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(it) Un anno vissuto pericolosamente

From ciscarinzi@tiscali.it
Date Mon, 26 Aug 2002 11:46:56 -0400 (EDT)


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      A - I N F O S  N E W S  S E R V I C E
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Un anno vissuto pericolosamente

Tentare un bilancio del periodo che inizia con la vittoria elettorale della
destra e con i fatti di Genova non è, con ogni evidenza, facile. 

Lo scontro sociale si è svolto su diversi piani, le mutazioni nazionali dello
scenario politico e sociale si sono intrecciate con quelle internazionali, la stessa
interpretazione delle vicende delle quali si ragiona rimanda a una valutazione
sia della natura dei soggetti istituzionali e sociali in campo che alla loro
relazione con il movimento sociale.

Detto ciò, è, a mio avviso, necessario ricostruire un quadro, per quanto
schematico, degli accadimenti recenti anche per affrontare le situazioni che si
determineranno sulla base di una conoscenza realistica della situazione
sociale. 
  
Il quadro politico-sindacale

La prevedibile vittoria elettorale della destra aveva, già nella primavera del
2001, determinato una crisi delle tradizionali modalità di funzionamento del 
sistema dei partiti e del mondo sindacale.

La sinistra, che aveva condotto la campagna elettorale concentrandosi sulla
denuncia del conflitto di interessi che affligge Berlusconi, si caratterizzava
per un programma e, soprattutto, per una pratica di governo sostanzialmente
omogenei a quelli della destra e, per di più, per l’evidente presenza di
tensioni interne ai suoi gruppi dirigenti che, sovente, avevano preso forme
autodistruttive.
Già a primavera, comunque, erano emerse tensioni fra CGIL, da una parte, e
maggioranza dei DS, dall’altra, e queste tensioni hanno costituito uno degli 
elementi caratterizzanti del passato anno.
Il contratto dei metalmeccanici aveva visto la prima rottura fra CISL e UIL, da
una 
parte, e CGIL dall’altra con la scelta delle prime di firmare l’ennesimo
contratto a perdere e l’irrigidirsi della seconda su di una posizione "dura"
anche se, per certi versi, singolare . 
La FIOM, infatti, aveva chiamato i lavoratori a mobilitarsi per una cifra
irrisoria ed 
aveva mantenuta ferma la richiesta di una corretta applicazione della
concertazione che padronato e sindacati concorrenti reinterpretavano
all’ulteriore ribasso. 
Comunque la "vivacità" della CGIL anticipava lo scenario che avremmo vissuto
dopo 
l’estate e, in particolare, l’intreccio fra una mobilitazione simbolica , dal
punto di vista dei contenuti e la capacità di intercettare uno scontento reale
di ampi settori di lavoratori.
L’entrata in campo della FIOM permetteva, fra l’altro, una sorta di
ricostruzione 
dell’immagine della CGIL  con il principale sindacato industriale nel ruolo di
rappresentante sociale di una working class che, di comune accordo, destra e
sinistra parlamentari ed istituzionali avevano cercato di consegnare
all’archeologia industriale.
Basta, a questo proposito, notare come un quotidiano come "La Repubblica" che
ha 
accompagnato per decenni la deriva "modernizzatrice" e liberale abbia
riscoperto la questione sociale e, in particolare, gli effetti devastanti della
flessibilità, di quella stessa flessibilità alla quale aveva dedicato sino a
poco prima interessate apologie, sulla condizione proletaria .

Eppure, a giugno e nonostante alcune prove tecniche di opposizione, nel periodo

immediatamente precedente le elezioni la sinistra parlamentare e sindacale
pareva un pugile suonato incapace d’iniziativa e dilacerata al suo interno.
Anni di governo sembravano aver dato la mazzata finale alla sinistra statalista
e 
accelerato l’atomizzazione della sua base sociale. L’apparato della sinistra si
trovava disarmato sia dal punto di vista programmatico, visto che si pretendeva
liberale quanto se non più della destra, che da quello, per molti versi più
rilevante, del radicamento sociale.


Genova e la rottura degli equilibri

Non è questa la sede per riprendere una riflessione approfondita sulle ragioni 
contingenti della bestiale violenza della polizia a Genova. 
Certo hanno pesato pressioni internazionali da parte di chi non tollerava più
che ogni 
vertice delle grandi potenze fosse l’occasione di mobilitazioni di opposizione
e l’arrivo al governo di una destra fascista e leghista disposta a porsi come
sponda politica dei corpi di polizia..
Il fatto è che la mattanza c’è stata, che è stata ampiamente documentata, che
ha colpito seccamente l’opinione pubblica. 
Se una considerazione positiva, dal punto di vista dei limiti del potere del
"grande 
fratello" mediatico, si può fare è quella che, nella società della
comunicazione, diventa difficile far sparire foto, filmati, comunicazioni in
internet. La colonizzazione mercantile della vita quotidiana comporta anche, e
necessariamente, uno sviluppo straordinario degli strumenti di comunicazione,
uno sviluppo che si rivela politicamente ingovernabile almeno quando il
conflitto sociale favorisce pratiche di autorganizzazione capaci di
appropriarsi delle nuove reti comunicative.
È interessante notare che, nel corso dell’estate la grande stampa liberale ha
attaccato il governo con una durezza inusitata. Con ogni evidenza, la classe
media colta e semicolta non è attratta dall’ipotesi dell’introduzione di
modalità turche di governo del conflitto sociale. 
Sono, inoltre, apparsi i primi sintomi dei cattivi rapporti  fra borghesia
liberale e la cleptocrazia berlusconiana con il suo codazzo di populisti
addomesticati e dimentichi della loro tradizionale polemica anticleptocratica,
per un verso, e più carogne di prima sulle questioni dell’ordine pubblico, per
l’altro.
Non a caso, nel corso dell’anno, fascisti e leghisti hanno lavorato di conserva
sui temi dell’ordine pubblico e dell’immigrazione riuscendo a entrare in
collisione con i settori del padronato che hanno un evidente bisogno di forza
lavoro immigrata. 

Fronte esterno - Fronte interno

L’11 settembre la vicenda delle due torri è giunta a ricordare a tutti la
natura profonda del dominio, il fatto che la politica non è che la guerra
condotta con altri mezzi.
La sinistra, naturalmente, ha provveduto a garantire al governo il suo sostegno
nella 
guerra dell’Afghanistan e, sorpresa!, siamo stato informati per l’ennesima
volta del fatto che tutte le forze politiche e sociali devono unirsi nella
difesa degli interessi nazionali.
Nonostante i venti di guerra lo scontro sociale e sindacale ha ripreso vigore. 
I due piani della lotta politica, la guerra interna e la guerra esterna, si
sono 
sviluppati in relativa autonomia, il che è stato, per un verso, una condizione
favorevole allo sviluppo delle lotte e, per l’altro, un segnale politico sul
quale sarebbe opportuno riflettere .
La mobilitazione contro la guerra, contro quella guerra che prosegue sia in
Afghanistan che in altre aree, non riesce ad assumere dimensioni ed impatto
adeguati perché non colpisce con la forza necessaria l’ordinato svolgersi della
produzione e dei meccanismi di dominio.
D’altro canto, su questo terreno si è mantenuta viva una mobilitazione che
sarebbe 
sbagliato sottovalutare. Le manifestazioni contro la guerra, infatti, hanno
visto la 
partecipazione di settori importanti della popolazione e sono state uno degli
elementi costitutivi di una significativa opposizione sociale.
Il movimento contro la globalizzazione, nei fatti, ha funzionato come movimento
contro la guerra.

La rottura della concertazione

L’elezione di Antonio D’Amato ai vertici della Confindustria è stata, per molti
versi, 
decisamente più rilevante della vittoria elettorale della Casa delle Libertà,
vittoria che, fra l’altro, non è affatto il prodotto di uno spostamento a
destra del corpo elettorale ma dell’integrazione della Lega Nord nella destra
nazionale e, nei fatti, della fine della Lega stessa come soggetto politico e
sociale autonomo e della sua riduzione a segmento padano del blocco di destra.

L’ascesa di D’Amato rappresenta, infatti, il primo caso di pubblica rottura 
dell’oligarchia che ha retto il capitalismo nazionale per decenni e della
traduzione sul piano istituzionale  di un doppio processo di mutazione degli
equilibri del potere sociale su scala nazionale:

-	il ridimensionarsi della centralità della Fiat e la sua nuova collocazione 
internazionale intrecciato con la fine del ruolo storico di Medio Banca;

-	la crescita del peso della media e piccola industria decisa a ridimensionare
il ruolo del vecchio blocco corporativo dominante (grande impresa industriale e
finanziaria - sistema dei partiti- apparato sindacale).

Le nuove caratteristiche del gruppo dirigente della Confindustria sono rese
visibili 
anche dallo stile di conduzione dell’organizzazione basato sul culto del capo,
l’allineamento della stampa confindustriale, la marginalizzazione dei
dissidenti. Un classico caso di bolscevizzazione che corrisponde all’assunzione
da parte della Confindustria di una logica di partito, in qualche modo analoga
a quella assunta dalla CGIL. 

Il governo appena insediato aveva da occuparsi di diversi problemi:

-	sistemare gli affari del presidente dei consiglio e dei suoi soci di volo, e
lo ha fatto egregiamente;

-	pagare le cambiali firmate a santa romana chiesa, e lo ha fatto senza troppe
difficoltà visto che i dirigenti della sinistra sembrano spesso e volentieri
delle guardie svizzere ;

-	ricambiare i favori ottenuti dalle organizzazioni criminali e ci sta
riuscendo solo sino ad un certo punto grazie alle grandi opere pubbliche mentre
stenta a liberare dalla necessità del carcere i capi mafiosi che hanno, con
forza, mostrato di essere decisamente infastiditi da questa mancanza di
correttezza da parte della destra;

-	garantire alla Confindustria una modificazione del sistema delle relazioni
industriali che definisse in maniera chiara il pieno dispotismo padronale nelle
aziende.

Questo particolare obiettivo implicava una rideterminazione dei tradizionali
rapporti fra governo e sindacati di stato, la fine della concertazione, almeno
come sino ad oggi è stata intesa, e la sua sostituzione con il cosiddetto
"dialogo sociale" .

È interessante notare che la politica sociale del governo è tutt’altro che
riducibile 
alla modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e che prevede una
radicale 
"liberalizzazione" delle relazioni fra lavoratori ed imprese mediante
l’estensione della possibilità di usare lavoro interinale, contratti "anomali",
la privatizzazione del collocamento, la facilitazione nelle operazioni di
esternalizzazione ecc..
Il concentrarsi della mobilitazione contro la riforma dell’articolo 18 ha
risposto, 
probabilmente, alla necessità di individuare un obiettivo di facile
comprensione ma ha  
lasciato sullo sfondo questioni di rilievo ancora maggiore e che richiedevano
un’adeguata mobilitazione.

Il nuovo scenario ha visto un rapido deteriorarsi dei rapporti fra CISL e UIL ,
da una 
parte, e CGIL dall’altra. 
Si è trattato di un processo contraddittorio e con accelerazioni e ricuciture,
ma la 
logica di fondo è abbastanza chiara: 

-	CISL e UIL danno per scontato che il governo reggerà visto che ha una solida
base parlamentare e sociale e si attrezzano per conviverci garantendosi il
massimo possibile di quote di potere e di gestione di risorse pubbliche;

-	 la CGIL non è disposta ad accettare un ruolo di partner subalterno del
governo di centro destra e cerca di garantirsi il solido spazio conquistato in
anni di prassi corporativa. Può contare, a differenza dei concorrenti, su di un
tessuto militante non troppo sfilacciato, su di un’immagine prestigiosa anche
se un po’ appannata, su di un reale insediamento sociale e sull’identificazione
nelle sue sorti di gran parte del popolo di sinistra.

È mia convinzione che le accuse che si scambiano CISL e CGIL (la UIL conta come
il due di coppe a briscola quando briscola è bastoni) siano, per l’essenziale,
tutte esatte. La CISL ha una sponda interna a settori del governo e punta ad
essere il sindacato di 
riferimento della destra senza tagliare, anzi, i rapporti a sinistra, la CGIL
si scopre combattiva con il governo Berlusconi dopo aver accettato di peggio da
quelli della sinistra e mentre continua ad fare accordi a perdere in cambio del
riconoscimento del suo ruolo.
Questa è, comunque, la scoperta dell’acqua calda, conosciamo bene le logiche
che 
governano la pratica degli apparati burocratici e non sta, da questo punto di
vista, succedendo nulla di strabiliante.

L’istituzionale ed il sociale

Ritengo sarebbe un errore sia il leggere le mobilitazioni di autunno e di
primavera come il prodotto puro e semplice della discesa in campo della CGIL
che come l’effetto di una mobilitazione dal basso che avrebbe costretto la CGIL
a radicalizzarsi.
La prima lettura peccherebbe di politicismo. 
Nessuna persona seria può affermare in buona fede che la volontà del segretario
generale  della CGIL può determinare una crescita superiore al 1700% delle ore
di sciopero che si è data questa primavera rispetto alla prima metà dell’anno
scorso.
Gli scioperi sono stati massicci e partecipati perché raccoglievano uno
scontento reale accumulatosi negli anni passati e centrato sui diritti, il
salario, le condizioni di lavoro.
La seconda lettura sarebbe, d’altro canto, ingenua. La mobilitazione dal basso,
infatti, vi è stata e si sono determinati interessanti intrecci fra iniziative
di lotta dei lavoratori, mobilitazioni delle classi medie, movimento contro la
guerra. Non si può, però, sottovalutare la capacità delle CGIL di tenere sotto
controllo la situazione, di utilizzare gli stessi settori più radicali come
rompighiaccio.
Basta, a questo proposito, pensare al carattere doppio dello sciopero del 15
febbraio, 
ritirato da CGIL-CISL-UIL e mantenuto con buoni risultati dai sindacati
alternativi.
Quando CGIL-CISL-UIL hanno chiuso la vertenza del pubblico impiego e della
scuola con un accordo concertativo, i sindacati di base sono riusciti a tenere
l’iniziativa ed a dare vita ad una manifestazione imponente a Roma dimostrando
che il controllo dei sindacati di stato regge solo sino ad un certo punto.
Nello stesso tempo, la buona riuscita dello sciopero ha dato una conferma alla
CGIL 
dell’esistenza di un’area sindacale e sociale forte e combattiva e della
possibilità di dar vita a iniziative senza e contro CISL e UIL.

Mi sembra ragionevole, insomma, porre l’accento sul fatto che la rottura del
blocco del sindacato di stato ha dato spazio all’iniziativa di settori
combattivi di lavoratori ma ha anche fornito alla CGIL la credibilità per
tenere sotto controllo la propria base.

In guisa di conclusione

Il Patto per l’Italia ed il DPEF sono l’esito "formale" dello scontro. Il
governo punta su di un rapporto privilegiato con CISL e UIL e sullo scambio fra
ridimensionamento, sia pur limitato, dell’articolo 18 e altrettanto limitate
concessioni per quel che riguarda fisco e sussidi di disoccupazione.
Si parla, a questo proposito, di modello spagnolo e cioè di un modello basato
sulla 
distruzione dei diritti a livello aziendale e categoriale in cambio di,
limitate, concessioni per quel che riguarda il salario sociale .
Si tratta di un modello che non prevede affatto la fine del corporativismo
democratico ma una sua diversa strutturazione e non esclude contraddizioni
anche forti fra i partners che concorrono al patto sociale stesso 
La CGIL si trova in una situazione delicata sia perché i suoi rapporti con la
sinistra 
parlamentare sono, diciamo così, complicati che perché le sue contraddizioni
iniziano ad emergere. Basta pensare agli accordi a perdere che continua
serenamente a firmare.

In questi mesi, ‘altra parte, il sindacalismo alternativo ha dimostrato di
tenere bene 
sul piano dell’iniziativa e dell’identità.
Soprattutto non sono mancate lotte dure e, parzialmente, vincenti come quella
dei 
lavoratori delle imprese di pulizia delle ferrovie .

Ad autunno, insomma, si apre una partita interessante. Non è mio costume
lanciarmi in 
previsioni che rischiano di rispondere più ai desideri di chi le formula, nel
caso il 
sottoscritto, che ad un’effettiva possibilità di valutare scenari complessi.

I punti di crisi mi paiono, però evidenti:

1.	il governo ha già annunciato tagli secchi alla spesa sociale mentre sono in
scadenza, da quasi un anno, i contratti del pubblico impiego e della scuola;

2.	nel settore privato sarà inevitabile che al rifiuto della "riforma"
dell’articolo 18 segua una chiara rivendicazione salariale;

3.	i lavoratori precarizzati, gli immigrati, le giovani generazioni proletarie
hanno mostrato una disponibilità alla mobilitazione che non si verificavano da
diversi anni.

L’intreccio fra conflitti particolare su questi tre terreni è una possibilità
reale per lo sviluppo di un’opposizione sociale di dimensioni e di radicalità
più che rispettabili.
Come sempre, la dialettica fra movimento e istituzioni è un problema aperto e
che si 
determinerà non tanto sulla base di una, necessaria, critica teorica al ruolo
degli apparati burocratici quanto sulla base della radicalità effettiva del
conflitto sociale.
Come sempre, si potrebbe rilevare. D’altronde non si tratta di cercare "novità"
ma di 
cogliere quanto di radicale si svilupperà sul campo.


Cosimo Scarinzi 


[ da  Collegamenti Wobbly numero 2, settembre 2002 ]


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