servirsene per accondiscendere alle proprie
miserie morali.
Ne L'orda (titolo che volutamente ricalca un famoso manifesto
leghista raffigurante una stracolma carretta del mare e
intitolato No! L'orda no!), infatti, l'autore riporta, con
ostinata puntigliosità, tutti i pregiudizi, i luoghi comuni, le
preclusioni, le violenze, le esclusioni, le offese, le infamie,
le ingiustizie, cui andarono soggetti i nonni, i padri, i
fratelli di quegli stessi italiani che oggi, di fonte alla
"invasione del patrio suolo" da parte delle povere masse
lavoratrici del sud del mondo, blaterano di difesa della razza e
di perdita dell'identità nazionale.
È impressionante vedere, nei tanti esempi che riporta Stella,
come la storia si ripeta. E come si ripeta nei suoi aspetti
peggiori. È una lunga teoria di offese, emarginazioni, violenze
morali o drammaticamente fisiche, che arrivano addirittura al
linciaggio, e che nascono tutte dal rifiuto di comprendere, per
non dire accettare, le ragioni dell'altro. "Non palesemente
neri" venivano definiti i nostri connazionali nei paesi del
profondo sud americano, scuri, bruni e magari col mandolino
invece del banjo, ma appena mezzo gradino sopra ai neri
afroamericani. E come tali nemmeno degni di ricevere trattamenti
giuridici identici a quelli degli altri europei. Disprezzati nei
rigidi paesi luterani per il loro cattolicesimo pagano e
superstizioso, emarginati dai compagni di lavoro per la
frequente opera di crumiraggio (la fame era tanta e la voglia di
uscirne immensa), temuti come sicuri mafiosi anche se erano
montanari piemontesi, nascosti per essere entrati
clandestinamente nel paese d'elezione (è sconvolgente apprendere
che, nei vicinissimi anni settanta, oltre trentamila bambini
italiani vivevano ancora reclusi in casa per non essere scoperti
dalle autorità svizzere), ovunque, senza distinzioni, senza
differenze, gli italiani erano sommersi da un odio razziale che
trovava ben pochi paragoni rispetto alle altre comunità.
Purtroppo, come dicevo poc'anzi, se la storia si ripete, lo fa
nelle sue forme peggiori. E infatti oggi, in questa civilissima
Italia firmata e griffata, in questa "sesta potenza industriale"
(ma quando mai?), in questo paese che si permette di guardare
dall'alto in basso chi viene a svendere la propria forza lavoro
per mandare il salario dall'altra parte del mondo, ci ritroviamo
ad avere a che fare, giorno per giorno, con i peggiori arnesi
del fanatismo e dell'intolleranza. Con una manica di mascalzoni,
tanto violenti e aggressivi quanto miserabilmente ignoranti, che
ritrovano nelle parole dei vari Borghezio e Gentilini la
"altezza" del loro pensiero. Quella stessa che caratterizzava
gli abitanti dei paesi nei quali gli ascendenti del 90% di noi
italiani andavano a cercare una vita appena migliore.
È desolante constatare come sia facile passare, in brevissimo
tempo, dall'immagine degli "italiani brava gente" (anch'essa
consunta e logora, comunque) a quella, rasata e ingiubbonata,
dei razzisti nostrani. E come questa avanguardia del peggiore
razzismo possa rappresentare, nonostante tutto, così gran parte
della nostra società. Meno violenta, di certo, meno
estremistica, ma altrettanto ferma nella convinzione di dover
ricacciare in mare le nuove orde di barbari.
Non è risultato da poco, quello di Stella, l'aver documentato
come sia labile e fragile il confine fra tolleranza e
intolleranza, come sia addirittura banale cadere nella
demagogica presunzione della superiorità e inferiorità razziale.
E, aggiungiamo noi, come solo una coscienza che nasce nella
solidarietà fra oppressi e sfruttati possa arginare questa deriva.
"Un mondo di fratelli, di pace e di lavor" cantavano e cantano
gli anarchici. "Volli un tetto per ogni famiglia, un pane per
ogni bocca, una educazione per ogni cuore, la luce per ogni
intelletto" scriveva Bartolomeo Vanzetti poco prima di sedersi
sulla sedia elettrica. Questa bella citazione del vecchio Bart
ce la regala Stella, a conclusione del suo lavoro. Ci fa
piacere.
Massimo Ortalli
http://www.ecn.org/uenne/
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