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(it) Umanità Nova n.41 - Gli anarchici e il sindacalismo (Pt.I)

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Date Tue, 10 Dec 2002 07:29:49 -0500 (EST)


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Da "Umanità Nova" n. 41 dell'8 dicembre 2002 

Gli anarchici e il sindacalismo/1
Della natura riformista del sindacato 


L'attuale fase politica e sociale, caratterizzata da una ripresa
del conflitto di classe, è propedeutica a rilanciare la
questione del dove e del come gli anarchici stanno all'interno
della battaglia sociale.

Sul terreno più strettamente sindacale il nostro giornale, da un
po' di tempo, ospita articoli in cui alle analisi sulla svolta
conflittuale ed antigovernativa della CGIL si aggiungono giudizi
di merito non lusinghieri rispetto agli stessi compagni
anarchici che hanno militato e militano in questa
organizzazione.

Ciò mi pare in aperta contraddizione con lo spirito del Convegno
di Bologna del 22 settembre scorso, in cui anche la nostra
organizzazione si è fatta promotrice di un percorso di
coordinamento di tutti i militanti anarchici federati e non,
spalmati, come sappiamo, in più organizzazioni sindacali; dalla
CGIL appunto, dove gli anarchici militano storicamente, alla
CUB, passando per l'UNICOBAS per finire all'USI.

Credo che ciò derivi o possa derivare da due ordini di problemi.

Primo: i compagni che in questi anni si sono generosamente
impegnati nel sindacalismo di base, avvertono con fastidio e
spesso in maniera scomposta, una sorta di concorrenzialità e di
chiusura di alcuni spazi fra i lavoratori attratti o riattratti
dalla svolta a sinistra della CGIL; 

Secondo: un convincimento ed un giudizio, a mio avviso
profondamente errati, sul ruolo del riformismo e della stessa
struttura sindacale in quanto tale.

Sul primo punto c'è poco da dire se non che anche fra gli
anarchici la vecchia e speciosa categoria del settarismo è
tuttora presente.

Non ci dovrebbe essere niente di politicamente pericoloso se una
organizzazione sindacale qualsiasi nel lanciare battaglie che
anche noi giudichiamo corrette e foriere di mutare i rapporti di
forza fra capitale e lavoro dimostrasse ed ottenesse maggiore
radicalità e soprattutto maggiore disponibilità ad una
conflittualità sindacale e politica. 

Ricordo che a difesa dell'articolo 18 dello Statuto dei
lavoratori (Legge 300/1970), in Toscana in maniera particolare,
quando la rottura sindacale fra CGIL CISL e UIL non si era
ancora consumata in seguito alla firma del "Patto per l'Italia"
e la stessa determinazione della sola CGIL era in fieri, siamo
stati come anarchici fautori di prese di posizioni e
manifestazioni pubbliche, riuscendo a coinvolgere settori
importanti di lavoratori ed organizzazioni sindacali, dalla
sinistra CGIL alle RdB ai Cobas e Unicobas.

Sappiamo che è con lo sviluppo delle lotte e della
partecipazione che la coscienza e la stessa autonomia politica
della classe ha possibilità di svilupparsi. 

Dovremmo quindi lavorare, per sostenere tali rivendicazioni e
allargare il fronte di lotta, generalizzare esperienze unitarie,
non vivere come un pericoloso concorrente la maggiore radicalità
della CGIL, fermo restando la nostra autonomia di giudizio e la
nostra capacità di proporre e sperimentare obiettivi e pratiche
consone alla nostra visione dello scontro di classe in quanto
anarchici.

"L'attuale svolta conflittuale della CGIL è solo temporanea,
meramente tattica, esclusivamente in funzione antigovernativa.Se
mutasse la compagine governativa in una nuova versione ulivista
o di centro sinistra allargato "questi" svenderebbero tutto e i
lavoratori si troverebbero, come al solito, con un palmo di naso."[*]

Seppure in estrema sintesi è questo il ragionamento che viene
fatto per giustificare il settarismo ed una sorta di fastidio
nella rinata visibilità di una organizzazione come la CGIL.

Si continua a ricordare i guasti passati della politica di
concertazione e si ripropone rispetto ai gruppi dirigenti la
inefficace e vetusta categoria dei traditori del popolo e in
taluni casi si fa discendere la svolta a progetti e mire
politiche esclusivamente personali di Cofferati.

La realtà è che la storia non la fa Cofferati, né Epifani, tanto
meno Bernocchi.

Un coperchio è stato sollevato e sarà difficile richiuderlo,
lasciando tutto così com'era prima.

Una crescente mobilitazione di milioni di persone, due scioperi
generali nazionali, una conflittualità rinata sui posti di
lavoro, testimoniata dall'aumento vertiginoso delle ore di
sciopero, la stessa ennesima vertenza FIAT, sia quella sul nuovo
contratto, ma soprattutto quella sugli esuberi, non è pensabile
attribuirla a calcoli politici di una o più persone.

Cofferati esprime la vecchia o se vogliamo rinata concezione
socialdemocratica di un'organizzazione riformista classica.

Il fatto che questa concezione sia destinata a fallire in un
progetto di affrancamento delle classi lavoratrici rispetto al
sistema di produzione capitalistico è cosa che lo stesso
Cofferati sicuramente non si pone ed è cosa invece che sappiamo
noi in quanto rivoluzionari ed anarchici, ma è tutta un'altra questione.

È comunque positivo che di fronte ad uno scenario sociale, che
si voleva e si vuole pacificato e supino alle necessità
dell'impresa e quindi del capitalismo nazionale e
multinazionale, ci sia invece una forte capacità di
mobilitazione e di conflitto da parte del movimento operaio e
delle sue organizzazioni.

Rispetto solo ad alcuni anni fa noi stessi valutiamo e diamo un
giudizio sull'attuale situazione dello scontro di classe
altamente positivo.

Questo permette ai rivoluzionari di avere una maggiore
possibilità e disponibilità ad argomentare le proprie ragioni ed
a sperimentare modelli organizzativi e pratiche realmente
incisive nella prospettiva del mutamento di rapporti di forza.

Quindi continuare ad affermare che la svolta della CGIL è
strumentale non è esattamente la verità.

Il riformismo, nel suo ruolo duale di difensore delle condizioni
delle classi lavoratrici e di sostegno alle proprie borghesie
nazionali, ha un limite nell'accettazione di politiche
concertative e di collaborazione di classe.

Deve garantire condizioni, seppur minime, di tutela e di
salvaguardia alla propria base elettorale e di consenso,
altrimenti la sua sopravvivenza anche organizzativa è seriamente
messa in discussione e la sua mutazione da struttura riformista
ad altro è assicurata.

Il riformismo, per sua natura, non è portatore di progetti
alternativi né tanto meno insurrezionali. 

Esso è l'espressione storica, ciclicamente rinnovata, di istanze
migliorative ed emancipatorie del movimento operaio.

È la prima istanza di un'avversione alle ingiustizie ed ai
soprusi intrinsecamente presenti nel modo di produzione
capitalistico e la volontà, attraverso modelli organizzativi
collettivi, di porvi rimedio.

Questo processo vale per qualsiasi organizzazione sindacale,
anche se si autodefinisce di classe, autogestionaria o di base.

Solo attraverso lo sviluppo delle lotte di fronte al ciclico
riprodursi delle condizioni di maggior sfruttamento e di miseria
che il capitalismo presuppone, il proletariato può rendersi
conto della inconsistenza delle battaglie così dette riformiste
ed acquisire una consapevolezza ed una coscienza di classe
coniugando la propria esperienza organizzativa e la propria
autonoma elaborazione con le tesi e le proposte dell'anarchismo
organizzato.

La lotta su obiettivi parziali deve pagare, anche per noi
anarchici, altrimenti il nostro ruolo all'interno del movimento
operaio si condannerebbe in un puro ideologismo e propaganda
sterile del "verbo".

Se non strappiamo una vittoria sull'art. 18 e se soprattutto non
riusciamo a canalizzare questa nuova partecipazione in obiettivi
concreti e pratiche reali, a partire dai prossimi contratti di
categoria, possiamo continuare a fare i grilli parlanti ed a
aspettare sull'orlo del fiume il cadavere (non solo della CGIL,
il che sarebbe poca cosa) del movimento operaio, dandoci ancora
una volta ragione rispetto al tradimento dei gruppi dirigenti
riformisti, ma credo serva a ben poco.

L'unità del movimento operaio deve essere un obiettivo, una
pratica ed una metodologia che abbia gli anarchici in prima fila.

Non una unità "a prescindere" di apparati, ma nelle proposte
concrete e nelle modalità di lotta, lontane quindi da un certo
settarismo e concorrenzialità di sigle che sfocia in una
divisione oggettiva della battaglia politico sindacale (scioperi
alternativi, piazze alternative).

L'avversario di classe sa contare molto meglio di noi.

L'adesione concreta agli scioperi è cosa differente da
manifestazioni di piazza, seppur visibili e politicamente
significative, se vi partecipano studenti, centri sociali e
varia umanità.

Occorre mantenere saldi i contenuti rivendicativi, anche
parziali, ma che hanno possibilità di creare ulteriori spazi e
proporre pratiche e strutture organizzative realmente unitarie
fra tutti i lavoratori.

Se si muovono milioni di persone, non attratte (hai noi!!) dal
progetto comunista libertario, ma dal convincimento, tutto
riformista, di salvaguardia dei propri livelli di vita e di
conquiste sociali è possibile sperare in un radicamento
dell'ipotesi rivoluzionaria e di una crescita dell'autonomia e
coscienza di classe, altrimenti nessun radicalismo verbale di
obiettivi od organizzativo può ovviare al mutamento dei rapporti
di forza fra capitale e lavoro.

È stato lo spostamento, seppur centesimale, di una CGIL
riformista a creare le condizioni più ottimali che noi tutti
riconosciamo oggigiorno per un rilancio del conflitto di classe,
non gli innumerevoli scioperi fatti su piattaforme, seppure
adamantine e corrette, del sindacalismo di base.

I rivoluzionari possono avere una funzione non esclusivamente di
memoria storica (ruolo comunque indispensabile e necessario) ma
radicarsi il larghi settori di massa e fra le nuove generazioni
solo se esiste un grande movimento riformista che alimenta una
prospettiva, seppure generica o esclusivamente etica e morale,
di cambiamento.

Altrimenti la strada è molto più lunga ed impervia e passa
comunque nella capacità e nella crescita di un vasto movimento
rivendicativo sociale e politico che può dispiacere chiamare
riformista, ma che tale è.

Se questo è l'inevitabile processo che i rivoluzionari si
trovano davanti e quindi se il ruolo dei gruppi dirigenti delle
organizzazioni di difesa del movimento operaio non può che
essere quello riformista non si capisce perché gli attuali
gruppi dirigenti del sindacalismo di base, anarchici compresi,
ne dovrebbero essere immuni.

A meno che non si voglia continuare a brutalizzare la storia ed
a rappresentarla come una sorta di complotti, tradimenti,
"pompieraggi" o cristalline testimonianze personali.

Cristiano Valente 

[*] "Burocrati senza rotta. La sinistra sindacale della CGIL" di
Gianni Stoppardi in Umanità Nova n. 36 2002 


http://www.ecn.org/uenne/


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