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(it) Social Forum Europeo di Firenze - COMUNICATO DI "VIS-A'-VIS"

From "Meletta" <meletta@aconet.it>
Date Mon, 4 Nov 2002 04:59:50 -0500 (EST)


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"LA QUARTA GUERRA MONDIALE E' COMINCIATA"

LE SOCIALDEMOCRAZIE DELL'"EUROPA SOCIALE" HANNO GIA' PIU' 
VOLTE VOTATO I CREDITI DI GUERRA . E NOI NON POSSIAMO PIU' DAR 
LORO CREDITO !!!


Dalla selva Lacandona, nell'estate del 1997, Marcos seppe anticipare ciò che
l'Enduring Freedom, ben cinque anni dopo, ha definitivamente sancito: il
priapista democratico Clinton non è stato che l'apripista del faccendiere
repubblicano Bush!

Nel nostro piccolo, la mattanza orchestrata dal centro sinistra durante le
giornate di Napoli è stata la prova generale del massacro omicida perpetrato
a Genova dal centro destra: le prime ricadute, sul nostro fronte interno,
della "guerra infinita" contro l'umanità intera, esplicitamente dichiarata
da Monsieur le Capital soltanto dopo le Twin Towers.

Ora, nella bomboniera rinascimentale fiorentina si consumano le laide nozze
tra i "fratelli nemici": tutti insieme appassionatamente a garantire
l'ordine contro l'invasione delle orde barbariche.

Anche qui ci piace rispolverare quel Marcos che non idolatrammo quando fu
strumentalmente mitizzato e che ora giace nell'oblio: "Nel cabaret della
globalizzazione abbiamo lo show dello stato, che si spoglia di tutto fino a
restare coperto dell'indumento minimo indispensabile: la forza repressiva"..
Dal welfare al warfare, dallo "stato sociale" allo "stato penale"!

Oggi, mentre vengono strappati gli ultimi brandelli delle sue presunte virtù
democratiche, lo stato disvela la sua vera essenza costitutiva: l'essere
sostanzialmente "monopolio della violenza organizzata" di un potere che si
riscopre univocamente compatto e solidale in tutte le sue componenti CONTRO
l'intollerabile eresia di chi pretende esprimere l'utopia concreta di una
radicale alterità. E tale univoca ed esplicita propensione all'uso della
violenza, indipendentemente dal suo farsi effettiva pratica repressiva,
determina come sempre una spinta disciplinatrice in grado di interdire il
libero dispiegarsi della dialettica fra le varie componenti del "movimento".

Il governo ha fatto bene il suo sporco lavoro: ha imposto all'"opposizione"
di uscire allo scoperto, corresponsabilizzandola direttamente nella gestione
di quell'ordine pubblico su cui è riuscito ad appiattire l'"evento" di
Firenze, anche grazie al pretesto offertogli dalle solite rodomontate dei
soliti noti specialisti della disobbedienza ridotta a spettacolino. Dal suo
canto, il centro sinistra ha potuto accollarsi questa responsabilità perché
in grado di trovare aree d'interlocuzione dentro al "movimento". In ampi
settori di questo alligna ancora la chimera di un'"Europa dei diritti", in
grado di imbrigliare gli spiriti animali del mercato e controbilanciare
l'espansione imperialistica statunitense. L'esperienza di "Porto Alegre 2"
non è passata invano: l'araba fenice della "terza via" persevera nel suo
sempre più penoso tentativo di risorgere!

D'altronde, il cosiddetto "popolo dei girotondi" ha oggettivamente rimesso
in gioco il centro sinistra, ricostruendone una qualche credibilità come
referente politico-istituzionale "dei movimenti dal basso dei cittadini". L'
Ulivo riprova dunque oggi a giocare il ruolo di cerniera tra la piazza e il
Palazzo, proponendosi alla prima come interlocutore aperto, e offrendo al
secondo ampie garanzie in merito alla condivisione di un fondamentale
obiettivo: l'ordine disciplinare nella comune "azienda paese". Per far ciò,
da un lato, non può che costruire rapporti con una piazza adeguatamente
depotenziata nei propri contenuti, in quanto annacquata dalle battaglie
meramente legalitarie dei "girotondi" e dall'estrema eterogeneità del
cosiddetto movimento no global (nel cui seno - guarda un po'! -, all'
associazionismo cattolico e a certa intellettualità tradizionalista è
riconosciuta più legittimità che ai settori "antagonisti"), e dall'altro
lato, non può che giocare sull'ambiguità derivante dal fatto che l'
assunzione diretta di responsabilità viene condotta dai banchi dell'
opposizione.

Il "partito di lotta e di governo", secondo l'infausta e mistificante
formula autodefinitoria coniata dal Pci negli anni settanta, cede ora il
posto alla "coalizione né di lotta né di governo".

Indubbiamente, alcune ambiguità non sciolte dal "movimento", spesso senza
reale consapevolezza, in altri casi con colpevole strumentalità, hanno
creato le condizioni per il verificarsi di tale situazione. Va bene
contestare l'orrido Berlusconi, come qualsiasi altro governo di destra, ma
in nome di cosa? Quale alternativa rappresentano oggi le sinistre
istituzionali? Quali sono i loro reali margini di manovra, nell'attuale
contesto di un capitale sempre più unico e incontrastato regolatore della
produzione e riproduzione sociale, su scala planetaria? Ci piace su questo
punto citare ancora una volta Marcos: "il grande potere mondiale può
tollerare un governo di sinistra in una qualche parte del mondo, sempre che
[.] questo governo non prenda decisioni che contraddicano le decisioni dei
centri finanziari mondiali. Ma in nessuna maniera tollererà che
un'alternativa di organizzazione economica, politica e sociale si
consolidi". Anche Lula in Brasile è avvertito. Salutiamo la sua vittoria con
soddisfazione, ovviamente. Ma sappiamo che difficilmente potrà salvarsi da
una tragica alternativa: rassegnarsi cioè a vestire i panni di un Blair in
salsa carioca, o fare la fine di Allende (o ancora, in maniera più soft, di
Chavez). Non sarà certo l'appoggio condizionato di una parte della borghesia
brasiliana, favorevole ad una maggiore autonomia del capitale nazionale per
evitare una débacle di tipo argentino, a evitargli la scelta . "tra la peste
e il colera". Tutt'altro! Solo uno scarto in avanti a livello mondiale sul
piano della soggettività, da parte del "movimento che abolisce lo stato
presente delle cose", potrà creare le condizioni per forzare questa
situazione paralizzante.

Dunque, anche da tale punto di vista, un dramma reale si cela dietro la
farsa cabarettistica in cui si è deciso di trasformare l'"evento Firenze",
dopo il "Grande Inciucio" consumatosi nei Palazzi istituzionali, fra il 30 e
il 31 ottobre. Dal Chiapas, da Seattle, da Genova sono venute delle domande
radicali: come costruire un altro mondo? Come consolidare "un'alternativa di
organizzazione economica, politica e sociale"? Ma a tutt'oggi il "movimento"
non è riuscito a dare delle risposte sufficientemente condivise e a
costituire le proprie forme di autorganizzazione, in grado di assicurare la
permanenza di un radicale antagonismo su scala planetaria. Un gap drammatico
che rischia di lacerare tutti coloro che, anche in perfetta buona fede,
cercano di supplire "politicamente" alla mancanza di una reale
autodeterminazione della soggettività di classe. Lo scadimento dell'
appuntamento continentale di Firenze ne è la prova. Un governo dagli
evidenti aneliti repressivi, da una parte, il "moderatismo" della sinistra
istituzionale e non, dall'altra: questa è la tenaglia che sta ormai
schiacciando il Social Forum Europeo. Chi non si rassegna alla velleitaria
quanto imbelle "ragionevolezza" patrocinata dal centrosinistra è un
provocatore che, come tale, sarà colpito da un'inevitabile e in fin dei
conti "meritata" repressione.

Di fronte a questo vero e proprio ricatto riteniamo indispensabile
ribellarsi con estrema determinazione. Nonostante ciò, anzi, proprio per
questo, è necessario più che mai essere presenti a Firenze, nella lucida
consapevolezza che tale situazione non è mero frutto della malafede di
alcuni, sebbene non in pochi ci abbiano messo del loro. No, questa
situazione è figlia delle oggettive difficoltà del presente. E deve essere
ben chiaro che la semplice defezione non può risolvere una contraddizione
reale, perché essa, nonostante la sottrazione di chicchessia, tornerebbe
inevitabilmente a presentarsi: le contraddizioni reali vanno scardinate
dall'interno, facendo leva sulle dinamiche che si generano nel centro stesso
dell'antinomia.

I movimenti imparano dai loro stessi errori, non potrebbe essere altrimenti.
Chiunque ritenga di avere un qualche contributo di idee da condividere, deve
agire dall'interno, facendosi carico delle arretratezze, degli errori e
delle sconfitte del movimento. Da questo punto di vista, come sempre, il
compito pratico e teorico può essere soltanto quello di "abbreviare le
doglie del parto": quel parto che nel prossimo futuro potrà dare forma al
nuovo soggetto collettivo rivoluzionario.

Questo processo non è certo garantito, ma di sicuro le mistificazioni
ammantate di compassionevole "ragionevolezza" non possono che avere
effetti . anticoncezionali. Ed è per questo che denunciamo il falso nemico
rappresentato dal "neoliberismo", inteso come la forma estrema e disumana
dell'attuale sviluppo capitalistico, che potrebbe essere sostituita da una
diversa regolamentazione politica del medesimo modo di produzione, nel
rispetto dei diritti sociali, civili e politici dell'umanità intera. Beata
quanto suicida illusione! Noi continuiamo a sostenere, invece, che non
esiste alcun "capitalismo dal volto umano": esistono soltanto le esigenze
dell'accumulazione più o meno favorevoli, nei diversi tempi e luoghi, ad
istanze meramente redistributive, comunque sempre concretizzabili solo in
forza della conflittualità di classe. Ed oggi quelle esigenze impongono un'
unica e devastante configurazione ad un capitale totale ormai stremato dalle
sue stesse contraddizoni strutturali. Già nell'estate del 1996, dal "Primo
incontro intercontinentale per l'umanità e contro il neoliberismo", fu
stigmatizzata questa inoppugnabile realtà: "Il neoliberismo è una strategia
di organizzazione della produzione e della vita sociale. Costituisce un
momento storico dello sviluppo capitalista, che si presenta come una
risposta integrale alle contraddizioni del processo di accumulazione del
capitale e della lotta di classe. In questa misura, neolberismo e
capitalismo non possono essere disgiunti e una lotta contro il primo implica
necessariamente una lotta contro il secondo, come sistema di sfruttamento e
dominazione sociale. Il neoliberismo è solo l'aspetto attuale del
capitalismo" [Documento finale del Tavolo 2 A, 27/7/1996 Chiapas, votato
all'unanimità].

Il "neoliberismo" è dunque solo uno dei tanti quid pro quo oggi in gran
voga, che intorbidano le acque e permettono di dare credibilità ad un
esangue riformismo. Ma se ne possono citare altri assai in auge, purtroppo,
anche nella "sinistra" che si vorrebbe critica. Ad esempio, la denuncia
della speculazione finanziaria quale sostitutivo della critica del capitale
tout-court. Come se il "parassitario" capitale speculativo fosse una
"specie" a parte rispetto a quella del "sano" capitale produttivo, e non una
delle forme che ogni singolo capitale può assumere (soprattutto, nel caso
specifico, quando la sovraccumulazione generalizzata interdice la
valorizzazione, nell'ambito della produzione industriale). Il tutto,
ovviamente, per giustificare una possibile alleanza con la "parte sana e
produttiva" della classe borghese. O ancora, l'uso del termine "impero" (ché
"concetto" ci riesce difficile definirlo), oramai preferito, da moltitudini
di intellettuali e politici, alla ben più fondata nozione di imperialismo:
solo un patetico escamotage per trovare un interlocutore istituzionale dalle
presunte connotazioni "progressive", rispetto allo screditato stato
nazionale.

E se non ci piacciono le mistificazioni teoriche, ancor meno ci convincono
le ricettine "politiche" in gran voga, come la Tobin Tax e il reddito di
cittadinanza. Si tratta di stratagemmi che, nella loro unilateralità,
pretendono di cambiare il mondo senza passare per il crocevia fondamentale
di questo modo di produzione: lo scontro tra capitale e lavoro. In questo
senso sembrano, a tutta prima, assai ragionevoli, in quanto immediatamente
praticabili; salvo che questa praticabilità si dà solo quando essi vengono
proposti nelle loro versioni più minimalistiche e sostanzialmente
irrilevanti. Quando, cioè, assumono una portata quantitativa talmente
scarsa, da risultare assolutamente compatibili con gli assetti sistemici
attuali. Se ci si spostasse da questi livelli minimali e, soprattutto, se ci
si volesse spingere verso i gradi più estremi, tali misure finirebbero per
minacciare significativamente l'appropriazione del plusvalore da parte del
capitale e la loro effettiva operatività risulterebbe dunque subordinata ad
un livello di conflittualità tale da meritare ben miglior causa (come il
comunismo, per fare un esempio a caso!). Delle due l'una: o Tobin tax e
reddito di cittadinanza sono "ragionevoli" ma irrilevanti, o sono rilevanti
ma "irragionevoli". Si possono tenere insieme le due caratteristiche solo
ignorando la differenza qualitativa tra il livello minimo e quello massimo
di queste rivendicazioni. Misero giochetto mistificatorio, in grado di
sortire un unico effetto: accreditare ancora una volta l'illusione di un
impossibile "capitalismo dal volto umano"!

Non dobbiamo rimanere imbrigliati dentro questi angusti limiti. I buoi sono
già scappati mentre qualcuno sta tentando di chiudere tardivamente la
stalla. Non saremo certo noi a dargli una mano!

Ben prima dell'11 settembre il "vento di Seattle" (diventato "bufera" a
Genova) ha rivelato la fragilità del dominio del capitale totale. Ed ha
anche mostrato come la speranza di una radicale alterità non sia la vaga
chimera inseguita da un pugno di eretici sconfitti dalla storia, ma l'utopia
concreta "racchiusa" in un "movimento" che sta ormai crescendo su scala
planetaria, sebbene non si sia ancora consolidato come soggetto collettivo
rivoluzionario.

I tentativi delle varie pseudo-neosocialdemocrazie di blandirne le
componenti più moderate, così come la rappresentazione riduttiva e
banalizzante operatane dai media erano e restano rischi da mettere in conto.
Rischi che divengono però assai difficili da contrastare, nel momento in cui
si decide di cavalcare la logica del "Grande Evento", con la conseguente
necessità di costruire un arco di interlocuzione quanto mai ampio ed
ecletticamente pluralistico, nonché, magari, di mettere in ombra soggetti e
contenuti "meno presentabili" ("Porto Alegre 2" insegna).

A Firenze dovremo quindi esserci per riappropriarci dal basso di questo
appuntamento, per riempirlo con la nostra rabbia, per portare anche fin
sotto i palchi del Grande Inciucio (certo ben individuabili!) quel vento di
Seattle che Lor Signori e i loro ragionevoli reggicoda vorrebbero
esorcizzare, riducendolo a liturgia spettacolare!

Contro la guerra infinita che incombe sul mondo, dobbiamo
ricercare/costruire momenti di pratica di massa in grado di spezzare le
gabbie ideologiche di pacifismi queruli e impotenti, perché incapaci di
individuare il vero nemico nel presente dominio del capitale totale, che sta
ormai conducendo a rapidi passi l'umanità intera, verso un definitivo
olocausto! Nel contesto del Forum fiorentino, il primo e parziale passo
verso la ricomposizione del proletariato universale potrà essere uno
soltanto: porre le basi per una piattaforma continentale sul salario sociale
europeo (salario diretto, servizi pubblici, pensioni, indennità di
disoccupazione, ecc.) coerentemente estranea ad ogni logica dei due tempi e
irrimediabilmente antagonistica nei confronti della classe capitalistica e
di tutti i ceti politici del vecchio continente. Una piattaforma che non
potrà far leva sulla presunta neutralità di uno stato pronto ad accogliere
le pacate richieste dell'astratto "cittadino", ma che dovrà nutrirsi e
contribuire alla crescita dell'antagonismo di classe verso una propria
dispiegata autonomia in grado, con la sua forza e la sua rigidità, di
costringere il capitale e i suoi rappresentanti politici ad adeguarsi ad una
pratica collettiva immediatamente contraddittoria rispetto ai loro
interessi. Fin dove potrà essere spinto questo processo, senza nulla
concedere ad avventuristici soggettivismi, dipenderà soltanto dalla forza
raggiunta dall'autonoma pratica teorica della soggettività di classe. A
questo scopo, la chiarezza politica sarà un passo doloroso, ma
indispensabile: dovrà finalmente esplodere quella vera e propria
contraddizione di classe che si è delineata all'interno dello stesso Forum
Sociale Europeo tra le componenti anticapitalistiche e quelle pallidamente
riformiste.

E se la lezione di Firenze ci sarà comunque servita a qualcosa, dovremo
allora, per il futuro, cambiare strada. Il prossimo incontro internazionale,
qualsiasi esso sia, sarà meglio tenerlo di nuovo nel fango di una selva del
terzo mondo, o, in alternativa, tra i calcinacci di qualche periferia
urbana. Lasciamo le città d'arte, i palazzi confortevoli e le luci della
ribalta mediatica a chi è in cerca di facile notorietà: se vogliamo mutare
lo scenario politico del movimento, di certo cambiare la coreografia degli
incontri internazionali non basterà, ma, almeno, potrà aiutare!

3 novembre 2002

La Redazione di

"Vis-à-Vis"

<http://web.tiscalinet.it/visavis>




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