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(it) Umanità Nova n.41 - Gli anarchici e il sindacalismo (Pt.II)

From Worker <a-infos-it@ainfos.ca>
Date Wed, 11 Dec 2002 04:51:10 -0500 (EST)


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Da "Umanità Nova" n. 41 dell'8 dicembre 2002 

Gli anarchici e il sindacalismo/2
Riformismo e fichi secchi 


Ho letto con attenzione e interesse l'articolo di Cristiano
Valente che compare a fronte ed essendo io l'autore
dell'articolo che, credo, abbia provocato il suo intervento, non
posso esimermi dal rispondere. Tanto più che ho l'impressione di
essere stato, in parte, male interpretato. Le questioni che io
ponevo, infatti, non tendevano a sminuire l'impegno dei compagni
che fanno militanza sindacale nella CGIL, ma valutarne le
risultanze in rapporto alla natura di questo sindacato.
Ovviamente il discorso è su due livelli: il primo è l'azione
della cosiddetta sinistra sindacale, il secondo è l'apporto che
gli anarchici danno a questa azione. Ma la questione che risulta
essere centrale è la natura del sindacato in cui questi operano.
Valente da a ciò una risposta articolata, ma, secondo me,
sostanzialmente sbagliata. Infatti individua nella natura
riformista di questa organizzazione di massa dei lavoratori la
giustificazione, se non la necessità, dell'azione di una
minoranza rivoluzionaria (come sono gli anarchici) al suo interno. 

Sul riformismo della CGIL bisogna essere chiari: è una questione
che non si pone neppure. Il riformismo (di parte politica o
sindacale) appartiene agli anni '70, alla stagione delle riforme
di "struttura", di un compromesso sociale ancora vitale, di un
welfare State ancora in grado di distribuire qualcosa più di
fichi secchi, ad un'epoca nella quale le grandi mobilitazioni di
massa dell'inizio del decennio si esprimevamo ancora - seppur in
forma "dislocata" e a volte parodistica - nella generale
partecipazione ad organismi rappresentativi di varia natura (dai
consigli di fabbrica a quelli di zona, di quartiere, scolastici,
ecc.). Era la stagione di una progettualità della sinistra
ufficiale (politica e sindacale) largamente condivisa a livello
di massa; era la stagione di una rappresentatività non formale
delle grandi organizzazioni politiche e sindacali della
sinistra, nella quale la CGIL e i suoi sindacati di categoria
potevano legittimamente aspirare ad esprimere (in qualche forma)
gli interessi immediati di classe. Era dunque, infine, una fase
nella quale, legittimamente e forse necessariamente, le
minoranze rivoluzionarie potevano intervenire per spostare
equilibri, far esplodere contraddizioni, rompere le gabbie
"istituzionali" per far riemergere l'autonomia della classe.

Tutto questo non c'è più, la storia è fin troppo nota per
ripercorrerla se non come quadro generale: dalle sconfitte
operaie degli anni '80, all'aggravarsi dell'ormai trentennale
ciclo di crisi economica mondiale, al conseguente crollo dei
regimi dell'est ed al riflettersi di questo su un paese cerniera
come il nostro. La dissoluzione del vecchio quadro politico, la
svolta della sinistra in senso neoliberista, hanno fatto sì che
oggi l'unico riformismo degno di questo nome sia la
controriforma delle destre, della deregulation, delle
privatizzazioni, della aziendalizzazione dei servizi, ecc. Il
riformismo storico è morto, tale infatti non è, ad esempio,
l'indirizzo di Rifondazione Comunista, che ha nei suoi programmi
semplicemente la difesa dello status ante, il salvataggio di
pezzi dello Stato sociale, ma nessun progetto organico di
trasformazione sociale, nemmeno di stampo socialdemocratico. Sul
terreno sindacale le cose non sono andate diversamente: dal
confronto tra le parti sociali si è passati al puro livello
concertativo, venato - prima dell'avvento delle destre - da
forti connotati di corporativismo. Le grandi organizzazioni di
massa si sono trasformate in gusci vuoti popolati da un
funzionariato a vita, preoccupato esclusivamente della
salvaguardia del proprio posto di lavoro. L'adesione dei
lavoratori si è trasformata in una delega permanente e,
successivamente, nella pura ricerca di servizi se non di favori;
gli organismi rappresentativi eletti dai lavoratori si sono
trasformati in parlamentini lottizzati dalle tre confederazioni,
funzionali alle concertazioni di basso livello.

In questo quadro generale, al volgere del decennio 80/90, è nato
il sindacalismo di base come reazione di una parte dei
lavoratori all'andamento generale. Non è questa la sede per
analizzare le genesi, le contraddizioni e i limiti, la
resistibile ascesa del cosiddetto sindacalismo autorganizzato,
ci basti considerare che questa ipotesi ha raccolto i consensi
di chi ricercava nel sindacato il perseguimento dei propri
interessi materiali di lavoratore e le speranze di chi vedeva in
una possibile rottura della gabbia delle compatibilità la
trascrescenza verso forme più alte di scontro di classe (le
minoranze rivoluzionarie). Una specie di ritorno alle origini
della lotta sindacale, con gli interessi dei lavoratori in primo
piano, niente di più e lasciamo pur perdere la caratterizzazione
in senso libertario che taluni hanno attribuito a queste
esperienze alle origini, non sono qui in discussione. Ma neanche
qui possiamo parlare di riformismo, il progetto, quando c'è, è
il ritorno alle condizioni d'antan, alle conquiste e i diritti
che oggi la controriforma padronale azzera, giorno dopo giorno.
Siamo, sul terreno sindacale, su posizioni assimilabili a quelle
di RC sul terreno politico.

Ma torniamo alla CGIL. La sua natura di sindacato di Stato (come
per CISL e UIL) è fuori discussione. Si tratta di un enorme
apparato burocratico con funzioni para-istituzionali nel campo
dei servizi alle persone (patronati, CAF, centri di assistenza
per gli stranieri), con propaggini in campo imprenditoriale
(cooperative) e finanziario (assicurazioni, gestione dei fondi
pensionistici) gestito con criteri di moderno management. E la
parte sindacale propriamente detta? Inesistente, eccezion fatta
per lo stuolo di funzionari con mansioni notarili dediti alla
continua firma di accordi scandalosi. Forse è proprio questo
aspetto di azienda-apparato, ormai centrale, ad autosostanziarsi
e autoalimentarsi nelle pratiche di concertazione: per
sopravvivere il sindacato di Stato ha bisogno dello Stato, di
una interlocuzione sistematica tra il proprio alto management,
l'istituzione e il padronato (con cui in una prassi da racket si
vanno a spartire i soldi dei lavoratori) resa formale, a coprire
e garantire quell'intrico di relazioni mafiose di cui tutti
dovremmo ormai aver fatto esperienza. Mi si obietterà certamente
che ci sono ancora milioni di lavoratori con le tessere di CGIL
(e soci) in tasca, potrei però obiettare che forse più tanti
ancora hanno polizze d'assicurazione di ogni tipo, santini e
amuleti nell'illusorietà di una possibile salvezza dalla rovina
economica.

Ma se questa è la CGIL, che giudizio si può dare della
"terribile" sinistra sindacale che la vuole riformare? Ho già
scritto nel precedente articolo che sui deliri
giacobini-leninisti di chi presume che l'occupazione di cariche
possa agevolare una qualche sorta di presa di coscienza di
classe, se non addirittura il processo rivoluzionario, conviene
calare un velo pietoso, la storia, da parte sua, l'ha già fatto.
Se invece consideriamo le ragioni di chi presume di far cambiare
rotta alla CGIL, riportarla alle sue mitiche origini o
semplicemente agli anni '70, direi che la realtà congiura contro
le loro aspirazioni, stanno remando controcorrente in un
processo di trasformazione generale nel quale la "degenerazione"
della CGIL è un tassello molto importante. Ovviamente questo
discorso si dovrebbe estendere alla forma-sindacato così come ci
è stata storicamente consegnata, ma ciò ci porterebbe troppo
lontano. Per riprendere il filo rimangono, infine, le posizioni
dei compagni che pensano di potere - con un paziente e cauto
lavoro e quando se ne daranno le condizioni - "traghettare"
pezzi consistenti di working class fuori dall'apparato
confederale, verso il sindacalismo di base o verso un nuovo
sindacato di classe o verso qualche imprecisata forma
organizzativa. La risposta non può essere che: Se non ieri,
quando? Le condizioni ci sono da diversi anni, oggi ancora,
domani chissà? Tanto più, e qui siamo all'oggi, che svolte
apparenti e strumentali come quella recente, incentrata sulla
difesa dell'art.18, rendono le cose più complicate. Quali che
siano le ragioni della rottura dell'unità d'azione confederale e
della discesa in campo della CGIL (ambizioni politiche di
Cofferati, desiderio di ritornare al tavolo di concertazione da
posizioni di forza, spinte politiche alla creazione di un fronte
anti-Berlusconi, o altro) è evidente che ciò non muta la natura
dell'apparato, prova ne sia l'atteggiamento tiepido del
funzionariato, spina dorsale ed elemento costitutivo della
confederazione. Il problema vero è che se milioni di lavoratori
sono scesi in sciopero e in piazza, ritrovando una voglia di
lottare che sembrava schiacciata dalle batoste degli ultimi
anni, qualche risposta la dovranno pure trovare. Se, in quanto
anarchici, riteniamo di attribuirci un ruolo, se non di
avanguardia o di minoranza agente, quantomeno di orientamento,
non possiamo continuare a raccontarci e a raccontare favolette
sul ruolo mitico di una grande organizzazione riformista di
massa, che, semplicemente, non esiste più. Dobbiamo invece
concentrare i nostri sforzi per rompere la gabbia della
subalternità dei lavoratori all'apparato confederale, svelandone
la vera natura, denunciandolo per quello che è: un avversario
oggettivo. Non c'è dunque, credo, reazione scomposta alla
"svolta" della CGIL, ma solo legittima preoccupazione per i
fraintendimenti che questa può generare fra i lavoratori.
Bisogna perciò fare estrema chiarezza e i compagni che ancora
stanno nella CGIL devono essere i primi a farla.

Guido Barroero alias Gianni Stoppardi 



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