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(it) Contropotere n.7 : I due volti del razzismo

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Date Tue, 17 Dec 2002 06:46:32 -0500 (EST)


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Contropotere - giornale anarchico
Numero 7 - Dicembre 2002 - Anno 1 


I due volti del razzismo


Non si può parlare di razzismo senza parlare dell'emigrante. Chi
è l'emigrante? A titolo esplicativo intendo per emigrante lo
straniero che lascia il proprio paese per motivi economici, per
sfuggire a conflitti etnici o a una persecuzione politica nel
proprio paese d'origine. Per l'emigrante il viaggio è una
costrizione. A causa delle sua condizione, egli si trova ad un
bivio: rimanere nel suo paese rischiando di morire, oppure
emigrare sperando in una vita migliore. Spesso però la sua
condizione stride con il dinamismo di una società globalizzata,
in cui la possibilità di comunicazione e di spostamento si sono
ampliate. Ma se la distanza spaziale si è enormemente ridotta,
resta la dimensione del disagio e della solitudine per chi vive
la sua esistenza all'insegna dell'esclusione e dell'isolamento sociale. 

L'emigrante è un uomo la cui condizione è contrassegnata dallo
sradicamento che si sostanzia nella perdita dell'identità'
culturale e nell'emarginazione. L'emarginazione è tanto più
oppressiva quanto più l'emigrante si situa nei gradini più bassi
della scala sociale. È difficile che un intellettuale, un
professore universitario, uno scrittore famoso, uno scienziato,
vivano l'emigrazione come esclusione sociale.

Costoro sono sopraffatti da uno stato d'animo che prende il nome
di nostalgia. Il razzismo s'innesta là dove l'emigrante viene
percepito come straniero e quindi come colui che minaccia e
scardina l'identità di un popolo e/o di una comunità. "Il
razzismo" scrive Albert Memmi per l'Encyclopaedia Universalis" è
la valorizzazione, generalizzata e definitiva, di differenze,
reali o immaginarie, a vantaggio dell'accusatore e ai danni
della vittima, al fine di giustificare una aggressione o un
privilegio". Lo scopo del razzismo è il dominio.

Una variante del razzismo biologista, che crede nella
superiorità di una razza su un'altra, è il razzismo
differenzialista. Il razzismo differenzialista riconosce le
differenze, le esalta, non per riconoscerle, ma per porre una
diga tra le comunità o gli individui che si incontrano. Il suo
credo si basa su una semplice affermazione:"Io non ho nulla
contro gli stranieri, purché vivano a casa loro".

Il razzismo differenzialista cristallizza gli individui
all'interno della loro cultura di riferimento. In questo caso
l'identità di appartenenza diventa una gabbia dalla quale è
difficile uscire. Al razzista differenzialista fa paura la
contaminazione, lo scambio, perché teme che la sua identità
possa venire polverizzata dall'incontro con l'altro. Sembra un
uomo attento alla cultura dello straniero ma nella realtà è un
uomo violento. Egli fonda la sua convinzione su un mito che non
ha alcun fondamento razionale, e cioè che la sua cultura sia
pura,e per mantenerla pura, è necessario che le comunità non si
incontrino. Secondo Taquieff, "questo concetto - statico - di
cultura si opporrebbe alle contaminazioni culturali provocate
dal metissage e alla "dinamicità che necessariamente deriva
dall'incontro tra culture diverse".

Il razzismo differenzialista, sempre secondo il nostro autore,
"si caratterizza per un'inversione concettuale rispetto al
razzismo classico: mentre quest'ultimo aveva come principi
fondamentali, della propria elaborazione ideologica il concetto
di razza, l'eterofobia e l'ineguaglianza, il razzismo
differenzialista li sostituisce rispettivamente con quelli di
etnia, eterofilia ed esaltazione delle differenze".

Chi emigra, scrive Taquieff, ha già messo in discussione la sua
appartenenza etnica-culturale. Ma che succede quando il razzista
è costretto a convivere con lo straniero? Lo tollera, se è un
democratico, lasciando ai fanatici la violenza. Non permette che
lo straniero condivida lo stesso spazio. Un esempio ce lo danno
"i ghetti" che nascono nelle città. "Ghetti" che non hanno muri
o cancelli, ma che un osservatore attento riconosce senza
problemi. Basta non essere distratti o camminare per le strade
con la stessa idiota indifferenza che si vede nel volto dei turisti.

Per l'emigrante più numerose sono le occasioni di contatto e di
confronto con la società locale, più aumentano le possibilità di
scontrarsi con le barriere sociali.

Vivere in un paese straniero vuol dire "superare giorno per
giorno gli ostacoli della diffidenza, di una lingua che non
conosce, di leggi e regolamenti che a volte risultano insensati".

Non c'è da meravigliarsi che di fronte a tanti ostacoli, la
reazione più "razionale" è chiudersi in se stessi o tra pari. È
facile comprendere come la chiusura di una parte provochi la
chiusura dell'altra,creando un circolo vizioso in cui le
distanze diventano "abissi incolmabili". Anche quando ci si
adatta al nuovo stile di vita, si sente la mancanza di rapporti
profondi, di contatti immediati, di comunicazione vera. La cosa
più buffa è che il razzista differenzialista viene considerato
un sincero democratico. E, infatti, molti di questi
"democratici", che non rinuncerebbero mai ai "privilegi" della
democrazia, si dimostrano ostili e refrattari a riconoscerli
agli stranieri.

Il diritto di cittadinanza, che sembra una cosa ovvia per i
residenti, viene posta in un limbo istituzionale quando a
richiederla sono gli stranieri. 

Ma c'è un'altra forma di razzismo che paradossalmente non viene
vissuto come tale. Un razzismo che è difficile notare perché
vive all'ombra della legalità ed è rispettoso delle leggi del
mercato. Mi sto riferendo naturalmente al razzismo che vede
nell'emigrante non un uomo, ma un risorsa umana per l'economia
del paese che lo accoglie. Egli viene accolto e riconosciuto
fino a quando le leggi del mercato lo permettono. Al manager non
interessa la fede, la cultura, lo stile di vita dell'emigrante. 

È possibile che nella sua stessa fabbrica lavorino
contemporaneamente individui di diverse nazionalità. Non è stato
forse realizzato il regno dell'uguaglianza? Può darsi, purché
non ci si lasci ingannare dallo spettacolo che i pronipoti di
Adam Smith ci offrono.

Dove sta il trucco? È presto detto: l'umanità' dell'emigrante è
subordinata alle leggi del mercato. È il profitto che interessa
al manager, e non l'uomo. I suoi diritti (dell'emigrante)
vengono riconosciuti fino a quando non viene espulso dal ciclo
produttivo. Perdendo il lavoro, entra nel regno
dell'irregolarità e poi della clandestinità. Questo razzismo è
tanto più vile quanto più si avvale delle leggi dello stato.

Scrive Massimo Fini nel suo libro "Il lato oscuro
dell'occidente": "Privati della loro storia, delle loro
tradizioni, della loro economia, della loro socialità, di quel
tessuto di solidarietà, (.) ridotti a vivere in desolate
periferie dell'impero e con i suoi materiali di risulta, questi
uomini cercano di raggiungere il centro". E a pag. 59 del libro,
l'autore scrive: "l'omologazione è una conseguenza ovvia della
globalizzazione e della mondializzazione che esigono e
presuppongono una omogeneità, omogeneità di stili di vita, di
consumi, di istituzioni". I due razzismi, pur partendo da punti
differenti arrivano allo stesso risultato: la discriminazione
sociale ed economica dell'emigrante. Il razzismo ha molte facce,
e spesso è difficile scovarlo. Non sempre si manifesta con la
brutalità che lo contraddistingue. Sta a noi, anarchici, e a
coloro che sta a cuore la dignità e la libertà dell'uomo,
smontare l'ideologia che guida e sorregge il razzismo.

È difficile, lo so, ma la lotta contro il razzismo, se vogliamo
che scompaia dalla faccia della terra, va di pari passo con la
distruzione di una società che giustifica le gerarchie e lo
sfruttamento dell'uomo sull'uomo.


Malega
 

 
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