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(it) Israele/Palestina non è un bel posto in cui viverci - è zona di guerra
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Worker <a-infos-it@ainfos.ca>
Date
Tue, 30 Apr 2002 07:30:02 -0400 (EDT)
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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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ISRAELE/PALESTINA NON E’ UN BEL POSTO IN CUI VIVERCI
E’ ZONA DI GUERRA!
di Ilan Shalif, del Collettivo Comunista Libertario di Israele
In quest’area si è sviluppato gradualmente un progetto, definibile
come sionista, che è iniziato circa 120 anni fa col sostegno delle
potenze occidentali e che di queste ha cercato di copiare il modello
statuale nelle colonie. Questo progetto presupponeva l’immigrazione
nell’area di Ebrei provenienti da tutto il mondo, soprattutto dai
paesi meno sviluppati, e di conseguenza l’espulsione della
popolazione indigena, cioè i Palestinesi.
Nonostante tutti gli sforzi del potere sionista, nonostante il
sostegno dell’imperialismo, dopo tutti questi anni, nei territori il
numero dei Palestinesi è ancora maggiore dei 5 milioni di Ebrei. In
seguito agli accordi firmati alla fine della guerra del 1948, Israele
non ha potuto liberarsi di tutti i Palestinesi residenti nei
Territori allora occupati, e la cosa non gli è riuscita nemmeno dopo
la guerra del 1967. Circa 1 milione di Palestinesi vivono come
cittadini israeliani di serie B; un altro milione e mezzo vive nella
stretta striscia di Gaza occupata nel 1967; circa altri 2 milioni e
più vivono sulla riva ovest del Giordano, ugualmente occupata nel
1967; ancora altri 2 milioni e oltre vivono sulla riva est del
Giordano (nel regno di Giordania); ed infine più di mezzo milione di
loro sta nei campi profughi di Libano e Siria.
Ancora oggi la maggioranza degli Israeliani è e rimane sionista e
sogna la grande Israele. Alcuni sognano di tornare ai confini di cui
si parla nella Bibbia, che includevano la riva orientale del Giordano
e le alture del Golan…, ma la maggioranza si accontenta di sognare
"solo" confini che includano la riva ovest del Giordano,
naturalmente…..senza i Palestinesi.
E prima della pace con l’Egitto, c’era tra loro chi addirittura
sognava confini fino alla penisola del Sinai! Anche se con l’amaro in
bocca, la maggioranza degli Israeliani è disponibile ad un "doloroso
compromesso", che preveda uguali diritti per quei Palestinesi che
sono cittadini israeliani, ma senza tornare ai confini precedenti al
1967; un compromesso che non preveda alcuna responsabilità per il
problema dei profughi (che risale alla guerra del 1948), né un
accordo per uno stato palestinese sovrano ed indipendente da
qualsiasi autorità israeliana.
Gli accordi di Oslo avevano per Israele una duplice finalità: quella
di incentivare e garantire il diritto al ritorno della leadership
palestinese dall’estero, e quella poi di affidarle una certa
autonomia di governo insieme alla èlite rimasta nei territori
occupati, al fine di spegnere le fiamme della rivolta all’interno
della parte di Palestina occupata nel 1967.
Ma la strategia delle potenze imperialiste non aveva fatto i conti
con l’aumento della resistenza palestinese e con il diffondersi
globale del fondamentalismo islamico.
Con gli accordi di Oslo si intendeva fare dello stato palestinese una
sorta di neo-colonia dei capitalisti israeliani, dove trovare forza
lavoro a basso costo ed un mercato succube. Si supponeva quindi che
si sarebbero fermati i progetti di insediamento di coloni israeliani
nei territori palestinesi occupati. Certo è che gli accordi di Oslo
avevano promesso più di quanto si volesse realizzare, ed infatti
Israele li ha applicati con le pressioni economiche e la soppressione
della libertà di movimento, proprio al fine di ottenere ulteriori
concessioni dai Palestinesi in vista di un qualche accordo
definitivo. Il rifiuto di Israele a rispettare gli accordi nei tempi
previsti e le sue condizioni per una definitiva risoluzione del
conflitto ha fatto sì che l’élite palestinese non potesse reggere un
simile accordo e così nell’ottobre 2000 è iniziata la seconda
Intifada.
In questi 18 mesi, Israele ha aumentato costantemente la pressione
sui Palestinesi e sui loro leaders nei territori occupati. Ha poi
percepito che non potendo costringere i Palestinesi ad accettare le
sue condizioni per un accordo, occorreva un salto di qualità sia sul
piano militare che su quello politico. Ma Israele è pure consapevole
che una lunga durata dell’attuale situazione deve fare i conti con 2
principali processi interni, che alimentano sentimenti di opposizione
alla guerra. Il primo fattore è la divisione esistente all’interno
della élite israeliana tra il vecchio potere sionista ed un emergente
capitalismo che soffre il declino dell’economia a causa della guerra.
L’industria del turismo è in pieno collasso. I mercati dove collocare
i prodotti israeliani si sono ridotti a quello interno, i territori
occupati ed i paesi arabi confinanti. Il "bonus per la pace" per i
capitalisti israeliani sta lentamente riducendo i suoi effetti. I
contatti commerciali soffrono dello scarso movimento delle
esportazioni a causa della mancanza di commesse. La guerra nei
territori sta sopprimendo centinaia di Palestinesi, con una
conseguente riduzione di forza lavoro a basso costo.
Il secondo fattore è il crescente stato di insoddisfazione della
working class. Il tasso di disoccupazione sia tra gli Ebrei (10%) che
tra i Palestinesi d’Israele (20%) è cresciuto negli ultimi anni in
seguito ai processi neoliberisti di globalizzazione (riduzione delle
tariffe, delocalizzazione di lavoro industriale intensivo, più del
10% di lavoratori formalmente impiegati da agenzie interinali),
nonostante un gigantesco numero di altri "lavoratori ospiti" a basso
costo a tutto vantaggio dei capitalisti israeliani. L’effetto della
rivolta palestinese sulla crisi economica israeliana è quindi
evidente. Sullo sfondo di una generale recessione internazionale e
del grave quadro economico a livello locale, il livello di terrore e
di guerriglia portato dalla resistenza palestinese è tale da rendere
la vita quotidiana di molti israeliani insopportabile. Il fatto che
nonostante le violente rappresaglie di Israele, la rivolta
palestinese continui, fa sorgere qualche dubbio nella gente sulla
linea del governo a tutti i livelli.
La natura pluralistica degli Ebrei cittadini di Israele ed un suo
recente sviluppo può essere apprezzata da questo esempio.
Il fallimento degli accordi di Oslo, a causa degli inutili sforzi di
Israele per estorcere alla leadership palestinese ulteriori
concessioni, ha dato origine alla seconda intifada. La rivolta dei
Palestinesi si è aggiunta alla crisi economica mondiale, con serie
conseguenze su Israele, e la fallimentare politica di Sharon per
sottomettere i Palestinesi con i mezzi più violenti ha avuto il solo
risultato di far aumentare l’intensità delle azioni di terrorismo e
la guerriglia. Tutto ciò è sempre più evidente ed ha prodotto le
prime forme di dissenso. Una di queste è la petizione dei riservisti
che si rifiutavano di andare nei territori occupati nella guerra del
1967. Questa petizione ha avuto centinaia di adesioni di militari che
si rifiutano di partecipare ad un crimine quale l’occupazione dei
territori.
Le azioni terroristiche di Israele nel gennaio 2002, verificatesi in
presenza di una ridotta intensità di attività di resistenza
palestinese, avevano il solo scopo, raggiunto, di impedire una
ripresa dei colloqui di pace. Nello stesso periodo i media israeliani
avevano previsto questo comportamento di Sharon, sulla base del suo
atteggiamento nei mesi precedenti. Gli Israeliani che ne avevano già
qualche sospetto o che già lo avevano capito, hanno colto al volo
l’occasione per far decollare l’opposizione. Sui media borghesi sono
passati servizi sui crimini di guerra di Israele, e sul maggiore
quotidiano borghese del paese, come pure nei supplementi del sabato,
hanno cominciato a comparire gli appelli a rifiutare di farsi
coinvolgere nei crimini di guerra. Quello alla diserzione arrivato in
Italia non è stato il primo a circolare, ma è rimasto unico per 2
ragioni: perché è stato sottoscritto da riservisti dei reparti
speciali dell’esercito e perché un terzo degli alti costi di
inserzione sono stati pagati dal più famoso chirurgo di Israele.
Inoltre, un’inchiesta tra i lettori ha registrato una percentuale dal
15 al 32% di sostenitori dei riservisti firmatari della petizione.
Alla fine di marzo 2002, alcune migliaia di persone hanno partecipato
a due grosse manifestazioni di solidarietà ai disertori e per la fine
della guerra.
Ad ogni modo, gli interessi dei capitalisti israeliani e dei
lavoratori israeliani a far finire questa guerra costosa non sono
abbastanza influenti da oscurare gli interessi di coloro che
rifiutano qualsiasi compromesso con i Palestinesi e che scommettono
sull’effetto militare per un accordo più vantaggioso per Israele.
La gente continua a chiedersi quando finirà il conflitto tra i coloni
sionisti che si insediano nella regione ed il popolo arabo
palestinese. La vecchia soluzione di una nazione palestinese laica
che offriva uguali diritti per tutti i cittadini con diritto al
ritorno per i profughi delle guerre di occupazione del 1948 e del
1967 poteva risolvere il conflitto.
Lo scenario previsto dai Comunisti Libertari di Israele (sia ebrei
che palestinesi) nel 1962 auspicava una rivoluzione sociale in tutto
il Medio Oriente in cui venga rispettata l’autodeterminazione della
classe lavoratrice di origine ebrea, perché dia il suo contributo
alla rivoluzione, per sconfiggere l’espansionismo coloniale sionista,
per risolvere il conflitto tra i cittadini ebrei di Israele ed i
Palestinesi.
Ma l’evoluzione degli ultimi 10 anni di lotta sembra puntare verso
uno scenario di pace capitalista. E ciò è dovuto sia ai mutamenti
negli equilibri di potere nella regione, sia al collasso dell’URSS ed
al coinvolgimento di tutta la regione nelle dinamiche del capitalismo
globale. Cosa che vale soprattutto per il capitalismo israeliano, ma
riguarda anche le emergenti borghesie di Egitto, Giordania, Libano e
persino la Siria. La pace capitalista è condizionata dal compimento
del processo di avvicendamento al potere, nella regione, delle
borghesie espressioni del capitalismo più moderno, sia sul versante
israeliano che su quello dei paesi limitrofi. Un fattore dominante è
dato dalla crescita della potenza relativa del capitalismo classico
israeliano, che ha sempre tratto vantaggio dallo sfruttamento del
lavoro palestinese. Fin dall’inizio del progetto sionista, i
lavoratori palestinesi hanno percepito salari pari alla metà o ad un
terzo di quelli dei lavoratori ebrei organizzati. In tutti questi
anni i padroni israeliani hanno quindi preferito sfruttare i
palestinesi, anziché espellerli dal paese come avrebbero voluto i
loro zelanti connazionali sionisti.
La privatizzazione dell’industria e dei servizi, in base alla ricetta
neoliberista, ha contribuito in grande misura a diminuire il potere
della vecchia èlite borghese, della burocrazia legata agli
insediamenti coloniali e agli interessi capitalisti, sia locali che
esteri, a questa connessi.
Un altro fattore è l’incremento di attivismo sindacale dei lavoratori
israeliani spinti dal desiderio di avere livelli di vita più
dignitosi al pari della classe operaia europea.
All’affacciarsi sulla scena politica e sociale della seconda e terza
generazione discendente dagli immigrati ebrei trasferitisi in
Israele, corrisponde una speranza di compromesso con i palestinesi e
che i lavoratori abbandonino l’ideologia della falsa coscienza
nazionalistica.
Questo processo tiene conto anche del fatto che la classe operaia
israeliana è sottoposta ai pesanti attacchi del neoliberismo, con
alta disoccupazione, incertezza occupazionale, impoverimento delle
precedenti condizioni di vita.
Un terzo fattore sta nell’effettivo assorbimento di una significativa
parte dei profughi palestinesi all’interno del sistema capitalistico,
e di un’estensione di questo processo qualora il conflitto si
risolva. In questo caso sarebbero coinvolti sia gli operai e gli
agricoltori radicati nei territori, che non saranno più costretti a
essere isolati nei campi profughi, sia una ri-nascente borghesia
palestinese.
Si tratterebbe di scambiare il sogno nazionalistico con la
possibilità di vivere in uno stato capitalistico relativamente
moderno. A sostegno di un certo ottimismo, agiscono alcuni fattori:
- l’indebolimento di chi ha interesse nella continuazione del
conflitto
- la spinta degli interessi capitalistici verso lo sfruttamento dei
palestinesi e dei lavoratori dei paesi limitrofi
- gli interessi europei a indebolire le correnti del fondamentalismo
islamico
- la crescente indisponibilità dei lavoratori israeliani ad essere
usati come carne di cannone.
Come in altri stati, potrebbe verificarsi che il tanto vituperato
sistema degli insediamenti dei coloni venga sostituito da un
altrettanto disprezzabile, ma un po’ meno, sistema capitalistico più
moderno.
A sostegno di quanto detto si può addurre come nella società
israeliana stia aumentando la consapevolezza che i cittadini
palestinesi-israeliani non possono più essere considerati cittadini
di seconda categoria; inoltre si sta ugualmente diffondendo la
percezione che gli sforzi di costringere i Palestinesi all’interno di
un Bantustan sottomesso ad Israele, non hanno possibilità di
successo.
Ma soprattutto è forte la sensazione che la continuazione del
conflitto ha un costo troppo alto.
Con questi recenti attacchi Israele potrebbe aver tirato i dadi per
l’ultima volta: ci potrebbe essere una dura risposta sia dal versante
palestinese che dall’opposizione interna ad Israele. Se solo Israele
consentisse che la borghesia palestinese abbia il suo stato da
gestire all’interno dei confini del 1967 magari con qualche minimo
ritocco, anche il problema dei profughi palestinesi vi troverebbe una
soluzione magari col sostegno dei paesi più ricchi.
Finora la resistenza alla guerra all’interno di Israele è stata
minoritaria. Poche centinaia di militanti in tutto. Poche decine
all’interno delle manifestazioni, per un massimo di 500 ebrei in
quelle più grosse. Persino gli atti più efferati commessi
dall’esercito di Israele non hanno mobilitato più di tanto. I
disertori per motivi politici, finora, non sono mai stati più di 20
all’anno tra i riservisti e addirittura meno di 5 tra i giovani di
leva.
Ma il punto di frattura è stato finalmente raggiunto nel mese di
marzo.
(traduzione di Donato Romito)
tratto dal sito della Federazione dei Comunisti Anarchici
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