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(it) Umanità Nova n.42 - Lo Stato e il Campanile: Devoluzione, federalismo, autonomia

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Date Mon, 16 Dec 2002 05:30:24 -0500 (EST)


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Da "Umanità Nova" n. 42 del 15 dicembre 2002 

Lo Stato e il Campanile
Devoluzione, federalismo, autonomia 


Come più di un osservatore ha giustamente notato, nel corso
dell'ultimo decennio tutto, o quasi, lo schieramento politico
istituzionale è diventato "federalista" esattamente come, già
prima, è diventato ecologista, apologeta della "società civile"
e neoliberale.

È assolutamente evidente che un'adesione così unanime ad una
posizione politica risponde sia ad un adattamento opportunista,
in senso neutro, alle dinamiche sociali ed istituzionali
dominanti che allo svuotamento di senso della lotta politica
istituzionale ed alla tendenza all'omogeneizzazione dei diversi
schieramenti istituzionali. 

Ricordo ancora con divertimento come, anni addietro, l'onorevole
Fausto Bertinotti, nel corso di una trasmissione televisiva,
abbia dichiarato di non essere federalista ad un giornalista che
continuava, dopo la dichiarazione, a chiedergli cosa pensasse in
quanto federalista tanto una dichiarazione del genere sembrava,
con ogni evidenza, implausibile. Che l'onorevole Bertinotti non
sia federalista è assolutamente vero in considerazione delle
radici giacobine della formazione politica sua e di quella del
suo partito, che abbia ritenuto di dichiararlo può essere
interpretato come una scelta di "occupare uno spazio" o come una
prova di coerenza politica, poco conta.

Visto che noi, e non da oggi, siamo, invece, federalisti
convinti può valere la pena di ragionare sul "federalismo" che
oggi ci è proposto sia per quanto riguarda i suoi specifici
caratteri sociali sia in relazione alle implicazioni che ha dal
punto di vista del modificarsi della macchina statale.

È bene fare una breve premessa al fine di evitare equivoci.
Com'è noto, carattere proprio e specifico dello stato non è la
gestione diretta di questa o quella attività (ferrovie,
autostrade, sali e tabacchi ecc.) ma, per usare una suggestiva
metafora, la toga, la spada e la bandiera o, se si preferisce,
il monopolio della violenza su di un dato territorio e rispetto
ad una data popolazione. 

In buona sostanza, uno stato è tale se produce un sistema di
leggi e riesce, bene o male, a farle applicare, se ha una forza
militare e poliziesca, se ha una, maggiore o minore, autonomia
politica.

Da questo punto di vista, lo stato italiano è già e non da oggi,
mi si passi la citazione leniniana, un semistato visto che la
sua politica estera è, nell'essenziale, determinata dal grande
fratello statunitense e che ha ceduto parte delle sue
attribuzioni all'Europa ma certo non lo è nel senso del
deperimento quanto in quello della collocazione in una rete più
complessa, rispetto al passato, di poteri statali.

Lo stesso assetto centralista o federalista della macchina
statale non ha, di conseguenza, nulla a che vedere con il tasso
di "statalismo" di una società esattamente come la quota
d'intervento statale nella diretta gestione dell'economia
risponde ad esigenze dei gruppi dominanti che, in ogni caso,
dello stato né vogliono né possono fare a meno.

A rigore, lo stato centrale, può meglio funzionare nelle sue
funzioni di controllo generale, laddove le élite dominanti lo
valutino opportuno, proprio delegando parte delle sue funzioni
ad unità amministrative minori o a privati.

L'attuale scelta della destra di forzare in senso federalista
può essere spiegata a vari livelli. Proviamo a schematizzare:

- Vi è un accordo fra Polo e Lega che il Polo deve onorare pena
il rischio di perdere l'alleato leghista e di essere ricattabile
ad opera dei neodemocristiani dell'UDC. La Lega, d'altro canto,
deve portare a casa qualche risultato, reale o simbolico, meglio
se entrambi, pena la fine politica e la devoluzione è la sua
linea del Piave. Paradossalmente, la Lega può accettare, in
cambio della devoluzione, il presidenzialismo, il rafforzamento
dello stato centrale, il taglio delle risorse per le regioni ma
la devoluzione deve averla.

- D'altro canto, la Lega ha un alleato vero nella destra
nordista incarnata da Formigoni in Lombardia e da Galan nel
Veneto. I polisti del nord est, non a caso la destra piemontese
è più fredda da questo punto di vista, vedono nella devoluzione
un'occasione reale di spostamento di risorse e poteri (scuola,
sanità, sicurezza ecc.) verso aree ricche che ritengono abbiano
tutto da guadagnare da una risistemazione del genere della
struttura statale.

- Basta pensare al fatto che dietro Roberto Formigoni c'è la
Compagnia delle Opere per comprendere meglio la dinamica in
atto. Se, infatti, intrecciamo devoluzione e sussidiarietà
comprendiamo meglio il quadro. Una regione con maggiori poteri
sui settori tradizionalmente interessanti per la chiesa
cattolica potrà appaltare parti dell'assistenza pubblica e della
formazione alle potenti organizzazioni della destra sociale
cattolica realizzando una sorta di quadratura del cerchio:
esternalizzazione di funzioni tradizionalmente statali non
verso, o non solo verso, un mercato anonimo e crudele ma verso
la "società civile" organizzata dall'associazionismo cattolico. 

- La stessa sinistra istituzionale, fatte le sue dovute
battaglie in difesa dell'unità nazionale e della solidarietà
sociale, non potrà che adattarsi alla deriva dominante, e a
adattarsi è bene allenata, con la Lega delle Cooperative in
virtuosa concorrenza con la Compagnia delle Opere. È, insomma,
ragionevole supporre che non tutta la sinistra toscana ed
emiliana abbia la ripugnanza che pubblicamente viene esibita per
l'attuale riforma. D'altro canto, l'attuale riforma federalista
rafforza ma non stravolge quella della sinistra che andava nella
stessa direzione anche se vincolava le regioni più di quanto
faccia la riforma della destra.

- La destra "centralista", incarnata da AN più che da Forza
Italia, si sta mostrando, tutto sommato, meno temibile, dal
punto di vista dei "federalisti", di quanto si potesse
immaginare. Per un verso, infatti, il presidenzialismo, il
controllo dei corpi di polizia, la creazione di un esercito
professionale garantiscono toga, spada e bandiera, per l'altro,
AN si candida, per il futuro, ad un ruolo di Lega Sud in
concorrenza con l'UDC e dopo il possibile sfarinamento di una
Forza Italia orba del suo conducator assurto, almeno questo è il
loro obiettivo, all'onore del Quirinale.


La sinistra istituzionale sta conducendo, contro la devoluzione,
una polemica molto vivace. Gli argomenti che solleva sono, a
quanto mi è dato di sapere, due:

- Una grave preoccupazione per le sorti dell'unità nazionale che
verrebbe messa a grave repentaglio in presenza di un potere di
intervento delle regioni su materie rilevanti come la sanità,
l'istruzione, la sicurezza. Saremmo di fronte ad una sinistra
dalle saldi radici risorgimentali a fronte di una destra
sostanzialmente antinazionale. Il carattere, peraltro, risibile
di questo argomento è dimostrato, ad abundantiam, dallo
spalmarsi del governo della sinistra sulla posizione
statunitense in occasione della guerra contro la Serbia. La
rachitica classe dirigente italiana di tutto è sospettabile
tranne che di reali attitudini "nazionaliste".

- Un timore, altrettanto grave, per la crisi della solidarietà
sociale che l'egoismo localistico scatenerebbe se ogni regione
potesse decidere per conto proprio. Anche a questo proposito si
potrebbe rilevare che lo smantellamento del sistema delle
garanzie sociali che ha realizzato la sinistra quando è stata al
governo non depone a favore della coerenza delle sue posizioni
ma alcune considerazioni aggiuntive meritano di essere fatte.

Sul piano immediato, il ceto politico è attraversato da
divisioni "trasversali" che potrebbero determinare qualche seria
difficoltà alla legge sulla devoluzione quando arriverà alla
Camera. Le regioni "deboli" del nord e del sud o, meglio, il
ceto politico che le rappresenta temono un taglio secco delle
risorse. Basta ricordare che il polista Piemonte, attanagliato
dalla crisi dell'auto, è meno entusiasta del Veneto e della
Lombardia rispetto alla devoluzione e che molta parte del ceto
politico sudista rappresentato in particolare, ma non solo,
dall'UDC deve ancora giocare tutte le sue carte.

Da un punto di vista più generale, ritengo sia abbastanza
evidente che il capitalismo realmente esistente ha due necessità
in, problematica, dialettica fra di loro:

- quella di garantirsi le condizioni più favorevoli ai profitti
e il massimo potere possibile sulla forza lavoro e sull'ambiente
sociale che circonda l'impresa, vero cuore del capitalismo
reale;

- quella di garantire la massima stabilità possibile ed una
qualche forma di compromesso sociale. 


La seconda funzione è svolta non solo ma principalmente dallo
"stato sociale" che garantisce la tenuta di un tessuto di
relazioni che, se affidate al solo cambio mercantile, andrebbero
in fibrillazione.

La crisi dello stato sociale è materia ben conosciuta: costi
eccessivi, rigidità ed inefficienza, disfunzionalità rispetto
agli interessi delle imprese. Per di più l'immenso patrimonio
dello stato è un vero è proprio territorio sociale da
colonizzare e la sua parziale privatizzazione rappresenta una
straordinaria occasione per rilanciare il profitto scaricandone
i costi sulla collettività. Non a caso si è parlato, per
descrivere le privatizzazioni, di un vero e proprio nuovo regime
delle recinzioni, di un ripetersi dell'atto fondativo del
capitalismo e cioè del saccheggio della ricchezza collettiva.

Il federalismo attuale è, in questo schema, un interessante
meccanismo per gestire in maniera articolata lo smantellamento
del welfare e, nello stesso tempo, per ridare vigore allo stato
che si riarticola su livelli locali, nazionali e sopranazionali
in problematico rapporto fra di loro.

Non a caso, uno dei temi sollevati dai fautori del federalismo è
quello della necessità di garantire meglio la sicurezza dei
cittadini e di avvicinare le istituzioni al territorio. 

In altri termini, l'autorità politica, sempre più svuotata dal
ruolo delle tecnostrutture internazionali, cerca di rifondarsi
in un più stretto rapporto con il territorio e con la capacità
di dare rappresentanza agli interessi forti che caratterizzano i
singoli territori stessi. Da ciò l'accento posto sulle culture
locali, sull'identità, sulla comunità locale.


Indubbiamente, quindi, uno degli obiettivi dei "federalisti" è
quello di segmentare il conflitto di classe e la classe stessa
ancor più di quanto è sinora avvenuto. 

D'altro canto, l'unità di classe che, per chi lo avesse
dimenticato, non può essere nazionale ma o è internazionale o
non è, non può certo, almeno prospettiva, essere affidata alla
macchina statale, centrale o locale che sia, non foss'altro che
perché il fine primo della macchina statale è produrre
passività, integrazione e atomizzazione delle classi subalterne.

In estrema sintesi, insomma, la dialettica fra centralisti e
federalisti ci riguarda certamente perché, ci piaccia o meno, le
decisioni statali ci riguardano ma la questione va affrontata
ponendola sull'unico terreno che abbia senso e cioè sul quello
della critica puntuale della statalizzazione della società, per
un verso, e dello sviluppo di una solidarietà nelle lotte al di
là dei localismi, per l'altro.

Cosimo Scarinzi



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