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(it) Umanità Nova n.42 - Dibattito: ... e risposta: "Anarchici nei movimenti"

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Date Tue, 17 Dec 2002 06:46:33 -0500 (EST)


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Da "Umanità Nova" n. 42 del 15 dicembre 2002 

Dibattito: ... e risposta
"Anarchici nei movimenti" 


Care compagne Cassandre Felsinee, 

Le questioni che voi ponete all'attenzione dei lettori di UN
sono di indubbio interesse e meritevoli di attenzione e
riflessione. E, al di là del fatto contingente cui vi riferite
(il novembre fiorentino dell'ESF), rimandano ad un ambito
problematico di ben più ampia portata. In particolare ineriscono
l'eventualità e le modalità della partecipazione ai movimenti
sociali da parte degli anarchici. Come ben capirete si tratta di
tematiche tutt'altro che irrilevanti.

Prima di entrare nel merito vorremmo tuttavia sgomberare il
campo da alcune imprecisioni, nelle quali, certo non
volutamente, siete incappate e che rendono difficile al lettore,
che non avesse seguito tutte le fasi del dibattito interno al
movimento anarchico, comprendere il processo che ha portato la
gran parte degli anarchici italiani a disertare l'appuntamento
del Forum Sociale Europeo ed a limitarsi ad una massiccia
partecipazione alla manifestazione contro la guerra del 9 novembre.

Voi dite: Firenze non è Genova. Certo. Ma, a nostro avviso,
Firenze è cominciata a Genova. Le ambiguità, i tentennamenti, le
ipocrisie che hanno caratterizzato Genova si sono date una
chiara forma politica a Porto Alegre prima ed a Firenze poi. Non
è un caso che l'intero movimento anarchico in TUTTE le sue
componenti sia rimasto estraneo al Forum Sociale Europeo. Ma
forse dimenticate che era rimasto estraneo anche al Genoa Social
Forum?

Voi parlate di più opzioni ma in realtà queste opzioni non si
sono mai date: infatti nessuno, in nessuna occasione, ha
sostenuto che fosse opportuna una partecipazione al Forum di
Firenze. E, non a caso, nessuno vi ha partecipato. Non vi hanno
preso parte i fiorentini del MAF che hanno dato vita ad una tre
giorni autonoma, fuori e contro la dimensione istituzionale,
riformista e gerarchica dell'ESF. E, consentiteci una breve
notazione, ci pare ingeneroso mescolare l'iniziativa contro la
TAV alla tomba etrusca con la melassa buonista dell'ESF e con il
folclore di un pazzarello con l'A cerchiata che ha fatto opera
di ringraziamento ai negozianti con le saracinesche alzate. Ed
all'ESF non hanno preso parte neppure i fiorentini del
G.E.T.E.M. che si sono limitati ad affittare un banchetto per
fare da punto di riferimento informativo per i tanti compagni
arrivati a Firenze dall'estero, oltre a fare un'eccellente
diffusione della nostra stampa. Non vi hanno preso parte i
compagni del gruppo di lavoro No-global della FAI, che hanno
diffuso per le strade di Firenze uno stampato significativamente
titolato "Il nostro forum è il mondo intero". 

A Firenze i compagni si sono astenuti dal prendere parte ad una
kermesse mediatica il cui unico scopo era la legittimazione
della leadership moderata e riformista sul movimento no-global
europeo. 

Vi hanno invece preso parte attiva, essendo impegnati
nell'organizzazione dell'evento, le aree del movimento no-global
meridionale cadute sotto le pesanti attenzioni repressive della
magistratura cosentina di lì a due settimane. 

Gli anarchici, rispondendo all'appello della Commissione
Antimilitarista della FAI, hanno invece in svariate migliaia
preso parte alla grande manifestazione contro la guerra, una
manifestazione che avendo come propria parola chiave il rifiuto
della guerra "senza se e senza ma" era in piena sintonia con
l'impostazione antimilitarista che caratterizza da sempre
l'approccio dei libertari.

Certo la compagnia non era delle migliori. A quella
manifestazione hanno preso parte gli (ex?)guerrafondai della
sinistra diessina, dei Verdi, della CGIL in versione "sbirri del
movimento". Ma vi hanno partecipato anche, e in proporzione
certamente maggioritaria, centinaia e centinaia di migliaia di
persone che si opponevano, senza riserve di sorta, alla guerra
che è in procinto di scoppiare contro l'Iraq.

La scelta della gran parte degli anarchici di essere a fianco
dei tantissimi che manifestavano contro la guerra è in sintonia
con la volontà di ribadire la propria internità ad un movimento
che, nonostante la pretesa di molti di ridurlo a serbatoio
elettorale per le varie sinistre istituzionali (da Rifondazione
ai DS per finire al partito ombra di Sergio Cofferati) si mostra
sempre capace di autonomia e vivacità tali da sfuggire alle
maglie rigide in cui in troppi vorrebbero ridurlo.

In definitiva la questione che si pose a Firenze in occasione
del corteo contro la guerra è la medesima che ci troviamo
innanzi ogni volta che si sviluppa un movimento di opposizione
sociale. Ogni movimento trova presto recuperatori che cercano di
ridurlo a mero supporto di politiche nella migliore delle
ipotesi onestamente riformiste, nella peggiore vergognosamente
indirizzate a garantire potere e voti. Ogni nuovo movimento vede
altresì la partecipazione di migliaia e migliaia di persone che
con entusiasmo si avvicinano alla politica con lo spirito di chi
vuole essere protagonista e non pedina in un gioco deciso
altrove. Un gioco nel quale spesso purtroppo un ruolo decisivo
lo svolgono i media che fanno indossare e dismettere a seconda
delle necessità del momento gli abiti chiari o quelli scuri ad
un movimento che è stato e continua ad essere caratterizzato da
molteplici nuance.

In questo senso avete ragione: Firenze non è Genova. A Genova
TUTTI dovevano essere "cattivi" mentre a Firenze TUTTI dovevano
essere "buoni", ma la realtà a Firenze come a Genova,
fortunatamente sfugge a qualsiasi pretesa di ingabbiarla in
schemi precostituiti e, soprattutto, resiste tenacemente alla
volontà di pochi di ridurla alla propria rappresentazione. Un
breve noterella: a Torino persino i tifosi della Juve la
chiamano "la busiarda"... stiamo, è ovvio, parlando de "La Stampa".

Essere al corteo contro la guerra sfilando accanto al
sindacalismo di base ci pare una scelta del tutto analoga a
quella che il 18 ottobre in occasione dello sciopero generale ci
ha portato in piazza con quello stesso sindacalismo di base. La
Commissione FAI "La questione sociale" in quell'occasione si è
mossa in modo simile a quanto ha fatto la Commissione
Antimilitarista. D'altro canto i sindacati di base erano tra le
componenti dei social forum il 18 ottobre come il 9 novembre.

Si tratta del tutto evidentemente di questioni molto complesse
in cui l'operare dei libertari dovrebbe, senza spirito polemico
ma con serena volontà di confronto, trovare spazi ed ambiti di
approfondimento.

Quella che entra in gioco è la partecipazione degli anarchici ai
movimenti di opposizione sociale, movimenti, che in versione
sindacalista non più e non meno che in versione no-global, o
ambientalista o antimilitarista sono variegati, complessi,
spesso innervati da componenti autoritarie, moderate, incapaci
di una reale volontà di cambiamento dell'assetto sociale,
politico, economico. Ma i movimenti, specie nella fase aurorale,
tendono a sfuggire all'istituzionalizzazione aprendo spazi di
intervento importanti alla critica ed all'azione dei libertari.
A Genova nel 2001 come il 15 febbraio, il 16 aprile o il 18
ottobre per finire al 9 novembre a Firenze o il 23 a Cosenza il
movimento anarchico, nella sua grande maggioranza, ha scelto di
portare i propri contenuti nelle varie piazze puntando ad una
crescita delle sensibilità libertarie all'interno di un
movimento che si poneva come rete e non come piramide, come
luogo di sperimentazione fuori dai perimetri rigidi
dell'istituito. Sapevamo e continuiamo a sapere che la partita è
difficile: sempre agli anarchici si cerca di far indossare
l'abito dell'Uomo nero o quello del pagliaccio per eludere la
corrosività radicale di una critica irriducibile alle
compatibilità del riformismo nostrano. Ma, d'altra parte, non vi
è un "altrove" dove effettuare improbabili esodi. All'epoca
dell'informazione totale il controllo sul senso "pubblico" del
nostro agire, del nostro esserci o non esserci, dello stare qua
o là ci sfugge quasi completamente. L'unica sottrazione
possibile è nella creazione di circuiti comunicativi autonomi,
la cui efficacia non è nella potenza del "mezzo" ma nel porsi in
rete di chi sceglie di essere fuori dai circuiti informativi
ufficiali. La questione, ancora una volta, dipende dalla nostra
capacità di allargare le crepe di una contraddizione aperta, una
contraddizione che, di fronte all'ondata repressiva delle ultime
settimane non potrà che ulteriorizzarsi. La sinistra con
l'elmetto, quella delle bombe sulla Serbia ed il Kosovo, quella
dei lager per migranti, quella "legge ed ordine" del marzo
napoletano del global forum, quella con le pettorine del
servizio d'ordine nel novembre fiorentino, quella "buonista" ma
feroce è la vera intrusa nel movimento no-global. 

Scegliere di stare nei movimenti significa anche cogliere la
sfida e la difficoltà che questo comporta mirando a portarvi i
nostri contenuti antiautoritari e libertari senza tema di
sporcarsi le mani, evitando l'isolamento nel quale da ormai un
anno e mezzo vogliono cacciarci i buonisti filoistituzionali.

I buonisti, loro sì, sono "altrove": sono pesci del proprio
lago, quello delle istituzioni, dei partiti, dei sindacati di
stato. Noi, anarchici, siamo e resteremo nelle piazze, quelle
stesse piazze dove nell'ultimo anno sempre più ampia è stata la
presenza e la capacità propositiva dell'anarchismo sociale,
quello che, non a parole ma nella quotidianità e nella coerenza
della propria azione "lotta qui ed ora" per cambiare il mondo
intollerabile in cui siamo forzati a vivere.

Maria Matteo, Emilio Penna, Rosaria Polita 



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