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(it) Lotta di Classe No.69 - "INTER NOS" 2002

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Date Fri, 1 Nov 2002 13:16:46 -0500 (EST)


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Lotta di Classe No.69 - Nov. 2002 


"INTER NOS" 2002

Lo sciopero generale indetto lo stesso giorno della CGIL mi
stava un po’ stretto. Ma tant’è, mi sono detta, si era giunti ad
un accordo con le altre organizzazioni sindacali di base per
indirlo su una postazione comune. E precisamente: "contro la
guerra come strumento di risoluzione dei conflitti
internazionali, contro la legge antimmigrazione Bossi-Fini;
contro i tagli alla spesa sociale proposti per la prossima legge
finanziaria; opposizione alla fallimentare politica di
concertazione, lotta al precariato ed al moderno caporalato; per
estensione a tutti i lavoratori delle tutele previste
dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori; per forti aumenti
salariali per tutte le categorie che allineino le retribuzioni a
quelle comunitarie; per la reintroduzione della scala mobile;
per il reddito minimo garantito; per la difesa della scuola
pubblica e della previdenza sociale; del servizio sanitario
nazionale, e dei servizi sociali; per la sicurezza sui posti di
lavoro; per l’estensione e la maggiore tutela dei diritti dei
lavoratori e delle libertà sindacali. "

La CGIL, invece, dal canto suo proclamava lo sciopero generale
con una finalità politica che prevedeva e sperava di: assestare
un brutto colpo al governo Berlusconi, preparare l’ascesa al
potere politico del ‘compagno’ Cofferati, salvaguardare il
privilegio di referente ottenuto nel quinquennio sabbatico
Prodi-D’Alema, salvaguardarsi dalle riforme sulle rappresentanze
sindacali, consolidare il lavoro interinale da cui trarre enormi
proventi (molte agenzie fanno capo o sono della CGIL o della
cosiddetta ‘sinistra’).Nella sostanza mantenere proverbialmente
la botte piena e la moglie ubriaca (o il marito).

Resistere un minuto più del padrone...

Da almeno 10 anni il ruolo del sindacato (precisamente delle
confederazioni) ha perso per strada il significato originario.
Un tempo esso nasceva nei luoghi di lavoro come forma di unione
tra lavoratori per arginare e combattere lo strapotere
padronale: lo scontro, basato sul rapporto di forza, si
concludeva sempre con un vinto e un vincitore. Resistere un
minuto più del padrone... significava spesso ottenere diritti,
benefici e dignità. Il prezzo da pagare in caso di sconfitta
poteva anche essere molto duro: niente paga (spesso la fame) ed
a volte niente più lavoro. Si conquistarono così, però, le 40
ore contro le 60, si affrancarono dalla schiavitù i bambini che
lavoravano 12 ore al giorno anche nelle miniere, si ottennero i
contratti di lavoro, le regole che difendessero anche i
lavoratori e non solo l’arroganza padronale, eccetera: la lista
è lunga. Il sindacato rappresentava la forma organizzativa dei
lavoratori per implementare la propria forza e coesione ed
ottenere miglioramenti per tutti.

...e dei confederali

Oggi il ruolo dei confederali non risponde più a questa
modalità: essi sono una macchina logistica che produce soldi e
servizi. Sono delegati dallo stato (e pagati profumatamente) ad
assistere i lavoratori nelle pratiche burocratiche: dai
pensionamenti alle liquidazioni, a tutta una serie di
prestazioni d'opera che, essendo proceduralmente ed artatamente
complesse, abbisognano di un aiuto ‘qualificato’. Cinquanta
milioni di euro all’anno che lo Stato gira attraverso l’INPS al
patronato INCA. E le provvigioni dell’INPS per il CAF (aumentato
all’inizio di quest’anno da 16.500 lire a 21.000 lire per
ciascuna pratica). E spesso, anche se la legge lo vieta
esplicitamente, il sindacato ‘pretende’ la delega alla sigla,
cioè obbliga il cittadino ad iscriversi. Certo non lo costringe,
ma i moduli per le deleghe da firmare sono provvisti di uno
specifico riquadro. Una firma in più e via col vento. Difficile
dopo far la figura dei cretini affermando che non si è letto
tutto.

Milioni di tessere di adesione al sindacato sono ulteriori fior
di miliardi nelle casse che avrebbero, di fatto e moralmente,
dovuto essere di solidarietà tra lavoratori, intervenire nei
momenti di bisogno, essere gestite assemblearmente dagli
iscritti. Miliardi che, invece, come una comune impresa, servono
a pagare gli stipendi esosi ed i viaggi dei funzionari, quelli
dei dipendenti (non coperti dall’art. 18: i sindacati sono stati
esentati dalla sua applicazione alcuni anni fa e nessuno ne
parla) e quant’altro una comune impresa di servizi attua. A
questi miliardi se ne aggiungono tutti gli altri: quelli delle
agenzie interinali, quelli delle cause di lavoro di cui, in caso
di vincita, hanno sempre preteso la percentuale e il rimborso
delle spese legali. Il sindacato, insomma, non è quell’organismo
per il quale era nato: gli è rimasto il nome. Ma una etichetta
non fa primavera. Su di un contenitore possiamo scriverci
caramelle, ma dentro metterci il veleno. Così i sindacati
confederali sono contenitori con l’antica etichetta che ci fa
venire l’acquolina in bocca, ma all’interno contengono gli
inganni amari di una profonda trasformazione in un apparato
burocratico, pesante e liberista. Ed anche se usano le nostre
stesse parole o i nostri stessi slogan, non hanno più nulla di
umano, di solidale, di classe: non hanno più nulla, in sostanza,
di sindacale. Sono apparati di potere. Lunghi tentacoli dei
partiti e del potere politico: usano gli stessi mezzi, hanno gli
stessi obiettivi. Ed il loro fine ultimo è quello, paro paro,
della società emergente del terzo millennio: il denaro ed il
potere.

Ed è sul potere che è nato lo sciopero generale del 18 ottobre.
Voluto da Cofferati (o la va o la spacca). Però agognato anche
da noi, più attenti al pericolo - reale, imminente, diabolico-
della guerra (del resto lo siamo già per metà con l’applicazione
del codice penale militare di guerra) e alla necessità di
costruire un fronte ampio antinterventista e antimilitarista.
Con le difficoltà che ben tutti sappiamo, ma dinanzi le quali
non è possibile arretrare di mezzo passo.

Antimilitarismo perchè?

Anche il sindacalismo di base questa volta si è schierato per
una proclamazione antibellica, pur se da più parti fondata
esclusivamente sul dettato costituzionale, che ne limita l’uso
solo per difesa. Ma, di fronte all’Enduring Freedom, si presenta
con tutti i suoi limiti. La dichiarazione di guerra americana
infatti contiene in sé implicitamente una avvenuta
aggressione-invasione generalizzata, per cui qualsiasi
intervento militare si situerebbe all’interno di una azione di
difesa e non certo di offesa. All’Italia quindi potrebbe essere
consentito non ripudiare la guerra. Del resto lo abbiamo già
verificato in altre occasioni (Iraq, Somalia, Jugoslavia,
Afghanistan). Anche in questo caso le etichette giocano un
brutto scherzo. La guerra non si chiama più guerra da tempo.
D’Alema insegna: le bombe su Belgrado si soprannominavano
‘azione umanitaria’.

L’aggressione all’Iraq sarà un azione di difesa da qualche
attacco terroristico che o ha da venì oppure gli si attribuirà
la responsabilità di qualcuno già stato. Del resto l’accanimento
contro la produzione di armi non convenzionali, profondamente
giusto in sé, non suona come una irrimediabile ingiustizia ed
ipocrisia morale quando TUTTI, ma proprio tutti, sanno che i
paesi che si ergono contro questa pratica ne sono i principali
produttori e fornitori?

E’ chiaro quindi che una posizione solamente antiinterventista
non è più pragmaticamente accettabile. L’unico modo per superare
tale imbroglio comunicativo, creato ad arte per confondere le
coscienze, è sostenere, divulgare, praticare l’antimiltarismo.
Perché esso non si lega a nessun carrozzone politico o
partitico, prescinde dalle parti ed è legato indissolubilmente
ad un principio. E’ esso stesso un valore fondante della società
alla quale si deve voler necessariamente ed eticamente aspirare.
Perché solo attraverso di esso è possibile ripudiare la guerra.
L’unico modo per rispettare i morti delle guerre è che non ci
siano più guerre, si leggeva in un volantino distribuito più di
vent’anni fa a Redipuglia durante la commemorazione di quella
mattanza che fu la prima guerra mondiale. I compagni furono
denunciati per tale affermazione. Ma la realtà è proprio questa:
l’unico modo perché non ci siano più guerre è che non ci siano
soldati a farla. Altrimenti ci sarà sempre posto per la guerra
giusta. Se D’Alema ed i suoi scagnozzi fossero stati al governo
oggi non avrebbero fatto tante storie per gli alpini in
Afghanistan o per l’Iraq. La guerra è sempre giusta per chi la
dichiara: ieri i cosiddetti comunisti (ex), oggi il polo (anche
se, mi perdonino i compagni per tale affermazione, Berlusconi
appare- dico appare - più accorto e prudente). L’antimilitarismo
non è cosa da poco, poichè attecchisce solo là dove la coscienza
si è fatta morale. E’ un valore che appartiene alla minoranza,
ma è l’unico che può dare una risposta nel tempo, una speranza,
affinché non finiamo tutti dentro una mondiale mattanza. Il
rischio è grosso. Paradossalmente se Bush decidesse di muoversi
da solo contro l’Iraq ciò sarebbe molto più grave (dal punto di
vista delle conseguenze) perché innesterebbe un processo
irreversibile di sfaldamento e contrapposizione tra stati che,
sia pure con lo sputo, cercano una posizione politica
internazionale unitaria e quindi, mediata da profondi
compromessi e soglia di attenzione. La sua scelta individuale
scatenerebbe da parte di tutti la ricerca di altre e nuove
alleanze. Fuori dall’ONU naturalmente, per quanto quest’ultimo
abbia da tempo perduto la sua originaria funzione: non tanto di
deterrente quanto quella, sia pur ingannevole, di poter
simbolicamente rappresentare la volontà di non ricadere in
quelle devastazioni belliche della seconda mondiale che avevano
scioccato le coscienze. Anche quelle degli uomini politici di
allora. Ma essi ora non ci sono più, oppure sono diventati
marginali. E le nuove generazioni non conservano la memoria di
quello che fu, perché la guerra fu rimossa dai padri ed il suo
orrore non venne tramandato credibilmente ai figli.

Le scatole cinesi

L’antimilitarismo è un valore e come tale va divulgato e
praticato. Anche se ciò può comportare difficoltà di
comprensione. Anche se per ora appare un principio di minoranza.

Ma è uno spartiacque etico necessario. Perché altrimenti
finiremo i nostri giorni a correre dietro gli obiettivi di altri
sindacati. Lo sciopero del 18 infatti è stato sbandierato e
definito dai maggiori media come lo sciopero della CGIL. Punto.
E a me rimane la sensazione di aver fatto numero per la CGIL,
poiché se andassimo a richiedere le cifre di adesione nei luoghi
di lavoro sarebbe impossibile risalire a chi ha fatto sciopero e
con chi

Inoltre vorrei non si dimenticasse che, al di là della buona
fede della cosiddetta base, alcuni vertici del sindacalismo di
base sono strettamente legati alla rifondazione comunista,
lavorano con e per essa. E che dietro ad esempio di patti
federativi - di tipo politico e non di obiettivi concreti e
temporanei - si nasconde quel meccanismo antico come il mondo,
di cui la Chiesa fu uno dei principali artefici: includere ogni
movimento in un organismo più grande, per controllare e
governare meglio. Il modello è quello delle scatole cinesi: una
dentro l’altra. L’ultimo contenitore è quello che include tutto.
Ed occulta tutto. Gli altri per uscire devono bussare
all’astuccio che li contiene. Le scatole cinesi sono il
principio della gerarchia e del dominio. E’ un modello verticale
e verticista. Un clone della struttura sociale esistente, in cui
i livelli decisionali si perdono in questi infiniti passaggi e
l’unica cosa certa è che la base non può autogovernarsi, non può
decidere autonomamente.

Ed è precisamente quello che, nel piccolo ed in parte, è
accaduto il 18 di ottobre. Anche se le manifestazioni erano
separate, anche se la rivendicazione era diversa, anzi per molti
versi contrapposta alla Terza confederale. Perché si sono elusi
i confini della diversità rendendoli così mobili da miscellare
tutto. E la sensazione è quella di essermi lasciata trascinare
in questo magma ed aver perduto quella differenza positiva,
quell’elettrone che può potenzialmente scatenare, nella sua
infinita piccolezza, una radicale trasformazione. Uno sciopero
che a me ha lasciato in parte la bocca amara, anche se, mi piace
pensarlo, proprio quel giorno è stata quantomeno ritardata
l’azione bellica italiana.

Le vere piazze della contestazione

Ma anche la piazza ed i cortei lasciano il tempo che trovano
poiché essi sono, per eccellenza, i luoghi della militanza, in
cui il dialogo con la gente è frettoloso e semplificato dal
tempo e dagli slogan. Mentre sono i luoghi di lavoro le vere
piazze in cui c’è il confronto delle più terribili
contraddizioni. Dove molto spesso la solidarietà e la
consapevolezza di classe si sciolgono come neve al sole. E’ lì -
e solo lì - in quel quotidiano , a volte grigio come il piombo,
che va riproposto un modello nuovo ma antico come il mondo, con
piccoli gesti in sincronia con l’etica di cui ci sentiamo
portatori con il quale - forse - contaminare coscienze spente
dai modelli competitivi di questo nuovo liberismo che: ‘quando
cade un uomo si rialzano i mercati’.

Non ho paura di sentirmi sola. Ne ho molta di più quando le mie
azioni possono essere usate strumentalmente per un fine che io
non condivido. Quando, dietro apparenti unioni, possono celarsi
occulti giochi di potere che a me non interessano.

Sappiamo che un sindacato "vero" ha bisogno di forza e di
numeri. Ma sappiamo anche che questi numeri e questa forza non
si costruiscono con gli inganni. Alla fin fine la CGIL
distribuiva volantini nei luoghi di lavoro adatti per tutte le
stagioni: lo sciopero era valido per ogni contratto, per
qualsiasi questione aziendale sospesa. Per tutto il non risolto:
l’importante era l’adesione. Di chiunque e per qualunque cosa.
Poco importa che la convocazione dello sciopero fosse stata
fatta per altri e ben determinati argomenti.

Ciò non è corretto. Si deve onestamente chiamare a raccolta
sulle questioni realmente presentate alla controparte, non su
quelle - inesistenti - che, a seconda dei sondaggi, sembrano
poter persuadere di più, all’ultimo momento, i lavoratori.
Questa è una pratica disgustosa che porta, poi, al
consequenziale disgusto per la lotta e per lo sciopero. Perché
anche il più tonto dei tonti è capace di annusare il raggiro e
la prossima volta non ricaderci. Tra i tanti motivi
dell’indifferenza alle lotte sindacali che si è andata
amplificando in questi anni, l’abbindolamento ha avuto la sua
parte. Assieme alla tattica delle finte lotte con le giunte di
sinistra: accordi già presi a tavolino per far credere fossero
il risultato delle lotte. I ‘finti scontri’ e le ‘finte lotte’
non sono state una invenzione delle tute bianche bensì nacquero
in seno alla CGIL, dalle vendute teste dei suoi dirigenti.

Non facciamoci abbindolare ancora.

In fondo nelle 120 piazze del 18 ottobre è scesa in campo tutta
la nomenclatura del quinquennio guerrafondaio, non da
spettatrice ma riprendendosi i palchi del potere e dei comizi: a
Torino con Epifani e Bertinotti, a Milano con Cofferati e Di
Pietro, a Roma con Salvi e Pecoraro e a Napoli D'Alema!

La differenza

Non facciamoci ingannare ancora. L’unità dei lavoratori, da
tutti agognata, non può passare per la cruna dell’ago. Vi sono e
vi debbono essere dei paletti, una rete morale di principi e
valori dai quali non ci si deve discostare. Nel secondo
dopoguerra l’USI, per non rompere l’unità dei lavoratori, si
sciolse all’interno della confederazione unica, che durò ben
poco. Venne privilegiata l’unità alla rete valoriale. Venne
privilegiato il fine al mezzo, scegliendo una struttura
organizzativa che non adottava pratiche assembleari nè
autogestite. Il potere si collocava ai vertici e la base era
considerata carne da manovra, da dirigere, orientare e rendere
obbediente. Eppure gli anni di grandezza dell’USI, prima dello
scioglimento del ’22, furono determinati proprio dalla
discriminante - vincente - data dall’autonomia decisionale dei
lavoratori, che non avevano capi interni ai quali rendere conto,
ma il processo decisionale era tutto in mano loro ed alle loro
assemblee.

Ci vollero 30 anni perchè l’USI riprendesse vita, talchè molti
compagni preferirono rimanere sotto le grandi ali protettive, ma
autoritarie, della CGIL.

Solo eccezionalmente vi possono essere momenti di incontro,
(fatti con ancor più chiarezza) brevi come battiti di ciglia, e
solo ed esclusivamente su progetti e finalità emergenziali,
vitali ed occasionali. Perchè il nostro progetto di
trasformazione sociale è lontano anni luce dalla CGIL ed da
quello degli altri sindacalismi di base, che organizzativamente,
sembrano cloni della confederazione stessa. Basta leggere i loro
statuti e capire che non sono nemmeno capaci di trasformare la
loro organizzazione in qualche cosa di diverso e
autogestionario.

Del resto il sospetto che vi siano in atto manovre di
accorpamento per essere tutti riconsegnati alla grande madre di
sinistra (CGIL, rifondazione o ds che sia) non mi riesce di
scacciarlo dal cervello. La frammentazione logistica della
disfatta del comunismo, sia come ideologia che come modello di
riferimento (quello dell’Unione sovietica) ha portato, come in
un grande Titanic, a cercare vie di fuga alla ricerca del
perduto. Chi se n’é andato da una parte chi dall’altra. Chi
percorre la strada del riformismo più bieco (che tradotto
significa neoliberismo) chi cerca attraverso nuove sigle
sindacali di riesumare l’antico credo. Ma dietro a queste fughe
pare sempre di sentir alitare i vecchi commissari politici che,
come un ‘ombra seguono, controllano e reindirizzano secondo i
vecchi schemi del partito comunista, che non è mai stato un
luogo di libertà, anche le coscienze più libere ed in buona
fede.

Fantasie? Forse.

Donatori di sangue?

Ma noi sappiamo bene che i nuovi teorici del marxismo cercano di
smussare i risultati della loro ‘rivoluzione sovietica’
(controrivoluzione per la sottoscritta), affermando che essa non
fu tale e che il vero pensiero marxista è stato male
interpretato. Così si rivaluta Rosa Luxembourg (del cui
assassinio Stalin non pianse) presentandola come libertaria o
quasi anarchica, anche se, di fatto, era semplicemente una
comunista autentica, stimabilissima, ma con tutti i limiti
autoritari che accompagnano questa ideologia.

Mentre sicuramente non è nell’interesse di nessuno rivalutare
l’eccezionale figura di Camillo Berneri, anarcosindacalista,
autorevole e profonda voce di ‘Guerra di classe’ (la nostra,
ora, Lotta di Classe) che, solitariamente, denunciava le
efferatezze della dittatura stalinista ed analizzava altrettanto
criticamente il sorgere di quell’evento diabolico che fu il
nazismo, cogliendone quelle sfumature profonde che gli
derivavano da un consenso delirante. Camillo venne ucciso, per
farlo tacere, con una spietata esecuzione, insieme al compagno
di lotta Francesco Barbieri, il 5 maggio 1937, dagli agenti
della ceka, un commando composto da comunisti italiani e
spagnoli. Una delle figure esemplari dell' antifascismo
spagnolo, Gorkin, ha fatto i nomi dei responsabili diretti di
questo duplice omicidio: Togliatti, Longo, Vidali.

Allora, alla luce di questa esposizione presente e storica,
cerchiamo di evitare di fare i donatori di sangue per la
controrivoluzione di altri. Scriveva Camillo Berneri ... ed io
condivido:’confesserò che se dovessi esser certo che alla caduta
del fascismo subentrasse la dittatura del partito comunista o
una repubblica alla Caballero non solo non sarei disposto
all’azione per l’abbattimento del regime fascista, ma farei fin
da oggi tutto il possibile per combattere e i comunisti e gli
uomini dell’antifascismo ‘serio’ e ‘concreto’.

Il vero mondo nuovo.

A noi non manca il progetto. Sappiamo con precisione quello che
vogliamo.

E se, ancora, non lo vediamo correre ed allargarsi nella
coscienza generalizzata, non bisogna disperare. Il momento è
difficile. L’onda oscurantista non ha raggiunto ancora la sua
piena. Quando rifluirà potremo coltivare a modo nostro la terra
libera dalle acque devastanti di una cultura ibrida, in odore di
fascismo, concimata anche dalle diaboliche scelte di una
sinistra che la storia da un secolo ha dimostrato che non sa
produrre altro che autoritarismo, dittature e tradimenti.

C’è un vento, nuovo ed antico insieme, che proviene dal Chiapas,
dai resoconti dei compagni dell’USI Sanità che danno vita al
Progetto Flores Magon: lì la rivoluzione è iniziata. E nel
mentre si va a portare qualcosa che lì non c’è,
contemporaneamente si trasporta nei nostri luoghi occidentali la
narrazione di un modello di convivenza e di autogestione che, di
voce in voce e di fatto in fatto, si propaga senza clamore ma
attecchisce inesorabilmente. Una società libera, liberata e
libertaria. In lotta ancora, ma che si costruisce da sé, con le
proprie forze. Si autogestisce con una naturalezza
impressionante. E fa comprendere che la trasformazione è
possibile, anche nel nostro malato mondo occidentale. Ed è
l’unico vero mondo nuovo che si affaccia. Il vero mondo
possibile: senza capi, senza padroni. Senza alcun Impero, buono
o cattivo a seconda del colore di cui si veste.

 
Mariella Caressa



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