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(it) Umanità Nova n.40 - Miss Mondo e i tragici fatti nigeriani / Nigeria: tra fame, povertà, aids, sfruttamento

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Date Fri, 6 Dec 2002 11:17:13 -0500 (EST)


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Da "Umanità Nova" n. 40 del 1 dicembre 2002 

Miss Mondo e i tragici fatti nigeriani
Il corpo, la vita, la morte e la paura delle donne 
A proposito del concorso di Miss Mondo e dei tragici fatti
nigeriani

C'è un non so che di perverso e di malvagio nel tentativo
operato dagli organizzatori del concorso di Miss Mondo per
giustificare il fatto che sia stata scelta la Nigeria come sede
conclusiva per assegnare il premio alla donna più bella del
mondo, ed è quello di aver volutamente individuato in quel Paese
il luogo topico dal quale lanciare il grido di lotta: "donne
(belle) di tutto il mondo unitevi!" C'è un non so che di
perverso e di malvagio nell'aver preso a pretesto l'offesa alla
propria morale religiosa l'articolo pubblicato sul quotidiano
nigeriano "This Day" in cui si ipotizzava un Maometto
compiaciuto di sì tanta beltà femminea da supporre un suo
ipotetico e felice matrimonio con una "Miss Mondo", ed è quello
di aver volutamente fagocitato i disordini a Kaduna che (a
quanto riportano le agenzie di stampa) hanno provocato più di
duecento vittime. E infine c'è un non so che di perverso e di
malvagio nel modo in cui i Media hanno trasmesso la notizia,
arricchendola di tutto ciò che più fa spettacolo, ed è quello di
aver volutamente imposto un discorso dicotomico dove non si
tratta di capire il perché di ciò che accade, ma soltanto di
dire, di schierarsi, se si è a favore o se si è contro rispetto
a ciò che accade. Appare dunque necessario chiamarsi fuori,
sforzarsi di interrogarsi sui significati primi che coinvolgono
le diverse sfere istituzionali attraverso i valori espressi
dagli individui che le compongono per chiedersi perché il corpo
femminile sembra essere la cartina di tornasole delle paure
ancestrali delle società maschili. Sì, perché la donna raggruma
- tanto nella società laica ed "progressista", quanto in quella
religiosa e "fondamentalista" - la necessità di fornire la vita
di un significato, di un senso, in una realtà completamente
priva. Non per nulla è proprio attorno e sul suo corpo che la
società "progressista" quanto "fondamentalista" ha la pretesa di
giustificare la razionalità dei suoi valori fondanti di libertà,
uguaglianza, dignità, altrimenti impossibili da far apparire sia
nel mito del benessere dato da una ottimizzazione della
produzione attraverso una minimizzazione dei costi, sia
attraverso il mito della perpetuità dato da una visione del
mondo stabilita a priori dalla sua presunta stabilità (il mondo
del così è). Sennonché il corpo femminile chiama a sé in maniera
incontrovertibile il binomio vita/morte che le società istituite
accettano soltanto negando uno dei due termini: o la sua morte
attraverso una vita sempre più oggettivata in merce (il corpo
sessuale messo in bella mostra); o la sua vita attraverso la
morte cercata come negazione del sociale femmineo ed
indifferenza verso il suo destino (il corpo mutilato, martoriato
e espulso/ripudiato dalla comunità). Per questo è completamente
priva di senso la contrapposizione fra diverse civiltà se
entrambe usano il corpo della donna o per negarlo o per
mercificarlo, in quanto che del mondo femminile negano i
possibili mondi che in esso si danno come superamento e della
società "progressista" e della società "fondamentalista": Che
senso ha, infatti, considerare la società dei "calendari"
superiore alla società della "sharia" - e viceversa, se non per
il fatto che la prima ha paura della morte e per questo fa del
corpo femminile l'immagine più bella della vita (da
pubblicizzare grazie a foto osé che danno gusto al consumo),
mentre la seconda ha paura della vita e per questo vede nella
morte del corpo della donna (attraverso lo chador, il burqa,
l'infibulazione, il ripudio) il significato più degno della
propria morale religiosa? Entrambe sono società misogine e della
loro misoginia hanno fatto la loro unica e ultima virtù.

Jules Elysard

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Nigeria: tra fame, povertà, aids, sfruttamento
Guerra civile permanente 


I 200 morti di Kaduna in Nigeria hanno avuto la vetrina
dell'elezione di Miss Mondo per rendersi visibili agli occhi del
pianeta, ma è ormai da anni che nel grande paese africano,
potenzialmente ricco a palate per il petrolio dei suoi
giacimenti off-shore, si combatte una cruda guerra civile tra
sud ricco in mano a clan cristiani (anglicani e animisti), oggi
al potere col presidente Obasanjo che ha riportato una parvenza
di democrazia, e nord povero a prevalenza musulmana, che trova
nella fede islamica una ragione si speranza e di rivolta per le
misere condizioni di vita.

È ironico che siano proprio gli islamici a contestare
doverosamente una kermesse mondana in cui la donna viene
trattata come oggetto luminoso di desiderio - non per gli
uomini, quanto per il business che circola attorno a eventi
quali Miss Mondo - quando nelle regioni in cui è stata
introdotta la legge coranica (shari'a) la donna viene sottoposta
a tortura, alla pena di morte, all'annichilimento di ogni
diritto civile in sede matrimoniale e patrimoniale. La
manipolazione politica della religione islamica è un tratto
comune alle forme di revanscismo che nei sud del mondo le
piccole élite in cerca di un posto al sole utilizzano per salire
al potere. E non è solo un aspetto limitato al fondamentalismo
islamico. Anni orsono una analoga kermesse in India aveva
suscitato le legittime proteste degli induisti - quelli per cui
le vedove devono immolarsi sulla pira che brucia il cadavere del
marito - causando centinaia di morti e di disordini mal sopiti.

La Nigeria rappresenta un caleidoscopio dello scontro di civiltà
(come il Sudan) in cui il ruolo del petrolio è solamente
l'indice di una ricchezza potenziale ma monopolizzata da
compagnie straniere che lasciano le briciole solo a clan locali,
e non a tutti. Ricordiamo come la terra degli Ogoni sia densa di
giacimenti ma le compagnie e il governo nigeriano non lasciano
nulla ai locali, le cui proteste portarono all'impiccagione anni
orsono dei principali esponenti dell'opposizione, tra cui lo
scrittore noto in tutto il mondo Ken Saro-Wiwa.

Anche la compagnia nostrana - Eni's Way - a modo suo partecipa
al banchetto dello sfruttamento energetico nell'area per
garantire i nostri livelli di benessere, mentre il loro
meridione è costretto ad accedere a quegli stessi benefici con
lunghe code negli oleodotti sui quali operare buchi per
ricavarne benzina, con immani stragi alla minima scintilla
(centinaia di persone arse vive mentre cercavano di estrarre
litri di benzina per usi domestici). Lo stesso governo nigeriano
cerca di compensare l'uso criminale e depredante da parte delle
compagnie nazionali estere firmando contratti in cui siano
previste misure sociali in cambio di concessioni petrolifere o
di prospezione di nuovi giacimenti. Ma quel briciolo di
ricchezza che per caso resta sul suolo nigeriano è a beneficio
della élite locale, mentre il resto del paese vive con la
miseria tipica di un qualunque stato africano non dotato da
madre natura del petrolio.

Si tratta di un destino giornaliero per centinaia di milioni di
individui, stritolati dalla morsa della fame, della povertà,
dell'aids, dei virus (Ebola, malaria), stroncati e curabili
ormai con una corretta profilassi preventiva in altre parti del
pianeta che dispongono di risorse anche inferiori al continente
africano. Ma ragioni geopolitiche emarginano il paese dai giochi
di potere, e le ragioni geo-economiche valgono solo per alcune
parti dell'Africa, quelle appunto dove sono presenti conflitti
cruenti che fanno, nel silenzio dell'opinione pubblica mondiale,
media inclusi, milioni di vittime all'anno (come il paio in
Congo negli ultimi anni).

Salvo Vaccaro 




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