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(it) Umanità Nova: Speciale - Il nostro forum è il mondo intero! (Pt.I)L'internazionalismo anarchico contro i padroni del mondo

From Worker <a-infos-it@ainfos.ca>
Date Thu, 14 Nov 2002 13:16:23 -0500 (EST)


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[ndr.- distribuiremo nei prossimi giorni in otto parti questo
speciale della FAI, pubblicato come inserto di Umanità Nova. 
Ricordiamo agli abbonati che la lista a-infos-d-it è ora in
funzione per commenti o dibattiti sul contenuto di a-infos-it. 
- nmcn/ainfos]



Il nostro forum è il mondo intero! (Pt.I)

Inserto del n. 37 del 10 novembre 2002 di Umanità Nova,
settimanale anarchico 


L'internazionalismo anarchico contro i padroni del mondo 

Il clima di guerra "duratura e permanente" in cui siamo stati
immersi a partire dall'11 di settembre è diventato una costante
del nostro vivere quotidiano, con tutti gli annessi e connessi
del caso (manipolazione dell'informazione, propaganda, falsità,
repressione, contenimento psicologico, ecc.). Gli esperti della
guerra ad alta e bassa intensità sono all'opera per restringere
ovunque gli spazi di libertà politica e sindacale, ora in modo
palese, ora in modo occulto. La lotta al "terrorismo" è
diventato il pretesto per sferrare un attacco determinante e
determinato a tutti i nodi di crisi, a tutti gli ostacoli che
stanno sulla strada degli interessi del sistema di potere
internazionale imperniato sul governo statunitense, prima che
altri soggetti acquisiscano una forza tale da mettere in
discussione tale supremazia. 

Sul piano mondiale la minaccia della guerra d'aggressione
all'Iraq, il massacro senza fine in Medio Oriente, la crescita
dell'impegno militare in Colombia (questo paese è al terzo posto
nel "godimento" degli aiuti militari USA, dopo Turchia ed
Israele), la guerra afgana, continuano a tenere banco mentre
altri possibili teatri di conflitto si stanno aprendo.

L'euforia, la baldanza, che avevano caratterizzato le
"magnifiche sorti progressive" della globalizzazione economica,
osannata dal neoliberismo imperante, si stanno progressivamente
sgonfiando in seguito alla fase recessiva attuale
contraddistinta da contrazione dei commerci, dalla limitazione
dei movimenti finanziari, da prudentissime stime di sviluppo. Un
ridimensionamento che costringe le classi dirigenti a riavviare
politiche di intervento "pubblico", cioè statale, per far fronte
sia alle necessità delle politiche di guerra che ai processi di
ristrutturazione. In questo contesto il processo di
globalizzazione economica spinto dalle multinazionali e
sostenuto dai loro organi di riferimento (WTO, FMI, ecc.),
rallenta la sua marcia, mentre si registra una forte ripresa
delle politiche nazionali o macroregionali, manifestatesi nella
conduzione della guerra in Afganistan, nel processo di
costruzione europea, nel ridimensionamento del ruolo della NATO
e nello smarcarsi di Francia e Germania nei confronti della
crisi irachena. D'altronde ragionare di "cose" come spesa
pubblica con tutto il suo corollario di priorità di interventi
ed incentivi, non significa altro che parlare di politica dei
redditi, con tutto quello che ne consegue in termini di rilancio
necessario del ruolo degli Stati nazionali in un contesto però
ove la forza militare dello Stato nordamericano è tale da farci
intravedere una nuova fase del processo di globalizzazione:
quella incentrata su una sorta di politica imperiale che
costringe tutti gli altri Stati a un rapporto di subordinazione,
ove coabitano pratiche contemporaneamente di integrazione e di
concorrenza, in uno scenario che vede la guerra come esito
inevitabile della crisi dei rapporti internazionali. Il monito
di Bush - o con noi o contro di noi - testimonia della volontà
USA di imporsi, sempre e comunque, in un contesto reso più
complesso dai processi di globalizzazione economica e dai suoi,
a volte, inestricabili intrecci. Intrecci che più di una volta,
nel recente passato, hanno condizionato lo sviluppo di tale
volontà, ma che, dopo l'attacco alle Twin Towers, non ne paiono
più in grado.

Se infatti la globalizzazione economica era diventata un grande
sipario che nascondeva la continua ridefinizione dei poteri e
della loro gerarchia, l'11 settembre ha costretto alla sua
lacerazione disvelando la volontà di controllo totalitario del
globo da parte dei gruppi dirigenti statunitensi, il cui
comportamento non può e non deve essere soggetto ad alcun
giudizio (significativo a riguardo l'atteggiamento non solo nei
confronti dell'istituzione del tribunale internazionale sui
crimini di guerra ma dell'intera ONU).

In questa situazione il movimento che si è espresso contro la
globalizzazione economica, contro le multinazionali e i loro
organi, è costretto a ridefinire pratiche e obiettivi. In un
contesto di guerra, non ci si può più limitare alla
contestazione degli organismi economici senza affrontare cosa e
chi li regge e quali politiche li muove. Occorre fare un salto,
dando consistenza politica e sociale alle proprie proposte, alla
propria rabbia, alla propria indignazione, riattualizzando le
proposte rivoluzionarie dirette all'abbattimento del potere
politico ed economico e all'autogestione generalizzata. 

Nel clima di "guerra civile" che è stato artatamente creato per
occultare responsabilità e volontà reali, per scatenare gli uni
contro gli altri, lavoratori e popoli, giovani e movimenti,
occorre vederci chiaro e individuare pericoli e trappole. Come
quello, ben presente, di rinchiudersi su base regionale o
nazionale, etnica o religiosa, come tentativo di chiamarsi
"fuori", ridando fiato alle logiche nazionaliste.

Occorre invece ridare fiato all'internazionalismo, quello che ha
animato questa stagione di lotte, quello che ha avuto nelle
componenti sociali più radicali e libertarie, l'anima più lucida
e determinata. 

Il relazionarsi dei movimenti ovunque essi si manifestino, il
dialogo tra le diverse culture politiche ed ideologiche che li
animano, il confronto a tutto campo, sono e debbono essere gli
strumenti di una politica che vuole opporsi alla barbarie della
guerra, che vuole affossare la guerra e tutto il sistema che la
genera. Ma che per essere tale non deve cadere nell'ennesima
illusione riformista, sostanzialmente socialdemocratica, che a
Porto Alegre ha celebrato il suo ultimo rito.

Non ha senso infatti un internazionalismo che non abbia una base
ben solida costituita dall'impegno di lotta contro il "proprio"
Stato, contro il "proprio" sistema di potere; ed è, in effetti,
su questo terreno che si può misurare l'effettiva volontà di
trasformazione sociale che anima le diverse anime di movimento.
Nella fase che stiamo vivendo, caratterizzata, come ben vediamo,
da un'accelerazione delle politiche di taglio e liquidazione
delle `garanzie' sociali, di contenimento e di selezione
sociale, dipenderà da quanto sapremo mettere in campo, come
proposta, come intelligenza, come energia, lo sviluppo e
l'orientamento del movimento. Un movimento che dovrà essere in
grado di "bypassare" le forche caudine di un'opposizione di
facciata per aggregare intorno a sé quanti non sono più
disponibili a subire la violenza quotidiana del sistema di
potere, quanti credono veramente che un altro mondo non solo è
possibile, ma addirittura indispensabile. 

In questa direzione gli anarchici stanno dando il proprio
contributo di attività e di incisività, praticamente in ogni
parte del mondo. Sono ancora evidenti gli effetti della
mobilitazione di Seattle, che ha visto una partecipazione
anarchica determinata ed efficace, segno della ripresa
libertaria negli USA. In Russia la criminalizzazione e la
repressione non impediscono agli anarchici di impegnarsi a fondo
contro un regime definito apertamente fascista. In America
Latina è un continuo fiorire di gruppi, giornali, mobilitazioni
, che stanno mettendo all'ordine del giorno il problema del
coordinamento delle sempre più numerose iniziative sviluppate su
scala nazionale, soprattutto in Argentina, Cile, Venezuela,
Uruguay, Brasile. In Europa , pur nella complessità del
movimento, anarchico ed anarcosindacalista, si sono avute più
occasioni che gli hanno dato una significativa visibilità di
piazza (a Lione come ad Amsterdam, a Genova come a Roma, a
Parigi come a Londra, a Praga come ad Atene e Siviglia). E altri
segnali provengono dalla Turchia, dalla Nigeria, dal Senegal,
dal Sudafrica , dal Libano, dall'Australia.

A questo punto diventa sempre più indilazionabile acquisire una
dimensione internazionalista nelle pratiche locali, una
dimensione che l'Internazionale di Federazioni Anarchiche
intende promuovere nel rafforzamento dei legami tra le
organizzazioni aderenti e nella sollecitazione ad un'iniziativa
congiunta con l'insieme del movimento anarchico, che tenga conto
delle ricchezze e delle particolarità di ogni singola realtà e
che sia in grado di mettere a confronto, nel riconoscimento
reciproco, percorsi ed opzioni che hanno radici ed finalità
comuni. Tra le prossime scadenze il Congresso
dell'Internazionale che si terrà in Germania tra il 18 ed il 20
aprile, la mobilitazione contro il G8 che si organizzerà in
Francia nel giugno del 2003 e il Convegno internazionale sui
temi della globalizzazione, promosso dalla Federazione Anarchica
Italiana per l'autunno dello stesso anno, rappresenteranno delle
tappe importanti di questo processo. 

p. il Segretariato dell'Internazionale delle Federazioni Anarchiche

(Massimo Varengo)


  
http://www.ecn.org/uenne/



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