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(it) Sul black bloc. Genova, luglio 2001

From <zanzara@free.fr>
Date Wed, 22 May 2002 10:49:22 -0400 (EDT)


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      A - I N F O S  N E W S  S E R V I C E
            http://www.ainfos.ca/
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Sul black bloc. Genova, luglio 2001


Introduzione

I fatti di Genova del luglio 2001 sembrano aver segnato una specie di spartiacque nella lunga serie dei contro summit "anti-globalizzazione". Il riferimento prima era Seattle, fine novembre 1999. Ma a Genova c'è stata ancora più gente nelle strade, più danni materiali in città, più scontri tra polizia e manifestanti, più feriti, più repressione, un manifestante ucciso da colpi di pistola..
Attraverso i media istituzionali, "pubblici" o "privati", ma anche all'interno di giornali "di sinistra" (come Charlie hebdo o Le Monde Diplomatique) sono state riportate tonnellate di menzogne e assurdità in relazione a quello che è successo a Genova. E' l'abitudine, per gli uni come gli altri, quando si ritrovano "scavalcati dagli avvenimenti". E a farne le spese sono stati in primo luogo i/le rivoltosi/e raggruppati/e in particolare all'interno dei black blocs. Su di loro si è scritto di tutto, ma mai, o quasi mai, sono state prese in considerazione le parole delle persone attive in questi gruppi. O sarebbe stata data ai nemici del sistema la possibilità di esprimersi in piazza? Sarebbero state date loro le armi in mano (e i media tra queste) per rivoluzionare il mondo? O cos'altro? 

Dal momento che quello che è stato detto sui black bloc si riduce per la maggior parte a pettegolezzi e note di colore, e proprio perché non è stato possibile leggere o sentire quasi nulla di quello che le persone attive in questi gruppi avevano da dire, ho scelto in questa brochure di proporre i loro testi. A ben cercare infatti numerosi/e di loro hanno molto da dire, da rivendicare e sostenere. L'anonimato che si impongono non significa che non abbiano nulla da dire.

Il primo testo permette di tornare a immergerci nel contesto genovese dei giorni del G8. Una situazione di guerra, di stato d'assedio.

Solo due sono i testi collettivi che ho potuto trovare di black blocs attivi a Genova. Questi testi non sono rappresentativi dell'insieme degli individui che ne fanno parte ma offrono alcuni spunti sulle idee che all'interno di questi gruppi vengono sviluppate e sul modo di vedere le cose di una parte dei loro membri.

Benché uno dei due testi affronti esplicitamente la questione della partecipazione femminile nei black blocs, il tema della presenza femminile in contesti di insurrezione viene generalmente ignorato. Mi sembra per questo importante e significativo proporre il testo di Mary Black, una attivista dei black blocs nordamericani. 

Il testo "Genova : lotta di classe o mercato del militantismo ?" si vuole apertamente critico del movimento "anti-globalizzazione" nel suo insieme, e (ri)propone, tra le altre, la questione dell'utilità, del ruolo e della pertinenza politica dei contro summit.

Per finire: numerosi altri testi sono stati scritti in seguito ai fatti di Genova, e si tratta in particolare di racconti, a volte molto istruttivi, dall'interno delle manifestazioni e delle sommosse. Per questioni di spazio (e anche perché la maggior parte di questi testi sono già stati pubblicati) alcuni riferimenti bibliografici a queste pubblicazioni sono riportati in fondo alla brochure. 

Se i testi pubblicati in questa brochure portano delle questioni, propongono anche delle risposte, o almeno degli elementi di risposta, a volte contraddittori, spesso tra essi complementari. Ci permettono in particolare di togliere i tabù che avvolgono la questione della violenza, e di farla uscire dall'eterna spirale dei luoghi comuni in cui, ancora una volta, ci siamo ritrovati/e immersi/e. Teniamo sempre a mente che nonostante i loro discorsi "democratici" e moralisti, quanti hanno il potere non sono mai contrari alla violenza. Se lo sono è verso quella utilizzata dagli altri, e contro di loro. La loro prima preoccupazione è di conservare il monopolio della violenza, non di sradicarla. Non ci sono mai state tante armi nel mondo come ai nostri giorni. E queste armi non sono certo in mani sconosciute. Nelle mani dello stato la forza si chiama diritto; nelle mani degli individui si chiama crimine.

Questi testi ci permettono anche di evitare la spettacolarizzazione dell'insurrezione, di costatare quanto il vissuto dell'insurrezione possa essere lontano dalla sua rappresentazione. Leggere i testi di quanti hanno direttamente preso parte alle azioni dei black blocs è il modo migliore di evitare il meccanismo di mistificazione che li circonda.
Detto questo, tengo a precisare che non si tratta qui di "giustificare" le sommosse di Genova. La parola viene qui data alle persone attive nei black blocs perché esse possano smentire, in modo formale o implicito, quanto su di loro è stato detto. In questi tempi d'inerzia e di sottomissione, l'insurrezione porta in sé un valore sociale importante, espressivo ed entusiasmante… L'insurrezione dà corpo alla voglia o al desiderio di mettere fine a condizioni di vita alienanti, e rende evidente (anche per chi non vuole riconoscerlo) il fatto che l'ordine stabilito e le sue dirette espressioni di forza (polizia ed esercito) sono degli ostacoli all'emancipazione sociale. Una rivoluzione non si fa da sola (e anche se numerosi degli atti di insurrezione non possono essere da soli sufficienti e devono essere accompagnati da una messa in discussione costante del nostro quotidiano): riflettiamo, agiamo.

Buona lettura,

Zanzara athée, novembre 2001



N.B. La resa al femminile o meno di questi testi dipende dai loro autori/autrici o da chi li ha tradotti. 


[Tradotto dal francese da C.Z.]


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Blindati, frontiere chiuse, esercito nelle strade... Questa è la Democrazia!

Stazioni ferroviarie chiuse, traffico marittimo deviato nelle città vicine, aeroporto militarizzato, autostrade a singhiozzo, barboni e immigrati cacciati dal centro, poliziotti e soldati in ogni angolo...
No, non è l'incipit di un romanzo di guerra, non è la prima scena di uno di quei film sulle catastrofi di moda qualche anno fa e non sono neppure le parole di un anziano che rievoca i difficili anni '40. Siamo nella Liguria delle vacanze al mare, ad un passo dagli ombrelloni.
Siamo a Genova ed è il luglio del 2001.
Siamo in piena democrazia!
Poliziotti e soldati pattugliano le strade, effettuano controlli capillari, perquisizioni nelle case e nelle auto, infliggono fogli di via agli indesiderabili, mentre i cecchini prendono posizione sui tetti e quelli dell'Intelligence fanno il giro degli alberghetti.
No, non siamo in un poliziesco all'americana, anche se è per l'arrivo di 8 gangster internazionali che sono state approntate le "ordinarie" misure di sicurezza adottate in questi casi.
Siamo in Italia ed è il luglio del 2001.
Siamo in piena democrazia!
Frontiere bloccate, persone respinte ai confini, carceri svuotate e magistrati pronti per gli straordinari.
No, non è avvenuto un golpe militare, non siamo in un regime totalitario o in un film distopico su un futuro da incubo.
Siamo in Europa ed è il luglio del 2001.
Siamo in piena democrazia!
Qualcuno pretende di democratizzare la globalizzazione, di democratizzare i vari FMI, BM, WTO, G8, ma non si accorge che sono già pienamente democratici? Quella che vediamo all'opera in questo fine luglio a Genova è la democrazia reale, non quella da fumetto cui si appellano le anime belle della sinistra dai buoni sentimenti. La democrazia, raffinato sistema di ricambio delle élite, chiama pluralismo solo le voci in sintonia con lo status quo, ma sempre reprime senza tanti complimenti chi canta fuori dal coro.
La democrazia svolge oggi come sempre il proprio compito: garantire la libertà... di circolazione dei capitali, di sfruttamento bestiale del lavoro, di distruzione dell'ambiente, di salvaguardia dei potenti e dei loro vertici.
Le "libertà" democratiche sono come l'ora d'aria nelle galere: una pausa blindata in un mare di sbarre, le sbarre che quotidianamente separano la gran parte di noi dai chi, con il bastone e con la carota, difende i propri privilegi, la propria facoltà di decidere per tutti un futuro sempre più buio.
Chi parla di "snaturamento" della democrazia, chi si appella alle costituzioni ed ai codici non vede che queste costituzioni e questi codici sono quelli che garantiscono una nave di lusso per Bush e soci mentre, lungo le nostre coste, sui mari della nostra bell'Italia, sulle spiagge gremite di bagnanti si affacciano carrette piene di disperati, senza diritti, senza carte, senza libertà.
In ogni angolo del pianeta sin dall'instaurarsi dei regimi democratici galere, repressione, manganelli e fucilate sono state la risposta democratica alle richieste di giustizia sociale, di equo accesso alle risorse, di piena facoltà di espressione e crescita individuale.
Chi parla di democrazia "tradita" non vede che le tante carte dei diritti non sono che belle parole da sbandierare durante le cerimonie ufficiali ma diventano carta straccia quando le piazze e le strade si riempiono di gente convinta che la libertà non sia solo un'espressione rituale, ma principio di un'organizzazione sociale più giusta per tutti e per ciascuno, humus fecondo un cui attecchiscono le radici di un mondo nuovo. Il mondo che vogliamo e per il quale scendiamo in piazza non trae la propria legittimità dai codici e dai trattati ma si radica nella capacità di autogestione ed autogoverno. Senza barriere, senza frontiere, senza stati.
Un mondo da abitare solidalmente, non un territorio da controllare, depredare, asservire agli interessi di pochi. Un'utopia ben più concreta di quella che pretende di coniugare libertà e democrazia.

Eleonora

Da "Umanità Nova"  numero 27 del 22 luglio 2001 (Anno 81)
http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2001/un27/art1743.html


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Dichiarazione di attivisti del Black Bloc

Parliamo a nome di una parte del black bloc. Noi non vogliamo sottometterci inermi alle politiche dei potenti. Siamo venuti per entrare in modo militante all'interno della zona rossa e fermare la riunione del G8.
Ieri la polizia ha agito in modo brutale contro i manifestanti. Dei manifestanti sono stati picchiati, attaccati con gas lacrimogeni e proiettili, imprigionati e torturati. La brutalità della polizia ha raggiunto il suo apice l'assassinio di un manifestante.
Nell'opinione pubblica il black bloc è stato reso responsabile di tutta questa violenza.
Giorno dopo giorno, l'ordine del mondo capitalista produce diversi tipi di violenza. Povertà, fame, espulsioni, esclusione, la morte di milioni di persone e la distruzione di spazi viventi fanno parte della sua politica.
E' esattamente questo che noi rifiutiamo.
Rompere le vetrine di banche e di multinazionali è un'azione simbolica. Tuttavia non condividiamo la distruzione e il saccheggio di piccoli negozi e di piccole automobili. Non fa parte delle nostre pratiche.
Allo stesso tempo, non ci lasceremo dividere. Dividere la resistenza è un modo abituale di indebolirla. Noi apprezziamo e contiamo su delle critiche solidali.
Siamo adirati e tristi per la morte di Carlo Giuliani. Trasformiamo il nostro dolore e la nostra rabbia in resistenza.
Voi piangete se delle vetrine tremano, ma state in silenzio quando la gente muore.
La storia non si ferma mai. Viva la revolucion!

Genova, 21 luglio 2001,

Alcuni partecipanti al Black Bloc


[Tradotto dall'inglese da C.Z.]
testo originale in http://www.samizdat.net

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Comunicato di un gruppo di affinità attivo in un black bloc durante la giornata di azioni e di manifestazione del 20 e del 21 luglio 2001 a Genova

Perché eravamo a Genova ?

- Per mettere in pratica massicciamente la nostra contestazione di un mondo che rifiutiamo nella sua totalità (il mondo di tutte le dominazioni, di tutte le oppressioni, di tutti gli sfruttamenti).

Cosa abbiamo fatto a Genova ?

- Abbiamo attaccato quello che fa parte integrante del buon funzionamento delle dominazioni statali, capitaliste e patriarcali : banche, agenzie immobiliari, concessionarie di automobili, distributori di benzina, agenzie di viaggio, cartelli pubblicitari (specialmente, però non solo, quelli che usano il corpo delle donne come vettore di mercandizzazione ), etc.

- Abbiamo qua e là impedito alla polizia di avere il sopravvento sui/sulle manifestanti, in modo che le strade siano nostre, che siano quelle della sovversione, il più a lungo possibile durante questi giorni.

Cosa vogliamo ?

- Pensiamo che una società in cui ognuno/a abbia il potere di dirigere la propria vita come lo intende (o comunque, una società che lo permetta, una società senza gerarchie, una società che sia vettore di emancipazione collettiva e individuale) non è pensabile senza la distruzione completa delle oppressioni che sono alla base delle società patriarcali e capitaliste occidentali. Siamo consapevoli che rompere vetrine, bruciare banche, anche per milioni di euro di danni, non rivoluzionerà il mondo pero pensiamo che sia un mezzo concreto di destabilizzazione dei poteri, e speriamo anche che possa essere la dimostrazione di una rabbia che deve generalizzarsi se vogliamo un giorno vivere pienamente le nostre idee.

- Non cerchiamo di trovare un posto nelle discussioni tra i padroni del mondo. Vogliamo che non ci siano più padroni del mondo. Non riconosciamo nessuna legittimità ai protagonisti del G8, neanche a quelli dell'Unione Europea, dell'OMC, del FMI, della Banca Mondiale, etc. I capi di Stato o i padroni di multinazionali sono quelli che ci spossessano del nostro potere sulle nostre vite. Non è con loro che dobbiamo discutere delle nostre voglie e dei nostri desideri perché rappresentano un ostacolo a questi.

- Non vogliamo un miglioramento del sistema politico, sociale e economico attuale. Vogliamo che sia sostituito da un o più sistemi di vita collettiva, autogestiti, in cui la parola di ognuno/a è ascoltata, in cui il mutuo soccorso è lo scopo (e non la concorrenza). Secondo noi, le proposte di riforme del sistema capitalista mondiale sono solo ingenue illusioni che permettono a questi di permanere grazie a apparenze di "democrazia". Concretamente, le riforme proposte da alcuni gruppi politici e/o associativi (tassa Tobin, reddito garantito, etc.) non cambiano nulla nei rapporti sociali attuali e fanno solo crescere la sottomissione massiccia delle popolazioni ai poteri politici.

Quello che i nostri detrattori hanno tutto l'inetresse di fare credere :

- Che siamo dei/delle irresponsabili pieni/e d'odio venuti/e senza alcun altro obiettivo che "spaccare tutto". Che siamo giovani uomini in mancanza di emozioni forti, di scarica di adrenalina, etc.

Potremmo accontentarci di rispondere che c'erano tantissime donne nei black blocs, ma questo non è proprio il punto : nel vertice del G8, non c'erano molte donne e nessuna sembrava lamentarsene. Il punto di tali critiche  e di sottintendere che oltre alla distruzione materiale non abbiamo nient'altro da proporre. Pero, come gruppo di azione in un black bloc, abbiamo espresso molte idee con bombolette di pittura sui muri della città, e ne abbiamo letto tantissime altre scritte da altre/i : anarchia, autonomia operaia, lotta di classe, autogestione, rifiuto del capitalismo, delle banche, delle frontiere e degli Stati, del patriarcato, del sessismo, della mercandizzazione delle donne, dell'omofobia e della lesbofobia, per la liberazione animale, gli squats, la liberazione della Palestina, l'azione diretta, slogans "straight edge" (rifiuto dell'alcol, del tabacco e di tutte le altre droghe), etc.

Durante questi giorni di sommossa, nel nostro gruppo di affinità, abbiamo deciso di funzionare in un modo ugualitario. I media, e anche le grandi organizzazioni pacifiste, ci dicono "casseurs con metodi mascolini o militari". Curiosamente, nel nostro gruppo di affinità c'erano più donne che uomini, e non possiamo dire chi di noi avrebbe potuto fare da Generale... Anche se molte delle decisioni sono state prese velocemente, abbiamo cercato di ascoltare la voce di tutte/i, specialmente di quelle e quelli che si sentivano meno rassicurate/i. Per quanto riguarda il discorso pseudofemminista che cerca di convincerci che la "casse" è una faccenda da uomini, cosa significa ? Che il modo nonviolento di usare il proprio corpo è molto più coerente per delle/degli antisessisti ? Essere passiva e vittima, dolce e moderata, sono degli stereotipi femminili contro cui  molte donne lottano da molto tempo. Come oppresse/i, il nostro modo di lottare non è di affogarci ancora di più nella miseria e di accettare un discorso miserabilista che commuoverà magari l'opinione pubblica per una settimana.

Abbiamo motivi politici precisi di praticare la distruzione dei beni materiali, pero non nascondiamo anche che rompere direttamente gli ostacoli quotidiani al nostro benessere provoca un sentimento di godimento. Non aspettiamo il Grande Giorno della Rivoluzione ; vogliamo superare i piaceri regolati e le paure che ci impone questo vecchio mondo. Ed è perché viviamo in un mondo monotono e spaventoso, fatto di doveri, di "diritti", di supermercati e di sbirri, che distruggerlo deve essere un godimento. La distruzione dei beni materiali e la dimostrazione in atti che ci sono dei problemi politici e sociali. Comunque, la "casse" è per noi una tattica pensata e adatta alla situazione, va molto al di là dello "sfogo per violenti" . Gli oggetti, vetrine, insegne rotte non sono scelte a caso. Sono mirati in funzione de l'impatto che hanno sulla nostra vita quotidiana. Li distruggiamo perché sono degli elementi importanti delle nostre società "spectaculaire marchande", perché rappresentano la nostra distruzione.

- Che siamo state/i manipolate/i dalle forze politiche "sopra" di noi, specialmente dalla polizia. Che siamo state/i infiltrate/i dalla polizia.

Quello che abbiamo fatto a Genova, avevamo previsto di farlo. E ovviamente, come previsto, la polizia non ci ha aiutate/i. Appena poteva, la polizia attaccava violentemente i black blocs. Grazie a reazioni tattiche, strategiche, siamo riuscite/i a evitare di farci massacrare (solidarietà di gruppo, tirare oggetti sulla polizia, barricate, mobilita e movimenti di folla, etc.). Non neghiamo che dei poliziotti possano esserci "travestiti" per infiltrarsi in alcuni black blocs. Sembrerebbe logico che ci siano stati poliziotti infiltrati in tutti i cortei. Alcuni, ad esempio, fingevano di essere giornalisti o infermieri. E un metodo di controllo molto conosciuto per identificare e studiare le/i manifestanti e le loro azioni. Per questo, il nostro scopo e ovviamente di individuarli e di farli fuori.

A Genova, avevamo previsto di attaccare edifici rappresentanti di diverse forme del potere. L'abbiamo fatto prima che qualsiasi provocazione della polizia occorresse. Ce ne assumiamo completamente la responsabilità e ci teniamo a dire che la polizia ha ovviamente partecipato direttamente alle violenze di questi due giorni, e l'ha fatto attaccando le/i manifestanti, dappertutto. La violenza poliziesca si è espressa massicciamente su qualche chilometro a Genova, allo stesso modo in cui lo fa ogni giorno ovunque. Non bisogna manifestare contro il G8 perché succeda.

- Che i black blocs, "una minoranza di manifestanti", hanno rovinato la festa.

Lo scopo delle/dei manifestanti era, per quasi tutti, di entrare nella zona rossa, di disturbare il vertice del G8. Al modo nostro, abbiamo disturbato il vertice del G8. A Genova, i padroni del mondo volevano stare tranquilli. Venti mila poliziotti dovevano assicurargli la pace sociale. Non ha funzionato per niente perché tutti questi sbirri non hanno potuto trattenersi dall'uccidere una persona, dal ferirne più di sei cento, dall'arrestarne e dal torturane centinaia… Demonizzare i black blocs è molto utile per alcuni partiti e organizzazioni politiche, che di conseguenza sono gli unici detentori della legittimità di manifestare. Pero la divisione manicheista dei/delle manifestanti tra "brave/i pacifisti" e "cattive/i casseurSEs" serve solo a entrare nelle logica del potere, che tuttavia non si è fatto problemi quando si è trattato di reprimere il più brutalmente possibile. Questa divisione è tanto più incoerente tanto più giunge da persone dette di sinistra, che appoggiano certe lotte armate come quella in Chiapas. E perché noi occidentali soffriamo meno del capitalismo di altre/i e perché certe donne sono meno manifestamente oppresse, che il nostro tentativo di intaccare il sistema è meno legittimo ?

Dall'altra parte, ci teniamo a ricordare che migliaia di manifestanti hanno partecipato alla distruzione dei beni materiali e ad affrontarsi con la polizia, sia in modo premeditato sia spontaneo. Non si tratta di una "minoranza" di persone, come gli altri cortei non erano "minoranze", ogni gruppo avendo il suo modo di agire.

Infine, Bush ha rimproverato alle/ai manifestanti di voler rappresentare le/i povere/i. Per quanto riguarda noi, stia tranquillo, rappresentiamo solo noi. Pero è già tantissimo, e più saremo numerose/i a parlare e ad agire contro questo vecchio mondo, più Bush avrà motivi di tremare nella sua casa bianca... La rivolta contro questo mondo non è minoritaria, e ancora meno aneddotica, si esprime ovunque nel mondo, nelle scuole, le città, le strade, etc.

(scritto inizio agosto 2001)


[Tradotto dal francese da Séverine, Karen e Caroline]


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Lettera da una attivista del Black Bloc

Sto correndo più che posso, veloce quanto i miei polmoni asmatici mi concedono, in mezzo a quella che non può che essere definita una folla. L'amico con cui sono venuta e io ci teniamo per mano per non perderci, ma lo sto rallentando un po'. E' decisamente più in forma e se non fosse per me
probabilmente sarebbe già fuori dalla portata dei lacrimogeni.

Un manipolo di poliziotti antisommossa si avvicina sempre più, e lascio la mano del mio amico, così che almeno uno dei due possa fuggire. Lui schizza in una strada laterale. Sono piccola e sono da sola, quindi non attiro troppo l'attenzione dei poliziotti. Alzo le mani per far capire che mi sto arrendendo, e con tutti gli altri -- normali contestatori e tute nere -- mi lascio spingere dai poliziotti verso una strada bloccata.

Probabilmente non c'è via d'uscita da questa strada; è una trappola, ma la nebbia dei lacrimogeni è troppo spessa per me. Tento maldestramente di indossare la maschera antigas, ma nel frattempo procedo nella direzione verso cui ci stanno spingendo. Mi accorgo che alcune persone intorno a me vengono strattonate fuori dalla folla e gettate a terra. Alcuni stanno tentando di strapparli alle mani dei poliziotti. Uno dei fermati riesce a divincolarsi e a fuggire, ma l'amico con cui sono arrivata viene bloccato. Nell'ultima immagine che ho di lui, è schiacciato a terra con la faccia sull'asfalto da due grossi poliziotti in borghese. Come la gran parte della gente intorno a me, continuo a correre.

Retrocediamo, ma solo dello stretto necessario. E in pochi minuti riusciremo a ricostituire un gruppo per ricominciare ad avanzare, tornando verso l'area che la polizia è riuscita a rendere off-limits per tutti tranne che per un piccolo gruppo di persone, decisamente robuste, agguerrite, in gran parte bianchi e maschi.

Probabilmente uso un verbo come "avanzare", con il suo tono militaresco, perché faccio parte di un gruppo che non può che apparire quantomeno paramilitare. I nostri vestiti sono uniformi intenzionalmente minacciose: bandana neri, pantaloni neri militari strappati, felpe con cappuccio nere (a volte con qualche bandiera rossa e nera o qualche slogan) e anfibi neri (con l'eccezione dei vegani che indossano scarpe nere alte e logore). 

Faccio parte di un diversificato gruppo internazionale di affinità tra individui conosciuto come Black Bloc. Non abbiamo una organizzazione di base, e non è necessario firmare nulla o partecipare a qualche riunione o raduno per farne parte. Partecipiamo a qualsiasi tipo di manifestazione, dalle iniziative per la liberazione di Mumia Abu-Jamal alle proteste contro le sanzioni all'Iraq, e siamo presenti a quasi tutte le riunioni delle organizzazioni economiche e politiche, dal WTO ai G8. Nonostante la maggioranza degli anarchici non indosserebbero mai bandana neri e non attaccherebbero le vetrine dei McDonalds, siamo quasi tutti anarchici. 

Tra quanti conosco, la gran parte delle persone che hanno aderito alle tattiche del Black Bloc portano avanti le loro idee nel quotidiano e spesso senza ricavare profitti dalla loro attività. Alcuni sono insegnanti nelle scuole, altri sindacalisti, altri studenti. Alcuni non hanno un lavoro full-time, e impiegano gran parte del loro tempo lavorando a qualche forma di cambiamento nelle proprie comunità, dando vita a progetti per parchi cittadini e magazzini per il noleggio gratuito delle biciclette, cucinando per Food Not Bombs e altri gruppi. Sono persone dedite e dotate di senso critico che, se non fosse per l'attività politica radicale e la partecipazione sociale, potrebbero essere paragonate per il loro stile di vita a monache o monaci che dedicano la propria vita al servizio degli altri.

C'è una certa diversificazione nella composizione della nostra realtà, sia dal punto di vista identitario che da quello degli ideali. Nel Black Bloc ho conosciuto persone che venivano dal lontano sud di Città del Messico e dal lontano nord di Montreal. Credo che lo stereotipo che ci vuole prevalentemente giovani e bianchi sia corretto, ma personalmente ritengo sia scorretto parlare di una realtà prevalentemente maschile. Quando indosso da capo a piedi indumenti neri e larghi, e la mia faccia è coperta, è facile scambiarmi per un uomo. Le azioni dei contestatori del Black Bloc difficilmente vengono associate a comportamenti femminili, quindi i giornalisti spesso presumono che siamo tutti maschi.

Le persone che aderiscono a un Black Bloc decidono di volta in volta se marciare con il resto del gruppo, dimostrando solidarietà e assicurando visibilità agli anarchici, o cavalcare l'onda emotiva incoraggiando altri a lottare per qualcosa di più rispetto all'applicazione di qualche riforma a un sistema corrotto.
Le persone che aderiscono a un Black Bloc decidono di volta in volta se
marciare con il resto del gruppo, dimostrando solidarietà e assicurando
visibilità agli anarchici, o cavalcare l'onda emotiva incoraggiando altri a
lottare per qualcosa di più rispetto all'applicazione di qualche riforma a un
sistema corrotto. Lasciare messaggi politici con le bombole, distruggere le proprietà delle multinazionali e creare barricate con i materiali disponibili sul posto: sono tutte tattiche comunemente utilizzate dal Black Bloc.

Il Black Bloc è un fenomeno abbastanza recente; probabilmente le sue prime apparizioni sono avvenute nei primi anni '90 e hanno rappresentato l'evoluzione di modalità di protesta nate in Germania negli anni '80. La nascita del Black Bloc può inoltre essere in parte ricondotta alla repressione su larga scala subita negli anni '60, '70 e '80 dai gruppi di attivisti americani ad opera dell'FBI. Allo stato attuale è impossibile creare un gruppo di attivismo radicale senza dover fare i conti con gli infiltrati e i provocatori della polizia, e secondo molti le uniche modalità di protesta significative praticabili coincidono con il portare nelle strade un'azione militante diretta mantenendo al minimo il livello di organizzazione pregressa e lavorando solo nell'ambito di piccole reti di amici.

Sebbene non ci sia univocità negli ideali che ci muovono, credo che sia comunque corretto dire che esiste una base di idee comuni. In primo luogo l'idea base del pensiero anarchico: non vogliamo né abbiamo bisogno di lasciare che siano i governi o le leggi a decidere delle nostre azioni. Immaginiamo una società che garantisca una reale libertà per tutti, dove il lavoro e il gioco siano diffusi equamente tra tutti e dove chi ne ha bisogno possa ricevere l'aiuto volontario e solidale della propria comunità. Oltre a questa visione di una società ideale, crediamo che lo spazio pubblico sia di tutti. Abbiamo il diritto di andare dove vogliamo, quando vogliamo e i governi non dovrebbero avere alcun diritto di controllare i nostri movimenti, soprattutto allo scopo di mantenere segrete le attività di gruppi come il WTO le cui decisioni influenzano milioni di vite.

Crediamo che distruggere le proprietà di multinazionali oppressive e sfruttatrici come The Gap rappresenti una modalità di protesta condivisibile e utile. Crediamo di avere il diritto di difenderci quando ci troviamo in una oggettiva condizione di pericolo per la nostra incolumità, attaccati con lacrimogeni, manganelli, cellulari di reparti armati e altri strumenti per l'imposizione della legge. Rifiutiamo totalmente l'idea che la polizia possa avere alcun diritto di controllo sulle nostre azioni. Guardando a Rodney King, Amadu Dialo, Abner Ruima, o allo scandalo delle Ramparts a Los Angeles e ai Riders a Oakland, molti di noi si sono convinti che gli abusi della polizia non siano solo endemici ma intrinseci.

Viviamo in una società razzista, omofobica e sessista,e finché queste istanze non scompariranno dalla nostra società, non potranno scomparire dai poliziotti che impongono le regole della società stessa. In un'ottica più ampia, viviamo in una società che ha acconsentito a concedere a pochi il diritto di controllo su ciò che gli altri fanno. Ciò ha creato uno squilibrio nella distribuzione del potere che non può essere riequilibrato nemmeno da riforme delle forze dell'ordine. La nostra non è semplicemente una presa di posizione contro gli abusi di potere della polizia: siamo convinti che l'esistenza stessa della polizia sia un abuso di potere. Molti di noi pensano che se i poliziotti ci sbarrano il cammino abbiamo il diritto di confrontarci direttamente. Alcuni ritengono che sia accettabile anche l'attacco fisico. Devo sottolineare che questa idea è molto controversa anche all'interno del Black Bloc, ma devo anche dire che molti tra noi credono nella rivoluzione armata e in questo ambito gli attacchi diretti alla polizia non sembrano fuori luogo.

Sulla stampa, sia quella istituzionale sia quella di sinistra, i dibattiti sul Black Bloc sono stati moltissimi. In maggioranza, i media sembrano concordare sull'idea che il Black Bloc sia una realtà negativa. L'opinione diffusa dai media istituzionali è quella secondo cui il Black Bloc è una realtà negativa ed estremamente pericolosa. Quella diffusa dai media progressisti vede il Black Block come una realtà negativa, ma poco rappresentativa. Sembra che tutti concordino nel definire violenti i contestatori del Black Bloc. La violenza è un concetto complesso. Non so dire con certezza quali azioni possano essere considerate violente e quali no. E quando un'azione violenta debba essere considerata autodifesa. Credo che utilizzare il termine "violenza" per riferirsi alla distruzione di una vetrina di un negozio della Nike tolga significato al termine stesso. La Nike produce scarpe con materiali chimici tossici in paesi poveri ricorrendo a pratiche di sfruttamento della forza lavoro. Poi vende le scarpe a prezzi enormemente superiori ai costi di produzione, principalmente ai bambini neri poveri del mondo sviluppato. Personalmente ritengo che ciò contribuisca all'impoverimento e alla sofferenza delle fasce più povere, da entrambe le parti. Credo che la povertà e la sofferenza possano essere definite violente, o almeno come cause di violenza.

Quale violenza implica il rompere una vetrina al Nike Town? Provoca un forte rumore; forse questo viene considerato violento. Produce frammenti di vetro che potrebbero mettere in pericolo l'incolumità delle persone, sebbene nei paraggi delle vetrine ci siano quasi sempre solo gli attivisti del Black Bloc, che sono consapevoli e attenti ai rischi. Alle gigantesche multinazionali multimiliardarie costa qualche soldo far sostituire il vetro. Può essere considerata violenza? E' vero che qualche impiegato sottopagato della Nike dovrà ripulire, sfortunatamente, ma è anche vero che qualche vetraio otterrà un guadagno inaspettato.

L'utilità di una tattica di protesta che prevede la distruzione della proprietà è limitata ma importante. Convoglia l'attenzione dei media sulla scena e manda un messaggio teso a dimostrare che quelle che appaiono come entità intoccabili, le grandi multinazionali, non lo sono. La gente che partecipa alle manifestazioni e quella che le segue alla televisione ha modo di vedere che un piccolo mattone, nelle mani di una persona motivata, può abbattere un muro simbolico. La gente che partecipa alle manifestazioni e quella che le segue alla televisione ha modo di vedere che un piccolo mattone, nelle mani di una persona motivata, può abbattere un muro simbolico. Una vetrina rotta al Nike Town non mette in pericolo l'incolumità delle persone ma spero possa veicolare il mio messaggio: non voglio che la Nike estenda il suo dominio, voglio che chiuda e non ho paura di dirlo.

Secondo la critica mossa più spesso dalla sinistra al Black Bloc, le nostre modalità di protesta discreditano gli altri contestatori. E' comprensibilmente frustrante per gli organizzatori, che hanno passato mesi a organizzare una dimostrazione, trovarsi di fronte a un gruppo di giovani dall'aspetto inquietante che monopolizzano l'attenzione dei media con azioni eclatanti. L'elemento che non viene tenuto in considerazione da queste critiche è che i media istituzionali non riportano mai i contenuti reali delle manifestazioni. Le dimostrazioni militanti e, allo stesso modo, le manifestazioni pacifiche di qualsiasi entità vengono anzi molto spesso completamente ignorate dai media. Sebbene desideri anch'io che i media riportino qualsiasi tipo di protesta o, ancora più importante, i contenuti della stessa, sono anche consapevole che l'azione militante attira l'attenzione dei media, e credo che questa sia una buona cosa.

La mia storia di attivista è cominciata durante la guerra nel Golfo, e ho imparato presto che in sé, la partecipazione alle manifestazioni non è sufficiente ad attirare l'attenzione dei media. In quel periodo passavo settimane a organizzare manifestazioni contro la guerra. A una di queste parteciparono migliaia di persone. Ma ancora una volta, i giornali e la televisione ci ignorarono. La prima volta che vidi qualcuno rompere una vetrina a una manifestazione, e subito ci si trovò sul telegiornale delle 6, questo ebbe un forte impatto su di me. L'approccio militante delle proteste anti-globalizzazione negli ultimi anni ha innegabilmente contribuito al livello di attenzione diffuso dai media rispetto al tema della globalizzazione. E sebbene ciò non sia avvenuto unicamente per merito del Black Bloc (una miriade di strategie innovative e creative hanno contribuito a portare l'occhio scostante dei media sulla sinistra), credo che George Bush II si sia trovato costretto a rivolgersi direttamente ai contestatori del G8 di Genova proprio a causa dell'attenzione che il nostro movimento sta finalmente ricevendo.

Un'ulteriore critica mossa dalla sinistra e in particolare dai contestatori esterni al Black Bloc, è quella rivolta alla nostra scelta di coprirci il volto. Più di una volta manifestanti e polizia mi hanno gridato di togliermi la maschera. Quest'idea risulta impraticabile per la maggioranza di noi. Quello che facciamo è illegale. Pratichiamo tattiche di protesta militante e diretta. Sappiamo tutti che la polizia fotografa e riprende le manifestazioni, anche quando per legge non potrebbe farlo. Levarci la maschera ci metterebbe immediatamente in una condizione di pericolo.

La scelta di coprirci il volto ha un altro obiettivo, simbolico. Sebbene ci siano, anche nell'ambito della comunità anarchica militante, alcuni che ambiscono a guadagnare popolarità o avere posizioni di rilievo, il Black Bloc persegue un ideale che vuole il gruppo prioritario rispetto all'individuo.  Raramente concediamo interviste alla stampa (e quelli che lo fanno vengono generalmente guardati con perplessità o sospetto). Agiamo come un gruppo perché la sicurezza è nella partecipazione dei tanti e possiamo garantircela più come gruppo che come individui, ma anche perché non crediamo nella logica del conseguimento di posizioni di potere di un individuo rispetto agli altri. Non vogliamo personaggi famosi o portavoce. Credo che la scelta dell'anonimato da parte del Black Bloc sia dovuta a considerazioni che partono dall'analisi che i giovani attivisti hanno fatto dei problemi sorti in seno ai movimenti del passato, come quelli per i diritti civili, quelli contro la guerra, quelli femministi o quelli contro il nucleare. La dipendenza da capi carismatici non solo ha portato a lotte intestine e alla nascita di strutture gerarchiche nella sinistra, ma ha anche fornito
all'FBI e alla polizia obiettivi facili che, una volta eliminati fisicamente o arrestati, lasciavano il movimento in balìa del caos e senza una direzione. Gli anarchici si oppongono alle gerarchie, e tentano di creare un movimento che resista ai tentativi di infiltrazione e corrosione da parte della polizia.

Alcune delle critiche espresse dalla sinistra nei nostri confronti si basano sulla nostra accettazione dei valori di una società corrotta. Si levano alte grida quando qualche ragazzo spinge un cassonetto sulla strada e gli dà fuoco. La maggioranza ritiene che questi contestatori agiscano in questo modo per assicurarsi un brivido, e non posso negare che sento una scarica di adrenalina quando metto in gioco me stessa in maniere analoghe. Ma quanti di noi si dimenticano invece di sé stessi nel comprare occasionalmente una t-shirt da The Gap, nonostante la consapevolezza che i nostri soldi stanno andando direttamente a un'industria che sfrutta con la violenza i propri lavoratori? Perché una saltuaria "terapia a base di shopping" dovrebbe risultare più accettabile di un qualche senso di gratificazione derivante da azioni di protesta militante, anche se queste fossero limitata nella sua utilità? Perché una saltuaria "terapia a base di shopping" dovrebbe risultare più accettabile di un qualche senso di gratificazione derivante da azioni di protesta militante, anche se queste fossero limitata nella sua utilità? Potrei sostenere che se anche le modalità di protesta del Black Bloc servissero unicamente a chi le porta avanti, sarebbero comunque meno dannose rispetto allo spendere soldi al multiplex, all'ubriacarsi o ad altre forme culturalmente accettate di svago e intrattenimento.

Ho, personalmente, alcune perplessità rispetto a quello che faccio e all'efficacia del mio approccio alla protesta. L'attacco diretto alla proprietà, gli slogan scritti con la bombola e l'aspetto minaccioso assunto per la televisione sono certamente insufficienti a innescare un processo rivoluzionario. Il Black Bloc non cambierà il mondo. Mi dispiace per l'atmosfera di pericolo, o quantomeno la paura, che si diffonde alle manifestazioni tra quanti non vorrebbero trovarsi in situazioni pericolose -- in particolare per i ragazzini, le donne incinte e gli anziani che mi capita di vedere. Odio profondamente l'utilizzo di un gergo pseudo-militare, di termini come "communiqué", e bloc [blocco], da parte dei miei "compagni". Ma soprattutto odio essere fatta oggetto di accuse, insieme ai miei amici, da parte dei gruppi organizzatori o più istituzionali, dall'AFL-CIO al Global Exchange finanche alle realtà della sinistra come Mother Jones o l'amato Indymedia.org. Anche se ciò non si applica a tutti i membri del Black Bloc, rispetto le scelte strategiche degli altri gruppi della sinistra. Alle manifestazioni tento di indirizzare le azioni del Black Bloc alla protezione dei contestatori non-violenti o al fine di distogliere da loro l'attenzione della polizia. Quando questo risulta impossibile, tento semplicemente di stare lontana dagli altri contestatori. Alle manifestazioni tento di indirizzare le azioni del Black Bloc alla protezione dei contestatori non-violenti o al fine di distogliere da loro l'attenzione della polizia. Quando questo risulta impossibile, tento semplicemente di stare lontana dagli altri contestatori.

Nonostante queste mie perplessità, credo che le azioni del Black Bloc rappresentino una forma di protesta utile. E guardando il ricorso alla forza bruta che sempre più caratterizza le azioni della polizia finalizzate all'imposizione della legge nell'ambito delle manifestazioni di protesta in qualsiasi parte del mondo (in giugno, a Papua in Nuova Guinea, tre contestatori sono stati ammazzati a colpi d'arma da fuoco durante una manifestazione contro il WTO; altri due sono stati sparati e uccisi l'anno scorso durante una contestazione anti-globalizzazione in Venezuela, e Carlo Giuliani, un ragazzo di 23 anni, è stato ammazzato dalla polizia durante il summit dei G8 a Genova), mi appare sempre più paradossale che le mie azioni vengano etichettate come violente e pericolose mentre anche a sinistra sembra farsi strada l'opinione secondo cui la polizia "sta solo facendo il proprio lavoro."

Continuerò a partecipare alla protesta in questo modo, e chiunque voglia seguirmi sarà il benvenuto. I sassi sono dappertutto e gli obbiettivi sono a portata di mano come il McDonalds locale.


Mary Black, 25 Luglio 2001

[Versione originale in inglese su Alternet]
http://web.tiscali.it/simcinque/alcunib.b..htm

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Genova : lotta di classe o mercato del militantismo ?

Certe/i dicono che siamo vicine/i a qualcosa di importante, di enorme, di straordinario, un raggio di speranza in un mondo di oscurità : una rivoluzione ! Da qualche tempo, infatti, i vertici internazionali o regionali degli amministratori del capitale-mondo fanno, ritualmente, grandi manifestazioni in cui ognuna/o esulta la sua rabbia contro ciò che viene chiamato la globalizzazione ; ciò dimostrerebbe, secondo alcune/i, che sono tornate le lotte radicali dopo dieci o vent'anni di assopimento della lotta di classe (le/i "rivoluzionarie", le/i "radicali") e, secondo altre/i, che si è svegliato un grande movimento cittadino composto da tutti i popoli del mondo (i/le "riformisti", le/i "socialdemocratici"). Però, poiché questo movimento antiglobal non è né l'uno né l'altro, bisogna percepire le trappole e i limiti a fin di cercare di dare una risposta all'unica domanda che conta veramente : questo movimento rientra in un processo rivoluzionario, in un movimento di classe ?

Il riformismo radicalmovimentista : ancora, sempre, fino a quando ?

Nonostante l'ossessione dei politici e dei media verso i gruppi autonomi e anarchici, la "tendenza maggioritaria" (per parlare come le/i giornalisti e le/i professore/i) del movimento antiglobal è costituta da molte organizzazioni riformiste e post-staliniste, che cercano una ripresa di attività dopo il fiasco storico del loro ideale proclamato : il capitalismo burocratico di Stato. A Genova bastava vedere sfilare l'interminabile corteo dei partiti, dei sindacati, dei gruppi di sinistra e la massa pratico-inerte dei loro piccoli soldati per convincersene. Dopo il "movimento sociale" (scioperi del 95 ; "sans papiers" ; disoccupate/i), ecco la novità di queste/i carrieristi e altre/i esperte/i della contestazione integrata : l'antiglobalizzazione.
In Francia, questa tendenza è rappresentata da Attac, che è riuscita in poco tempo a federare intorno al suo programma "cittadinista" tutti gli elementi politici della sinistra e dell'estrema sinistra del capitale : dalle/dai socialisti al governo e i loro satelliti associativi del "movimento sociale" fino ai partiti e ai gruppi di gioventù trotskisti, e ha ottenuto la simpatia di certe organizzazioni autoproclamate radicali (specialmente quelle della tendenza antifascista e dell'anarchismo ufficiale...) Possiamo essere sicure/i che Attac, laboratorio della neosocialdemocrazia che ha integrato in un discorso democratico, diritti-umanista e progressisti molto controllato i concetti e le rivendicazioni delle rivolte etiche di maggio 68 e le sue conseguenze (municipalismo, democrazia diretta, autogestione, autonomia,etc.) , domani avrà lo stesso ruolo politico che il suo illustre antenato, la social-democrazia : l'annientamento, nel nome delle/dei lavoratori stesse/i o a dirittura in nome della "rivoluzione", di tutti i movimenti autonomoi della classe sfruttata (dipendenti precari o stabili, disoccupati, "libere/i" o in galera, con o senza documenti...)
Vicino a questa tendenza dominante (in tutti i significati della parola), si vedeva una minoanza attiva formata da anarchici e autonomi (a cui si sono aggiunte/i, durante gli scontri, elementi di base di altre organizzazioni, ad esempio del sindacalismo autonomo (COBAS, etc.) o delle tute bianche) che rifiutava la logica di negoziazione e di integrazione e che sceglieva l'utilizzazione diretta della violenza, sia contro la "zona rossa" (una minoranza però, poiché questa zona era una fortezza inespugnabile, anche e sopratutto con l'idea che il capitale non si limita a 8 padroni nel loro tempio trasformato in fortezza, ma che, strutturando la totalità dei rapporti sociali, estende il suo potere su tutto il territorio), sia contro tutte le strutture del capitale e del potere politico alla periferia di questa zona. Tuttavia, anche se la "posizione" dichiarata da questi gruppi si distacca chiaramente del radicalriformismo degli organizzatori ufficiali del vertice (lotta contro il capitalismo global, e non solo contro la "globalizzazione" ; auto-organizzazione e autonomia della lotta...) ci si può chiedere - e la domanda non pretende una risposta chiara e definitiva - fino a che punto le azioni di tipo insurrezionale di questi gruppi non servivano obiettivamente a rinforzare la legittimità della tendenza riformista dominante, che, nella sua strategia di negoziazione e di dialogo, voleva appunto apparire come l'unico interlocutore legittimo del G8. Il ragionamento di questi squali era : voi (G8) accettate di riconoscerci come interlocutori rappresentativi, di prendere in conto le nostre rivendicazioni e di farci partecipare alle negoziazioni (controllo cittadino, del "movimento sociale europeo"...), o andate verso il rischio sempre più minaccioso di una sommossa da un'orda di casseurs super agitati e antidemocratici...
Tuttavia questa domanda non significa che ogni strategia violenta e di azione diretta e autonoma, sia condannata al fallimento a causa di un rischio ineluttabile di ricupero dalle organizzazioni socialdemocrati ; si tratta solo di considerare questa realtà e di riflettere a nuove forme di strategie violente...

Violenza/non-violenza : falso dibattuto, vera mistificazione...

La violenza e la legittimità (o l'illegittimità) di usarla è stata al centro dei dibattiti. Era anche al centro della strumentazione mediatica degli scontri. Un esempio tra mille : i canali di televisione mostravano in continuazione e quasi in diretta delle immagini di scontri e usavano benissimo certe sequenze di montaggio (ad esempio immagini insistenti e ripetute di qualche spranga di ferro o di qualche bastone per far credere all'esistenza di nascondigli di armi ultrasegrete) per amplificare al massimo la violenza degli sbirri e dei militari sovra-armati, il tutto a fin di giustificare ideologicamente la repressione dello stato e di farla accettare alla popolazione, mantenendo un clima di psicosi generalizzata. E i politici, di sinistra o di destra, avevano solo questa parola in bocca spolmonandosi sui casseurs ! Anarchici !
Allo stessomodo, però con maggior cautela, gli ufficiali del contro-vertice (il Genoa Social Forum) usavano questi stessi argomenti contro la violenza detta cieca per isolare i gruppi radicali attivi negli scontri che disturbavano le manifestazioni pacifiche (che assomigliavano a parate militari) e per proclamarsi interlocutori legittimi nelle procedure istituzionali della democrazia borghese rappresentativa. In un caso o nell'altro, siamo nel cuore della stessa illusione, consapevolmente mantenuta o ingenuamente ripetuta : presentare la violenza come una scelta, un'opzione, una posta strategica e come una linea di frattura tra brave/i e cattive/i manifestanti, tra casseurs e militanti, o, da un altro punto di vista, tra rivoluzionari e riformisti... Però la realtà degli avvenimenti di venerdì 20 e sabato 21 a Genova ha dimostrato la stupidita di questa argomentazione : molti delle/dei partecipanti provenienti da organizzazioni che condannavano esplicitamente la violenza o che richiamavano ad una violenza solo simbolica e "spectaculaire", l'hanno usata sin dalla prima carica dei carabinieri ; e il livello di violenza dei combattimenti di strada s'intensificava con la repressione che, senza distinzione, mirava le/i "pacifisti", le/gli "insurrezionisti" e le/gli indecise/i.
Questa realtà dimostra di nuovo che l'uso della violenza non è mai, salvo forse nella testa delle/dei militanti, il risultato di una volontà consapevole, pianificata e razionalmente applicata, o, in altri termini, una scelta politicomilitare o etica, bensi il frutto di una determinata situazione di scontri (di classe) che mobilita ognuna/o di noi, qualsiasi siano le nostre rappresentazioni ideologiche o "convinzioni etiche". In altri termini, la violenza non si sceglie ma si impone come una necessità pratica inerente ad uno stadio determinato della lotta di classe, solo perché la dominazione dello Stato e lo sfruttamento capitalista si basano sulla violenza, vera e propria o simbolica. Oppure, la violenza non è una questione teorica, ma una pratica.

Militantismo contro lotta di classe

Il movimento antiglobal, anche nelle sue tendenze più radicali, è rimasto chiuso fino ad ora in una logica di militantismo politico e si è situato completamente fuori della lotta vera e propria della classe operaia, intesa come la lotta dei produttori secondo modi d'organizzazione e d'azione che definiscono loro stessi, sovranamente, con lo scopo di impadronirsi dell'apparato produttivo e di farlo funzionare collettivamente a scopo di soddisfare i bisogni sociali, e non di accumulare plusvalenza.
Questa costatazione porta ad interrogarsi sulle prospettive e sulle potenzialità di questo movimento in una finalità fratturista, rivoluzionaria e sulle sue capacità a distaccarsi della logica militante-attivista. Si può pensare, secondo me, a due vie possibili nel movimento antiglobal :
- Il movimento rimane com'è adesso e lo scontro resterà sul terreno puramente politicante del conflitto di rappresentatività e di legittimità (posizione conveniente per i dirigenti politici durante il G8, come ad esempio per il presidente americano che dichiarava che il movimento di Genova non era rappresentativo della popolazione). Quindi non sarà altro che un movimento d'accompagnamento e d'integrazione nel quadro attuale del capitalismo e delle sue rappresentazioni politiche : declino degli Stati-nazioni, nuovi modi di regolazione politica di dimensione regionale...
- Il movimento trova un base di classe realizzando un collegamento con la lotta delle/dei lavoratori nel luogo di produzione, delle/degli sfruttate/i nel luogo di sfruttamento : mirare i mezzi di produzione piuttosto che le merci (in questo senso, atti come rompere vetrine, bruciare macchine e banche o ferire sbirri, anche se è divertente, sembra di un'efficacia sovversiva relativamente limitata) ; attaccarsi al capitale come sistema produttivo e rapporto sociale piuttosto che all'egemonia di alcune multinazionali demonizzate e al capitale speculativo, distruggere il modo di produzione capitalista piuttosto che sollecitare una migliore distribuzione delle ricchezze mondiali. In questo senso, non si potrebbe pensare, durante questi vertici, a delle occupazioni di fabbriche, alla partecipazione a scioperi locali di lavoratori e a un collegamento organizzato tra questi diversi movimenti di lotta ?
L'orientamento del movimento verso una base di classe grazie alla lotta autonoma dei proletari (e, di conseguenza, l'annientamento del militantismo) quindi non sarà più in alcun modo il risultato della politica di alcune organizzazioni dette rivoluzionarie e della loro propaganda (si può anche affermare che, come nel passato, questa avrà solo una parte minima) bensi il risultato dell'evoluzione del capitalismo, delle sue condizioni obiettive (in risposta all'intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro e all'impoverimento di una parte enorme del proletariato espulsa della sfera produttiva) e del grado di consapevolezza di classe raggiunto dalla classe operaia.

P.R.O.L., 25 settembre 2001

[Tradotto dal francese da Séverine, Karen e Caroline]
Testo originale inviato da elincontrolado@yahoo.fr sul forum di Cercle Social (http://groups.yahoo.com/group/cerclesocial)


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Bibliografia (testi en francese)

APPEL POUR L'ACTION DIRECTE (Zanzara athée) : Texte en provenance d'Amérique du Nord rédigé peu de temps avant le Sommet des Amériques qui a eu lieu à Québec en avril 2001. Pour agir en petits groupes lors des manifestations, éléments tactiques à prendre en compte, etc. 8p.
BLACK BLOC, AU SINGULIER OU AU PLURIEL... MAIS DE QUOI S'AGIT-IL DONC ? de DARKVEGGY (Ed.Turbulentes) : Texte de septembre 2001. Le(s) Black Bloc(s) : C'est quoi, pourquoi, où, quand, comment ?, Ce qu'ils apportent (la "violence contre la propriété", organisation horizontale, fluidité et évolutivité, vers un égalitarisme ?), Contre les Black Blocs (être violent-e, masqué-e, nuire à la manif, etc.) + Communiqués des Black Blocs : Seattle, Washington, etc. 32p.
GENES : ETAT DE PIEGE de GRACCHUS BERNERI : Black blocs, (non-)violence, Attac, guerre sociale, etc. 8p.
SEATTLE 30/11/99, DU BON USAGE DE LA THEORIE (Ed.Turbulentes) : Communiqué du Black Bloc du 30 novembre 1999 (par le collectif ACME), Seattle: point de vue anarchiste radical (par un Groupe d'intellectuels activistes) + Déclaration de solidarité avec le Black Bloc & avec les anars arrêté-e-s, Pourquoi il faut toujours manifester masqué-e, etc. 16p.
LES TEMOINS DE GENOVA : Quelques questions à Monsieur Agnoletto, Anatomie d'une rumeur - L'infiltration dudit Black Bloc, L'exception gênoise, Récit - Des fragments de possible..., Citoyen = flic, Un mouvement hétérogène, Satisfait ou remboursé, Commerce équitable mon cul !, etc. 8p.




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