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(it) Contropotere No.1: Gli zingari - un popolo senza Stato

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Date Thu, 6 Jun 2002 07:15:11 -0400 (EDT)


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Contropotere - giornale anarchico
Numero 1 - Maggio 2002 - Anno 1 



Gli zingari: un popolo senza Stato



Se dovessi pensare alle esperienze storicamente realizzate
dell'ideale anarchico, sicuramente mi verrebbero in mente la
Comune parigina del 1870, l'Ucraina del 1918, la Spagna del '36
e l'ammutinamento di Kronstadt. Tutte queste esperienze,
represse nel sangue e nel terrore, mostrano come sia difficile
fare diventare realtà un progetto politico che mi sembra tra i
più maturi che la storia dell'uomo abbia mai concepito, proprio
perché fondato sul senso di responsabilità dell'individuo nei
confronti del suo simile e della natura, piuttosto che su
inutili coercizioni esterne. 

Esiste, tuttavia, un popolo, la cui storia, senza volerlo, è
stata da sempre caratterizzata dall'assenza di Stato e da
un'organizzazione di tipo comunitario, aliena dai concetti di
proprietà privata, di nazionalismo e di militarismo: il popolo
zingaro. Ancora oggi, in Europa, gli Zingari, divisi nei tre
gruppi Rom, Sinti e Gitani (Kalé) pagano a duro prezzo la loro
scelta di libertà nomadica, e il loro innato pacifismo con la
violazione dei diritti umani più elementari, il carcere,
l'emarginazione e i pogroms. Quello che resta oggi
dell'organizzazione sociale rom è, chiaramente, il risultato del
lento processo di degradazione di una cultura dalle origini
misteriose e affascinanti.

Provenienti originariamente dal Rajastan, regione a cavallo tra
Pakistan e l'India, gli Zingari hanno praticato per secoli una
forma di nomadismo estensivo legato ai mestieri tradizionali del
commercio di cavalli, della lavorazione dei metalli, della
musica e della chiromanzia. In Europa sono giunti, in diverse
ondate migratorie, tra i secoli XIV e XV; in Italia sono per la
prima volta menzionati nel 1422. Dapprima accolti come
pellegrini provenienti dalla Terra Santa, nell'età della
formazione dei moderni stati nazionali (sec. XVI-XVII) essi
cominciarono a essere espulsi, perseguitati, torturati,
imprigionati, uccisi. L'accentramento politico e
l'identificazione nazionale favoriscono in questa fase un
atteggiamento di rifiuto e negazione violenta di tutto ciò che è
diverso. Diversi per definizione, i nomadi di origine zingara
vengono cacciati dalla Spagna insieme ai Mori e agli Ebrei
(1492), condannati a morte in Inghilterra da Elisabetta (1554) e
in Francia dall'Assemblea degli Stati di Orléans (1571). La
chiesa cattolica sostenne spesso la validità delle persecuzioni
e dei pogroms contro questo popolo mite e non-violento,
colpevole solo di non possedere una terra e un'organizzazione statale.

A partire dal XVIII secolo, con l’imperatrice Maria Teresa ha
inizio la politica assimilazionistica nei confronti di Rom e
Sinti, corrispondente alle esigenze del nascente capitalismo
mercantilistico. Fu imposta agli Zingari la sedentarizzazione,
l'annullamento della specificità etnico-culturale, il lavoro
forzato nelle manifatture di Stato. Gli Zingari resistettero
fieramente ma silenziosamente anche a questo tentativo di
distruggerne l'identità.

Nel nostro secolo, si è ritornati a una politica persecutoria
con il Nazismo, espressione di una concezione "etica" e dunque
autoritaria dello Stato che intende preservare la purezza della
razza anche attraverso lo sterminio delle razze considerate
inferiori. Circa 500.000 Zingari furono uccisi nella camere a
gas e, contrariamente all'olocausto ebraico, di questo evento si
parla ancora poco e male (di risarcimenti, nemmeno a parlarne).
Il regime croato di Ante Pavelic fu responsabile del massacro di
migliaia di Rom, trucidati o fucilati con la benedizione dei francescani.

Anche il Fascismo italiano cominciò a rastrellare gli Zingari in
campi di raccolta nostrani e ne spedì alcune migliaia nei lager
nazisti, dove poi parecchi perirono. Pochi sanno anche che
parecchi Zingari militarono come partigiani nelle guerre di
Resistenza in tutta Europa.

Sotto il socialismo reale, non pare che le cose andassero
granché meglio per i Rom. Se inizialmente, sulla scorta
dell'enfasi posta sulla liberazione delle identità nazionali,
pareva che il destino di questo popolo dovesse conoscere
finalmente una tregua dalla violenza e il riconoscimento della
sua specificità etnica, negli anni '40 cominciò un lento
processo di russificazione, sedentarizzazione e assimilazione
forzata. Solo nella Jugoslavia di Tito, i Rom ebbero il
riconoscimento di alcuni elementari diritti come l'identità, il
lavoro, la casa, la scuola, la parità di dignità con le altre
etnie. La situazione oggi in Italia e in altri paesi della UE è
peggiore di quanto si possa immaginare. I Rom e i Sinti sono
ancora discriminati, espulsi, sottoposti alle più incredibili
violazioni dei diritti umani e civili più basilari. Pochi sanno,
infatti, che i Rom spesso, non avendo documenti che attestano la
loro identità, magari come cittadini di uno Stato straniero
(Croazia, Serbia, Bosnia, Macedonia, Kosovo), non possono
dimostrare di essere i legittimi genitori dei loro figli, non
possono sposarsi né dichiarare la morte. La loro età media, per
le precarissime condizioni igieniche in cui versano, è di circa
40 -45 anni. La scomparsa dei mestieri tradizionali li costringe
a praticare l'accattonaggio (mangel) o il furto (chorel) come
uniche alternative possibili alla morte per fame.

Nell'immaginario comune, gli stereotipi e la malafede
impediscono la conoscenza della dura realtà di questo popolo
fuggito dalle guerre recenti nella ex-Jugoslavia e restituito
all'improvviso al suo antichissimo destino di persecuzione
immotivata. Si continua a credere, perché fa comodo, che si
tratti ancora oggi di un popolo nomade per sua scelta: i nomadi
sono, infatti, non-cittadini per antonomasia, non hanno diritti
e, soprattutto, non dovrebbero avere pretese a una vita diversa
da quella che conducono. L'ipocrisia della nostra società si
spinge fino a inculcarci che la protezione coatta dei minori rom
sia un atto dovuto per tutelarli dallo sfruttamento da parte dei
genitori (cosa assurda: lo sfruttamento esiste nelle fabbriche,
certamente non in un tipo di economia familiare come quella rom)
ma non si fa nulla per sottrarli all'abbandono e alle violenze
cui sono sottoposti quotidianamente. Il recente caso di Rubjana
Bajramovic, sequestrata dai carabinieri di Salerno per tre
giorni perché somigliante alla scomparsa Angela Celentano, la
dice lunga sullo stato dei diritti umani di questo popolo in
mezzo a noi. Le continue notizie di morti violente o espulsioni
immotivate come quelle ordinate dal sindaco di Roma, Rutelli,
qualche anno fa ormai non ci impressionano quasi più per niente.

Non intendo assolutamente avallare l'idea che la cultura dei Rom
sia tutta rose e fiori. Si tratta di una società patriarcale,
che riserva alla donna un ruolo subordinato e senza dubbio
marginale. Sotto le pressioni della modernità, la posizione
della donna è ulteriormente peggiorata in seno alla comunità
rom, perché accanto al tradizionale ruolo riproduttivo, le donne
ne hanno assunto anche uno produttivo, esercitando l'elemosina
fuori casa su scala industriale. Gli uomini sono rissosi,
alcolizzati, violenti e aggressivi. L'analfabetismo è una delle
peggiori piaghe di questo popolo e la degradazione culturale
comporta la perdita del folklore, delle arti tradizionali,
dell'identità culturale. Gli antichi vincoli solidaristici
all'interno del gruppo vanno sempre più sgretolandosi e
lasciando il posto a risse e rivalità tra clan. Non intendo
ignorare questi aspetti, ma credo che essi costituiscano solo il
riflesso deformato di ciò che è diventata la società dei gagé (i
non-Rom): una società individualistica, dove la gente si scanna
in maniera sofistica ed educata e l'omologazione imperante non
lascia posto alla diversità, alla fantasia, al colore dell'umanità.

Con la nostra stupida presunzione di superiorità, abbiamo
rifiutato, combattuto, assimilato e trasformato tutto ciò che di
buono poteva esserci nella visione dei popoli zingari: il
nomadismo, che è anche una forma di internazionalismo, il
pacifismo, il rifiuto dei confini, dello Stato e delle guerre.


Gagiò Dilò

 
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