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{Info on A-Infos}
(it) A4 newsbot #7 - Un altro mondo e' in rivolta!
From
A4 newsbot <a4newsbot@paranoici.org>
Date
Tue, 19 Mar 2002 04:20:34 -0500 (EST)
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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
http://www.ainfos.ca/
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A4 newsbot #7
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Un altro mondo è in rivolta!
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Europa Occidentale - Nord America
CONTRO IL WEF E LA NATO, CONTRO GLI ASSASSINI GLOBALI
Durante i primi tre giorni di febbraio si è tenuto a Monaco il vertice Nato
sul tema della difesa dell'Europa dal terrorismo. Contemporaneamente a New
York (invece che nella solita Davos [vedi A4 newsbot#4]) si è tenuto
l'annuale World Economic Forum (WEF). Nei due incontri internazionali si
sono riunite le elite occidentali. Nel primo quella dell'industria bellica
e degli Stati Maggiori Militari mentre nell'altro intellettuali, politici e
imprenditori del circuito dell'alta finanza.
Per quanto distanti, i due vertici si presentano non molto dissimili nelle
agende. L'emergenza di quest'anno è l'attacco dell'11 settembre e la
questione terrorismo. Nel WEF di New York questa emergenza si trasforma in
un grande convegno per global leaders (gli autoproclamatisi capi del
mondo): il tema è "Leadership in tempi di Crisi". Allo stesso modo, a
Monaco, per i militari, i generali, i venditori di armi e gli altri
assassini pari loro che vi si riuniscono, il tema è "La sicurezza
dell'Europa contro il Pericolo Terrorista".
E se a New York pianificano le strategie per reggere l'infrastruttura
capitalista in momenti di collasso economico, a Monaco le forze armate si
propongono di farsi finanziare con 50 miliardi di € (100.000 miliardi
di lire!!!!) per fare fronte all'imminente creazione di un esercito unico
europeo.
Ma le somiglianze politiche e strategiche del vertice WEF e del vertice
NATO, vanno oltre il tema fondamentale dei convegni di quest'anno, la
sicurezza e il terrorismo. Infatti se spetta ai vertici finanziari
internazionali stabilire le direttive di intervento economico nel mondo
(l'espansione dei mercati, l'allargamento delle aree di libero scambio, il
moltiplicarsi delle zone franche), allo stesso tempo spetta alle forze
repressive e militari intervenire laddove c'è resistenza e/o rifiuto ad
uniformarsi alle richieste del mercato globale.
Inoltre è bene non dimenticare quanto l'industria bellica sia un settore di
notevole importanza (soprattutto per le casseforti dei proprietari) e
specificatamente per alcuni paesi (primi fra tutti gli USA con Lockheed,
Raytheon, Boeing, General Electric, ma anche per l'Italia, basti pensare ad
Alenia, Augusta, Fiat, Ansaldo ecc.). E l'industria bellica tira, vende e
ricambia i suoi pezzi soprattutto se c'è guerra.
Contro questo dominio economico/militare anche in questo caso le proteste
internazionali non sono mancate. Se in alternativa al WEF a Porto Alegre si
creava il secondo Forum Social Mundial, a New York stessa si sono riuniti/e
migliaia di attivisti/e in un clima di repressione paranoica. Nel frattempo
a Zurigo, dove si manifestava per bandire per sempre il WEF dalla Svizzera
e dall'umanità, la polizia carica con idranti e lacrimogeni i manifestanti.
A Monaco, invece, la repressione va oltre le "abituali" aspettative. I
cortei vengono vietati, le frontiere praticamente chiuse e le persone
"sospette" (chiunque sotto i 50 anni) presenti in città vengono aggredite,
perquisite, filmate, identificate e portate in questura, per un totale di
984 fermi. In Germania non succedeva dal 1933, per chi conosce la storia...
Comunque hanno cacciato anche noi... Bastardi!
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Sud America
Argentina in saldo!
Dell'Argentina TV e giornali nei mesi appena trascorsi ne hanno parlato
citando la disastrosa crisi economica che ha portato migliaia di uomini e
donne in piazza a rivendicare dignità, pane, diritti e servizi essenziali.
Il collasso economico dell'Argentina, però, non è avvenuto un giorno
all'improvviso, come lasciano credere i media ufficiali quando affrontano
la questione, ma ha radici profonde e dei responsabili ben precisi, a
cominciare dalle multinazionali e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI).
Sin dai tempi della dittatura dei militari, durata fino agli inizi degli
anni 80, le multinazionali entrano a far parte dell'economia nazionale con
atteggiamenti rapaci. I militari, insomma, oltre a fare strage di
rivoluzionari, comunisti, anarchici, socialisti e di tutta la sinistra,
aprono la strada alla privatizzazione (svendita) dei beni pubblici e/o
nazionali. Un esempio eclatante di questa politica compiacente nei
confronti delle grandi compagnie estere fu il caso dell'YPF, la società
petrolifera argentina statale. YPF fu costretta a chiedere, senza averne
bisogno, debiti all'estero e così alla fine della dittatura si ritrovò
sommersa di debiti, facendo andare in fumo 35.000 posti di lavoro.
Ovviamente poi la compagnia statale fu svenduta alla Repsol (compagnia
spagnola) a prezzi vantaggiosissimi.
I governi successivi alla dittatura (come quello di Alfonsin e Menem)
accellerarono il processo di privatizzazione dei servizi, delle
infrastrutture e delle compagnie statali, o, alla meno peggio, mantennero
una situazione di stallo che fece solo crescere il debito estero nei
confronti dell'Argentina.
Ci fu pure un importante processo, nel 1982, che coinvolse, nel saccheggio
delle casse statali del paese, le banche europee, il FMI, e la Riserva
federale degli USA e, naturalmente, i politici del tempo. I debiti (con 26
banche diverse) furono dichiarati illegittimi dalla corte suprema, ma non
furono annullati dal Congresso, sotto le forti spinte della finanza
internazionale e per il coinvolgimento dei politici stessi negli scandali.
Con Menem il saccheggio dei beni pubblici diventa senza limite, tutto fu
venduto ai privati. Le multinazionali spagnole in particolare investirono
in settori dove era impossibile perdere e avere ricadute di mercato: i
servizi. Dunque acqua, trasporti, salute, energia e comunicazioni furono
svenduti pezzo per pezzo fino alla totale privatizzazione. In questa corsa
all'accaparrarsi terre e beni pubblici ci sono fra le grandi compagnie,
oltre alla già citata Repsol, anche Iberia, Telefonica, Aguas de Barcelona,
Endesa, e anche le italiane Benetton, FIAT e Parmalat.
Questa politica neoliberista, della logica del profitto di pochi a danno di
tutta la popolazione fu "consigliata", cioè imposta e finanziata dal FMI
che costrinse l'economia Argentina anche ad equiparare la propria moneta,
il pesos, al dollaro.
Questa è la ricetta tipica che offre il FMI ai paesi in via di sviluppo
"per uscire dalla crisi".
In realtà la dollarizzazione di un'economia serve solo ad equiparare i
cambi internazionali, tutti a profitto dei mercati finanziari e delle
grandi compagnie (e non a caso nel FMI gli USA e gli europei hanno un
potere decisionale pari alla loro ricchezza, cioè totale). I lavoratori
invece vedono svanire i loro risparmi, innalzarsi all'inverosimile
l'inflazione, e si ritrovano con monete che hanno perso incredibilmente il
valore d'acquisto, considerando che i salari rimangono invariati (sempre se
non si perde il posto di lavoro), nel frattempo i ricchi hanno cambiato
tutto in dollari e messo il bottino al sicuro nelle banche americane o, al
solito, in Svizzera.
La conclusione è che l'Argentina oggi si ritrova con il 90% delle banche e
il 40% delle industrie in mano a capitali internazionali e con salari dal
valore pari alla metà di uno stipendio del 1974. Inoltre l'Argentina è il
paese sudamericano con il maggior tasso di disoccupati, con fasce di
povertà sempre più diffuse e stratificate.
Tutto questo, affiancato a un governo corrotto e docile strumento del
volere delle compagnie multinazionali ha fatto esplodere la rabbia di quasi
tutta la popolazione argentina.
Da dicembre vengono saccheggiati i supermercati da quella parte della
popolazione ridotta letteralmente alla fame, stufa di attendere una classe
politica narcotrafficante e inaffidabile. Questa categoria, la più radicale
nelle lotte, rappresenta ovviamente il grosso di quelli/e che animano le
manifestazioni ed è caratterizzata per la sua autonomia di azione,
essendosi distaccata da tempo da qualsiasi partito, sindacato, istituzione.
Successivamente si è unita, alla protesta dilagante, la classe media
argentina, inferocita dal furto dei propri risparmi bancari. Con questi è
cresciuta una generazione, quella più o meno universitaria dei figli dei
risparmiatori, che portano avanti iniziative di lotta più radicali e fanno
da ponte con la parte più povera nelle contestazioni.
In questi mesi la violenza poliziesca è stata quella tipica da regime
dittatoriale... pensandoci bene anche i cosiddetti governi democratici
appena si trovano in difficoltà non ci pensano un attimo a sparare sulla
piazza lo abbiamo visto anche nella "civilissima" Svezia o nella mattanza
di Genova G8.
Per una volta il forte movimento di contestazione è riuscito a resistere, e
mentre i media ufficiali si stanno dimenticando del "crack dell'Argentina",
la lotta dei cacerolazos (la rumorosa manifestazione con le pentole e
stoviglie), delle poblaciones, degli indios, delle periferie delle
metropoli, continua.
E certo non se ne saranno dimenticati i tanti piccoli speculatori italiani
delle famiglie piccolo borghesi che in questi anni hanno investito i loro
risparmiucci nelle privatizzazioni argentine, nei fondi e nella borsa... le
promesse di raddoppio del capitale si sono tradotte in una perdita del 80 /
90 per cento dello stesso. Ben vi stà speculatori infami!
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ARGENTINA:
BREVE CRONOLOGIA DELLA RIVOLTA
luglio 2001/dicembre 2001
la crisi economica argentina precipita in questi mesi. Aumento dello tasse,
tagli ai salari, dollarizzazione dei mercati e crollo della maggioranza in
senato. Il 30% degli argentini, nonostante lì il voto sia obbligatorio, non
va a votare.
15 dicembre 2001
La folla affamata nella provincia di Mendoza comincia a saccheggiare i
supermercati. L'esproprio si diffonde in tutto lo stato. Violenta la
repressione della polizia.
19/20 dicembre 2001
Il Presidente De la Rua decreta lo stato d'assedio in seguito alle
manifestazioni determinate a riappropiarsi di beni essenziali in tutto lo
stato. La polizia e l'esercito in piazza aprono il fuoco più di una volta.
Numerosi morti, oltre una trentina, e centinaia di feriti. La protesta di
piazza oltre a saccheggiare i supermercati colpisce i simboli del
capitalismo e della repressione: banche, commissariati, assicurazioni, Mc
Donald's, BlockBuster e altri simboli dell'incubo nordamericano. Nelle
manifestazioni imponenti e di massa la gente nega l'ingresso ai politici,
alle bandiere dei partiti, e ai sindacati di stato.
21/23 dicembre 2001
De la Rua fugge in elicottero e Rodriguez Saa è il nuovo presidente
28 dicembre 2001
I nuovi incaricati ministeriali sono sempre i soliti noti politici
corrotti. La gente ritorna, autoconvocandosi, in piazza e assalta una parte
del Congresso dandole simbolicamente fuoco e sequestrando le guardie...
29 dicembre 2001
In un bar un poliziotto spara a freddo a tre ragazzi sentendo che stavano
appunto discutendo sulla violenza bastarda della polizia. Numerosi cortei
di quartiere nascono spontaneamente in molte città contro la brutalità
poliziesca.
10 gennaio 2002
Durante l'ennesima manifestazione che riempie Plaza de Mayo, il corteo
decide di puntare verso il Tribunale. Il palazzo presidenziale, La Casa
Rosada, viene assediato, la polizia è presa alla sprovvista, la folla preme
sull'entrata; partono gli scontri e la guerriglia va avanti per tutta la
notte fino all'alba. Assaltati, oltre i soliti obiettivi, anche uffici
comunali, istituzionali e viene dato alle fiamme il campanile della
cattedrale :) . La polizia spara lacrimogeni, pallottole di gomma e piombo.
15 gennaio 2002
Pier Ferdinando Casini, in nome degli italiani, porta "l'aiuto" al popolo
argentino: far convergere gli sforzi economici per tutelare le piccole e
medie imprese italiane e i capitali finanziari depositati lì. Solo
interessi per ricchi e banchieri!
25 gennaio 2002
Il primo Cacerolazo Nazionale. Migliaia di manifestanti di tutte le classi
sociali convergono in piazza in una manifestazione pacifica ma con
contenuti radicali. Ci pensa la polizia allora a caricare e disperdere la
folla con idranti e lacrimogeni.
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Medio Oriente
Intifada fino alla vittoria!
FERMIAMO LE BOMBE ISRAELIANE
Dopo un anno e mezzo di Intifada (1063 morti palestinesi, 319 israeliani e
40 kamikaze), durante il quale i palestinesi hanno subito un isolamento
internazionale senza precedenti, la gravità di quanto sta avvenendo in
Palestina sta finalmente cominciando a suscitare l'attenzione di tutto il
mondo.
Il processo negoziale iniziato ad Oslo nel 1993, ben lungi da essere un
processo di pace, consisteva in un'operazione di pacificazione che,
fermando la prima Intifada, avrebbe spianato la strada al riconoscimento e
alla normalizzazione dei rapporti economici e diplomatici di Israele con i
paesi "moderati" della regione.
In questo senso il processo è avvenuto a scapito dei palestinesi, non certo
a loro vantaggio, riprendendo molto da vicino il tipo di trattati firmati
tra i colonizzatori occidentali e le tribù indigene del nordamerica, carta
straccia che però portò praticamente alla totale estinzione di quelle
popolazioni.
Le negoziazioni di Oslo tra l'altro iniziarono con il concludersi della
Guerra del Golfo, in un momento di estrema debolezza per i palestinesi e di
estrema forza invece per Israele e soprattutto per gli Stati Uniti che pur
scegliendo di non eliminare Saddam Hussein erano entrati con tutta la loro
potenza militare in quell'area, rafforzandovi così la loro egemonia.
Che non si trattasse di una volontà di portare l'autodeterminazione per i
palestinesi si poteva facilmente capire guardando a ciò che avveniva
intanto nei territori palestinesi occupati.
I governi che si sono succeduti in Israele, falchi e colombe, hanno
perseguito la medesima politica di proseguimento della colonizzazione, con
un aumento senza precedenti del numero di insediamenti, di confisca di
terra e acqua palestinese, di pulizia etnica soprattutto dell'area di
Gerusalemme con la cacciata degli abitanti arabi, per stabilire una
maggioranza ebraica nella città.
Non dimentichiamo infatti che la strategia israeliana, dai suoi albori ad
oggi, è caratterizzata da una forte politica demografica, condotta a colpi
di massacri, deportazioni, distruzione di case, per appropriarsi di quanta
maggiore terra possibile con il minor numero possibile di abitanti palestinesi.
Questo si evidenzia con la creazione di bantustan, piccoli territori
isolati e circondati da un numero crescente di colonie ebraiche collegate
tra loro da una rete stradale autonoma, inaccessibile ai palestinesi,
gabbie a cielo aperto in cui i palestinesi sopravvissuti al processo di
deportazione erano destinati a sopravvivere in miseria come serbatoio di
manodopera a basso costo per l'economia israeliana.
Lo scoppio della seconda Intifada è emerso come risposta a tutto questo ma
da allora non c'è stato un dibattito che abbia saputo denunciare come il
fallimento del processo negoziale non sia dovuto a vari "incidenti di
percorso" come l'uccisione di Rabin (che nella prima Intifada era stato il
promotore della campagna "spezziamo le ossa ai palestinesi") ma invece al
fatto che quell'iniziativa aveva avuto chiaramente lo scopo di normalizzare
e anzi far avanzare l'occupazione, erodendo giorno per giorno terra e
identità palestinese.
E' stato questo equivoco di fondo, non considerare il negoziato di Oslo per
quello che realmente era, a provocare, con l'inizio della seconda Intifada,
il collasso del movimento pacifista israeliano e il silenzio della sinistra
occidentale.
Un altro elemento che poi è stato evidenziato durante la Conferenza di
Durban contro il razzismo, è la natura dello Stato israeliano, elemento non
a caso compreso e fatto proprio dalle delegazioni non occidentali,
soprattutto quella sudafricana: la natura di Israele come Stato di apartheid.
Se non ci sono dubbi sul fatto che quello che sta facendo Israele nei
territori occupati faccia parte di una strategia, che come abbiamo
ricordato prima, ricorda molto da vicino quella utilizzata dal regime
bianco sudafricano, con la creazione di bantustan, con sistemi di documenti
di identità, leggi, e permessi diversificati secondo l'appartenenza
"etnica" o piuttosto religiosa della popolazione, emerge con meno evidenza
quello che avviene dentro Israele.
La suddivisione dei cittadini in base alla religione è qui altrettanto
chiara in base alle leggi fondamentali sulla cittadinanza, sulla "proprietà
degli assenti", sullo status del Congresso sionista mondiale e dell'Agenzia
ebraica e quella sul servizio militare che prevedono i benefici di welfare
(cioè la possibilità di vivere e svilupparsi) solo per i cittadini ebrei.
Sottolineando anche in questo caso la rigida politica demografica, sempre
tesa a contenere l'aumento del numero di cittadini arabi (con la negazione
al diritto dei profughi al ritorno e con la proposizione da parte di
settori della destra estrema di politiche che arrivano alla sterilizzazione
forzata) e lo sviluppo dei loro centri urbani (con la confisca di terre e
la negazione dei permessi di costruzione di case e servizi).
Uno dei punti fermi dell'analisi di ciò che sta avvenendo è che quella in
corso tra israeliani e palestinesi non è una guerra ma un'occupazione
militare e coloniale da parte di uno Stato sostenuto e finanziato
dall'Occidente, in modo totale dagli Stati Uniti e in modo sostanziale
dall'Europa, mentre quella che conducono i palestinesi è la resistenza a
questa occupazione che per loro significa annientamento.
L'Intifada ha subito una repressione militare inaudita da parte di Israele,
prima da parte del governo laburista e poi da parte di Sharon, criminale di
guerra eletto dagli israeliani grazie alle sue promesse di sicurezza
interna. I palestinesi sono stati descritti dai mass media occidentali come
fanatici assetati di sangue, come estremisti islamici e infine, dopo l'11
settembre si è alla fine arrivati ad equiparare l'Intifada nel suo
complesso al terrorismo e questo ha permesso a Sharon e Bush di portare
avanti un'offensiva mirante a dividere e magari anche a scatenare una
guerra civile nella società palestinese.
L'Intifada però è proseguita, riuscendo finora a scongiurare questo
pericolo, segno che il popolo palestinese nel suo complesso la considera lo
strumento che potrà portare alla fine dell'occupazione e all'indipendenza.
L'Intifada ha avuto come risultato non solo il rallentamento della
colonizzazione, tanto che molte delle nuove abitazioni per coloni fatte
costruire in questi anni sono attualmente vuote, ma ha portato anche
all'esplosione di diverse contraddizioni interne israeliane tra cui il
rifiuto di centinaia di riservisti di combattere nei territori occupati e
l'acuirsi della recessione economica, con il risultato che in Israele molti
si rendono ormai conto che l'occupazione non può continuare, che l'unica
garanzia di sicurezza è il ritiro unilaterale dai territori occupati.
Proprio per questo pensiamo che i passi che potranno portare ad una giusta
pace siano frutto dell'Intifada (lotta popolare) e se potranno aver luogo
sarà grazie e non "nonostante" l'Intifada.
Invitiamo quindi tutti/e alla Mobilitazione Internazionale in Palestina in
occasione della "Giornata della terra" il 30 marzo 2002 e a sostenere il
progetto per una radio indipendente nel campo profughi di Deheshe
(Betlemme) e alla realizzazione di Indymedia Palestina.
Per l'organizzazione dei gruppi che vogliono partire, rivolgersi a:
coordintifada@yahoo.it
Fonte: http://www.tmcrew.org/int/palestina/
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L38 SQUAT NEWZ
Grande fermento di attività nello squat dei ponti.
In questi ultimi mesi è stato rilanciato l'Infoshop con una
ristrutturazione dei locali e con una apertura programmata x due volte a
settimana (ancora sono da fissare i giorni) dalle 17 alle 22.
A breve usciranno numerose nuove nostre autoproduzioni, a cominciare dalla
traduzione di un libricino scritto da K. una nostra compagna canadese
sopravvissuta ai pestaggi delle guardie nella scuola Diaz di Genova (G8).
Chi vuole distribuire le proprie autoproduzioni può già portarle o spedirle
a questo indirizzo:
L38 Squat Infoshop
Via Giuliotti, 8
00143 Roma
Potete avere un'idea dei materiali distribuiti facendo una visita sul sito
dell'Infoshop alla URL http://www.tmcrew.org/laurentinokkupato/infoshop/
o richiedere maggiori info a: l38squat@disinfo.net
E' stato aperto, inoltre, il Fucked Hacking Laboratory (per gli amic*
F-HACKLAB) vi chiederete "che cazzo è?"...
Il F-HACKLAB è un piccolo laboratorio di computer dove condividere
conoscenze tecno/informatiche, smontare e rimontare hardware e software,
programmare senza limiti.
Il F-HACKLAB è in fase di costruzione e come obiettivi si propone anche di
ampliare l'INTRANET già funzionante e collocare ulteriori postazioni
pubbliche nello SQUAT. Sono ovviamente ben viste le donazioni di PC,
schermi, RAM, HDD, stampanti, HUB e quanto vi possa venire in mente che
trovate a portata di mano :)
Per conttatti: scrivete a l38squat@paranoici.org (attenzione!)
Il sito lo troverete on line a breve... Il F-HACKLAB è aperto tutti i
mercoledi dopo le 21.30
Da qualche giorno ha ripreso a funzionare la BIRRERIA quindi se vi trovate
a passare in questi luoghi malfamati non abbiate paura di arrampicarvi per
le scale e passare qualche ora nella locanda aperta tutte le sere dalle
19,30 a mezzanotte (almeno)... il tutto CIRCA, più o meno.
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A4 newsbot (stampa e diffondi ovunque)
http://www.tmcrew.org/laurentinokkupato/a4newsbot/
e-mail: a4newsbot@disinfo.net
Via Giuliotti, 8 - Roma 00143 - bus 776
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