A - I n f o s
a multi-lingual news service by, for, and about anarchists **

News in all languages
Last 30 posts (Homepage) Last two weeks' posts

The last 100 posts, according to language
Castellano_ Català_ Deutsch_ English_ Français_ Italiano_ Polski_ Português_ Russkyi_ Suomi_ Svenska_ Türkçe_ All_other_languages _The.Supplement
{Info on A-Infos}

(it) Umanità Nova n.41: Economia. Crisi e uso della crisi

From Worker <a-infos-it@ainfos.ca>
Date Thu, 19 Dec 2002 10:45:35 -0500 (EST)


 ________________________________________________
      A - I N F O S  N E W S  S E R V I C E
            http://www.ainfos.ca/
        http://ainfos.ca/index24.html
 ________________________________________________

Da "Umanità Nova" n. 42 del 15 dicembre 2002 

Economia. Crisi e uso della crisi 


Provare a districarsi nella babele dell'informazione economica è
sempre più difficile. Da una parte i sedicenti giornalisti hanno
il compito di tenere alto il morale della truppa, sostenendo la
fiducia del consumatore e pronosticando favolosi sviluppi delle
depresse economie occidentali. Dall'altra hanno il dovere di
fornire un contributo alla rassegnazione generale, per cui la
crisi è mondiale e quindi si deve salvare il salvabile
accettando sacrifici e licenziamenti, in modo da garantire,
autoimmolandosi, la sopravvivenza delle aziende e del sistema. 

Lo sgonfiamento della bolla speculativa ha lasciato sul terreno
cumuli di macerie, su cui è impossibile ricostruire qualcosa.
D'altra parte, la distruzione di capitale eccedente, anche in
misura massiccia, è una caratteristica costante di questo
sistema e quando non si riesce ad ottenerla con altri mezzi, si
utilizza la guerra.

La fase attuale di crisi e ristrutturazione è una delle più
violente del secondo dopoguerra e quindi può dare origine, dopo,
ad un ciclo di sviluppo lungo e duraturo, sebbene non ci sia
alcuna garanzia che questo avvenga davvero. Proviamo a ragionare
sugli elementi salienti che caratterizzano questa fase.

In primo luogo abbiamo assistito ad un lungo e doloroso
ridimensionamento delle quotazioni azionarie, che ha portato in
questi ultimi tre anni alla massiccia svalutazione del
patrimonio in mano alle famiglie e modificato drasticamente
l'atteggiamento verso il consumo, soprattutto quello a credito.
Questo è particolarmente vero per la più "avanzata" delle
economie: quella Usa. Com'è noto, le famiglie americane avevano
visto raddoppiare, tra il 1995 ed il 1999, la propria
disponibilità patrimoniale. La crescita della borsa aveva
progressivamente abbassato la percezione del rischio e fatto
decollare il credito al consumo, salito con un tasso annuo di
crescita del 7% tra il '92 ed il '99 (un'impennata pari a quella
di tutto il periodo 1959-1992). Il rapporto tra credito al
consumo e reddito disponibile è salito, nello stesso periodo,
dal 14% al 21%. Questo spiega perché l'indebitamento delle
famiglie sia salito a circa il doppio di quanto fosse nel 1990.
Oggi l'onere del debito (la spesa per interessi) rappresenta
l'8% del reddito disponibile e quindi è comprensibile l'ansia
con cui gli operatori economici attendono le cifre sui consumi
natalizi, perché occorre capire fino a che punto l'incubo della
recessione tocchi le corde del consumatore americano e ne
modifichi i comportamenti. Nel periodo natalizio si concentra
circa il 30-35% delle vendite annuali, per cui il periodo è
cruciale sotto ogni punto di vista: un crollo dei consumi
sarebbe l'ultima Caporetto per questo modello di capitalismo.
Questo spiega perché anche nella periferica Italia assistiamo da
qualche settimana ad uno sconcertante spot pubblicitario pieno
di "grazie" per chi se ne va in giro con la borsa della spesa
pieno di roba inutile: la crisi, la recessione, la critica
"no-global" a chi ha la pancia piena preoccupano non poco i
padroni del vapore e in particolare i pubblicitari, che temono
il radicarsi strutturale di un "sentiment no-logo". Sarebbe la
caduta dell'ultima trincea sul fronte della
recessione-deflazione.

In secondo luogo c'è la caduta verticale degli investimenti
aziendali. Tutto il sistema manifatturiero mondiale lavora
ampiamente al di sotto delle proprie capacità produttive e non
c'è alcun segnale evidente che la situazione sia destinata a
cambiare nel breve termine. Tutte le aziende hanno la tendenza a
liquidare le scorte esistenti e neanche l'attuale, bassissimo,
livello dei tassi d'interesse le induce a ricostituirle.
Qualcuno sta cominciando a chiedersi se "il dottor Greenspan
abbia sbagliato la cura" (Gary Shilling, Borsa e Finanza
7.12.02), visto che i 12 tagli dei tassi decisi negli ultimi due
anni, che hanno portato il tasso sui Fed Funds dal 6,50% al
1,25%, non sono riusciti a modificare la situazione, le imprese
hanno ridotto del 12% gli investimenti (a fronte di
un'espansione monetaria dell'8%) e la liquidità affluita sul
mercato viene usata nell'acquisto di titoli di stato. D'altro
canto va detto che la situazione debitoria delle imprese è
ancora più preoccupante di quella delle famiglie. Nel periodo
d'oro della bolla le imprese avevano usato ogni mezzo per
procacciarsi risorse finanziarie. Nel triennio 1998-2000 le
emissioni obbligazionarie sono triplicate (do you remember
Cirio?), i collocamenti di quote azionarie sono esplosi ed è
cresciuto anche, a dismisura, l'uso del credito bancario. Negli
States le imprese hanno usato il credito massicciamente,
portandolo dall'84 al 116% del capitale proprio. L'aspetto più
inquietante della vicenda consiste nel fatto che questo credito
non è stato usato per ampliare il potenziale produttivo, ma per
finanziare i processi di fusione, l'acquisto di azioni proprie,
il sostegno dei corsi azionari per permettere ai manager di
liquidare ai massimi le proprie stock-option. Il credito pompato
dalle banche è stato usato per fini eminentemente speculativi,
le fusioni sono avvenute carta-contro-carta, il tutto ha
funzionato egregiamente per attirare capitali da tutto il resto
del mondo.

In terzo aspetto della crisi attuale è diretta conseguenza dei
primi due: la crisi finanziaria che attanaglia le banche e, in
modo indiretto, le assicurazioni e i fondi pensione.
L'accrescimento dell'indebitamento generale e poi l'innesco
della recessione hanno portato ad un generale degrado della
qualità del credito: le banche hanno molto da fare nel
recuperare crediti inesigibili, non concedono nuovi fidi, stanno
ponendo le premesse per un bel "credit crunch". Persino le
banche svizzere hanno dovuto denunciare bilanci in perdita,
figuriamoci le banche americane invischiate dentro grovigli
indicibili come Enron, Worldcom e così via. Il sistema di
controllo si è dimostrato ampiamente inefficace, l'intrecciarsi
dei conflitti d'interesse nella consulenza e nel finanziamento
delle emissioni azionarie sta portando al collasso istituzioni
importanti (ricordiamoci che la Arthur Andersen è in pratica
stata cancellata via dal crack Enron), hanno dovuto dimettersi
il Presidente della Sec Harvey Pitt, il Segretario di Stato Paul
o'Neill ed il consigliere economico della Casa Bianca Lindsay.
Il livello di credibilità dei bilanci (il più importante
biglietto da visita di un'impresa che va in borsa) ha toccato il
punto più basso. La crisi di fiducia può innescare una
pericolosa spirale di avvitamento di tutto il sistema
finanziario. Le aziende che meritano credito non hanno interesse
ad investire, perché hanno i magazzini pieni. Le aziende che non
hanno bilanci solidi devono pagare il denaro a costi proibitivi.
Chi ha progetti validi, ma garanzie patrimoniali scarse, non ha
modo di finanziarsi. Mentre prima si finanziava tutto, adesso
non si finanzia più nulla. Si passa da un eccesso all'altro,
senza passaggi intermedi. 

Il quarto aspetto è quello dell'economia reale, a livello della
produzione e dell'occupazione. Il ciclo di fusioni e
incorporazioni precedente non poteva che sboccare nella
situazione attuale: una drastica riduzione dei costi effettuata
attraverso il taglio dei livelli produttivi e della forza lavoro
occupata. In un mercato che non cresce, si può recuperare
profitti soltanto tagliando sui costi del personale, a
cominciare dai livelli più alti, fino alla chiusura di linee ed
impianti considerati periferici o non strategici. La tenuta dei
profitti viene perseguita attraverso i tagli all'occupazione.
Questa filosofia viene applicata indifferentemente su entrambe
le sponde dell'oceano, con il corollario della fine del modello
"renano". La Germania, ex-locomotiva dell'Europa, dopo aver
costruito i suoi successi sull'esportazione di macchinari di
ottima qualità, si trova ad affrontare la più pesante delle
contrazioni economiche, trascinando con sé tutta l'Europa. Ai
colpi subiti per il rallentamento dell'economia mondiale, si
aggiunge il deterioramento dei conti pubblici, il crollo delle
entrate fiscali, il dilatarsi della spesa pubblica ben oltre i
parametri che essa stessa aveva imposto agli altri paesi con il
trattato di Maastricht. Persino l'arroccata Banca Centrale
Europea, alla fine, ha dovuto cedere alla riduzione dei tassi
(-0,50% dal 5.12.2002) nell'ultimo tentativo di fare ripartire
il ciclo economico tedesco. 

Si tratta di capire fino a che punto questa situazione possa
durare. Le borse hanno sempre avuto un andamento ciclico e, da
questo punto di vista, l'unico elemento in qualche modo nuovo è
la estrema volatilità delle quotazioni, con grafici che
assomigliano sempre di più ai percorsi delle montagne russe. Si
può sostenere che gran parte del capitale andato distrutto era
frutto di una crescita speculare avvenuta negli anni precedenti
e che in fondo si tratta di una massiccia e atipica
redistribuzione del reddito, con pochi beneficiari (speculatori
professionisti che tra l'altro né investono né consumano a
livello di massa) e molti milioni di persone illuse dal guadagno
facile e duramente puniti dal capitalismo, che sono costretti a
ridurre il proprio tenore di vita in modo strutturale. La parte
più pesante, ovviamente, è quella che coinvolge milioni di
lavoratori, travolti dall'ondata di licenziamenti e di
"downsizing"aziendali.

Le aziende approfittano della congiuntura per "snellirsi" ed
arrivare con dimensioni ottimali al momento della "ripresa",
quando il ciclo di fallimenti avrà lasciato sul terreno solo le
aziende sufficientemente solide da resistere alle intemperie,
pronte a cogliere appieno le occasioni di profitto in un mercato
"ripulito" di concorrenti più deboli. È la dura legge del
capitalismo ad accumulazione flessibile, che ha rotto il
precedente modello fondato sul compromesso sociale fordista. Si
scarica zavorra e si riprende il mare, gettando sulla riva i
residui del naufragio. È un modello i cui costi sociali stanno
diventando sempre meno tollerabili. Il lavoro del movimento, in
questa fase, è proprio quello di rendere sempre più costosa la
libertà di azione del capitale, globale e locale.


Renato Strumia 


http://www.ecn.org/uenne/


*******
                  *******
     ****** A-Infos News Service *****
          Notizie su e per gli anarchici

 Per iscriversi        -> mandare un messaggio a LISTS@AINFOS.CA e
                          nel corpo del msg scrivere SUBSCRIBE A-INFOS-IT
 Per informazioni      -> http://www.ainfos.ca/it
 Per inoltrare altrove -> includere questa sezione
 Per rispondere a questo messaggio -> a-infos-d-it@ainfos.ca




A-Infos Information Center