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Date Thu, 26 Dec 2002 11:05:42 -0500 (EST)


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[risposta da ainfos da seguire]

Alta tensione

di  Giacomo Amadori e Maurizio Tortorella
20/12/2002

Un puzzle esplosivo che coinvolge Italia e Spagna
Tanti ordigni, un'unica regia. Nel mirino dei nuovi terroristi, il carcere
duro e i paesi che ospitano i «prigionieri politici». Così, dopo Spagna e
Italia, anche la Svizzera è nel mirino


Da lontano, pare il negativo della bandiera svizzera: una croce nera in
campo bianco, sovrastata da un pugno chiuso. La black cross è il simbolo
funereo degli anarco-insurrezionalisti: i misteriosi terroristi che il 12
dicembre hanno lanciato, da Milano a Roma, a Barcellona, l'inquietante
campagna natalizia dei pacchi bomba.
Ma è anche l'ombra che sta suscitando incubi negli investigatori di mezza
Europa. Perché, dopo la cupa sequenza di obiettivi spagnoli in Italia, la
corrispondenza esplosiva ora potrebbe spostarsi proprio contro la tranquilla
Confederazione elvetica.

Nel mirino della Solidarietà internazionale anarchica, infatti, sono sempre
di più le carceri, che trattengono tanti «compagni prigionieri».
In Spagna sono detenuti tre eminenti personaggi della resistenza libertaria:
Giovanni Barcia, Claudio Lavazza e Michele Pontolillo. E adesso il tam tam
suona sempre più forte contro l'«ennesima, sporca vendetta della fascisteria
svizzera»: a scaldare gli animi dei rivoluzionari è il trasferimento del
loro compagno Marco Camenisch nel carcere duro di Thorberg, vicino a Berna,
pochi giorni prima della manifestazione che era stata organizzata a Zurigo
in suo sostegno.
«È vero, dopo la Spagna, la Svizzera è l'altro obiettivo sensibile»
confermano alla Digos di Milano. Da tempo la polizia ha messo sotto
controllo il consolato svizzero cittadino e, insieme, gli
anarco-insurrezionalisti che vivono nella casa occupata di Villa Litta.
Forse perché i pacchi bomba di questo dicembre, quelli con un timbro
leggibile, partivano da Roserio, centro di raccolta della posta milanese. Ma
a Panorama risulta che l'allarme elvetico sia stato da tempo silenziosamente
esteso a tutta l'Italia.

Del resto, già in novembre, al Social forum di Firenze, gli
insurrezionalisti avevano manifestato per Camenisch e la polizia aveva
protetto in particolare il consolato svizzero. Lo stesso era accaduto il 13
settembre, quando poche centinaia di militanti si erano mobilitati nelle
dieci città italiane dove il movimento ha più attecchito, da Modena a
Catania, da Pordenone a Milano: lo stesso giorno, gli eredi di Mikhail
Bakunin avevano brandito bandiere e sassi anche di fronte all'ambasciata
svizzera di Madrid.
È un triangolo rosso davvero esplosivo, quello tra Spagna, Italia e
Confederazione elvetica, proprio perché tracciato intorno ai nomi di almeno
una decina di grandi «prigionieri politici».
Il cinquantenne Camenisch è uno di loro, con la tipica biografia
rivoluzionaria. Svizzero di nascita ed ecologista radicale dalla pistola
facile, Camenisch ha iniziato la sua carriera di insurrezionalista con
sabotaggi alle centrali nucleari del suo paese.
Poi ha alzato il tiro: omicidi, evasioni dal carcere e latitanza (quasi
tutta in Italia), fino all'arresto nel 1991 a Massa Carrara, non per nulla
la capitale anarchica, dove è stato gravemente ferito in una sparatoria con
i carabinieri. Nell'aprile 2002 è stato estradato in Svizzera, dove continua
a essere trasferito da una prigione all'altra.

I siti internet della rete anarchica amplificano le lettere in cui Camenisch
lamenta condizioni di vita disumane: le manette e i ceppi che gli tormentano
la carne, il dolore per le ferite che lo costringe a muoversi strisciando.
Le sue parole accendono la rabbia dei compagni. Ma anche il ricordo di
quanti, in prigione, sono morti: «Lottare per Marco significa non
dimenticare Franco Serantini, Horst Fantazzini, Barry Horne e altri,
compagni e non, già "morti di Stato" dietro alle sbarre» si legge sulle
pagine anarchiche nella Rete.

Due storie assurte a mito eroico sono quelle degli squatter torinesi che si
sono impiccati in carcere nel 1998: Edoardo Massari, 37 anni, riparatore di
biciclette detto «Baleno», e Maria Soledad Rosas, argentina di 24 anni,
accusati di essere gli ecoterroristi degli attentati contro i cantieri
dell'Alta velocità ferroviaria. Ora i loro nomi galleggiano nel web, come i
proclami di rivolta.
Gli anarco-insurrezionalisti si tengono informati sui siti militanti,
stranieri come ainfos.ca, flag.blackened.net, sindominio.net o italiani come
ecn.org/contropotere e anarcotico.net.
La Tortuga nazionale dei bucanieri della rivoluzione è comunque il sito dei
«Filarmonici della Croce nera», base italiana del circuito internazionale
Abc (anarchistblackcross.org).
Ovunque, il centro dell'attenzione è nelle informazioni sugli spostamenti
dei «compagni prigionieri», che dalla cella informano costantemente sui
propri trasferimenti, quasi sempre motivati come ritorsioni della polizia
penitenziaria.

Da internet partono i proclami dei capi storici e al computer si abbevera la
nuova leva di bombaroli, gli eredi del nucleo storico processato a Roma
proprio in questi mesi: giovani impazienti che stanno ripudiando la linea
attendista dell'ideologo catanese Alfredo Maria Bonanno (riquadro in questa
pagina) e la scelta della «difesa tecnica», cioè quella di far tacere le
bombe aspettando le assoluzioni dei tribunali.
«No, la nuova generazione non ha più pazienza, non aspetta il corso della
giustizia: vuole attaccare carceri e carcerieri» spiega Antonio Marini, il
procuratore generale di Roma che dal 1994 cerca di inchiodare gli
anarco-insurrezionalisti con le accuse di associazione sovversiva e banda
armata. In questi anni ha imparato a conoscerli bene.
Ha ricostruito la loro storia, da quando furono cacciati nel 1984 dalla
Federazione anarchica italiana, con l'accusa di terrorismo. «Per capire chi
siano» spiega Marini «bisogna sapere da dove vengono, che cosa hanno
scritto». Non per nulla, all'inizio del suo recente ricorso in appello, il
magistrato ha ricordato un comunicato apparso nel 1997 sulla rivista
Canenero da Bonanno: è una sintesi del pensiero di questi anarchici sui
generis, che hanno abdicato alle idee tradizionali della non violenza per
abbracciare quelle dell'ecologia e dell'antiglobalizzazione. Da diffondere
con un argomento inoppugnabile: le bombe.

Per Marini, l'organizzazione ripudia il verticismo stalinista, ma ha scelto
una complice alleanza tra anarchici, piccoli delinquenti (i «ribelli
sociali»), sequestratori. Sta qui il segreto della diffusione del movimento:
l'insurrezionalismo fonde realtà molto diverse, basate su legami di famiglia
e d'amicizia. Per questo è difficile trovare un pentito, qualcuno che si
dissoci. «E gli attentati non devono essere eclatanti, ma piccoli e
numerosi, oltreché riproducibili. È così che si disarticolano lo Stato e il
capitale» continua Marini.
La mente dell'organizzazione? «Potrebbe essere la latitante Rose Ann
Scrocco» ipotizza il magistrato: cioè l'ex hostess statunitense, 40 anni,
già condannata nel processo romano di primo grado per il sequestro di
Mirella Silocchi. Intanto il suo antico compagno Giovanni Barcia, dal 1996
recluso in Spagna per l'omicidio di due poliziotte, dalla fine di settembre
è stato estradato temporaneamente in Italia: sembra che lo stia interrogando
in gran segreto il pm milanese Stefano D'Ambruoso, il collega di Marini da
anni impegnato nella lotta al terrorismo e ai pacchi bomba.

Segue
Barcia è notoriamente un duro. Ma più di lui sembra esserlo il suo compagno
di sparatorie Claudio Lavazza, detenuto a Huelva per lo stesso duplice
omicidio di Barcia e sottoposto al Fies, un regime duro simile al nostro 41
bis. L'ex Prima linea milanese, con un comunicato scritto in cella e
rilanciato su internet, nei mesi scorsi è stato chiaro: «L'obiettivo comune
è l'amnistia e la distruzione di tutte le carceri».
Se le braccia si agitano, la mente attende lontano dalla linea del fuoco.
Bonanno, dopo la condanna romana per apologia sovversiva a tre anni e sei
mesi, si è trasferito a Trieste dove vive modestamente. Condivide un piccolo
appartamento con la compagna Annalisa, di 33 anni più giovane, che gli ha
appena dato un figlio. Parlargli, purtroppo, è impossibile: «Lei è un
giornalista? Mi vuole chiedere informazioni stradali? No? Allora, mi scusi,
ma non ho piacere» dice a Panorama con tono ironico e con forte inflessione
catanese.
Poi riattacca. Si esaurisce in pochi secondi la telefonata con
l'intellettuale che, secondo magistrati e investigatori, attraverso libri e
articoli, avrebbe ispirato la teoria di pacchi bomba che sta incendiando
l'aria di Natale.

Bonanno, un peso oltre il quintale e una gran barba alla Bakunin, scrive
moltissimo. E il suo pensiero arriva ai seguaci attraverso le librerie dei
circuiti alternativi. Al suo attivo, decine di titoli, da Anarchismo
insurrezionalista a Del fare e dell'agire, fino a Carcere e lotte dei
detenuti, tutti diffusi a prezzo politico. Gli inquirenti lo tengono
d'occhio: sanno che va pochissimo nei centri sociali, qualche volta al
circolo anarchico triestino Germinal, frequentato anche dalla compagna.
Lui, Bonanno, i compagni insurrezionalisti preferisce incontrarli a casa,
dove forse parlerà anche di prigioni. Magari davanti a un bicchiere di
Slivovic: un tipico distillato slavo di prugne. E una vera bomba.

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